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Ecuador. Pensieri da un autobus che corre nella giungla

giugno 2, 2017

Allora. Vorrei buttare giù qualche conclusione finale sulla Colombia ma credo che l’attuale situazione meriti qualche parola. Dunque, da dove inizio?

A leggere la LP e i vari blog di viaggiatori pare che derubare i turisti sugli autobus in Ecuador sia sport nazionale. Speravo che con la Colombia la cosa fosse finita, e invece no.

Io sono contenta di viaggiare in autobus anziché in aereo. Mi piace di più, spendo meno, vedo paesaggi, inquino meno, non ho problemi di bagaglio (non so bene come sia potuto succedere ma il mio sacchettino dei souvenir si è lentamente ma inesorabilmente trasformato in un bagaglio a sé stante, ehm ehm!).

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Però dopo tutte le cose che abbiamo letto ci siamo un po’ imparanoiati. Alla fine io mi sono organizzata come segue.
Ai miei piedi (sono seduta su un autobus, giutappunto) sacchetto con roba che se mi rubano non piango.
Zaino con cose di valore: in braccio, e le braccia intorno (mi sta premendo sulla vescica e mi scappa la pipì!!).
Souvenir: sparsi fra valigia (che è nella stiva) e suddetto zaino.

Che poi, parliamone. Cosa ci possono rubare?
Soldi e carta di credito sarebbero una rottura di palle, ma una rottura di palle rimediabile.
Passaporti sarebbe una rottura di palle / una tragedia. Ma non credono puntino a quelli.
Vestiti e scarpe chissene, magari se mi rubassero le scarpe da trekking mi dispiacerebbe ecco, ma ce le ho addosso, direi che se riescono a rubarle se le meritano!
Souvenir. Ecco questo sì che mi dispiacerebbe da morire. Si tratta di un bagaglio di poco valore materiale ma immenso emotivo. Sono ricordi, raccontano storie, hanno volti di persone. Mi scoccerebbe di più se mi rubassero i souvenir che la carta di credito! Perché la seconda è rimpiazzabile, i primi no.

Parliamo anche degli autobus stessi. Come faccio a descriverli? Sono autobus normali, pure grossi, tipo quello che va da Lucca a Firenze, ma stipati all’inverosimile. Ci sono i passeggeri ma ci sono anche i venditori. I commedianti, i truffatori. Chi è a caccia di soldi non resta sull’autobus, sale e scende. I venditori si fanno l’autobus in su e in giù, schiacciando piedi e bagagli, urtando teste e spalle. Vendono bibite fresche, acqua, mango, banane fritte, paste, succo d’arancia e per succo d’arancia intendo caraffa in una mano e bicchieri di plastica nell’altra, gelati tenuti in mano e sono nudi (i gelati non i venditori), senza carta. Io ogni volta vorrei comprare tutto, ma che vita è, su e giù in questo inferno per 50 centesimi se va bene?
Sul primo autobus che abbiamo preso in Ecuador, vicini al confine con la Colombia, è salita la polizia, ci ha fatto aprire gli zaini. Bram per raggiungere il suo ha spostato una scatola di cartone legata con uno spago, quella ha fatto PIO PIO PIO.
Ma lo spettacolo più bello è la gente. Abiti, decorazioni e colore della pelle continuano a cambiare. Gonne lunghe a motivi etnici, camicette ricamate, copricapo che para pioggia e sole. Miele, caramello, cioccolato. Colori vivaci nel caso dei membri di alcune tribù, e l’autista che si lamenta perché sporcano i sedili.
In Ecuador, lo confesso, a volte abbiamo difficoltà a distinguere gli uomini dalle donne. Capelli lunghi e neri, raccolti in una coda o in una una treccia spessa. Si riconoscono bene invece i bambini, le neonate hanno gli orecchini, col buco. A me sembra una barbarie ma sono culture diverse, non posso giudicare.

Ma è della situazione in cui ci troviamo oggi che volevo parlare. Ho cambiato autobus fra il pezzo sui furti e quelli sugli autobus, si sente? Mi accorgo di aver cambiato tono. L’autobus su cui sono ora mi piace di più.

Eravamo a Otavalo, nelle Ande. Volevamo andare vicino ad Atacames, sulla costa più a nord. E nel mezzo?
Normalmente da Otavalo si va a Quito, la capitale, che è più a Sud e quindi logisticamente non avrebbe senso ma tutti gli autobus passano da lì. Ma noi a Quito non volevamo andare, abbiamo chiesto, ci hanno detto Andate a Ibarra, da lì a Esmeraldas, da Esmeraldas a Atacames. A che ora è l’autobus da Otavalo a Ibarra? Oh ce ne sono tanti, ogni 5 minuti. E da Ibarra a Esmeraldas? Ah, questo non lo so.
Non sanno, non sanno mai. Su Internet non si trova niente e chi abita a A sa come andare da A a B ma da B in poi il vuoto, finisce il mondo, inizia il niente. È un terno al lotto, una giostra che non si sa quando passi, venghino signori venghino!
E così stamattina siamo andati a Ibarra, e stavolta la lotteria l’abbiamo persa perché quando siamo arrivati a Ibarra di autobus per Esmeraldas non ce n’era.

E quindi abbiamo chiesto. Le informazioni non erano chiare, Andate a Quito, partite stanotte (no cazzo no, io di notte in Ecuador non voglio viaggiare!), andate domattina. Bram si è spazientito, io sono rimasta, ho chiesto di parlare più lentamente, con dolcezza.
E alla fine ho capito, ho capito che da Ibarra potevamo prendere un autobus per San Lorenzo e poi un altro per Esmeraldas. San Lorenzo è una città nella giungla che sulla mia cartina dell’Ecuador è stellata con l’etichetta “river blindness” perché vicino al fiume prolifica una zanzara che trasporta un parassita che porta alla cecità. L’autobus stava partendo, ma stava proprio nel senso che era già in marcia, ci siamo saliti al volo.

Posti a sedere non ce n’erano ma un ragazzino si è alzato e mi ha ceduto il posto, e sapete che c’è? Non mi lamenterò più quando mi chiamano signora.

Ed è stato così che mi sono trovata nella situazione in cui ero quando ho iniziato a scrivere. Su un autobus per chissà dove fra un venditore e un commediante.

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Il commediante ha esordito dicendo Forse mi avrete visto in TV, sono il figlio del presidente, ho partecipato a Ecuador’s Got Talent. E poi si è messo un vestito da donna e a un certo punto si è avvicinato a Bram e l’ha abbracciato e Bram ha passato la successiva mezz’ora a controllarsi tutte le tasche per vedere se gli aveva fregato qualcosa!

Dopo un paio d’ore, e tutto è stato così frenetico che sono le 17 ed è da stamattina che io non faccio la pipì, l’autista ha urlato CALDERONE! o almeno io ho capito così, e è venuto fuori che dovevamo cambiare autobus lì per andare a Esmeraldas, e Presto correte che l’autobus sta arrivando!, e siamo rotolati giù e abbiamo recuperato le valigie e poi Bram me le ha mollate TUTTE e mi ha detto Ciao io vado in bagno! (cioè al lato della strada), questo mentre l’autobus per Esmeraldas si avvicinava.

Mi è preso il panico. L’autobus partiva e io da sola non ce la facevo a portare tutto! Alla fine ho mollato lì le valigie da stiva e sono salita con in mano tre zaini, fra cui quello di Bram che credo che di nascosto collezioni pietre ripiene di piombo, e il famoso sacchettino dei souvenir.
L’autobus era pieno, pieno, pieno, c’era gente ovunque, seduta e in piedi e incastrata, tutti color cioccolato tranne me, e io non riuscivo ad avanzare, non riuscivo a trasportare i bagagli e in più stavo sudando come un maiale visto che ero nella giungla tropicale coi vestiti che avevo nelle Ande! Ho urtato tutti, ho dato zainate in faccia alla gente, ho provato a mettere su lo zaino di Bram e quello è cascato in testa a uno, ho detto Disculpe più volte di quante si possano contare, ho pensato Basta non ce la faccio più mollo tutto qui e se ci devono derubare che si servano!, e in quel momento un signore coi pantaloni da lavoro e gli stivali di gomma si è alzato, mi ha sorriso e mi ha ceduto il posto.

E quindi ora sono qui. Seduta su un autobus che corre tra giungla e villaggi e i villaggi sono terra e baracche di legno col tetto di lamiera e accanto a me c’è una signora che non sfigurerebbe in un romanzo di Jorge Amado e dall’altro lato ho la figlia che sta comprando del formaggio da un venditore che lo tiene in sacchetti di plastica e ne ha rotto uno per farglielo assaggiare, e prima o poi arriveremo a Esmeraldas e dopo chissà? Se non c’è l’autobus per Atacames ci toccherà dormirci, e mi farebbe pure figo dire Sono a Esmeraldas (solo il nome!!) la città nella giungla! non fosse per questo piccolo particolare che la LP dice che è la città più malfamata di tutto l’Ecuador (le esatte parole sono ugly, dirty and dangerous). Ma mamma non ti preoccupare, male male prendiamo un taxi e andiamo diretti in albergo!

Oh dimenticavo, poco fa è salita una ragazza bellissima. Alta, snella, con un vestitino bianco semplice che fa risaltare la pelle color caramello, le infradito, i capelli legati in uno chignon tenuto fermo da una piccola ghirlanda di fiorellini bianchi. È Garota de Ipanema, ecco chi è!

Stiamo passando dei panorami che non ve li immaginate. Una meraviglia. Rigogliosissimo verde, cascate, intere famiglie sedute sotto al portico. La gente vive in posti che per me cittadina sono inconcepibili per quanto sono isolati. Vorrei scendere dappertutto e scoprire e conoscere ed esplorare!

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6 commenti leave one →
  1. cenere permalink
    giugno 3, 2017 6:08 am

    ma…. dopo essere andato in “bagno”, Bram è poi riuscito a prendere la corriera o no? me lo sono perso tra i tuoi bagagli!

  2. giugno 3, 2017 11:38 am

    Sì e alla fine siamo anche riusciti a raggiungere la nostra destinazione finale, non siamo rimasti bloccati nella città “ugly, dirty and dangerous”! Poi racconto!

  3. Tiziana permalink
    giugno 3, 2017 3:53 pm

    Buongiorno Francesca!

    Anche qua dove viviamo noi nel sud della Spagna c’è l’usanza di forare i lobi delle neonate femmine. Tutte le bambine hanno piccoli orecchini d’oro. I buchi li fanno appena nate, poco dopo il parto. Quando è nata la mia oggi seienne e mi sono sentita chiedere dall’ostetrica se volevamo metterle gli orecchini (una domanda di prassi che riceve sempre risposta affermativa) sono cascata dalle nuvole… ovviamente ho rifiutato: non giudico le altre culture (qua pare un’usanza molto molto radicata) ma anche a me sembra una barbarie! Io stessa non mi sono mai fatta forare i lobi, figurarsi se l’avrei fatto fare a mia figlia appena nata…
    Oggi che a sei anni è l’unica delle sue compagnette a non avere gli orecchini mia figlia mi rimprovera di non averle fatto fare i buchi alla nascita come tutte (ma non avrei mai avuto il cuore per prendere quella decisione), desidererebbe gli orecchini ma allo stesso tempo ha troppo paura di essere accompagnata a fare i buchi, come le ho proposto per il sesto compleanno. Quando sarà un po’ più grande e più coraggiosa l’accompagneremo a mettere gli orecchini come tutte le altre bambine che vivono qua e nell’occasione mi farò fare i buchi anch’io per condividere con la mia piccola questa esperienza.

    Ciao e complimenti per il tuo blog!

  4. giugno 4, 2017 5:00 am

    Ciao Tiziana, che piacere il tuo commento! Fra l’altro mi hai tolto una curiosità che avevo, che era proprio come si sentissero le bambine una volta più grandicelle. Grazie! Un’altra cosa a me viene in mente, ed è: ma così piccole (neonate intendo) non rischiano piccole infezioni? Non so, io ho fatto i buchi per mia scelta intorno ai 13 anni e ricordo che mi hanno fatto infezione. Adesso poi non posso più portare orecchini, neanche quelli d’oro, perché ho una reazione (lobi gonfi e doloranti) immediata!

  5. Tiziana permalink
    giugno 6, 2017 4:08 pm

    Ciao Francesca, sono felice che il mio commento abbia contribuito a toglierti una curiosità!
    Sai, dopo averlo scritto mi sono detta: è strano commentare su un così piccolo e insignificante dettaglio dopo aver letto un bel post come il tuo. Eppure è stato più forte di me, tanto è stata forte la sensazione di sbigottimento che ho provato nel momento in cui dopo il parto mi è stato chiesto di fare i buchi alla piccola! Solo dopo ho indagato scoprendo che l’usanza dei buchi e degli orecchini fin dal reparto maternità qui è talmente radicata da essere normale, senza discussione. Quando nasce una bimba i genitori forniscono all’ostetrica due orecchini d’oro (acquistati apposta in gioielleria oppure già di famiglia) fatti apposta per forare i lobi alle neonate. Si tratta di piccolissimi anellini col gambo appuntito che l’ostetrica usa direttamente per forare a mano i lobini teneri delle piccole. Dicono che le bimbe non piangono neanche ma per quanto ne so i neonati sono già in grado di provare dolore anche se non lo manifestano. Di certo non ne restano traumatizzate, tanto che poi alle loro figlie continuano a fare lo stesso che era stato fatto loro da neonate.
    Qui i buchi alle orecchie li fanno anche nelle farmacie (ho scoperto che ultimamente anche in Italia) ma è un servizio rivolto alle ragazze che desiderano farsi dei buchi “in più”… oppure ai ragazzi che scelgono di mettersi l’orecchino.
    Anche io mi sono posta il problema delle infezioni perché una neonata non è nemmeno in grado di avvisare se sente fastido. E invece pare che le infezioni non sopraggiungano affatto, probabilmente perché il sistema immunitario ancora poco sviluppato accetta naturalmente il “corpo estraneo” dell’orecchino. Ricordo che mia sorella si fece i buchi a 16 anni (con la “pistola” in una profumeria) ed ebbe una penosa trafila di infezione più o meno come la tua così dovette rinunciare agli orecchini lasciando chiudere i buchini non più utilizzati. Se li è fatti rifare l’anno scorso in una farmacia di Milano dove le hanno messo orecchini anallergici in titanio e non ha più avuto problemi (ovviamente sta alla larga dalla bigiotteria).
    Pensa che quando mia figlia era piccola tutti la scambiavano per un maschietto. Idealmente avrebbe anche potuto essere vestita integralmente in rosa e non avrebbe fatto differenza: il fatto è che senza orecchini ai loro occhi non poteva essere una bimba (non che mi importasse della cosa, ma la trovavo assai curiosa). Quando facevo notare loro che nemmeno io ho i buchi lo stupore delle persone era ancor più grande! Mi diverte stupire la gente di qua con i miei lobi incredibilmente ancora intatti. Anche per questo motivo non mi sono ancora decisa a fare i buchi, anche se ho rivalutato la bellezza e la femminilità degli orecchini che qua portano tutte. Quando mia figlia si sentirà pronta li farò anch’io assieme a lei, penso che sarà un’esperienza divertente da condividere. E non mi stupirei affatto se mia figlia, dovesse diventare un giorno a sua volta mamma di una bambina, decidesse di farle mettere gli orecchini già da neonata adeguandosi alla cultura in cui è cresciuta. Perché qui è lei quella che si sente “strana” a non averli.

    Un caro saluto (e scusa se ho scritto troppo)

  6. giugno 8, 2017 12:59 pm

    Ma non ti scusare, come ti ho detto mi ha fatto molto piacere, era un argomento che mi incuriosiva molto e sono felice che qualcuno mi abbia illuminato!

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