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Yes, I’m a pain freak

giugno 20, 2012

Questo post parla di cacche. Adesso lo sapete e potete decidere se leggerlo o no.

Questo post parla di cacche perché per parlare delle mie ultime disavventure bisogna parlare di cacche.

Quindi. Iniziamo.

Vi ricordate quando dicevo che dovrei fare un post sul Brasile e intitolarlo “Vacanze di merda”? Ecco. Tutto iniziò in Brasile.

In Brasile, da brava fietta in vacanza, ho passato i primi giorni a non andare in bagno. Non per scelta, ovviamente! Ma il cambio d’aria, di alimentazione, di casa… Quindi, i primi giorni, niente.
Quando finalmente sono riuscita ad andare in bagno ho conseguentemente prodotto dei pietroni, i quali mi hanno ferito!
Ho dunque passato i giorni successivi ad aspettare con terrore il momento di andare in bagno, e per facilitare la cosa ho cercato di stare attenta alla dieta.

Dovete sapere che uno dei piatti nazionali del Brasile è la fagiolata.
Quindi giravamo il Brasile, Bram mangiava polpette di merluzzo fritte con salsa piccante, e io fagiolata. Bram moqueca di gamberi al latte di cocco, e io fagiolata. Bram tinozze di vatapà, e io fagiolata.
E pian piano la situazione è migliorata.

Le cacche però hanno continuato a perseguitarci.

Tipo che a Paraty passiamo un paio d’ore in un Internet point col bagno rotto (non si può tirare l’acqua), e quindi ogni volta che vado a fare la pipì devo evitare lo sguardo dello stronzolo che abita lì.

Poi arriviamo al confine con l’Argentina e troviamo una doppia con bagno in un ostello in mezzo alla natura, bellissimo e gestito da hippies che hanno viaggiato per il mondo e adesso vogliono viaggiare dentro se stessi e quindi anziché gestire l’ostello fumano canne. Vabbè, quindi arriviamo in questo bell’ostello, io vado in bagno e il bagno si intasa. Non per colpa mia, eh! Ma di fatto gli hippies non ce l’hanno aggiustato e noi abbiamo passato i giorni successivi col cesso occupato. Fortuna che la mia cacca profuma di violette ;-)

Cammina, cammina (non è vero abbiamo preso l’aereo), arriviamo finalmente a Bahia. Salvador per chi non ha letto i libri di Amado, São Salvador da Bahia de Todos os Santos se volete essere fiscali. In teoria Bahia è lo stato (il cui nome deriva però dalla capitale!) e Salvador la capitale. Ma in pratica gli abitanti della capitale chiamano la loro città semplicemente Bahia e si definiscono bahiani. E avendo letto quasi tutti i libri di Amado, io mi sento bahiana nell’animo anche se non porto gonnellone e canestri di frutta in testa, e Salvador l’ho sempre chiamata Bahia. Con conseguenti incomprensioni con Bram quando stavamo programmando il viaggio, perché lui mi chiedeva “Dove vorresti andare?”, e io rispondevo “A Bahia!”, e lui “Sì, ma a Bahia dove?”, e io “Bahia!”. Perché per gli ignari (lui) Bahia è lo stato, ma per i sognatori (io) è la città.
Insomma, io volevo andare a Bahia da anni, che dico secoli, e volevo anche stare con Bram da anni, e andare a Bahia con Bram per me era un doppio sogno che si avverava. Avevamo programmato 5 giorni a Bahia e io volevo fare tutto, visitare tutto, bere tutto e soprattutto assaggiare tutto.
Perché la cucina di Bahia è unica al mondo, perché è una cucina che è stata importata in Brasile dagli schiavi africani, e la cucina originaria si è miscelata a quella locale, creando dei piatti unici che si trovano solo lì, neanche nel resto del Brasile si trovano, solo lì
La cucina bahiana è una delle più famose del mondo, e i libri di Amado sono intrisi di cibo. Il cibo diventa strumento di conquista, arma di pace, momento di condivisione, trama sociale. Dona Flor ha una scuola di cucina, Gabriella Garofano e Cannella è una cuoca, Pedro Archanjo pubblica un libro di ricette. Il cibo è musica, è colore, è profumo, è seduzione nei libri di Amado.
Insomma, io non vedevo l’ora di arrivare a Bahia e di assaggiare tutto il cibo di Bahia.
Quindi arriviamo a Bahia, il tempo di una moqueca di gambero da Dadà, e poi io bevo una caipirinha con ghiaccio fatto con acqua di rubinetto. La sera stessa ho crampi tremendi e febbre a 40.
Sorvoliamo sul fatto che uno dei momenti più bassi della mia vita sociale ha coinciso con uno dei momenti più dolci con Bram, che ha passato un pomeriggio intero seduto su un divano senza muoversi per non svegliarmi visto che mi ero addormentata con la testa sulle sue ginocchia (molto probabilmente ho anche sbavato).
Ho fatto tutto, eh, l’ho fatto lo stesso. Con febbre e crampi sono andata in giro, in spiaggia, al museo casa di Jorge Amado, da Nosso Senhor do Bonfim, nel Pelourinho, a Rio Vermelho, ai mercati (bellissimi, ma nausea e carriole piene di interiora di pecora non vanno tanto d’accordo…), a teatro, in strada a ballare.
Ma non ho mangiato.
Non sono riuscita ad assaggiare nulla. L’unica cosa che riuscivo a buttare giù era riso in bianco.

Col risultato che quando finalmente ho iniziato a stare meglio e ad andare di nuovo in bagno, ho ricominciato a produrre totem!

Ecco. Tutto ciò accadeva 6 mesi fa. Tutto ciò non si è ancora concluso. La seconda parte di questo post riguarderà il rientro in Belgio e le mie fantastiche avventure con i gastroenterologi.

Allora, torno e giro n medici generici lamentando sangue e dolore quando vado in bagno. Ma dall’esterno non si vede niente, quindi tutti ipotizzano emorroidi e mi riempiono di creme e pomate e olio di vaselina (da bere!). Ma la situazione non migliora. Si decide quindi di andare da un gastroenterologo.

Gastroenterologo numero 1: la dottoressa D.

Io: “Buongiorno dottoressa D. Io ho sangue e dolore quando vado in bagno!”
Dottoressa D: “Benissimo, facciamo una rettoscopia!”
Io: “Eh? Cosa? Io ti dico che ho sangue e dolore e te mi vuoi infilare un tubo nel culo? Ma non ci penso neanche!”
Dottoressa D col tono condiscendenete: “Oh, ma questo esame non fa male!”
Io terrorizzata: “Lo so che normalmente non fa male. Ma io ho già dolore. Nel mio caso farebbe male.”
Dottoressa D, apparentemente sorda: “Oh, ma questo esame non fa male!”
Io tenendo le mani saldamente ancorate alla cintura: “Lo so! Ma nel mio caso farebbe male!”
Dottoressa D, avvicinandosi: “Oh, ma questo esame non fa male! Su, spogliati!”

No, non siamo finite con la dottoressa che mi rincorreva cercando di spogliarmi e io che correvo in tondo intorno al lettino tenendomi i pantaloni. Ma poco c’è mancato. Alla fine abbiamo raggiunto il compromesso che mi avrebbe prima visitato manualmente e poi saremmo passate all’esame solo se l’avesse ritenuto veramente necessario. Quindi inizia a visitarmi.
Io: “Aaahhh!!!”
Dottoressa D: “Oh, guarda! C’è una fissure! Non ti faccio l’esame, sarebbe inutile e ti farebbe male!”
Ma va’??? >:-(

Quindi, a quanto pare ho una fistola. Mi viene prescritta una pomata che si usa sul culetto dei neonati quando è arrossato, e che nel mio caso funziona solo finché la uso. Ma appena smetto sangue e dolore ricominciano. Il problema non è risolto, ma una certezza ce l’ho: la dottoressa D non mi vedrà mai più, neanche dipinta!

Passano i mesi, e io continuo a stare male. Quindi decido di farmi vedere di nuovo.

Gastroenterologo numero 2: il dottor F.

Su consiglio del mio medico generico, mi reco dal dottor F. Il dottor F pronuncia una diagnosi ancor prima di visitarmi: fissure chronique, fistola cronica. Una bella seccatura, ma colpo di fortuna, lui ha la soluzione perfetta: una bella iniezione direttamente nella fistola porterà la fistola ad infiammarsi, e tale infiammazione obbligherà la fistola a cicatrizzare! E tosto mi dà un appuntamento per tale simpatica operazione.
Io esco un po’ contenta che lui abbia diagnosi e soluzione pronte, un po’ spaventata visto che la cosa suona invasiva e dolorosa. Passano i giorni, la data dell’operazione si avvicina, e io mi rendo conto che non ho ricevuto nessuna informazione. Devo presentarmi digiuna o posso mangiare prima? Devo fare un qualche tipo di preparazione? La cosa si fa in mezz’ora e poi vado al lavoro o richiede più tempo? Come farò ad andare in bagno nei giorni successivi?
Chiamo il dottor F ma non lo trovo. Gli scrivo un’e-mail e non mi risponde. Lo richiamo più volte e non me lo passano. Parlo con l’infermiera e scopro che mi ha dato l’appuntamento in un giorno in cui lui manco c’è.

Nel frattempo, parlando con un’amica medico, scopro per caso che fissure non vuol dire fistola. Vuol dire ragade! Quindi io da mesi pensavo di avere una fistola, e invece è una ragade!

Meglio, molto meglio. Ma da quella merdaccia del dottor F non ci voglio comunque tornare. D’accordo col mio medico di base, cancello l’appuntamento con lui e prendo appuntamento con un altro gastroenterologo.

Gastroenterologo numero 3: la dottoressa L.

Tutto questo accade la scorsa settimana. Lunedì io mi presento dalla dottoressa L con l’idea di dirle: “Ho una ragade cronica. Il dottor F vorrebbe operarmi. Visto che la crema che uso adesso è una pomata per neonati, non si potrebbe provare una pomata più forte prima di tentare l’operazione?”.
Di fatto, la conversazione si è svolta così.
Io: “Ho una ragade cronica. Il dottor F vorrebbe operarmi. Visto che la crema che uso adesso è una pomata per neonati, non si potrebbe provare una pomata più forte prima di tentare l’operazione?”
Dottoressa L: “Io non posso dire nulla senza visitarti. Ti do l’appuntamento per una rettoscopia.”

Ecco, è stato a qual punto che sono scoppiata a piangere. Un pianto incontrollato e irrefrenabile. Un pianto di esasperazione, di rabbia e di frustrazione, perché questa cosa va avanti da 6 mesi e non se ne esce e non ne posso più e ho paura. Tutto questo sotto agli occhi di un’attonita dottoressa L. La quale non ha desistito dal suo proposito, ma mi ha furbescamente dato l’appuntamento per il Mercoledì successivo in modo da non lasciarmi troppo tempo per rimuginare!
Quindi, ho trascorso il Martedì in uno stato di agitazione e nervosismo che non potete immaginare o forse sì e di cui ha fatto le spese il povero Bram, e Mercoledì mattina mi sono presentata dalla dottoressa L spaventatissima e con in mano una letterina in francese che le avevo scritto con l’aiuto della mia collega Rossella e che diceva sostanzialmente “Ti prego non mi fare male”.
Aspetto il mio turno, l’infermiera viene a chiamarmi e io scoppio a piangere. Istantaneamente. Ho dato la letterina alla dottoressa in lacrime, mi sono cambiata in lacrime, mi sono seduta sul lettino in lacrime.
E’ stato a quel punto che l’infermiera si è avvicinata a me con una siringa in mano, mi ha preso il braccio e mi ha sparato quello che credo fosse del Valium direttamente in vena.
Ed è stato bellissimo.
Non mi ricordo un cazzo. Non ho sentito niente. Non mi sono resa conto di nulla.
Il mio ricordo successivo sono io di nuovo in sala d’aspetto che mangio un paninello e poi mi addormento sulla poltrona.

La diagnosi non l’ho capita bene perché ero rincoglionita, ma a quanto pare non c’è nessuna ragade, è solo un’emorroide interna un po’ infiammata. E mi ha dato delle pomate, niente operazioni, alla faccia di quel macellaio del dottor F!

To be continued, ossia, vedremo se con questa roba guarisco o no. Adesso scusate ma devo andare a proporre il processo di beatificazione per l’inventore del Valium.

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