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Vi porto in giro per Bruxelles (e alla fine vi deprimo un po’)

febbraio 8, 2016

Ho scritto dello stupido inizio di mattinata ma in realtà volevo scrivere del weekend.

Allora, Venerdì io e Bram ci siamo trovati a Ixelles dopo il lavoro. Abbiamo mangiato la pizza qui (buona) e poi siamo andati a Flagey per l’opening di Anima, il festival del cinema d’animazione. Il film d’apertura era “Robinson Crusoé” in 3D, realizzato da uno studio bruxellese.

Si parte con presentazione e intervista al team di produzione, tutto made in Belgium, metà in francese metà in olandese. Tutti super esaltati per questa piccola casa di produzione belga che pare sia la numero 1 al mondo per il 3D. Prima uscita in Belgio se non erro, emozione, il tizio incaricato del buget che dice “Noi potremmo fare quello che fa la Pixar coi soldi della Pixar, ma la Pixar non potrebbe mai fare quello che facciamo noi coi soldi che abbiamo noi!”. Viene quasi da commuoversi per questo Belgio piccolino che si dà tanto da fare, e ci riesce!

Parte il film, e il 3D non fa.

Ma siamo in Belgio, appunto. E quindi la gente protesta un po’ ma più che altro ride, e dopo un po’ il film viene interrotto e la presentatrice torna sul palco e spiega che non sanno cosa stia succedendo e che adesso faranno dei test. Dopo un po’ dice “OK, adesso si riprova”, tutti si risiedono, le luci si spengono e si sente un TONG! … Avevano fatto cadere la pellicola.

Ci sono voluti altri venti minuti di schermo nero a pallini rossi seguito da video educativo su come utilizzare gli occhiali 3D (primo step pulirli con la salvietta, che però a noi non hanno dato!) per recuperare la pellicola e far partire il film. Io e Bram ci siamo dovuti spostare 3 volte perché dai primi posti gli occhiali non funzionavano, dai secondi Bram non riusciva a leggere i sottotitoli (il film era in francese sottotitolato in olandese), i terzi finalmente OK!

Il film mi è piaciuto. Carino e divertente, quasi tutto ambientato su un’isola tropicale, quindi paesaggi seppure disegnati meravigliosi! Allegro, leggero, adatto ai bambini, un bel modo di spendere un paio d’ore senza pensare.

Siamo tornati a casa a piedi ed è stato bello.

Sabato pure è stato bello. Ci siamo svegliati e abbiamo fatto colazione con calma, poi siamo usciti insieme ma per giri diversi. Io ho sbrigato un po’ di commissioni pratiche e poi sono passata da KOK e PLP e ho finito col rimanere a pranzo. KOK ha preparato la pasta con i calamaretti e i pomodorini e poi una caprese buonissima! Così buona che dopo sono uscita per un altro paio di giretti e mi sono comprata una mozzarella di bufala per riprodurla.

Terminati i miei giretti sono tornata a casa e ho fatto un po’ di cosine pratiche tipo stendere lavatrici. Poi sono uscita di nuovo e ho raggiunto Bram da Piola Libri.

Piola Libri è la libreria italiana a Bruxelles, piccola e indipendente. Organizzano sempre un sacco di cose belle, e grazie a loro di recente abbiamo iniziato a scoprire la scena indie italiana di cui non sapevamo assolutamente niente! Un po’ di tempo fa eravamo stati al concerto di Wrongonyou, e Sabato sera è toccato a Thegiornalisti. Entrambi ci sono piaciuti un sacco!

A fine concerto siamo rientrati a casa e abbiamo cenato con un aperitivello sul divano (devo dire pure accettabilmente sano considerando che era un aperitivo!) guardando Pride. Pride è l’ennesimo film sullo sciopero dei minatori in UK, ma a differenza degli altri che ho visto questo racconta una storia vera: la storia di un gruppo di ragazzi e ragazze gay che decisero di raccogliere soldi a favore dei minatori e, non trovando nessun sindacato disposto ad accettarli (si parla del 1984, i diritti dei gay erano ancora un miraggio, anche in UK), andarono di persona a consegnarli in un paesino scozzese.
Mi è piaciuto molto, non so se posso definirlo il mio preferito fra i film sull’argomento perché se la gioca con Billy Elliot, ma mi è piaciuto proprio tanto. Sapevate che quando alla fine i diritti dei gay sono stati riconosciuti è stato proprio grazie al voto del sindacato dei minatori?

E venne Domenica. Domenica è stata una giornata super interessante. Ci siamo svegliati, abbiamo fatto colazione e poi abbiamo pensato di fare un giretto visto che c’era il sole. Volevamo fare un po’ di cose in casa ma abbiamo pensato, prima giretto poi quando il sole scende cose! L’idea era quella di rientrare presto e pranzare a casa, ma fra una cosa e l’altra quando siamo usciti erano quasi le 13.

Abbiamo deciso di fare i turisti a Bruxelles. Per Natale mio fratello Alessandro mi ha prestato a tempo indeterminato la Lonely Planet “Bruxelles itinerari d’autore”, che io avevo regalato a lui quando era venuto qui ma che in effetti fa più comodo a me che a lui al momento. Io adoro questa collana. Ho usato le loro guide in varie città e sempre mi hanno portato in posti magici. Ce ne sono varie e sono tutte diverse, perché a seconda degli autori i punti focali cambiano. Questa l’ho trovata parecchio incentrata sulla storia, per esempio. Abbiamo scelto l’itinerario “Marolles cuore ribelle”, vicino a casa nostra, e siamo partiti!

Credits per la parte di post che segue: Lonely Planet “Bruxelles itinerary d’autore”!

Dunque, abbiamo iniziato andando a piedi alla place Poelaert. Lungo la via ci siamo imbattuti in edifici interessanti

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e bei negozi mai visti prima. Siamo anche passati davanti all’Atelier des Tanneurs, un mercato bio a cui vado di tanto in tanto, ma ultimamente è diventato così popolare che c’era la coda per entrare :-O

Per arrivare alla place Poelaert da casa nostra si prende l’ascensore: quella giù nella foto è una piazzetta carina il cui nome non sono mai riuscita a scoprire, e quello in fondo è l’ascensore che porta su, in place Poelaert, davanti al Palais de Justice.

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Ed ecco la piazzetta giù vista da su:

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Allora, le Palais de Justice è sempre stato lì e io sempre l’ho visto e usato come punto di riferimento, e mai mi sono fatta domande su di esso. Dopo la passeggiata di ieri un po’ di cose le so.
Ad esempio so che è immenso. Per darvi un’idea, pare che il portico potrebbe contenere l’intera volta della cattedrale di Bruxelles.
So che non è finito. Per la sua costruzione nel 1860 fu indetto un bando, ma nessuno dei progetti presentati convinse la giuria. L’anno dopo l’incarico fu affidato a Joseph Poelaert, il vecchio architetto della città, la cui nomina non fu estranea alla sua appartenenza a una loggia massonica. Dopo un anno l’architetto presentò il progetto, che fu accolto con entusiasmo. Ma nel corso dei lavori non mostrò mai ai parlamentari i progetti completi e definitivi dell’edificio. I lavori proseguivano evolvendo di anno in anno secondo progetti che venivano continuamente modificati e senza la presentazione di preventivi dettagliati. Quando Poelaert morì l’opera era incompiuta. Il Palais de Justice era, ed è tuttora, una struttura in divenire, dentro e fuori.
So che contiene innumerevoli spazi invisibili: porte chiuse da chiavi sparite e mai aperte, stanze murate, sotterranei ancora inesplorati. Recentemente sono stati ritrovati, in una nicchia nascosta dietro a una falsa parete, i disegni dei sotterranei.
So che è zeppo di simboli massonici.
So che il salone principale si chiama “la sala dei passi perduti” (3600mq!).
So che 15000 abitanti de Les Marolles sono stati costretti a trasferirsi per far spazio al Palais, senza ricevere nessun indennizzo per le proprie abitazioni! Per vendetta, il giorno dell’inaugurazione l’hanno saccheggiato.

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Non ci siamo entrati, ma adesso che so un po’ di cose su di lui voglio decisamente visitarlo!

Ecco un po’ di foto di Bruxelles fatte dall’alto (dal Palais de Justice, giustappunto). La torre bianca che sembra fatta di pizzo e merletti è quella dell’Hôtel de Ville, nella Grand Place. La chiesa col tetto grigio è Notre-Dame de la Chapelle. Non se se riuscite a vederlo, ma nella seconda foto da dietro la chiesa fa capolino l’atomone!

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Siamo in alto, ed è qua che venivano eseguite le esecuzioni, perché tutti potessero vedere.

Girando intorno a le Palais siamo scesi nelle Marolles. Le loro storie sono indissolubilmente legate, adesso lo so.

Les Marolles per me è sempre e solo stato il quartiere carino, popolare certo, non chic, ma affascinante e vivace, in cui andare nel fine settimana per un giretto al mercatino delle pulci e magari un croque. Della sua storia non sapevo nulla. Si dice che la vecchia Bruxelles si trovi lì, e questo è quanto.
Ha un dialetto tutto suo, e ho scoperto durante questo giro che c’è una parola di uso comune che viene usata come insulto: “architekt”, architetto.

Girando intorno al Palais si passa da rue du Faucon dove un tempo stava la casa del boia (vicina al lavoro, comodo!). Da lì si scende in rue Haute. Niente è rimasto delle case del passato, o dei negozi o dei caffè, tuttavia delle cose che ci ricordano la storia ci sono. È in queste strade e in questi vicoli che nel 1969 si creò il primo comitato di cittadini contro le espulsioni ai loro danni. C’è una targa commemorativa, che ricorda la vittoria che gli abitanti del quartiere riportarono nella battaglia delle Marolles ai danni del ministero della giustizia in cerca di nuovi spazi da occupare, e c’è un “monumento ai viventi”, che raffigura cittadini intenti a bere e danzare:

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Abbiamo proseguito su rue Haute. Les Marolles era nella seconda metà del 1800 il ghetto proletario più grande di Bruxelles, e la rue Haute era l’unica arteria e la via commerciale di questa zona.

Dalla rue Haute si scende in place du Jeu de Balle (Vossenplein, piazza della Volpe, in olandese). Scendendo non per la mia via solita ma per quella indicata dalla guida siamo passati dalla citè Hellemans: le case popolari, costruite a Bruxelles all’inizio del secolo scorso per ospitare i cittadini più poveri, fino ad allora ammassati in isolati e vicoli ciechi insalubri. È un complesso di sette blocchi di edifici identici, separati da viali i cui nomi ricordano i mestieri esercitati in passato nel quartiere: via dei carpentieri, via dei bottai, via dei costruttori di sedie, via dei ricamatori, via degli orafi. Le case esistono ancora e ancora svolgono la loro funzione:

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Non sapevo che ci fossero delle case popolari letteralmente a un metro da place du Jeu de Balle. Sapevo che le Marolles era stato un quartiere povero, ma non avevo idea che lo fosse ancora.

Siamo scesi nella piazza, il mercato c’era ancora. Iniziavamo ad avere fame, e allora ci siamo fermati in uno dei baretti che circondano la piazza.

Il mercato visto dal bar (notare il cupolone del Palais de Justice che non lascia scampo, adesso che ho iniziato a notarlo lo vedo ovunque!):

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I nostri piatti, polpette in salsa di pomodoro con patate fritte per me e stoemp con salsicce per Bram, veramente non potrei immaginare niente di più belga:

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Abbiamo mangiato molto bene. Le polpettine in particolare erano piccole e deliziose e la salsa molto buona (di solito ti lanciano due polpettone in una salsa acidella). Chi l’avrebbe mai detto! Unico neo, io ero uscita di casa subito dopo essermi lavata i capelli e me li dovrò rilavare perché siamo usciti di lì che puzzavamo peggio di una friggitoria! Schifo!! La prossima volta ci vado in tuta e coi capelli sporchi.

Siamo andati avanti col giro della piazza. Il mercato volgeva al termine.

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Abbiamo passato l’Église Notre-Dame-de-l’Immaculée-Conception, che nessuno chiama così (è nota come Église des Capucins) e sul cui sagrato la prima Domenica di Ottobre si benedicono gli animali, peluches inclusi. Era aperta e siamo entrati. Fra le cose che mi hanno colpito, una statua di Sant’Antonio da Padova circondata da ex-voto, alcuni in francese altri in olandese. I ringraziamenti erano di ogni tipo, da quelli per avvenuta guarigione a quelli per lavoro trovato.

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Fuori di nuovo, in un angolo abbiamo scorto la piscina de Les Marolles, di cui avevo sentito parlare. Ci siamo avvicinati per curiosare e ci siamo resi conto che non è solo una piscina ma anche, tuttora, un bagno comune.

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Dall’altro lato della piazza l’ex caserma dei pompieri è stata trasformata in un ristorante.

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Abbiamo preso rue de Renard e da lì siamo risaliti in rue Haute. Al numero 130 la casa di Pieter Bruegel, un pittore belga che ha vissuto lì dal 1562 al 1569:

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In questa parte di Marolles si è svolta nel 1989 l’operazione Matelas, lanciata dagli abitanti per protestare contro le massicce espulsioni. Per due mesi rue de la Samaritaine, che confina col ricco quartiere di Sablon, venne ricoperta di materassi. 20 anni dopo la battaglia delle Marolles, di nuovo una lotta per migliori condizioni di vita e per evitare che gli abitanti di questa parte del quartiere fossero cacciati senza curarsi del loro futuro. Dopo un lungo braccio di ferro la maggior parte di essi fu accolta in nuovi alloggi.

E ora che ci penso, le Marolles ha dovuto affrontare un’altra battaglia, per evitare che place du Jeu de Balle venisse trasformata in un parcheggio, e di nuovo ha vinto. Sapete quando è successo questo? Nel 2015.

Da lì siamo saliti verso rue de Minimes, percorrendo alcune delle stradine che collegano le due strade. In rue des Chandeliers ci siamo imbattuti in una serie di dipinti di personaggi celebri che hanno vissuto in questa parte delle Marolles, disegnati dai bambini del Comité de la Samaritaine. Ecco come hanno visto il suonatore di armonica Toots Thielemans:

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Da rue de Minimes si vede bene la passerella che collega place Poelaert all’ascensore.

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A questo punto della giornata una strana sensazione mi ha avvolto. Iniziava a fare buio e tutti i segni di povertà, povertà vera e attuale, visti in giro per un quartiere che pensavo di conoscere e invece chiaramente no, mi avevano colpito un sacco. Una volta preso atto della situazione avevo aperto gli occhi e avevo inizato a rendermi conto dell’enorme quantità di strutture sociali presenti in un quartiere alla fine così piccolo, non ne avevo mai viste così tante tutte insieme. I disegni della Lonely Planet hanno contribuito a portarmi indietro nel tempo e farmi sentire in un romanzo di Victor Hugo. Guardate, guardate il disegno e ditemi se non ci vedete il Palais de Justice che opprime un quartiere buio e miserabile, di vicoli infami e ratti nelle strade?

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L’ingresso nell’Église Saint-Jean et Etienne, un’altra che nessuno chiama col suo nome (è nota semplicemente come Église des Minimes) è stato un’altra sopresa.

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Sapete perché io conosco quella chiesa? Perché ci fanno dei concerti, ecco perché la conosco. E quasi me la aspettavo sconsacrata.
È al contrario sede di una comunità viva e unita.
C’era l’adorazione in corso. Sapete cos’è l’adorazione? Io non lo sapevo, l’ho scoperto a Bruxelles. Nel caso in questione, si trattava di 40 ore consecutive di preghiera. Doveva esserci sempre qualcuno, e c’era un foglio su cui i parrocchiani avevano scritto in quali ore ci sarebbero stati. I turni erano divisi in ore, due persone ogni ora: dalle 21 alle 22, 22-23, 23-00, 00-01, 01-02, e così via, per 40 ore senza sosta. C’erano due fogli, uno con le intenzioni comunitarie della parrocchia, uno bianco su cui i parrocchiano potevano aggiungere le proprie intenzioni. Una in particolare mi ha colpito: “Per la famiglia di Sina…, percossa dall’incendio”.

Abbiamo ripreso la via di casa senza finire l’itinerario, lo finiremo un altro giorno. C’era il sole, ma tirava un vento freddo e a fine giornata eravamo stanchi e congelati.

Se prima mi sentivo trasportata in un’altra era, immaginate dopo la visita della chiesa. Diciamo che mi sono presi dei pensieri un po’ cupi ecco. All’inizio il tuffo nel passato mi ha fatto semplicemente sentire parte dell’umanità, l’umanità intesa come intero, come un continuo flusso di persone nel tempo. Poi però, vedendo le cose in maniera così universale, ho iniziato a pensare che la vita non abbia senso, perché siamo un puntino minuscolo nella storia e non contiamo niente, e non importa se abbiamo avuto una vita bella o brutta e se siamo stati cattivi o buoni, prima o poi moriremo tutti e ciò che abbiamo vissuto non ha alcuna importanza perché tanto dopo non c’è niente.
Ancora adesso un po’ ce l’ho questa sensazione addosso e la realtà è che sotto sotto lo penso davvero che le cose stiano così, ma cerco di ascoltare musica e fare altro perché è così che si sopravvive alla vita pur sapendo di dover un giorno morire, altro modo non c’è.

Allegria! Rientrati a casa abbiamo fatto un po’ di cosette fra cui una pastasciuttella al volo e poi siamo tornati a Flagey per un altro film, con l’autobus stavolta perché eravamo stanchi. Abbiamo visto “Anomalisa”, non male ma decisamente non allegro!

Oggi però guardavo il programma di un po’ di cosine da fare a Bruxelles e ho scoperto l’album “Antico Adagio” di Lino Capra Vaccina, e questa è una di quelle cose per cui vale la pena di vivere. Peccato suoni a Bruxelles quando non ci sono!

Comunque secondo me io devo diventare buddista, non c’è altra soluzione. :-)

Ah in tutto questo volevo dirvi che sono vittima della maledizione del Palais de Justice! Ho cancellato 10 volte una sua foto e continua a riapparire! È perché l’anno scorso non ne ho fatto la visita guidata danzata (non scherzo, c’era), lo so, lo so!

2 commenti leave one →
  1. febbraio 9, 2016 8:06 am

    WOW Che mega post turistico ma non turistico! Anche noi a volte facciamo giri alla scoperta della città di Milano che conosco bene assai ma alla fine riserva sorprese ed è bellissimo. bacione

  2. febbraio 9, 2016 12:16 pm

    sandra non sai quanto mi fa piacere che tu legga i miei pipponi!

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