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Colombia. Santa Marta: parchi nazionali, spiagge tropicali e forme alternative di crowdfunding.

maggio 14, 2017

Lunedì 8 Maggio

Ci siamo svegliati presto e con l’autobus abbiamo raggiunto Santa Marta.

Lungo la via ci siamo fermati a un baracchino nel mezzo del niente, dove si poteva comprare qualcosa da mangiare e/o andare in bagno. In bagno c’era Daniela, una bambina che a me è sembrata di 4/5 anni ma che a quanto pare ne aveva 8. Daniela ti dava la carta igienica e ti spiegava che per andare in bagno bisogna pagare, perché lei e la sua mamma devono comprare l’acqua per tirare la catena, e l’acqua costa. Quando sono uscita dal bagno Daniela è entrata con un secchio d’acqua che ha versato nel water. Ed ecco tirata la catena.

Siamo arrivati all’ostello verso le 12. Non potendo ancora fare il check in abbiamo tirato fuori dagli zaini costume e asciugamano e abbiamo raggiunto la località marina di Taganga.

A Taganga siamo stati assaliti. La Colombia è povera e aperta al turismo da relativamente poco (cioè, aperta al turismo da tanto, sicura per viaggiare da poco) e tutti vogliono una fetta della torta. In 4 mesi di viaggio ho sviluppato una reazione allergica nei confronti delle domande “Where are you going?” e “What are you looking for?”. Dovevamo pranzare, e ho di conseguenza scelto l’unico ristorante in cui non ci hanno aggredito!

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Siamo cascati bene. Il cibo non era niente di eccezionale, ma la gentile signora che gestiva il ristorante ci ha preso a cuore e ci ha aiutato a trovare un barcarolo onesto che ci portasse nelle spiagge che volevamo raggiungere.

Le spiagge, bah… Diciamo che per essere il primo impatto col mar dei Caraibi è stato, per me, un poco deludente. Niente di paragonabile alle spiagge che abbiamo visto in Asia – sì, ho il mal d’Asia, non me ne vogliate, si era attenuato in Perù ma sta tornando.

La prima spiaggia era strana. C’erano un edificio abbandonato che non si capiva se fosse una casa vacanze o un albergo o cosa e c’erano dei lettini per prendere il sole pure abbastanza chic, 4 esatti, e non c’era nessuno, solo noi. Siamo stati lì una quarantina di minuti e ci si stava proprio bene. Così bene che ci saremmo voluti rimanere più a lungo. Ma…

Ma il barcarolo ci ha detto.
Io qui da soli non vi ci lascio. Quell’edificio era un albergo, ha chiuso 15 giorni fa dopo che una ragazza è stata violentata su questa spiaggia. Vi ho aspettato 40 minuti, se volete stare più a lungo torno a riva e vi torno a prendere più tardi, ma non ve lo consiglio, è pericoloso.

E così siamo rimontati in barca e abbiamo raggiunto la seconda spiaggia. Bram faceva snorkeling ed è tornato entusiasta, basta nuotare pochi metri per trovarsi circondati da una miriade di pesci tropicali!

Sulla terza spiaggia abbiamo incontrato dei ragazzi che avevano fatto l’errore di pagare sia andata che ritorno a inizio viaggio, e il loro barcarolo aveva pensato bene di infilarsi i soldi in tasca e caarli lì. Noi avremmo pagato alla fine, perché la nostra fatina del ristorante ci aveva avvisato di questo rischio. Se pagate subito, ci aveva detto, i soldi se li bevono e perdono la cognizione del tempo e non li vedete più!

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Sulla via del ritorno il nostro barcarolo che era grande, grosso e gentile ci ha confessato che ama il tramonto e ci ha chiesto se potevamo fermarci un po’ con la barca per ammirarlo dal mare. E come no?

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Al ritorno ci ha accolto una bella scena. I pescatori erano appena rientrati, la pesca era stata eccezionale copiosa e tutto il villaggio era lì, perché tutti volevano comprarsi un pesce!

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Tornati all’ostello ci siamo riposati un poco e poi siamo usciti a cena. Siamo finiti in una zona super turistica. Non sono le mie preferite, lo sapete, ma la Colombia non è tutta sicura e non conoscendola bene preferiamo rimanere sul sentiero tracciato.

Che dire? Qua un sacco di gente vive con nulla. C’è chi si dà alla delinquenza e chi si dà da fare e si arrangia. Durante la cena, all’aperto, siamo stati costantemente assaliti da cantanti, ballerini, mimi. Il cantante mi ha onestamente infastidito, perché il volume era tale da impedire qualunque conversazione. Mi sono invece piaciuti, e molto, i ragazzini che ballano la break dance. Avremmo scoperto qualcosa di più su di loro il giorno successivo.

INFO

Abbiamo pranzato da DIVIJUKA a Taganga. Il cibo non era niente di eccezionale ma i succhi erano buoni e la signora era gentilissima.
Abbiamo cenato a Santa Marta a La Perla. A me non è piaciuto per niente, ma proprio per niente!

Martedì 9 Maggio

Ci siamo alzati, abbiamo fatto colazione e poi siamo tornati a Taganga. Da lì avevamo in programma di prendere una barca per raggiungere playa Cristal, nel Parque Nacional Natural Tayrona.

Così abbiamo fatto. Abbiamo trovato la barca, abbiamo pattuito un prezzo e ci è stato promesso: che saremmo partiti subito; che saremmo stati solo noi 4; che saremmo potuti rimanere sulla spiaggia fino alle 17; e che ci sarebbe stato fornito, compreso nel prezzo, l’equipaggiamento per fare snorkeling.
Indovino indovinello, quante delle 4 promesse sono state rispettate? Vi do un indizio: nessuna!

Sono più di 4 mesi che viaggiamo e siamo stati in dei paesi poverissimi, ma in nessuno mi sono sentita un portafoglio ambulante come mi sto sentendo in Colombia. È bruttissimo. Ti saltano tutti addosso, ti parlano in spagnolo senza sincerarsi che tu capisca, finché la possibilità che tu vada con loro è aperta fanno promesse che svaniscono come neve al sole una volta raggiunto l’accordo.
Io non sono una persona molto empatica purtroppo. Faccio fatica a capire davvero cosa li porti a comportarsi così, e mi irrito e mi spazientisco. KOK è molto più bravo di me in questo.

Playa Cristal… bah.
Allora, playa Cristal è bella. Bella bella, di quelle spiagge caraibiche con le palme e l’acqua cristallina.
Playa Cristal è anche piena di ristoranti e di barche che fanno avanti e indietro (e qua mi ci devo mettere anch’io – l’esperienza insegna) e ogni volta che una arriva o parte l’aria si riempie per una decina di minuti della puzza del petrolio.
Bram ha fatto snorkeling e ha visto un sacco di pesci e coralli meravigliosi.
Dureranno?

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In spiaggia si stava bene. Non pioveva ma era nuvolo, e quindi per fortuna non tanto caldo. Una cosa strana, la maggior parte dei ristoranti erano chiusi, e quelli aperti avevano solo 2 o 3 piatti disponibili e zero voglia di cucinarli. Credo perché siamo in bassa stagione. Abbiamo pranzato con dei succhi di frutta freschi, quelli sì, disponibili e deliziosi.

Rientriati a Santa Marta ci siamo rilassati sulla terrazza dell’ostello. L’ostello aveva dei punti positivi e dei punti negativi; fra i positivi senza dubbio il rooftop, con bar/ristorante (una decina di piatti scritti a mano su una lavagnetta, non vi immaginate chissà che eh), piscinetta e biliardo! Los chicos si sono buttati in acqua con una birra, io mi sono seduta a bordo piscina a scrivere questo post con l’aiuto di una bruschetta!

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Eravamo un po’ stanchi (pur non avendo fatto chissà che!) e abbiamo deciso di cenare all’ostello. Cuoco sardo e quindi pasta, ma stavolta era buona!

È stato il cuoco a raccontarci dei ragazzini che ballano la break dance. Lui è a Santa Marta da vari anni e se li ricorda bene. Hanno iniziato senza musica, si davano il ritmo battendo le mani. E poi piano piano sono riusciti a comprarsi uno stereo, e poi le magliette tutte uguali. Che bravi!

Dopo cena partita a biliardo. Io e KOK contro Bram e Dani. Per me era la prima volta e alla fine avevo così tanto sonno che speravo solo che qualcuno imbucasse quella cavolo di pallina nera così si poteva andare tutti a letto!

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Mercoledì 10 Maggio

Per raggiungere Cabo San Juan del Guía, sempre nel Parque Nacional Natural Tayrona, ci siamo affidati a un tour guidato. Dani e KOK non hanno molto tempo, hanno il volo di ritorno il 14, e affidandoci al tour organizzato si risparmia un bel po’ (di tempo, non di soldi). Che poi, organizzato…

Di organizzato c’era questo. Un tassista convertitosi in guida-turistica-che-parla-solo-spagnolo ci ha portato all’ingresso del parco e ci ha caato lì. Fine del tour organizzato!

Dall’ingresso del parco abbiamo camminato. È stata una passeggiata di circa 2 ore, bellissima. Giungla e foresta, una meraviglia.

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Lungo la via abbiamo incontrato un indigeno (qua vive la minoranza Tayrona) che vendeva cocchi, un animale che non si è capito cosa fosse ma che doveva essere un nemico dei pinguini perché non appena ha visto KOK è scappato a gambe levate e una Trappola per Piccine, ossia un cartello in mezzo alla foresta con su scritto PANADERIA (ha funzionato, ma la Piccolina è riuscita a scappare con un paninello al cioccolato!).

E poi siamo arrivati qui. Era talmente bello che persino io mi sono buttata in acqua!

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Questa spiaggia si chiama La Piscina. Oltre a essere la spiaggia più bella vista fino ad ora in Colombia aveva una fantastica caratteristica: dei succhi buonissimi e un banchetto che faceva arepa, una sorta di focaccine fatte con farina di mais, fritte sul momento. Una roba deliziosa che mi sono divisa con Bram e ancora mi sto chiedendo perché ce la siamo divisa anziché mangiarcene 27 a testa!

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Una camminata di ulteriori 15 minuti ci ha portato alla spiaggia che era la nostra meta: San Juan del Guía. Molto, molto bella pure questa, anche se mi sono piaciute di più le spiagge in Malesia.

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Cosa definisce una spiaggia tropicale? Mi sono resa conto che io la identifico con acqua cristallina, alberi e assenza di strutture turistiche e di folla. In Colombia i primi due criteri sono rispettati ma il terzo manca, è per questo che ho preferito la Malesia. Nonostante anche le spiagge colombiane siano da rimanere a bocca aperta! Bastava entrare in acqua fino al ginocchio per trovarsi circondati da pesci tropicali di tutti i colori!

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Dietro alla spiaggia c’era un campeggio, e col senno di poi ci saremmo dovuti fermare a dormire lì. Perché: inizio camminata alle 10:30, arrivo in spiaggia verso le 13, ripartenza fissata per le 16, totale solo 3 ore da passare tra una spiaggia paradisiaca e l’altra. Non è molto! Noi non lo sapevamo e l’impiegato dell’agenzia turistica, che aveva la verve di una locusta, non ce l’aveva spiegato; ma voi adesso lo sapete, perché ve lo dico io, e se mai capiterete da queste parti datemi retta e passateci la notte!

Le spiagge erano così belle che abbiamo valutato la possibilità di tornarci il giorno successivo e chiesto il prezzo. Potenza della contrattazione, la prospettiva di un ulteriore guadagno ha reso il barcarolo estremamente più flessibile e ci ha regalato un’ora in più a San Juan del Guía!

Siamo dunque venuti via verso le 17. Il viaggio di ritorno, in barca, non è stato molto piacevole perché avevamo come compagnucci un gruppo di giovani ventenni arroganti e strafottenti che si facevano beffe del capitano (a cui non importava un granché visto che erano un bel gruppo e pagavano), fumavano non so che ma di certo non tabacco e soprattutto, orrore degli orrori, rifiutavano di indossare il giubbino di salvataggio obbligatorio! Io invece ce l’avevo ed ero contenta perché ci stavo bella caldina, sono proprio vecchia. E comunque a 20 anni scema ero pure io, però il rispetto dell’autorità ce l’avevo!

Rientrati a Taganga abbiamo beccato un cielo che dire spettacolare è dir poco.

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E poi di nuovo ostello, e di nuovo piscinetta sul tetto e birra, e stavolta mi sono tuffata anch’io e mamma mia che goduria!

A cena in centro a Santa Marta, in un posto che mi è piaciuto tanto. Dopo cena KOK voleva giocare a biliardo ma io in questi giorni sono narcolettica e come ho visto il letto mi sono addormentata, vestita e senza lavarmi i denti!

INFO

Abbiamo fatto il tour con Tayro Taganga e non li raccomanderei ma temo che tutte le agenzie in Colombia siano così.
Abbiamo cenato da Lamart, buono!!

Giovedì 11 Maggio

Era l’ultimo giorno a Santa Marta, che fra parentesi non abbiamo praticamente visto e mi è dispiaciuto. La mattinata se ne è andata fra commissioni ed erano quasi le 12 quando siamo saliti su un taxi per andare a bahia Concha, una spiaggia che fa parte del solito parco nazionale.

Bahia Concha è stata un’esperienza. Non tanto per la spiaggia di per sé, bella per carità, quanto per la zona povera che la circonda e la… assedia.

Siamo in bassa stagione e non c’erano molti turisti.
Non appena siamo arrivati, ancora prima di scendere dalla macchina, siamo stati circondati dai tizi che affittano gli ombrelloni (che poi non sono ombrelloni, sono piuttosto dei teli che vengono stesi su delle strutture in metallo).
Dei bambini volevano portarci via la spazzatura in cambio di qualche spicciolo.
Un uomo offriva tatuaggi, una donna massaggi.
C’era chi vendeva frutta, chi bibite, chi gelati.
Cocco.
Arepa, empanadas, manioca fritta.
Collanine, foulards, parei.
Insomma un continuo. Ma fin qui alla fine niente di strano. Quando siamo venuti via però…

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Eravamo nel taxi su un viottolo sterrato. Più avanti c’era un gruppo di bambini. Quando ci hanno visto arrivare si sono buttati in mezzo alla strada, per fermarci. Uno aveva un bastone, lo teneva come se fosse una mazza da baseball pronta a colpire. Io ho chiuso gli occhi aspettando l’urto, ma il tassista doveva essere esperto di questo tipo di situazione perché è semplicemente andato a dritto e i graziosi pargoli si sono scansati.

Un po’ più avanti abbiamo trovato un intero villaggio: uomini, donne, bambini e mucche. Avevano bloccato la strada con dei tronchi per impedirci di passare. Uno si è avvicinato al finestrino. E ha detto, in spagnolo:
Cari turisti. Noi siamo un villaggio molto povero. La centralina dell’elettricità è rotta e non ce la vengono a riparare perché non tutti qua arriviamo a pagare le bollette. Risultato, è un mese intero che l’intero villaggio è senza luce. Ordunque, o ci aiutate a pagare la bolletta con un’offerta spontanea di 1000 o 2000 pesos (30 o 60 centesimi di euro) o non passate.

Ho avuto sentimenti ambivalenti riguardo a quest’ultima cosa.
Sul momento non mi sono spaventata perché il tutto si è svolto in maniera molto tranquilla, il tassista ha pagato e siamo ripartiti.
Più tardi mi sono prese un po’ di paura e un po’ di rabbia, e mi sono ritrovata a pensare che quando KOK e Dani se ne vanno io e Bram dobbiamo cambiare paese. Questo pensiero era più ampiamente legato alla sensazione a cui ho accennato più sopra, quella di sentirsi non una persona ma un portafoglio ambulante. Ma Santa Marta è zona turisticissima e magari non dappertutto è così.
Adesso che è Venerdì e siamo in tutt’altra zona, paradisiaca fra l’altro, sono semplicemente dispiaciuta per il villaggio, e vorrei essere un elettricista per andare lì e riparargli la centralina gratis.
Venendo via abbiamo incrociato la polizia che si dirigeva verso il posto di blocco improvvisato… E mi è dispiaciuto. Perché alla fine quello che hanno fatto non è tremendo, ed è dettato da miseria ed esasperazione.

Rientrati a Santa Marta ci siamo fatti una doccia al volo e poi abbiamo preso l’autobus per Riohacha, a 4 ore di distanza. Siamo partiti alle 18 e arrivati alle 22. L’autobus, per la cronaca, si è rivelato la macchina di un tizio. Che dopo averci portato fin lì ha fatto marcia indietro per tornare a Santa Marta. Se me ne fossi resa conto subito mi sarei offerta di pagargli una camera!

Insomma in Colombia ci siamo ritrovati di fronte a situazioni e meccanismi diversi da quelli visti fino ad ora, nonostante in paesi poveri fossimo già stati. C’è anche da dire che il Sud Est asiatico è abituato al turismo da parecchio tempo, la Colombia no. KOK dice che dovrei vedere anche il lato positivo del visitare un posto ancora relativamente incontaminato, e probabilmente ha ragione.

INFO

A Santa Marta siamo stati al Masaya Hostel, lo stesso di Bogotà ma con qualche differenza.
Punti positivi: molto carino, stanze pulite tutti i giorni, WiFi, bar, piscina e biliardo sul tetto, possibilità di farsi una doccia anche dopo il check out.
Punti negativi: il check in solo dalle 15, la musica appalla, l’assenza di ganci nelle camere e il fatto che per tenerti i bagagli dopo il check out ti facciano pagare.
Tutto considerato se tornassi indietro ci starei di nuovo!

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3 commenti leave one →
  1. maggio 14, 2017 4:30 pm

    Non credo sia una questione di empatia, cara Francesca, va bene è difficile giudicare col nostro metro che è quello del benessere, ma oggettivamente lì è un continuo non solo chiedere chiedere chiedere ma pure volervi fregare, io sarei irritatissima.

  2. cenere permalink
    maggio 14, 2017 9:42 pm

    ‘sta cosa del sentirsi un portafoglio ambulante mi ha lasciato senza parole. Pare la cultura del “ti frego qui ed ora” senza pensare a costruire qualcosa, senza immaginare di poter avere un ritorno maggiore in altri modi.

  3. maggio 16, 2017 11:50 pm

    È un discorso difficile. La filosofia del ritorno per ora non c’è e questo ha stupito anche me, ma verrà, penso. E certo, non è giusto che cerchino di fregarci. Però escono da tantissimi anni di guerra civile, sono poverissimi, con l’aumento del livello di sicurezza arriva il turismo e mentre loro sono senza luce si trovano davanti questi vestiti bene e coi portafogli gonfi, e non perché siano più bravi ma semplicemente perché io sono nato qui e te lì. È giusto questo?

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