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Il gelido vento del Nord (2)

novembre 16, 2012

Lunedì mattina, però, mi sono svegliata piena di energia! Abbiamo fatto una bella colazione e poi siamo andati a cercare l’elfo della fattoria per farci dare qualche consiglio su cosa fare nei dintorni.

La cosa carina di andare in una penisola sperduta è che con le guide fai poco, devi fare amicizia con i locali e farti consigliare da loro. E se ci riesci, che meraviglia! La penisola, che la mia guida liquidava con un paio di paginette scarse, si è animata grazie alle parola dell’elfo. Cavalli selvatici correvano sui prati colorati di verde della mappa che ci ha consegnato, foche ti sbirciavano curiose facendo capolino fra le alghe della laguna. Minuscole chiesette d’ebano nero ti invitavano a fare una passeggiata nell’adiacente cimitero e a camminare sull’erba scoprendo la storia passata degli abitanti. C’è una spiggia nera circondata da grotte di basalto! Un trekking fra i campi di lava a picco sul mare vi condurrà a una caffetteria nascosta, assaggiate la loro cioccolata calda, è deliziosa! Camminate fino al minuscolo faro arancione, c’è una vista bellissima! E poi, poco più avanti, sulla sabbia, si è spiaggiata una balena, puzza terribilmente, ma dovete andare a vederla. C’è un cartello di legno con scritto a mano “balena morta”, non potete sbagliare! E poi, iniziate la salita verso il ghiacciaio, e dopo un po’ trovete una grotta, entrateci e cantate, grazie al gioco di echi un suono bellissimo si diffonderà! E poi salite in cima, in cima, fino all’ultimo paesino sul fiordo, troverete là l’unico pescatore d’Islanda che affumica lo squalo, da tutto il paese vengono per visitarlo, e vi accoglierà e vi racconterà le sue storie! Andate, cosa aspettate?!

Insomma, grazie ai consigli dell’elfo i nostri 2-giorni-quasi-3, che sembravano essere anche troppi per visitare la minuscola penisola, si sono rivelati così pieni che ce ne sarebbero voluti il doppio!

E quindi, di corsa, iniziamo, che la prima mattina ce la siamo presa comoda ed è già mezzogiorno, e le giornate sono brevi e le notti lunghe!

E partimmo. La prima tappa voleva essere la laguna, chissà che non siamo fortunati e riusciamo a vedere le foche?

Ma cose meravigliose continuavano ad attrarre la nostra attenzione, e ogni poco ci fermavamo per fare una foto, camminare in mezzo al campo di lava, giocare con i cavalli. Cavalli, fra l’altro, che erano inspiegabilmente attratti dal mio giubbotto verde pisello (perché le giacche tecniche non vengano prodotte in colori normali è un mistero) e continuavano a cercare di leccarlo, compatti. Che lo scambiassero per erba fresca?!

Un po’ leccati, si giunse alla laguna. Solo che la laguna non era esattamente come l’avevamo immaginata. La laguna era così: fra la strada maestra e il mare c’era una distesa infinita di acqua coperta da rocce e alghe che conduceva dopo un tempo infinito al mare aperto dove stavano, si presume, le foche. Siccome io molto volevo andare dalle foche, si decise di intraprendere l’impervio cammino.

Ma il cammino era impervio davvero. Il problema con siffatta laguna è che finché riuscivi a stare sulle rocce andava tutto bene. Ma, in certi punti c’erano solo alghe, e siccome sotto alle alghe c’era l’acqua, mettere un piede sulle alghe saggio non era, che sprofondavi tipo sabbie mobili. Inoltre in certi punti le rocce c’erano, ma erano ricoperte di alghe viscide, onderagionpercui scivolavi abbestia.

Si tentarono vari percorsi, il che prese un’ora buona, ma al mare aperto non si riusciva ad arrivare. Avendo Bram scarpe da trekking e io Ugg, arrivai al punto di dirgli, coraggiosamente, “Lasciami, ti rallento…”.

Il mio devoto fidanzato non se lo fece ripetere due volte e partì da solo, ma anche lui dopo un po’ fu costretto a fare dietrofront. Ci si stava avviando mesti, leccati e inzaccherati verso la macchina quando Bram fra le rocce vide un granchietto, e nello stesso istante io nell’acqua qualcosa che sembrava proprio… una foca! La forsefoca nuotava veloce, e io non volevo perderla di vista, quindi si è verificata una buffa scenetta consistente in Bram che, ignaro, mi tirava per una manica insistendo “Ho trovato un granchio! Guarda il granchio! Ho preso un granchio! Uffa, ma perché non vuoi guardare il mio granchio?! Guarda il granchio!”, e io che lo ignoravo. Nel frattempo la forsefoca nuotava nuotava, e quando si è avvicinata e si è arrampicata su una roccia si è rivelata una foca vera, e finalmente Bram ha messo via quello schifoso granchio morto (se non sto attenta questo mi tira su anche i mozziconi di sigaretta) e ha tirato fuori la macchina fotografica!

Soddisfatti ed infangati ci avviammo verso la macchina, e siccome erano le 14 passate e si iniziava ad aver fame si decise di raggiungere il primo villaggetto, parcheggiare e andare a piedi fino al secondo villaggetto, quello con la caffetteria!

Un grazioso monumento fatto di pietre segnalava l’inizio del percorso, e si prese il cammino.

Il trekking fra Arnastapi e Hellnar è breve, credo 2 o 3 km. Ma è meraviglioso. Sto abusando di questa parola, lo so, lo so. Ma era davvero bellissimo. Spiagge di lava nera sormontate da grotte di basalto si affacciavano su un mare agitato sovrastato da un cielo dalle mille sfumature. Anche l’altra volta, la cosa che mi aveva colpito di più dell’Islanda erano stati i cieli, specialmente nella zona dei fiordi. E poi prati scuri, torrenti impetuosi, grotte, uccelli. Rocce laviche ricoperte di muschio verde. Sullo sfondo, il ghiacciaio.

Insomma, per fare un percorso di 2 o 3 km ci abbiamo messo due ore.

Ma alla fine siamo arrivati alla caffetteria. Che era veramente deliziosa. Tutta in legno, con una minuscola terrazza sul mare che però a Ottobre non era decisamente un’opzione, e quindi ci siamo seduti dentro, a uno dei pochi tavolini con tovaglia a fiorellini disposti vicino al bancone in miniatura. E dopo poco ci sono arrivati un cestino di pane fatto in casa con un burro buonissimo (io ho un problema col pane e burro, se sia il pane che il burro sono buoni riesco a mangiarne quantità imbarazzanti in un tempo brevissimo), una zuppetta di pesce delicata e una quiche che sapeva di orto, tutta piena di verdure croccanti. Che bontà! E quanto ci voleva una pausa, a riposarsi e a riempirsi la pancia al calduccio osservando il mare mosso attraverso un vetro!

Siamo usciti, molto a malincuore, dalla caffetteria che erano quasi le 17, e mi è preso un po’ male al pensiero di dover di nuovo fare tutto il trekking per tornare alla macchina… ho seriamente considerato l’idea di chiedere un passaggio a qualcuno. Ma, indovino indovinello, in giro non c’era nessuno, tranne l’ostessa dagli occhi dell’azzurro più brillante che avessi mai visto. E così ci siamo avviati a piedi, e in realtà senza (troppe) pause “Oooh” abbiamo raggiunto l’inizio del percorso in meno di mezz’ora!

Si stava facendo buio. Con ancora un’ora scarsa di luce a disposizione, l’unica opzione fattibile era fermarsi, sulla via del ritorno, al villaggetto di Bùðir. Qua bisogna fare una precisazione. Sulla penisola di Snæfellsnes, e specialmente nella parte Sud che è pressoché disabitata, villaggio = 1 casa + 1 chiesa. Nel caso di Bùðir, villaggio = 1 albergo + 1 chiesa. Abbiamo quindi parcheggiato davanti all’albergo e ci siamo avviati a piedi verso la mini chiesetta di ebano nero.

Attaccato alla chiesetta c’era il cimitero, ossia un praticello con poche, sparute tombe. Abbiamo passeggiato fra le lapidi al calar del sole, e un gran senso di abbandono ci ha colto… eravamo sperduti nel mezzo del nulla, una lunga notte ci attendeva senz’altra compagnia nel raggio di km che non fosse quella reciproca, visto che gli elfi si ritirano presto… ci si sentiva veramente soli al mondo. Diciamo che ho un po’ capito, e lo dico senza alcuna ironia, come mai nei paesi nordici il tasso di suicidi è più alto.

Una cosa mi ha colpito delle tombe, e cioè l’età degli scomparsi: o vecchi, o bambini in fasce. Addirittura c’era una pietra eretta in memoria di due fratellini morti entrambi all’età di due mesi, a un anno di distanza. Dura doveva essere la vita in Islanda, non secoli, ma solo una cinquantina di anni fa!

Siamo tornati a casa un po’ tristolini, ma poi Bram ha avuto un’idea fantastica. Appena fuori dalla nostra stanza, nel prato, c’era una vasca con acqua a 40° e vista campagna islandese con oceano sullo sfondo. Se riuscivi a superare (faceva -5°) quei due metri che ti separavano dalla vasca senza morire, ad attenderti c’era il paradiso.

Ma. Ma venire da -5°, trovare la casa fredda e decidere deliberatamente di spogliarsi e uscire in costume è cosa facile per orso Bram, molto meno facile per piccina Francesca! E così, mentre orso si rilassava, faceva capriole e sorseggiava prosecco, piccina lo osservava dal salotto, attraverso il vetro, vestita di tutto punto con piumino, sciarpe e cappello, saltellando per scaldarsi.

Alla fine questa piccolina ha preso il coraggio a due mani, si è velocemente infilata il costume, è uscita al freddo e al gelo, ha smesso di respirare, ha spiccato una corsa, si è tuffata e ha raggiunto orso! E la sensazione dell’acqua caldissima sulla pelle gelida ha superato ogni aspettativa. E’ stato magnifico.

Tanto che piccina e orso non volevano più uscire! E quando sono usciti erano distrutti, ma così distrutti che si sono fatti una doccia, hanno velocemente mangiato qualcosa e sono andati in letargo fino alla mattina successiva.

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2 commenti leave one →
  1. novembre 21, 2012 2:32 pm

    La vicenda della forsefoca e’ esemplare dell ‘ansia da avvistamento animali’…
    In Argentina c’era una volpe a un metro di distanza e Lore insisteva dicendo che era un cane..Ora dico io, vabbe’ non essere scresciuti nella foresta ma la differenza tra una volpe e un cane si vedra’?Fosse anche per la coda..

  2. Anonimo permalink
    novembre 30, 2012 10:38 am

    Ohhhhhhhhhhhhhh che meravigliaaaaaaa
    lap lap
    Serena

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