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Nong Khiaw (back To Laos!)

marzo 24, 2017

Come potete vedere dalle date questo post è stato scritto nell’arco di quasi un mese. Per facilitarne la lettura ve lo divido in giorni. Si torna in Laos, a Nong Khiaw per la precisione.

GIORNO 1

Scrivo dall’autobus da Nong Khiaw, nel Nord del Laos, a Luang Prabang. Sono le 8:30 di Sabato 25 Febbraio. L’autobus sarebbe dovuto partire alle 9, ma abbiamo capito che qua funziona così: quando l’autobus è pieno (e per pieno intendo: PIENO!) parte. Chi c’è c’è, chi ha comprato il biglietto ma non si è presentato sufficientemente in anticipo non c’è!

Devo ancora scrivere di Luang Prabang, ma visto che ci stiamo tornando scrivo ora di Nong Khiaw che ce l’ho fresco e riesco a scriverne anche senza dover riguardare le foto (che non ho, ce le ha Bram) e di Luang Prabang scriverò poi.

Nong Khiaw è un po’ il gateway (suggerire parola italiana please, non mi viene in mente) per le montagne del Nord. Le montagne ci sono già qui, ma per andare veramente nel profondo Nord bisogna proseguire. Questa era la nostra idea iniziale, la voglia di montagne mi era rimasta dal Vietnam, ma alla fine non l’abbiamo fatto.

Siamo arrivati a Nong Khiaw Lunedì verso l’ora di pranzo, dopo tre ore di autobus a rotelle su pietroni – o almeno, la sensazione era questa, bump bump bump! Volevo comporre sonetti e scrivere poemi sull’autobus, non sono riuscita a fare niente di tutto ciò perché ero troppo impegnata a cercare di non gomitare.

La sera prima avevamo cercato una sistemazione su Booking. Nessuna ci aveva convinto (cioè una sì ma era carissima) e varie recensioni dicevano che il prezzo che si paga sul posto è più basso di quello che si paga se si prenota in anticipo, così abbiamo deciso di non prenotare niente e tentare la sorte.

Arriviamo e fa un caldo assurdo, saranno stati 40 gradi. Ci avviamo con valigie e zaini sotto al sole rovente e ogni volta che vediamo una guesthouse ci fermiamo, uno sta con le valigie l’altro va a chiedere informazioni.
La prima ha posto ma è cara, 50 dollari a notte.
La seconda è quella bellissima, è ancora più cara (68) e comunque non ha posto.
La terza è jackpot. Un piccolo bungalow con piccolo bagno. Lenzuola pulite. Minuscolo terrazzino con un tavolino, due sedie e un’amaca. Vista fiume e montagne. 8 dollari a notte. Lo prendiamo!

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Molliamo le valigie e usciamo a cercare qualcosa da mangiare. Ci fermiamo al Coco, un posto bellissimo sul fiume, e Bram prende la tipica insalata laotiana (carne e verdure, speziata) e io un curry. Il tutto è accompagnato da succhi freschi preparati sul momento, io prendo quello d’ananas ed è delizioso!

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Il pomeriggio trascorre in giro, alla scoperta del paesino che invero molto piccolo è. Una sola strada è asfaltata, le altre sono fatte di polvere. Intorno si possono fare vari trekking ma per quasi tutti serve una guida; facciamo un giro delle agenzie turistiche nel tentativo di farci un’idea delle possibilità e decidere cosa fare.

L’esperienza è pessima. Tutti gli agenti, tranne uno che dorme, ci sputano addosso una lista predefinita di itinerari standard senza ascoltarci e senza spiegarci nulla. Non ci capiamo niente. L’unica cosa chiara è il prezzo (sui 50 dollari a testa!!) e il fatto che al di fuori del sentiero tracciato non si va.

In più gli agenti sono tutti schizzati, sembrava che avessero fumato o sniffato chissà che! Faceva eccezione quello che dormiva il quale, appunto, dormiva, e nel sonno rispondeva di sì a tutte le domande. Abbiamo avuto la seguente conversazione:
Io: “Ehm, senti, scusa, ti devo fare una domanda un po’ imbarazzante. Perdonami, te lo dico in anticipo, ma, sai, ho avuto una brutta esperienza a Luang Prabang… Siamo stati in un ostello e c’erano i bedbugs, ecco, hai presente i bedbugs?”
Tizio: “Sì.”
Io: “OK. Ecco, quindi ti volevo chiedere, tutti questi trekking di vari giorni con pernottamento nei villaggi delle minoranze sembrano bellissimi, ma, senza voler insinuare niente ma solo per via dell’esperienza precedente, insomma… Ci saranno bedbugs??”
Tizio: “Sì.”
Io presa alla sprovvista: “Oh!! Ma… Sul serio? Di sicuro?”
Tizio: “Sì.”
Io che a quel punto avevo mangiato la foglia: “Garantiti?”
“Sì.”
“Me lo prometti?”
“Sì.”
Insomma siamo tornati indietro più confusi di quando eravamo usciti!

La serata è stata OK, massaggio pessimo in un posto consigliato dalla LP (massaggerei meglio io, e io non ho idea di come si massaggi!!) seguito da cena indiana abbastanza buona. La nottata invece è stata pulp!

Val la pena spendere due parole sul bungalow che ci ospitava: bellino era bellino, ma era anche basic che più basic non si può. La peculariatà più rappresentativa era, direi, il lavandino del bagno: l’acqua usciva dal rubinetto, si infilava nell’apposito buco e da lì finiva direttamente sui piedi del malcapitato che si stava lavando le mani (o i piedi). Due estremità pulite al tempo stesso! Attenzione, non era un difetto di fabbricazione, era proprio fatto così!
C’erano poi altre simpatiche caratteristiche, tipo il bagno che grazie al suddetto ingegnoso sistema di scolo non si asciugava mai e poi puzzava di cane bagnato e allora ogni volta che uscivamo dovevamo lasciare l’unica finestra spalancata per farlo seccare (per fortuna aveva le grate), e i topi nel muro.

I topi nel muro funzionavano così: c’erano vari bungalow, uno accanto all’altro, separati da sottili pareti di bambù cave all’interno. La prima sera ho visto Bram che si avvicinava alla parete e tendeva l’orecchio. Quando, allarmata, gli ho chiesto che cosa stesse succedendo, mi ha tranquillamente risposto “Credo che ci siano dei topi”.

Stolto! Stolto! Ho passato la nottata a svegliarlo a intervalli regolari e obbligarlo ad accendere la luce e salire in piedi sul letto e fare balletti cantando per rendere i topi consapevoli della nostra presenza e dissuaderli dall’entrare in camera e camminare su di ME (cosa che ovviamente secondo le mie fosche previsioni avrebbero senza ombra di dubbio fatto!).

GIORNO 2

Il giorno successivo, Martedì 21 Febbraio, è trascorso abbastanza tranquillo. Armati di penna e LP abbiamo piantato le tende in uno dei tavolini con vista fiume dello stesso ristorante del giorno prima e lì abbiamo fatto colazione, dopo un (bel) po’ pranzo e nel mezzo programmazione! Non solo per Nong Khiaw e dintorni ma anche e soprattutto per la Thailandia visto che saremmo dovuti essere a Bangkok il 4 Marzo al più tardi e che non avevamo ancora prenotato il volo, e Febbraio è corto assai!

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Nel caso vi stiate chiedendo com’è finita la storia della LP del Laos: non l’abbiamo comprata, o meglio, non l’abbiamo comprata in versione cartacea, in elettronica sì e usiamo quella. Ci stiamo però tuttora chiedendo dove sia la LP madre, quella da cui tutte le altre sono state fotocopiate!

Nel pomeriggio siamo andati in giro per chiedere un po’ di informazioni.
La nostra padrona di casa ci ha detto che ci avrebbe potuto organizzare una gita con un’intera giornata in barca sul fiume per 50 dollari e che era un ottimo prezzo, speciale per noi.
La proprietaria del ristorante in cui abbiamo mangiato ci ha detto che sì, i giri in barca di una giornata si possono fare, e che costano 50 dollari.
L’ufficio pubblico al porto ci ha detto che il giro avrebbero potuto organizzarcelo loro, per 50 dollari.
Insomma una lobby!

Piccola nota. Non siamo riusciti a trovare da nessuna parte una cartina delle montagne intorno a Nong Khiaw per poter fare qualche trekking da soli. L’unica cartina che abbiamo visto era quella dell’ufficio del turismo e la vedete nella foto sotto.

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Altra informazione che ci è stata premurosamente fornita: potete fare trekking solo tramite tour organizzati dalle agenzie turistiche. Se vi azzardate ad andare con una guida privata, multa per voi e per la guida!

Alla fine abbiamo deciso di accettare la proposta della padrona di casa e passare la giornata successiva in barca. Fra tante proposte dal prezzo uguale abbiamo scelto la sua perché A) ci avrebbero raccattato in barca sotto casa (ricordate questo dettaglio please) e B) ci aveva promesso una guida che parlasse inglese (ricordate anche questo grazie!).

Dopo l’intensa giornata di programmazione siamo rientrati con l’idea di goderci un aperitivo in terrazza e Bram ha trovato due vermini sotto allo stuoino. A quel punto io ho sentito l’esigenza di disinfestare e insieme abbiamo pulito tutto, anche il ventilatore!

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Dopo il meritato tramonto

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siamo andati a cena e siamo finiti in un posto così deprimente che io ho sentito l’esigenza di avere del comfort food e ho ordinato la pasta! Faceva schifo, ben mi sta!

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Nottata pulp, i topi ballavano e di conseguenza anche Bram! Non mi avrebbe mai dovuto dire che c’erano i topi, mai mai mai mai mai! Dico io, ci sarebbe voluto tanto a inventarsi, che so, la Fatina dei Muri? Io ci avrei creduto ed entrambi avremmo dormito sonni tranquilli!

GIORNO 3

La mattina dopo è cominciata bene! Allora, l’omino della barca ci sarebbe venuto a prendere alle 8 ed eravamo un po’ preoccupati per la colazione perché i posti che avevamo visto aprivano tutti verso le 7:30. Usciamo e ci troviamo davanti questo:

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Un mercato mattutino!! Altrimenti detto “C’è un intero mondo lì fuori mentre te dormi”!

Abbiamo fatto un giro, incantati, e ci siamo presi un waffle di riso a un banchetto e poi abbiamo rimediato un caffellatte a un altro e ci siamo seduti a sorseggiare il caffellatte guardando la vita passare, gli studenti che andavano a scuola in particolare. Il waffle era ancora caldo e tutto scintillava.
Poi siamo andati a litigare con gli studenti per il riso fritto!

Proprio davanti al nostro bungalow c’era una scuola, una baracca fatta di bambù. Qua vengono formati i fortunati studenti che non solo vanno alle primarie (elementari?), ma hanno pure la possibilità di continuare dopo. Il sistema scolastico è diverso e non vi so dire di che classi si trattasse, l’età a occhio andava… boh, dai 10 ai 17 forse? Gli studenti che abitano troppo lontano per per fare avanti e indietro dormono lì. Alcuni ci restano anche il weekend, li abbiamo visti lavarsi, all’aperto.

Nella zona, da quel che ho capito, ci sono scuole primarie in alcuni villaggi, secondarie o comunque si chiamino quelle successive a Nong Khiaw, l’università a Luang Prabang.

Tornando a noi, non ci siamo davvero messi a litigare con gli studenti ovviamente, abbiamo solo sgomitato un po’ per riuscire a comprarci del riso per il pranzo perché i giovani virgulti hanno un modo singolare di fare la coda, e cioè non la fanno. Approfittano piuttosto delle corporatura minuta per strisciare di lato e risbucare davanti. E il bello è che non se ne rendono mica conto!

Vinto il riso siamo tornati alla nostra baracca dove avremmo in teoria dovuto trovare il nostro barcarolo. Abbiamo invece trovato un insegnante un po’ frou-frou che ci ha detto che sarebbe dovuto venire lui con noi ma non poteva perché doveva insegnare, e allora ci avrebbe portato al porto col tuk-tuk e ci avrebbe messo nelle mani di un amico che, ci ha assicurato, parlava un inglese compito. Il seguito già ve lo immaginate, no? L’amico parlava inglese staceppadiminchia, ma veramente neanche una parola che fosse una, e abbiamo comunicato per tutta la giornata a gesti e sorrisi. Ci son modi peggiori!

Il giro in barca è stato molto molto bello. Quando siamo partiti c’era foschia e faceva tanto freddo, poi piano piano il sole si è fatto strada e ha iniziato a scaldare.

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Lungo la via ci siamo fermati in tre villaggi (in due su tre io ho dovuto per forza fare pipì fra le fresche frasche, ce l’ho fatta ma devo perfezionare la tecnica!).

Il primo non sembrava essere abituato al turismo e mi sono sentita un po’ una guardona.

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Il secondo al contrario al turismo è abituato eccome. È un villaggio in cui le donne lavorano al telaio e fanno sciarpe colorate che sono esposte ovunque dando al villaggio un’aria allegra (OK dalla foto non si vede). Qua siamo stati un’oretta, e sì abbiamo fatto spese!

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Siamo passati anche dalla scuola. Ban Sop Jam, così si chiamava (ban = villaggio), era il più lontano dei tre villaggi che avremmo visitato, e Bram aveva comprato dei quaderni e delle penne da donare alla scuola. Non l’abbiamo individuata subito perché inizialmente quello che vedevamo erano bambini di tutte le età che saltavano sui banchi; ma avvicinandoci ci siamo accorti che c’era, in un angolo, una maestra.
Abbiamo consegnato tutto a lei e quando siamo venuti via i bambini ci hanno rincorso per ringraziarci!

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Terza e ultima tappa Muang Ngoi Neua, che era il villaggio in cui avevamo valutato di dormire come alternativa a Nong Khiaw. Alla fine avevo letto sulla LP che Muang Ngoi Neua era un sonnacchioso villaggio fino a pochi anni fa e che l’avvento del turismo e l’arrivo dell’elettricità nel 2013 l’hanno trasformato in una sorta di baraccone e per questo la scelta era caduta su Nong Khiaw (e il bungalow coi topi!).

Muang Ngoi Neua in realtà così tremendo non mi è sembrato. C’erano tanti turisti, è vero, ma il villaggetto è ancora abbastanza semplice e non ha neanche una strada asfaltata, nemmeno quella principale. Che è questa sotto.

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A Muang Ngoi Neua avevamo ben tre ore e io le volevo usare per passeggiare nel villaggio mentre Bram voleva andata alle grotte, idea secondo me folle perché erano le 13 e la strada per arrivarci era tutta sotto al sole. Alla fine siamo andati alle grotte e ci siamo sciolti. La strada per andarci era deliziosa (sotto), ma si moriva di caldo!!

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Nelle grotte poi siamo entrati, ma non le abbiamo esplorate perché non avevamo l’attrezzatura adatta. Ci siamo però goduti il freschino che c’era all’interno!

Una cosa bella sono state le farfalle a mucchi. Quando dico mucchi intendo proprio mucchi! Tipo che vedevi queste chiazze bianche per terra, della grandezza di una pozzanghera bella grossa, e poi ti avvicinavi e volevano via!

A Muang Ngoi Neua abbiamo anche fatto un giretto. La strada principale, sempre la solita sterrata, era verso metà bloccata da un assembramento di gente che mangiava, beveva e giocava a carte. Sembrava una sagra, questo finché non abbiamo visto una bara.

Tornati alla barca abbiamo trovato una sorpresa ad aspettarci: una ragazza malese e un ragazzo laotiano che, venendo da un villaggio lontano, erano arrivati a Muang Ngoi Neua troppo tardi per prendere l’ultima barca per Nong Khiaw. Ci hanno chiesto un passaggio. Glielo abbiamo dato ed è stata una rivelazione!

La ragazza malese è diventata il mio mito. È un’epidemiologa 25enne che a un certo punto ha capito di voler lavorare nell’ambito sociale. Allora si è presa un anno sabbatico per fare volontariato in tanti paesi diversi participando a progetti diversi nel tentativo di trovare la sua strada! Tanto di cappello!

Adesso proveniva da un villaggetto in cui era stata a portare aiuti, per la precisione una macchina per purificare l’acqua… e dei mattoni.

Qua devo aprire una parentesi. Se pronunci la parola “cinese” in Vietnam o in Laos vedi lampi di odio negli occhi. È un discorso che non avevo ancora affrontato perché non ne so abbastanza, vi dico solo quello che ho visto e sentito e per favore prendetelo con le molle. Il motivo dell’odio in Laos sono le dighe. Che forniscono energia idroelettrica alla Cina e, come contentino, anche a qualche villaggio in Laos, ma che una dopo l’altra distruggono il fiume. L’impatto c’è da tanti punti di vista: quello ambientale ovviamente, poi quello turistico (tantissime zone che erano belle da percorrere in barca non sono più percorribili) e inoltre (non dico infine perché, di nuovo, non ne so abbastanza) quello sociale. Interi villaggi costretti a traslocare. Un nuovo alloggio viene fornito, certo, ma non tutti ci vogliono andare.

La ragazza malese veniva da uno di questi villaggi. Aveva portato aiuti ai reduci rimasti. Il villaggio è in cima a una montagna, ci ha spiegato, e a salire ci vogliono due ore. I mattoni si portano in spalla. Anche i bambini li portano, uno solo a testa, legato sulla schiena perché non pesi!

Non solo del suo lavoro la ragazza ci ha parlato, ci ha anche dato dei consigli per scoprire un po’ di più Nong Khiaw.

Ci ha raccontato di un campo che sta in una strada da cui non eravamo ancora mai passati. È un campo aperto, tipo un campo da calcio, completamente al sole. Qua i ragazzini delle superiori si esercitano, tutti i giorni. Imparano a sparare, a lanciare bombe, a strisciare. Fino al 4o anno usano pistole a salve e bombe finte, ma alla fine del quinto devono sostenere un esame in cui devono dimostrare di saper usare le armi vere. Più alto è il punteggio più facile sarà trovare lavoro (in qualunque campo, non solo nell’esercito). Questo vale per tutti eh, maschi e femmine.

Più frivola la seconda cosa che ci ha fatto scoprire: un ristorante! Di cui parlerò più avanti.

Ci ha dato anche un po’ di consigli sulla Malesia.

E poi non abbiamo più parlato e ci siamo solo goduti lo spettacolo del tratto di fiume ancora percorribile che scorre fra le montagne. Al ritorno era ancora più bello che all’andata.

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Rientrati a Nong Khiaw aperitivo sul nostro amato terrazzino e poi cena nel ristorante consigliatoci dalla ragazza. Di cui ci siamo innamorati!

Un cartello messo fuori dalla porta con scritto a mano “FAMILY RESTAURANT”.
Tre tavolini di numero messi sulla strada appena fuori casa.
Il menù scritto a mano, in un inglese fantasioso, su una lavagna.
Il quadernino su cui dovevi scrivere il tuo ordine e poi farti il conto da solo!
E mama Laos. La signora che lo gestiva. Che rideva sempre, e guardava una telenovela in laotiano a cui noi facevamo i sottotitoli inventati, e che ogni volta che ordinavamo qualcosa partiva trotterellando con la sportina e andava a comprare gli ingredienti.
La nipote che cucinava, e che se facevamo un po’ tardi si metteva a cucinare in camicia da notte.
E il cibo! Era tutto buonissimo.
Da che abbiamo scoperto mama Laos non siamo più andati da nessuna altra parte. Abbiamo fatto colazione, pranzo e cena lì per tutti i giorni successivi. Ci bastava entrarci per essere felici!

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GIORNO 4

Il giorno dopo era Giovedì 23 Febbraio. Ci siamo alzati presto e siamo andati a fare colazione da mama Laos e al mercato a comprare il riso fritto

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e poi abbiamo scalato una montagna!

Per la via vegetazione esuberante

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scorci

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e Piccoline stanche (mettere fumetto PUFF PANT)

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e poi siamo arrivati!

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(non facevo yoga, semplicemente mi stiracchiavo perché mi ero risvegliata col mal di schiena!)

Alzi la mano chi pensa che questa debba essere la nuova foto del profilo di Bram:

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Siamo rimasti in cima alla montagna un paio d’ore. Ci siamo guardati intorno, abbiamo mangiato il riso fritto, Bram ha fatto una parte di merda a dei bimbi minkia che tiravano cartacce, abbiamo chiacchierato un sacco con una ragazza di Singapore che ci ha dato un sacco di consigli su Singapore dove non andiamo ma vabbè! Poi siamo scesi e sono cominciati i cazzi.

Erano circa le 14 ed eravamo morti di caldo. Sciolti come ghiaccioli al sole. C’era una sola cosa che avevamo voglia di fare, ed era un giro in barca.

Ma né la biglietteria del porto né le agenzie comprendono il concetto di giri in barca di un paio d’ore. L’unica cosa che ossessivamente ci propongono è il giro in barca di 8 ore del giorno prima, con lo stesso itinerario e la sosta negli stessi villaggi. Non c’è verso di fargli capire che vogliamo sbiaccarci su una barca E BASTA. Uno solo dopo ripetuti sforzi ci arriva, e ci dice che certo, possiamo fare un semplice giro in barca avanti e andré. Per 50 dollari! La stessa cifra del giorno prima!

Parte una conversazione surreale in cui Bram cerca di far capire al tipo che 8 ore o 2 non sono la stessa cosa e il tizio insiste che noi non possiamo capire perché siamo europei. Si paga per la barca, dice, e Bram chiede, Ma il tempo del barcarolo non vale niente?, e il tizio risponde, semplicemente, No.

A quel punto diventa tutto chiaro. Il barcarolo che non parla inglese e che fa tutto il lavoro becca du’ lire e chi gestisce l’agenzia o chi ci sta dietro intasca il malloppo. Una sorta di piccola mafia locale gestisce il tutto e andare da soli col barcarolo e pagare direttamente lui non è possibile.

Un altro po’ di cose si fanno a questo punto più chiare. Ad esempio perché il giorno prima ci sia stato ripetuto più e più volte di non pagare il barcarolo ma di pagare direttamente chi ha organizzato. A questo punto rimpiango un sacco il non avergli lasciato una mancia. E chi lo ritrova ora?

Ne usciamo incazzati neri, schifati proprio, e decidiamo che non faremo nessun tour guidato con nessuna agenzia.

In mancanza di altre opzioni decidiamo di incamminarci verso casa lentamente, passando dal campo in cui si allenano i ragazzini. Discutendo animatamente prendiamo delle viuzze secondarie e finiamo in delle zone molto locali che non avevamo ancora visto.

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Siamo quasi arrivati quando io scorgo delle piccole barchette nel fiume e dico a Bram “Ecco! Quello è esattamente il tipo di barca su cui vorrei essere ora!”.
Decido di sdrucciolare fino al fiume tante volte ci fosse un barcarolo disposto a portarci.

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Devo fare una parentesi che c’entra fino a un certo punto ma sennò mi scordo!
Una delle gite proposte dalle agenzie è il bamboo rafting. Il bamboo rafting è una delle mie cose preferite al mondo, ma io non lo sapevo.

Bamboo rafting = navigare il fiume lentamente su una zattera di bambù. L’ho fatto in Cina sul fiume Li ed è una delle cose più belle che io abbia mai fatto. Solo che non sapevo che si chiamasse così!
Nella mia testa bamboo rafting = buttarsi nelle cascate con un tronco. Sapete perché? Per colpa di Zelda, il videogioco della Nintendo! In cui a un certo punto bisognava appunto fare rafting, ed era una cosa selvaggia in cui si perdevano punti a randa! Per me il rafting era quello… tutta colpa del Game Boy!!

Una volta chiarito l’equivoco (con Bram che mi diceva “Ma il bamboo rafting ti piace”, e io “Nooo, pericoloooo, perdo quarti di cuore!”) abbiamo provato a esplorare questa opzione. Ed è venuto fuori che il bamboo rafting non si può più fare.
Perché grazie alle dighe il fiume è diventato un lago, e con una barca a motore si riesce ancora a navigare ma con una zattera di bambù non più.

Scusatemi per i discorsi sconclusionati, per quelli che non filano e per gli errori grammaticali. Se vedeste le condizioni in cui scrivo capireste! Tipo ora è il 19 Marzo, sono al porto di Kuala Besut, sono le 4 del mattino e sto schiantando dal sonno!

Torniamo al discorso precedente. Sdrucciola te che sdrucciolo io, ho raggiunto sdrucciolando un gruppetto di sfaccendati, due uomini e una giovane donna, che stavano seduti sull’erba a guardare le barche. Ho chiesto se fosse possibile fare un giro.

I tre non parlavano una parola d’inglese e c’è voluta un’ora intera, con gesti e Google Translate, a farsi capire. Alla fine ho mostrato le parole “barca” e “un’ora” e ho sventolato una banconota e allora hanno più o meno capito e hanno pronunciato il nome di un villaggio che era nella direzione in cui volevamo andare e siamo partiti!

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Il tragitto è stato bello proprio tanto, fra montagne con una fitta e rigogliosa vegetazione.

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Nota di colore, la barca imbarcava un po’ d’acqua e il tizio che guidava ha passato TUTTO il tragitto (2 ore circa fra andata e ritorno) a guidare con una mano e tirare secchiellate d’acqua (raccolta dalla barca) nel fiume con l’altra!

E poi siamo arrivati al villaggio. I tizi sono scesi e ci hanno guardato con aria interrogativa. E a quel punto abbiamo capito!
Per loro la barca è un mezzo di trasporto. Che uno possa voler fare un giro in barca solo per essere sulla barca va al di là della loro immaginazione. Avevano dunque pensato che noi volessimo andare al villaggio. Non l’avevano nominato come direzione, l’avevano nominato come destinazione! E ora tutti e tre ci guardano come a dire “E mo’?”.

E mo’ facciamo un giro del villaggio. Che altro vuoi fare?

Ci sono pochi adulti e parecchi bambini in giro. Al solito, maiali e galline razzolano ovunque. Dei polli hanno architettato un ingegnoso sistema per rubare del riso. All’interno di una casa ci sono dei sacchi di riso ammonticchiati davanti alla finestra, e uno è bucato. I polli si sono arrampicati su un sacco che sta all’esterno e lo usano come scala per raggiungere quello forato e… magnare! Finché una mano non spunta, e allora c’è un fuggi fuggi generale.

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Raggiungiamo una casa, fuori ci sono degli adulti, stanno arrostendo qualcosa su una fiamma. Uno si presenta come il maestro del villaggio, ma non parla inglese neppure lui. Ma a cosa servono le parole quando ci sono una griglia accesa e del buon vino (magari!). Generosi ci invitano a partecipare al banchetto. È così che mi ritrovo in una mano quella che non saprei come definire se non come una sciangomma (toscano) di pesce grigliata, e nell’altra mano il solito malefico bicchiere comune che questa volta contiene del Lao-Lao, la bevanda nazionale, una sorta di grappa di infima qualità. A me la grappa non piace, ma le sciangomme di pesce grigliate mi piacciono ancora meno, e per farle andare giù finisco con l’attaccarmi al bicchiere.

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E poi ci sono i bambini. Che all’inizio ci guardano da lontano e poi piano piano si avvicinano, ma sono timidi, e allora ogni volta che arrivano troppo vicino scappano via. Finché a me non torna in mente quella che con i bimbi di Big Sister Mouse era stata la chiave di svolta. Morra cinese rules!

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A ‘sto punto i bambini non sono più timidi. Anzi, il contrario! Mi si sono attaccati e non mi lasciavano più andare!
Abbiamo giocato alla morra cinese, al “metti una mano sopra l’altra e poi l’ultima sopra alla prima e così via”, giuoco che ha riscosso particolare successo perché consiste in pratica nel darsi delle allegre manate, e al sempreverde “impara l’inglese con l’accento italiano”, un grande classico questo che non passa mai di moda!

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Poi sono rientrati gli adulti, su delle barchette di carta, carichi di legna. Quando ci vedevano sgranavano gli occhi e poi ci sorridevano. Tutti tranne una.

Che invece si è arrabbiata tantissimo. E ha fatto una partaccia alla ragazza che ci aveva portato, strillando in una lingua che ovviamente non potevamo capire ma abbiamo colto varie volte la parola farang, forestiero. Noi.

Non sappiamo né sapremo mai perché fosse così arrabbiata. Nel villaggio non vogliono turisti? Li vogliono ma a pagamento? La mafia locale regola gli ingressi e stanotte verrà e ci ucciderà tutti? Ovviamente l’ultima ipotesi mi pareva la più probabile!

Siamo tornati indietro un po’ perplessi. I bambini ci hanno rincorso per salutarci.

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Rientrati a Nong Khiaw, aperitivo in terrazza

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e poi altra cena buonissima da mama Laos.

La notte credevo che non avrei dormito per paura della mafia locale che ci veniva a uccidere nel sonno e invece è stata l’unica notte in cui ho dormito! Le prime due non avevo dormito per via dei topi, la terza non lo so perché, la quarta era questa e la quinta, ah, la quinta la devo ancora raccontare!

GIORNO 5

Il quinto giorno è partito con una super fantastica colazione da mama Laos e poi abbiamo noleggiato le bici e siamo andati in giro. Noleggiare le bici è stata un’idea veramente cretina perché non solo c’erano 40 gradi, ma le strade erano tutte in salita e io sono morta!

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Arrancando siamo andati a vedere delle grotte e una minuscola cascata. Poi avevamo fame e ci siamo fermati in un posto per mangiare, ma il posto si è rivelato chiuso e avevano solo birra e allora abbiamo preso una birra. La birra si è rivelata la seconda idea cretina della giornata perché eravamo stanchi e accaldati e ci ha steso!

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Più che altro ha steso me. Infatti dopo volevamo andare a visitare un villaggio a un’oretta di distanza, ma siamo partiti insieme e uno solo è arrivato perché l’altra stava schiantando lungo la via e allora ha detto “Lasciami, ti rallenterei!” e l’uno ha eseguito e l’ha caata lì.

Per la precisione, Bram mi ha lasciato lo zaino ed è andato al villaggio e io sono rimasta a guardare il tramonto sul fiume che era abbastanza spettacolare. Tutto brillava d’oro!

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Finito il tramonto ho pensato: se aspetto Bram qui dove mi ha lasciato poi dobbiamo tornare indietro insieme e di nuovo lo rallento e fa buio. Per guadagnare tempo mi avvierò! E mi sono avviata, col risultato che quando Bram è tornato indietro non ha trovato dove li aveva lasciati né me né lo zaino!

La giornata è terminata con un’ultima cena da mama Laos. Serata bella e deliziosa come sempre. Quanto mi manca mama Laos!

Ceniamo, lasciamo una dedica sul quadernino

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e poi mama Laos ci chiede, come sempre, nel suo inglese creativo, “Tomorrow where?”. In genere la risposta è “Tomorrow Nong Khiaw!”, e allora lei ride, ride, e dice “Tomorrow breakfast here!”. Ma stavolta diciamo “Tomorrow Luang Prabang”, e lei all’improvviso si fa seria.

Ci chiede dove stiamo. Bram dà il nome dei bungalow e sorridendo dice “Sono carini!”. Lei non ricambia il sorriso e ci racconta una storia. L’inglese è quel che è e io e Bram capiamo due cose diverse.
Io capisco che la sera prima i nostri vicini di bungalow hanno messo la musica troppo alta e qualcuno ha chiamato la polizia.
Bram capace che mentre erano a cena i nostri vicini di bungalow sono stati derubati di ciò che usavano per ascoltare la musica (il cellulare e le casse senza fili) e che hanno chiamato la polizia.
Viene fuori che ha capito bene lui.

Domattina, si raccomanda mama Laos, prima di andare a prendere l’autobus venite a fare colazione qui. E portatevi dietro le valigie! Non le lasciate nel bungalow!

Torniamo verso casa estremamente perplessi.

Perché la nostra padrona di casa non ci ha detto niente del furto? E perché si è raccomandata di lasciare le valigie nel bungalow mentre andiamo a fare i biglietti dell’autobus? È coinvolta?

Altre cose ci vengono in mente. Che la mattina era entrata in casa e vedendo l’iPad in carica ci aveva chiesto se lo lasciavamo lì. Che vedendo la finestra aperta ci aveva chiesto se avessimo intenzione di lasciarla aperta.

Rientriamo oltrepassando la Party House (mi ero scordata di parlare della party house, era una casa in costruzione che credo non verrà mai costruita perché ogni volta che ci passavamo davanti dentro c’era una festa!) e io metto su Google “theft bungalow Nong Khiaw”, perché mi ricordavo di aver escluso una guesthouse perché avevo letto nelle recensioni che qualcuno era stato derubato lì.
Mi si apre un mondo.

Pare che i furti ai danni dei turisti a Nong Khiaw (e anche a Muang Ngoi Neua se è per quello) siano la norma, non l’eccezione.
Furtarelli da drogato: cellulare, tablet, soldi se ci sono.
Pare che l’omertà regni sovrana, che i furti vengano in genere commessi il giorno della partenza di modo che non ci troppo tempo per fare casino, che chi è andato alla polizia sia stato trattato a pesci in faccia, che pure la polizia sia coinvolta.

Ma la cosa più agghiacciante (per me) è che sembra che la stragrande maggioranza dei furti venga commessa di notte, mentre la gente dorme!

Perché, perché, perché? Perché devi entrarmi in camera la notte mentre dormo? Perché non puoi semplicemente derubarmi di giorno, mentre sono fuori? Ora che ho letto questa cosa io non dormirò MAI PIÙ.

Ci vuole un PIANO, mi ci vuole un po’ ma alla fine riesco a convincere Bram. Mettiamo le valigie davanti alle porte, creiamo complicati marchingegni fatti di corde e lucchetti, costruiamo trappole che scatterebbero se la finestra venisse toccata (e sì, una l’abbiamo fatta scattare noi per sbaglio… beh, almeno abbiamo visto che funzionava!).

Poi andiamo a letto e io, cretina, continuo a leggere storie di gente che è stata derubata qua, e a un certo punto mi imbatto nella testimonianza allucinante di una ragazza che è stata svegliata da una MANO che aveva fatto un buco nel bambù e frugava sul comodino! A questo punto mi alzo e tolgo tutti i cellulari dai comodini e li nascondo in valigia, e anche gli occhiali che non si sa mai – col risultato che Bram, che non si è accorto di nulla perché già dormiva (ma come faceva a dormire dico io!), la mattina dopo si è svegliato e si è ritrovato cieco e senza cellulare e ha pensato che ci avessero derubato davvero!

Ma non avrebbe dovuto preoccuparsi. Perché io ho fatto la guardia tutta la notte! Non ho chiuso occhio neanche un minuto!

GIORNO 6

La mattina dopo un problema si è posto. Era Sabato e il Sabato mattina c’è il mercato, non quello piccolino solito ma quello grande del weekend, in cui le minoranze che abitano in montagna scendono a Nong Khiaw per vendere i loro prodotti. E noi lo volevamo vedere. Ma questo avrebbe significato lasciare il bungalow incustodito. Come fare?

Alla fine abbiamo fatto solo un giretto veloce portandoci dietro le cose di valore e quando siamo tornati indietro tutto era ancora come l’avevamo lasciato. Hurrà, ci è andata bene! Ce l’abbiamo fatta, abbiamo fregato i ladri!

Quello di cui non ci siamo accorti subito è che erano già passati.

A mancare erano le cuffie per ascoltare la musica di Bram. L’unica cosa che quando usciamo non portiamo con noi né teniamo in valigia chiusa col lucchetto, nonché l’unica cosa che fra uno spostamento e l’altro non viene controllata perché Bram le usa solo sull’autobus quando viaggiamo. Sembra una cavolata, ma chi legge questo blog dovrebbe sapere che per Bram la musica è vita, e dunque non erano cuffiette del menga da 10 euro, moltiplicate piuttosto per 6. Inoltre il mio Orso ha le orecchie fatte strane, e quelle erano cuffie speciali fate apposta per le sue orecchie!

Insomma abbiamo lasciato Nong Khiaw con un po’ di amaro in bocca.

Per non chiudere il post su una nota negativa vi metto una carrellata di foto fatte da mama Laos, che vale la pena di andare a Nong Khiaw solo per lei, e vi racconto una piccola cosa che avevo dimenticato, e cioè che a Nong Khiaw la notte si vedono tutte le stelle del mondo!

La nostra prima cena: riso fritto e noodles. La brodaglia non mi ricordo cosa fosse, una specie di spezzatino di carne mi pare!

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La prima colazione: riso dolce con le banane per Bram, uova affrittellate per me che ancora non mi ero resa conto di tutte le potenzialità del menù!

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Curry di zucca per Bram, pad thai per me. Deliziosi entrambi!

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Colazione di Bram – zuppa di noodles con uovo e pepe. Era buonissima e gliel’ho invidiata un sacco!

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Anche se anch’io non ero messa male: baguette e crema di cioccolato fatta in casa al momento dell’ordine! Non so cosa ci fosse dentro ma di certo cacao in polvere e miele.

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Altra zuppa di noodles per cena.

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L’ultima cena, in cui abbiamo ordinato tutto il menù: involtini Primavera, insalata di carne macinata…

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… e il famoso suksuka (vedere menù), che ho ordinato per curiosità e che si è rivelato un pasticcio di uova e pomodoro orgasmico!!!

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E infine, l’ultima mia colazione. Un pancake con banane e cioccolato che sarebbe bastato a sfamare un reggimento!

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INFO

A Nong Khiaw siamo stati alla Pho Sai River View Guesthouse. Tutto considerato non la consiglierei!

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3 commenti leave one →
  1. marzo 25, 2017 2:37 pm

    Oh, no per il furto.
    Oh, sì per Mama Laos.
    E quella casetta azzurra che spunta in due foto? Deliziosa.
    Francesca cara, questo è il viaggio della vita, chissà se te l’eri immaginato proprio così.
    Un bacione

  2. cenere permalink
    marzo 25, 2017 6:04 pm

    Che cosa brutta la storia dei “furti organizzati”!

  3. marzo 26, 2017 7:13 am

    Sandra, Urca, brutto sì, per me da due punti di vista. Mi è dispiaciuto per Bram, che adora la musica. Ma vabbè, arrivati a Bangkok si è comprato delle cuffie nuove e festa finita. La cosa che mi sembra veramente triste è che in un paese povero come il Laos l’avvento del turismo porti non ricchezza equamente divisa, ma soldi per pochi (proprietari di Guesthouse agenzie turistiche, ladri) e niente per gli altri. Fa eccezione la mia adorata mama Laos! 💗

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