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Islanda day 3. Nella grotta di lava.

ottobre 30, 2016

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Oggi siamo andati a esplorare una caverna. Un’esperienza surreale! Come ve la spiego?

Dunque, intanto forse più che una caverna era una grotta. Di lava? Di certo ripiena di massoni di lava.

Raufarhólshellir, si chiama.

Buia buia buia. Nera nera nera. Infatti non ho fatto foto.

Luis e Edite avevano i caschi con la lucetta, io e Bram no. Non potevamo quindi fare nemmeno mezzo passo se loro non ci illuminavano la via.

Non potevamo camminare perché oltre a essere buio pesto non c’erano sentieri, c’erano solo roccioni. Immaginatevi di prendere un camion pieno di roccioni e buttarli in una buca a casaccio. Ecco il risultato era quello. A tratti c’era da arrampicarsi, a tratti da lasciarsi scivolare, a tratti da tirarsi su con le braccia, con uno scatto delle anche, con le mani anche, parecchi pezzi li ho fatti con le mani (ma di più col sedere, con quella che è stata definita butt technique!).

Oltre ad essere bello è stata un’esperienza fisica fortissima. Mi sono trovata a usare il mio corpo, semplicemente per camminare, in maniera completamente diversa dal solito. Ad acuire i sensi, a buttarmi in avanti senza paura per atterrare con le mani sulla parete di lava più vicina, a diventare fluida, non scatti ma movimenti armoniosi, una gamba in alto e l’altra che la raggiunge con un delicato giro intorno al masso, e il corpo che magicamente si riallinea.

Mi ha ricordato tanto tessuti. Mi sono resa conto oggi che quei 4 anni non sono stati buttati. Ma la magia è che i movimenti che all’epoca riuscivo a fare con sforzo evidente oggi sembravano senza peso. Questo è quello che dà bellezza alla performance, la mia di oggi di certo non era una performance (al massimo di culo!), ma leggera mi sentivo.

L’escursione è stata bella, è stata umida, è stata bagnata, è stata a tratti troppo calda e a tratti fredda, e non ho mai pensato “Ma chi me l’ha fatto fare?” ma qualche volta ho pensato che sarebbe stato bello avere un po’ di luce.

Ma poi, arrivati al centro della cavità principale, ho avuto il mio premio. Avevamo spento le lucine dei caschi per fermarci un attimo a riposare e Edite, che viene da una famiglia di cantanti e ha una voce bellissima, si è messa a cantare delle ninna nanne lettoni. Al buio, nel silenzio più totale, l’unico rumore era quello delle gocce che ogni tanto cadevano. Come avere il nostro concerto privato. Un’esperienza incredibile, bellissima e surreale, che mi ha ripagato di tutta la fatica.

Quando siamo usciti da quel mare di lava c’era un poco di sole.

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Ma anche tanto, tantissimo vento. Infreddoliti e un po’ bagnati (nonostante la giacca e i pantaloni impermeabili), ci siamo rifocillati con una zuppa di pesce in un ristorante sul mare. Eravamo gli unici ospiti e dalla finestra vedevamo le onde, enormi, e un’erba sbattuta dal vento che in tempi di carestia si usava per fare il pane .

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Adesso è sera e siamo a casa, casa di Edite e Luis intendo. Docciati e scaldati, io leggo e rileggo i quotidiani e non riesco a pensare che c’è una parte d’Italia che non esiste più.

One Comment leave one →
  1. violaemi permalink
    ottobre 31, 2016 11:35 am

    Chissà se un giorno farò quell’esperienza della grotta.

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