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Il post che non avevo ancora scritto: le donne K’Ho

febbraio 13, 2017

Vi avevo promesso il racconto della visita al villaggio di una minoranza etnica. Ne avevo accennato ma non ne avevo ancora scritto. Questo dovrebbe essere l’ultimo post sul Vietnam. La minoranza sono i K’Ho.

Eravamo in quattro più la guida. La presenza della guida era in questo caso fondamentale. Trattavasi di un signore nato in una numerosa e poverissima famiglia K’Ho e che a 11 anni ha avuto la fortuna di essere adottato da una famiglia vietnamita. Non ha dimenticato le sue origini e al momento parla entrambe le lingue, più l’inglese che ha avuto la possibilità di studiare. Senza di lui la visita non sarebbe stata possibile.

I K’Ho vivono in vari villaggi. In quello che abbiamo visitato la nostra guida non era mai stata. Ci guardavano, di conseguenza, tutti con estremo sospetto. Perché i villaggi dei K’Ho non sono esattamente vittima del turismo di massa!

Abbiamo raggiunto il villaggio verso le 17.

In giro abbiamo visto solo: donne, bambini, galline e, con mia grande delizia, porcelli e porcellini, che giravano per il villaggio come da noi cani e gatti! I bambini ci salutavano, le donne si limitavano a lanciarci occhiate diffidenti.

Quello che la nostra guida cercava era una casa che ci invitasse ad entrare. Non facile.

Ha attaccato bottone con una donna, questa ha sgranato gli occhi quando ha sentito che parlava la sua lingua, poi gli ha detto che potevamo visitare la sua casa.

Si è avviata per farci strada, ma continuava a girarsi per guardarci, intimorita. Ha fatto una domanda alla nostra guida, lui ha tradotto. La domanda era: “Perché gli americani mi stanno seguendo?”.
Inutile provare a spiegarle: Italia, Olanda, sono parole che per lei non hanno senso. Per quanto ne sa lei, o sei un vietnamita o sei un americano. Alla fine siamo stati venduti come “gente di città in vacanza”. Si era innervosita, però, e a casa sua non voleva più andare.

Ci ha portato allora a casa della zia, una donna che avrà avuto una sessantina d’anni, ma chi lo sa. Ci ha squadrato e poi, senza sorridere, ci ha fatto entrare in casa. La nipote è venuta con noi.

La casa era una stanza, buia. Dentro c’era di tutto. Quella stanza era salotto, cucina, camera da letto (per terra), pollaio, e spero non anche bagno ma non lo so. Ci siamo seduti per terra e la guida ha iniziato a spiegare a loro chi fosse e perché parlasse la lingua, e a noi un po’ di cose sulla vita nel villaggio.

Piano piano altre donne hanno iniziato ad arrivare. Si fermavano sulla porta, incuriosite, e ci osservavano cupe, senza parlare se non interrogate. Se interrogate parlavano tutte insieme, urlando, cosa che all’inizio ci ha spaventato un po’. Quando poi ci siamo resi conto che era semplicemente il loro modo di esprimersi abbiamo iniziato a trovare la cosa esilarante, e trattenere le risate ogni volta che partiva il coro di urli non è stato facile!

Piano piano, piano piano, si sono sciolte. Ci hanno fatto vedere come un batuffolo raccolto dall’albero del cotone diventi filo, come il filo diventi trama. Vederle lavorare al telaio, sedute per terra con i polli nella stanza buia, è stato magico.

Alle 18 all’improvviso, senza che nessuno l’avesse toccata, si è accesa una lampadina. Un attimo di perplessità e poi ho capito: l’energia è regolata dal governo.

Una volta presa un poco di confidenza (e dopo aver chiesto un altro paio di volte “Perché gli americani sono in casa mia?”) ci hanno fatto vedere i loro tesori più preziosi. Delle anticaglie.

Nel villaggio funziona così: le mogli comprano i mariti, e pagano in anticaglie. Tipo vasi antichi, o monili. Sono sempre le stesse, da anni passano da una casa all’altra nel villaggio. Lo sposo va a vivere con la famiglia della sposa. Le mamme di maschi sono dunque ricche ma sole; al contrario, le mamme delle femmine hanno famiglie numerose ma povere. Povere di anticaglie, s’intende!

Al di là delle anticaglie, la povertà c’era e si vedeva parecchio bene. A detta della guida è in parte voluta: ci ha raccontato che non hanno il senso del risparmio, che non appena hanno qualche soldo lo spendono.

Prese dall’entusiasmo hanno voluto farci assaggiare i prodotti locali. Una roba mostruosa che io ho solo fatto finta di assaggiare (si è rivelata topo con zenzero e lemongrass) e dell’alcool fatto in casa, bevuto da tutti (tutti tranne, indovinate..?) tramite la stessa cannuccia.

Abbiamo poi cantato. Una delle due ragazze che erano con noi è stata invitata a cantare una canzone. Era tedesca, e non sapendo bene cosa cantare ha optato per una canzone natalizia, Silent Night mi pare, cantata in tedesco. Le donne le sono andate dietro, nel loro idioma! Perché i colonizzatori hanno lavorato così bene che mentre nella maggior parte del Vietnam costiero abbiamo trovato templi buddisti, nella parte interna prevale il cristianesimo. Ed essendo una canzone religiosa la conoscevano!

Poi hanno cantato loro.

E poi è venuto il momento di andare, e non volevano più lasciarci partire: hanno decretato (urlando, ovviamente) che fuori era buio, e che dovevamo per forza rimanere lì, a dormire per terra con loro!

Non ci siamo rimasti, anche se a tutti tranne una (indovinate chi..?) sarebbe piaciuto.
Ma l’esperienza è stata incredibile.
Scrivendone l’ho rivissuta, e la porterò per sempre nel cuore.
Grazie donne K’Ho, per averci accolto ed averci regalato un pomeriggio di meraviglia e stupore!

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2 commenti leave one →
  1. cenere permalink
    febbraio 13, 2017 8:38 am

    bellissimo, ma… gli uomini? dov’erano? venduti per comprare anticaglie? scappati per via delle urla femminili?

  2. febbraio 13, 2017 8:42 am

    Credo al lavoro nei campi di caffè!

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