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Colombia. Cabo de la Vela. Deserto, mare e granchi alla fine del mondo.

maggio 16, 2017

Fai ogni giorno una cosa che non hai mai fatto prima.

A Cabo de la Vela abbiamo dormito in delle amache sulla spiaggia.
Ci siamo lavati con un catino d’acqua, tramite un secchiello del gelato vuoto che usavamo per raccogliere l’acqua e versarcela addosso.
Abbiamo fatto il bagno nel mare turchese e abbiamo osservato i granchi uscire dai buchi e camminare lateralmente, veloci veloci.
Abbiamo comprato braccialettini di corda, abbiamo regalato acqua ai bambini Wayuu.
Abbiamo conosciuto un uomo che ha 45 fratelli, così gli ha detto suo padre.
Abbiamo camminato sul sale.

Chiariamo subito, Cabo de la Vela non è la punta più a nord del Sudamerica, quella è Punta Gallina, poco più avanti. Ma la sensazione da fine-del-mondo c’è anche qui!

Venerdì 12 Maggio

Siamo partiti da Riohacha Venerdì mattina con Ruben, un bel signore di etnia Wayuu ma che non si considera Wayuu perché è cresciuto in città. È lui ad avere 45 fra fratelli e fratellastri, e però, ci ha spiegato, ne conosce solo 30. I Wayuu sono poligami, ci ha raccontato, prendono più mogli. Mio padre, ha aggiunto mentre passavamo davanti a una casa, al momento vive qui con la sua seconda e terza moglie. Sono sorelle!
Le donne Wayuu si sposano giovanissime, spesso a 13 anni, e a 14 sono già mamme.
Vivono di pastorizia prevalentemente, capre. Ne abbiamo viste tantissime. E poi miniere, di carbone. In lontananza abbiamo scorto il treno, lungo lungo, nero nero.

Andando verso Cabo de la Vela ci siamo fermati a vedere delle saline. L’impianto al momento è fermo, ci ha spiegato Ruben, i lavoratori sono in sciopero. Da un anno.
Così come gli insegnanti, che lo sono da due settimane e questo spiega i tanti bimbi visti in giro. Non tutti vanno a scuola, in questi giorni non ci va nessuno.

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Mentre fissavamo pensierosi le distese di sale abbandonate delle bambine cenciose si sono avvicinate. Non ci hanno chiesto soldi o caramelle, sapete cosa ci hanno chiesto?
… acqua.
Ne avevamo una mezza bottiglia, gliel’abbiamo lasciata.

La sosta successiva è stata Uribia, la capitale indigena della Colombia. C’era quell’atmosfera un po’ fuorilegge che tante città di confine hanno. E infatti stiamo a un quarto d’ora dal Venezuela.
A Uribia abbiamo fatto scorta di acqua, 4 litri a testa perché non sapevamo se in seguito ne avremmo trovata, e abbiamo messo benzina. I distributori di benzina, ne avremmo incontrati altri per la via, consistono in tettoie di paglia. Sotto alla tettoia sta un’amaca, sull’amaca sta un tizio, accanto al tizio stanno delle taniche piene. E questo è il distributore di benzina.

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Lungo la via abbiamo incrociato dei bambini, fermi a lato della strada col braccio teso a mostrare la merce: bibite, benzina, ciliegie. L’ ultima volta che avevo visto una cosa del genere ero in Kosovo.

La strada (sterrata) per Cabo de la Vela era bloccata. La zona è desertica ma pochi giorni prima aveva eccezionalmente piovuto e la via era allagata. Abbiamo dovuto fare un detour.

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E poi siamo arrivati a Cabo de la Vela e l’abbiamo superato per raggiungere la nostra destinazione: un ranch un poco fuori, di proprietà Wayuu, dove avremmo mangiato e dormito.

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Ci siamo ritrovati in un posto tanto semplice quanto magico. Su una spiaggia senza lettini né ombrelloni, senza elettricità e senza acqua corrente. Per vederci, la luce del sole e un generatore che a volte funziona e a volte no; per lavarsi, dei secchi d’acqua; per dormire, delle amache vicine al mare. Un sacco di bambini Wayuu in giro, tutti indaffarati a cercare di venderti qualcosa, e pochi vecchi; mi sono chiesta quale sia l’aspettativa di vita qui. La notte, la luna e le stelle tutte.

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Abbiamo pranzato, arepas (focaccine di farina di mais, sciape) e patacones (frittelle di banane più sul cattivo che sul buono, da noi prontamente ribattezzate pataccone), abbiamo testato le amache e poi la nostra guida ci ha portato a Oyo del Agua, una bella spiaggia dove abbiamo trascorso il pomeriggio.

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La spiaggia non è attrezzata, ma i bambini Wayuu fanno su e giù offrendo acqua e birra fresche, braccialettini e fasce per i capelli intrecciate a mano. Iniziano piccoli, certo se hanno 45 fratelli e vogliono mangiare bisogna che si diano da fare! Chissà se vanno a scuola? Di certo già da piccolissimi sono perfettamente bilingue, parlano sia il Wayuu che lo spagnolo. In genere cerco di applicare il principio di non comprare da bambini per non incoraggiare lo sfruttamento minorile, ma qua la situazione è un po’ diversa e per aiutarli qualche braccialettino l’abbiamo preso.

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Abbiamo trascorso un paio d’ore in spiaggia, si stava così bene..!, e poi siamo saliti su al faro per vedere il tramonto. Il tramonto l’abbiamo visto il giusto perché era un poco nuvolo, però abbiamo bevuto una birra e ammirato il panorama.

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E chiacchierato con i bambini Wayuu, onnipresenti e dunque in forza anche qui. C’erano anche due ragazzine, oddio ragazzine, una avrà avuto 4 anni (e i capelli tagliati con l’accetta) e l’altra forse 12, già viste alla rancheria. Anche loro cercavano di vendere e ho accettato di comprare una fascetta per i capelli. Costava 5000 e non avevano da farmi il resto, allora ho detto loro che stavo alla rancheria e promesso che avrei effettuato l’acquisto il giorno successivo. Ricordatevi questa cosa.

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Tornati all’ostello ci siamo fatti la famosa doccia a secchiate d’acqua (i ragazzi l’hanno apprezzata, io un po’ meno) e poi cena. Aragostina per i chicos, molto comune qui e di conseguenza abbordabile (come prezzo). Era buona, ma avendo solo coltello e forchetta e non la pinzetta apposita c’è stato da ingegnarsi per mangiarla. Sembrava di essere in una falegnameria, ho passato la cena a scansare i pezzi di guscio che schizzavano in qua e in là!

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E dopo cena? WiFi non ce n’era e quindi serata come una volta.
A un tavolaccio di legno con birra, chiacchiere, carte per giocare a Uno e, io, appunti per il blog.
Dopo silenzio, la luce delle candele e un libro.
E poi solo la luna e le stelle, e le amache, e il rumore del mare.

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Sabato 13 Maggio

Dormire sulle amache è stata un’esperienza.

Sono amache particolari, si chiamano chinchorros, e credo proprio che le facciano a mano le donne Wayuu. Mi dicono che una fatta bene può costare un milione di pesos, 300 euro, e non stento a crederlo. Sono larghe, colorate e hanno delle ali laterali traforate in cui ci si può avvolgere per proteggersi dalle zanzare senza morire di caldo.

Come si dorme sulle amache? Dipende, secondo me. Se si è abituati a dormire a pancia in su bene. Sul fianco già più difficile. A pancia in giù impossibile!

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Alle 5 eravamo già svegli. KOK e Dani di proposito, per vedere il tramonto in spiaggia. Io per via delle zanzare che ronzavano, zzzzz. Bram non so.

Non eravamo gli unici ad essere svegli. Non ho fatto in tempo a scendere dall’amaca che mi sono trovata a mezzo centimetro dal naso le bambine, venute a reclamare l’obolo promesso. Vorrei far notare che erano le 5 del mattino (l’ho già detto lo so) e che io non avevo ancora fatto la pipì, non mi ero ancora lavata i denti e soprattutto ero in mutande!
Ma loro implacabili furono. Non se ne sono andate finché non sono riuscita a racimolare, impresa non facile perché NESSUNO aveva da cambiare una banconota più grossa, i 5000 pesos necessari per acquistare la fascetta!

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A puntarmi non erano solo le bambine ma anche le donne. Una cosa tipica di qui sono delle borse colorate, fatte a mano e devo dire molto belle, chiamate mochila. Il giorno prima avevo dato un’occhiata a una che mi piaceva ma non l’avevo comprata e da quel momento ogni volta che passavo davanti alle donne, che sembravano trascorrere le giornate sedute per terra accanto alle borse, era un coro di Amiga! Mochila! Alla fine ho iniziato a cercare dei percorsi alternativi.

Alle 6 ero lavata e vestita, ma la colazione non sarebbe stata pronta prima delle 7. E dunque?

E dunque la spiaggia tutta per me, all’alba, con un venticello fresco e i granchi. Per un’ora intera. Meraviglia di bellezza e tranquillità!

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Dopo colazione siamo andati qui. Questa si chiama playa Arcoíris: spiaggia dell’arcobaleno.

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Poco lontano c’era Pilón de Azúcar, un punto panoramico. Da lì siamo scesi in spiaggia.

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E che spiaggia!

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Un paradiso.

E niente, siamo stati in spiaggia, che c’è da dire di una mattinata in spiaggia? Siamo stati bene, ci siamo rilassati, abbiamo letto, abbiamo guardato i granchi, abbiamo fatto il bagno e ci siamo sbruciacchiati, tutti, chi più chi meno!

E poi siamo tornati alla rancheria per pranzare. Dopo pranzo un po’ di sbiacco sulle amache e poi io ho deciso di andare a dare un’ultima occhiata alle borse prima della partenza.
Mi sono subito trovata circondata da tutte le donne e anche dalle bambine. Parlavano tutte insieme e mi mettevano in mano tutte le mochila e capirci qualcosa era impossibile. Alla fine ne ho comprata una, azzurra, bellissima, senza contrattare perché a contrattare anche non ce la potevo fare! E poi le bambine mi hanno chiesto un lecca-lecca.
Non ne avevo, ma sapevo che KOK sì e ho detto loro mas tarde, più tardi. Torno alle amache, entro nello sgabuzzino in cui tenevamo le valigie per infilarci la borsa nuova e mentre sono dentro Bram mi dice “Hai visite”. Esco e chi trovo? Ovviamente tutte le bambine, con gli occhioni spalancati e le bocche aperte, venute a reclamare il dolce promesso! Che ridere, il tempo chiaramente scorre in maniera diversa quando si tratta di caramelle!
Il problema è che KOK è a fare la doccia e io non so dove siano i lecca-lecca. Prometto alle bimbe che i dolci arriveranno dopo e quelle controvoglia tornano indietro. Quando KOK torna della doccia mi spiega dove sono i lecca-lecca e io ne prendo un po’, vado verso le bimbe… e in un secondo sono circondata da tutte le donne del ranch! Bambine, adolescenti, donne e anche l’unica vecchia presente, tutte vogliono un lecca-lecca!
E non è finita qui. Perché ho rimesso la busta nello sgabuzzino e quando l’ho ripresa prima di partire l’ho trovata piena di formiche (che non avevano raggiunto i lecca-lecca perché quelli erano sigillati uno ad uno) e allora l’ho portata al ristorante e ho detto Ve li lascio per i bambini, ma KOK per raggiungere la macchina è passato dal ristorante e ha visto tutti i camerieri con un lecca-lecca in bocca!
Insomma a Cabo de la Vela i lecca-lecca sono un affar serio.

Il viaggio di ritorno non è stato privo di avventure. Abbiamo fatto la strada normale, quella che il giorno prima avevamo dovuto evitare per via della pioggia, e ci siamo ritrovati ad attraversare il deserto.

Non un deserto di sabbia e dune come nell’immaginario collettivo (o perlomeno nel mio).
Un deserto di polvere e terra arida, di foreste di cactus e alberi stecchiti piegati dal vento, di pellicani e acqua salata.
Abbiamo fatto qualche foto dalla jeep, in movimento.

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E in questa terra di niente, dove non puoi bere e non puoi coltivare, vivono i Wayuu. È territorio loro questo. Lontano da tutto, lontano da tutti. Avevamo ancora un sacco d’acqua, abbiamo chiesto a Ruben se fosse possibile donarla a qualche famiglia o a una comunità.
E Ruben sa, perché ha guidato sulla terra secca, ha attraverso fiumi di pioggia sporca (avevamo un 4×4, scordatevi di arrivare in altro modo qui) e a un certo punto dal nulla sono apparse poche donne e tantissimi bambini. Immaginatene uno sui 4 anni che protegge spaventato i fratellini di 3 e 2, e in lontananza arriva la mamma che tiene per mano quello di 1 e in braccio un neonato, ed è incinta. Vengono dal deserto e sono vestiti di pezze, di niente. Abbiamo lasciato l’acqua a loro.

Ultima sosta a Uribia, Ruben ci ha fatto fare il giro turistico in macchina, e poi l’arrivo a Riohacha.

Mi fermo qui perché se inizio a scrivere di Riohacha devo anche scrivere che questo era l’ultimo giorno per KOK e Dani e l’argomento mi intristisce, e questo vuole essere un post felice. E comunque c’è stata una bella serata a Riohacha prima della partenza, e poi ve la racconto. Ma questo era il post su Cabo de la Vela, e Cabo de la Vela mi ha ammaliato e mi ha tolto il fiato come pochi altri posti in questo viaggio, e sono così GRATA di esserci stata!

INFO

A Cabo de la Vela siamo stati alla Ranchería Utta. È uno di quei posti magici, alla fine del mondo, che secondo me sono una cura per l’anima.
L’escursione l’abbiamo fatta con Expotur. Caldamente raccomandati!

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11 commenti leave one →
  1. maggio 16, 2017 7:44 pm

    Sì, è veramente un bel post questo. E per le borse se non ci fossero problemi di trasporto avresti potuto comprarne per i regali di Natale da qui al 2076.

  2. maggio 16, 2017 11:43 pm

    💙 (non mi viene in mente niente di più intelligente da scrivere, però questo riassume tutto!)

  3. Enrico permalink
    maggio 17, 2017 5:08 am

    Anche noi in namibia stavamo zitti e ci guardavamo intorno. Per noialtri europei il deserto è un’esperienza abbastanza importante da fare nella vita.

  4. Stefy permalink
    maggio 17, 2017 9:14 am

    Wow, che meraviglia di post e che bellissima esperienza!

  5. Anonimo permalink
    maggio 17, 2017 12:09 pm

    ….WOW!!!

  6. Anonimo permalink
    maggio 17, 2017 12:10 pm

    Semplicemente fantastico ♥

  7. cenere permalink
    maggio 17, 2017 12:50 pm

    la foto sulla spiaggia in cui Bram (è lui? sono da cellulare e non vedo bene) salta mi ha ricordato le foto sceme che la tipa del corso di cucina vi aveva obbligati a fare!

  8. sally permalink
    maggio 18, 2017 11:59 am

    L’anonimo sarei io :P non so cosa non funzionava ieri ;)

  9. maggio 18, 2017 2:03 pm

    Grazie. Sì, è stato molto bello. E sì, quello nella foto scema è Bram!

  10. vincenzo permalink
    maggio 18, 2017 3:14 pm

    Pensa che per me andare al confine del mondo significa raggiungere il ring di Bruxelles :-)

  11. maggio 18, 2017 10:28 pm

    Beh ma il limite del mondo è una cosa talmente relativa che anche il ring di Bruxelles ci può stare secondo me!

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