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Vietnam. Ultimo giorno a Saigon e qualcosa di me.

gennaio 18, 2017

Altre 4 ore di autobus. Spero di riuscire a buttare giù un po’ di pensieri senza vomitare!

Allora, dal delta del fiume Mekong siamo tornati a Saigon, ed è di Saigon che vorrei scrivere.

La Lonely Planet la introduce così:

HCMC doesn’t inspire neutrality. You’ll either be drawn into its thrilling vortex and hypnotised by the perpetual whir of its orbiting motorbikes, or you’ll find the whole experience overwhelming.

Per Bram si è verificata immediatamente la prima situazione. Per me la seconda.

Ma poi.

Ma poi!

Non so neanch’io bene come, ma poi di Saigon mi sono innamorata.

Ho cominciato a vivermela in modo diverso.

Se lo scopo è vedere determinate cose e le strade trafficate sono solo un mezzo per andare da un posto all’altro è un incubo.

Ma se invece ci si lascia trasportare è una meraviglia.

Di Saigon ho amato anzitutto le persone. Così gentili, accoglienti, amichevoli, sorridenti!

Ho amato tantissimo il modo in cui una gran parte della vita comunitaria si svolge all’aperto. Per strada, nei templi, nei parchi.
Quando dalle strade volevo passare mi sono arrabbiata. Quando per strada mi sono seduta con una birra in mano a guardare la vita svolgersi intorno mi si è aperto un mondo e non sarei più venuta via.
Fra i momenti più belli che ricordo ci sono quelli seduti su uno scalino in un parco a guardare i bambini giocare, gli studenti danzare, gli adulti esercitarsi.
Ho adorato i templi. Oasi di pace in una città la cui colonna sonora è il traffico dei motorini, luoghi non solo di culto ma anche di aggregazione.

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Il cibo. Il cibo disponibile sempre e ovunque, la varietà incredibile, la freschezza, il gusto delizioso. Sotto un paio delle nostre ultime scoperte.

Cracker di riso e sesamo con zuppetta di arselle (arselle!!!) saltate con aglio e peperoncino:

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Sfoglie di carta di riso da riempire con verdure, maiale e salsine varie, arrotolare e mangiare:

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Spinaci saltati con zenzero ed altre meraviglie:

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Banane caramellate in budino di cocco e tapioca con semi di sesamo:

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Attraversare la strada alla fine è diventato un piacere. Ci credereste? Un gioco, una sfida.

La gente che dorme ovunque. Questo l’avevo già visto in Cina. Ho sonno? Dormo!

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Aver studiato la lingua alla fine, incredibile ma vero, mi è servito. Sono felicissima di averlo fatto.
Conoscere la grammatica di base mi ha permesso di creare, anche conoscendo solo un sostantivo e un verbo, delle frasine semplicissime.
Il poter parlare un poco mi ha attirato le simpatie di un sacco di persone, che da solo sorridenti (che già non è poco!) sono passate a super amichevoli ed entusiaste!
In poche, pochissime occasioni è persino servito a fini pratici! Tipo quando l’autobus stava per partire senza Bram e presa dal panico io ho urlato bạn trai tôi! (il mio fidanzato!), e l’autista ha capito e si è fermato! ^^

L’ultimo giorno a Saigon pioveva. Io e Bram abbiamo passato la mattinata a programmare le tappe successive. La prima è stata scelta sulla base delle previsioni del tempo: Dalat, una zona di montagne e cascate di cui scriverò nel prossimo post. Avremmo preso l’autobus notturno a mezzanotte, avevamo dunque tutto il pomeriggio davanti.

Siamo usciti. Io indossavo un vestitino e delle infradito. La pioggia aveva lasciato come ricordo un fango leggero che schizzando si attaccava alle mie gambe nude e le faceva bruciare.

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Abbiamo raccattato un pranzo al volo e poi abbiamo deciso di visitare il museo di medicina tradizionale.

[Questo è il viaggio in pullman più tremendo della vacanza. Sto scrivendo a pezzi e bocconi perché io, e metà del pullman, abbiamo tutti la nausea!]

Il museo non era proprio dietro l’angolo e avrebbe chiuso a breve.
Abbiamo provato a prendere uno xe ôm (motocicletta taxi) per far prima, ma qualcosa è andato storto nella contrattazione. Prima si sono consultati tutti per capire dove volessimo andare (pare che il museo di medicina tradizionale non sia esattamente la meta turistica più gettonata!). Poi ci hanno sparato un prezzo altissimo. Io e Bram abbiamo detto không (no)  e abbiamo rilanciato con un prezzo più basso. Loro hanno scosso la testa e la contrattazione è finita lì. Boh!
Alla fine al museo ci siamo andati a piedi, ma ci siamo arrivati che stava per chiudere. Gentilmente ci hanno permesso di entrare gratis per dare almeno un’occhiata. Ne è valsa la pena se non altro per la bellezza dell’edificio.

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Siamo usciti che erano le 17, l’autobus era a mezzanotte e io ero ben decisa a realizzare il programma che l’acquisto del telefono mi aveva precedentemente impedito di realizzare: massaggio e cena indiana (ero curiosa di assaggiare la cucina indiana in Asia)! Ci sediamo a un caffè e sfruttando la wifi iniziamo a cercare un posto dove andare per il massaggio.

Bram fa diligentemente i compiti, io invece mi perdo.

Perché mi imbatto per caso nella testimonianza di una ragazza che in uno dei saloni di quella che io e Bram abbiamo soprannominato party street ci lavora. Ed è abbastanza agghiacciante.
Racconta di essere venuta dalla campagna per lavorare lì ed aiutare i genitori, di essere sottopagata e sfruttata, di detestare il suo lavoro ma di doverlo fare per aiutare la sua famiglia, di aver difficoltà a trovare un compagno perché nella mentalità locale massaggiatrice equivale a prostituta.
Da lì inizio a leggere articoli sull’argomento e scopro che a volte queste ragazze non sono neanche pagate, che vivono di mance, e che una mancia standard si aggira intorno al 100% del prezzo del massaggio.

Ora non è che io sia proprio cascata dal pero, che qualcosa di strano nei business dei massaggi a prezzi stracciati ci fosse lo sapevo e dell’happy ending pure, però avevo dell’intera situazione un’idea un po’ vaga che leggere mi ha aiutato a chiarire parecchio.
Se da un lato di questo sono stata contenta perché la conoscenza di realtà locali lontane dalla mia era esattamente quello che cercavo in questo viaggio, dall’altro mi sono sentita terribilmente in colpa perché A) la prima sera eravamo andati a farci fare un massaggio, e B) avevamo lasciato solo il 25% di mancia.

Cosa è meglio? Non andare per non dare il proprio contributo a un sistema che di fatto è di sfruttamento o andare perché tanto il sistema è comunque in piedi e lasciare una mancia dignitosa per aiutare le ragazze?

Alla fine siamo andati, ma siamo andati in un posto che aveva prezzi europei e che sembrava per bene.

Poi abbiamo preparato un bigliettino con dentro dei soldi e fuori scritto, in vietnamita (ci ho messo un’ora!) “Qualche giorno fa siamo venuti qui a farci un massaggio, ci siamo resi conto di aver lasciato una mancia troppo piccola, siamo qui per rimediare, vogliate scusarci e buon Tết” (il capodanno vietnamita, che si festeggia la prossima settimana).
Poi abbiamo fatto un Piano, e cioè che Bram sarebbe rimasto fuori a distrarre l’imbonitore mentre io sarei sgattaiolata dentro, avrei trovato la ragazza, le avrei mollato in mano il bigliettino e sarei scappata.
Poi siamo andati a prelevare perché avevamo messo tutti i soldi nel bigliettino e non ne avevamo più per comprare i biglietti dell’autobus.
Poi siamo andati al posto del primo massaggio e l’abbiamo trovato chiuso.

Fine della storia.
Mi sa che in futuro i massaggi qua li lascio stare e casomai li faccio a Bruxelles, dove pago di più ma almeno sono relativamente sicura che le condizioni di lavoro siano dignitose.

Mi ha fatto strano scrivere Bruxelles. Mi ha riportato a una realtà che in questo momento sento così lontana..!
Una cosa che volevo raccontarvi è che mi è capitato già un bel po’ di volte di vedere un assembramento di folla, un camion, una valigia abbandonata, e di sussultare istintivamente prima di ricordarmi dove sono e rilassarmi di nuovo.

Di un’ultima cosa volevo parlare in questo post fiume, ed è di come sto affrontando il viaggio io rispetto a come lo sta affrontando Bram.

Viola Emi ha scritto in un commento, adesso non ho accesso al blog quindi non posso ritrovarlo, di essere stupita dal fatto che Bram sia più avventuroso di me per quanto riguarda il cibo.
In realtà è proprio così, e non solo per quanto riguarda il cibo.

Io sono una gallina spaventata. Io sono tradizionalista, conservatrice ed estremamente restia ai cambiamenti. Perché pensate che mi sia vissuta così male il periodo che ha preceduto la partenza? Perché credete che fossi quasi contenta quando ci hanno cancellato l’aereo? Evviva, altri due giorni nel mondo che conosco!

Non lo sapevo mica di essere così. Non mi sono mai vista così. L’ho scoperto quando me l’ha fatto notare Serena, in maniera gentile, per spiegarmi perché affrontassi in un certo modo non mi ricordo quale situazione che stavo affrontando in un modo che non capivo.
Da quando me l’ha fatto notare lo so, e se da un lato non mi piace essere così dall’altro penso sia meglio esserlo e saperlo che esserlo e non saperlo. Quantomeno mi capisco meglio.

E provo a forzarmi, anche. A costringermi a ordinare cose diverse al ristorante correndo il rischio che non mi piacciano, ad assaggiare cibo nuovo (non tutto!!), a vivere esperienze che di mio non vivrei.

Che impatto ha questo sul viaggio? Ce l’ha. Perché io mi innamoro dei posti e poi non li voglio più mollare. Non vi dico quanto ha dovuto penare Bram per convincermi a venire via da Saigon.

Dalat non mi ha convinto, e quindi via, avanti che si va.
E si continua.
Fino al prossimo innamoramento!

INFO

L’hotel in cui siamo stati a Saigon (Hồ Chí Minh) si chiama LeBlanc Saigon. Nel distretto 3, un posto delizioso che raccomando caldamente. Tante info utili le abbiamo trovate sui blog Legal Nomads e Migrationology.

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5 commenti leave one →
  1. gennaio 18, 2017 1:17 pm

    Mi sento davvero come se avessi costruito un posticino nel tuo zaino e fossi lì con te, grazie per questi racconti così emozionanti.

  2. Stefy permalink
    gennaio 18, 2017 3:25 pm

    Anche io ti facevo moooolto avventurosa! Impressione sbagliata a quanto pare :) Comunque è bellissimo leggere i tuoi racconti. Nelle pause in ufficio mi collego sempre al tuo blog sperando di trovare un nuovo post!

  3. Anonimo permalink
    gennaio 18, 2017 5:25 pm

    Sai, forse semplicemente tu sei più insicura e Bram no. Non l’avrei mai detto. Eppure poi sei la prima ad essere felice di tutto ciò che vedi . Ciao divertiti. Nilde

  4. gennaio 19, 2017 2:22 am

    Oh ma grazie a tutti per i commenti!
    Che vi devo dire, neanch’io mi vedevo così, ma ho scoperto di esserlo. Non che mi piaccia ma così è. E forse è insicurezza, sì!
    Un po’ probabilmente è anche una questione di aspettative. Io un viaggio così lungo me lo aspettavo anche calmo e rilassato, invece alla fine non lo è perché ci sono troppe cose che vogliamo vedere.
    Solo che non le abbiamo organizzate, e sul fatto di ritrovarmi stasera a non sapere dove andrò domani Bram è super calmo e rilassato, io invece no. Non perché ho paura di non sapere dove dormire, ma perché ho paura di ritrovarmi in un posto che non mi piace.
    Anche se fino ad ora ho visto tante cose belle, e sì, alla fine sono la prima ad essere felice di quello che vede!!
    Poi non dimenticatevi che sono estrema. O sono super felice o sono super triste, non riesco ad avere vie di mezzo. Capirete quindi quando è alto il rischio che se mi trovo in un posto che non mi piace io mi imbizzarrisca!
    Mi devo rilassare, lo so, lo so. Datemi tempo, il viaggio è appena cominciato!
    ^^

  5. cenere permalink
    gennaio 19, 2017 5:41 am

    Che bello! La storia del bigliettino per il centro massaggi mi ha fatto proprio ridere

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