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Messico. Di nuovo a Oaxaca. Di tesori nelle tumbe, mujeres mezcaleres e shock culturali.

luglio 1, 2022

Martedì 27 Giugno

Il viaggio va liscio, tranne che per il russatore folle che ha tenuto sveglio metà autobus – lui ha dormito, gli altri no. Passava persino le cuffie noise cancelling di Bram!

Io un po’ ho dormito, un po’ ho scritto sul blog e un po’ ho guardato la televisione – hanno dato Jojo Rabbit e poi un concerto degli Imagine Dragons. Per la televisione servono le cuffie eh, non è che la sparano a tutto volume per tutto il pullman!

Per le 8 siamo a Oaxaca. Bram si ricorda che il tassista che ci aveva accompagnato all’andata gli aveva detto che la mattina presto alla stazione degli autobus c’è un camioncino che fa dei tamales buonissimi. Lo trova, e quella è la sua colazione.

Il tamal sembrava spettacolare in effetti!

Quando Bram ha finito prendiamo un taxi e andiamo al nostro albergo, che è lo stesso in cui siamo stati i primi giorni a Oaxaca. Posiamo le valigie (la stanza non è pronta) e andiamo a fare colazione. Fa freschino quasi freddo! Avevo dimenticato che Oaxaca è una cittadina di montagna (1550 metri, e infatti a volte quando camminiamo in salita abbiamo il fiatone).

Poi usciamo. L’idea è quella di stare in giro fino al momento del check in (possibile dalle 15); ma finiremo con lo stare fuori tutto il giorno.

Prima tappa un caffè per Bram: il caffè che servono in albergo non gli piace, così andiamo in un posto carino dove ne fanno uno buono.

E poi: museooo! Finalmente! Siamo senza zaino, siamo fra i primi a mettersi in coda, stavolta riusciamo a entrare!

Il museo fa parte del convento di Santo Domingo, che è abbastanza spettacolare e offre delle bellissime viste sulla piazza sottostante e sul Giardino botanico (che abbiamo già visitato). Il museo però… Cioè: in uno stato culturalmente ricco e diverso come quello di Oaxaca, nel Museo delle culture di Oaxaca io mi sarei aspettata di trovare un sacco di informazioni sulla storia e la cultura delle popolazioni indigene. No?
Invece c’è solo il tesoro di tumba 7.

Tumba 7 sta a Monte Albán, l’abbiamo vista. È una tomba zapoteca che fu riutilizzata dai mixtechi. Nel museo c’è il tesoro, che è veramente un botto di roba. Pietre preziose (o che erano considerate preziose all’epoca), collane, orecchini, maschere… il tutto elaborato e decorato con un livello di dettaglio che non riesco proprio a immaginare per quei tempi!
L’unico piccolo problema è che avendo dormito poco sull’autobus sono lievemente narcolettica e continuo a temere di addormentarmi di botto e collassare su una delle teche di vetro fracassandola. Mi ritroverebbero per terra ricoperta di orecchini di ossidiana a forma di aquila dal becco ricurvo!

Una cosa che mi fa molto ridere è che a un certo punto guardo se c’è WiFi, e l’unica rete disponibile (e comunque password protected) è “Tumba”.

Bando alle ciance, ero rincoglionita dal sonno (lo sono anche ora mentre scrivo in realtà) e svariono. Ecco qualche foto!

Quando usciamo dal museo è quasi ora di pranzo. Andiamo a caccia di tacos per Bram. Li troviamo. Poi si pone il problema del mio pranzo. Ho fame ma sono un po’ spaventata all’idea di mangiare. Vorrei una semplice pasta in bianco, ma siamo in Messico! La pasta in realtà sui menù dei ristoranti c’è, ma come sarà? Passiamo davanti a La Popular, quel ristorante che non ci era piaciuto per niente. Sul menù hanno quattro paste, una roba tipo pomodoro, formaggi, pesce e la quarta non mi ricordo. Mmmhhh. Proseguiamo.

Io nel frattempo mi sto grattando. Mi è entrato un pappino nella maglietta, e mi sta pungendo ovunque! Entriamo in un negozio e con la scusa di provarmi una gonna mi infilo nel camerino e mi spoglio.

Poi andiamo a pranzo (cioè io vado a pranzo). Siamo vicini a un posto che si chiama La Olla, che è il ristorante della signora con cui faremo il corso di cucina Giovedì. Diamo un’occhiata al menù, c’è una pasta. Chiediamo se ci prendono anche se uno ha già mangiato e l’altra non può mangiare un cavolo e ci dicono di sì!

Bram prende una Cola Cola e io delle tagliatelle ai funghi spettacolari, mi piacciono tantissimo e faccio veramente fatica a non finirle, ma non voglio esagerare il primo giorno che sto bene. Mi faccio mettere in un contenitore la pasta avanzata, sarà la mia cena! Il mio nuovo piano anti reflusso prevede una cena leggera e presto, le tagliatelle rimaste saranno perfette!

Finito il pranzo non ce ne andiamo perché alle 15 Bram ha appuntamento con una mujer mezcalera e lei gli ha dato appuntamento proprio al ristorante. Arriva con la figlia, sono indigene! Non zapoteche né mixteche, di un altro gruppo di cui ho dimenticato il nome e di cui, tristemente, la lingua si è persa. Improvvisano una piccola degustazione di mezcal nel ristorante, Bram compra due bottiglie (come faremo a fare le valigie non lo so) e io come al solito sono molto più interessata alle persone che al mezcal. Chiedo se nel loro villaggio si applichino gli Usos y Costumbres e la madre mi dice di sì, e che non ne è molto contenta perché essendo regole vecchie di anni spesso discriminano le donne. È la prima volta che sento parlare degli Usos y Costumbres da una donna indigena che li vive.

Quando usciamo dal ristorante piove. È l’unico giorno in cui siamo senza ombrello, per via dello stronzo museo che non ti fa entrare con lo zaino. Ci rifugiamo in un negozio d’artigianato dove le commesse ci inseguono mostrandoci vasi ed enormi pentole di coccio decorate.

Poi andiamo a farci fare un massaggio. Era l’unica cosa che avevamo previdentemente prenotato, pensando che saremmo stati cotti. E infatti io durante il mio, che dura più di quello di Bram, mi addormento!

Quando esco dal posto hippie dei massaggi (stesso dell’ultima volta) grondo olio. Ad asciugarmi vado a La Casa Grande, una mezcaleria in cui Bram sta già facendo una bevuta. Ci siamo solo noi e il ragazzo dietro al bancone è molto simpatico e finiamo con lo stare lì un sacco di tempo a chiacchierare. Si parla di mezcal, di Messico, della sua città d’origine (Aguas Calientes, che gli manca per la vita mondana e per le grosse catene di hamburgers!), di cucina. Bello!

Ci consiglia di assaggiare le marquesitas, una sorta di crêpes croccanti. È cucina di strada, le cerchiamo ed eccole qua, e così Bram finisce col cenare con una crêpe con marmellata di fragole, banana, e Philadelphia, che il ragazzetto dietro all’enorme fornello (non arrivava a 18 anni secondo me) spreme dal pacchetto.

Io ho dietro la pasta avanzata, la mangerò una volta rientrati in albergo. Ma non ho una forchetta. Passiamo davanti a un banchetto di cibo di strada tenuto da dei ragazzetti e vedo che hanno delle forchette. D’istinto penso, non gliene chiedo una perché visto che non ho intenzione di comprare nulla non me la daranno. Tiro a dritto, ma poi un pensiero mi folgora. Non siamo a Bruxelles, siamo ad Oaxaca! Qua la gente è generosa, cordiale e gentile! Non mi stupirei per niente se chiedendo una forchetta, semplicemente me la dessero!

E così è. Tolto il momento in cui non sapendo la parola per forchetta in spagnolo ne indico una caduta per terra, e loro pensano che voglia la patatina fritta spiaccicata e pestata che è accanto e molto si perplimono, quando capiscono me la danno sorridendo (una pulita non quella per terra), semplicemente.

Ci credete che questo attimo di gentilezza gratuita è stato lo shock culturale più grosso di tutto il viaggio? Non perché mi hanno dato una forchetta, ma per il cambiamento nel modo di pensare che c’è stato nel mio cervello quando mi sono resa conto di essere ad Oaxaca!

INFO

Il ristorante in cui abbiamo pranzato si chiama La Olla.

2 commenti leave one →
  1. luglio 1, 2022 7:13 PM

    Francesca, tu sei una turista nata!! Niente ti spaventa e hai una forza fisica e morale che nessuno direbbe , nel vederti così minuta!!! Hai attraversato una tempesta fisica che avrebbe messo a tappeto anche un gigante. Invece eccoti lì, in giro per quel mondo così colorato con le tue tagliatelle ai funghi a pranzo e a cena. Ti adoro!!! Complimentissimi!!! <3 <3 <3

  2. luglio 2, 2022 11:12 PM

    Vittyna, tu sei troppo gentile!! 😀

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