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Messico. Santa Catarina Minas e Oaxaca. Mezcal, saghe familiari, y ¡el danzón!

luglio 2, 2022

Mercoledì 28 Giugno

Fatti irrilevanti

Il motivo per cui siamo tornati a Oaxaca è che abbiamo alcune cose pianificate qua.
Il motivo per cui non siamo andati a Hierve el Agua il Martedì è che sono due ore ad andare e due a tornare, e ci eravamo già fatti 10 ore di autobus ed avevamo molto sonno.

A Oaxaca ci sono un sacco di marciapiedi completamente divelti dalle radici degli alberi. E ogni tanto passa una macchina così vecchia che ci viene da vomitare per l’odore del gas di scarico.
I libri nelle librerie sono tutti avvolti nella plastica uno per uno. Si possono spacchettare per sfogliarli, ma io per esempio mi perito perché poi ai commessi tocca reimpacchettarli!
A volte passa un camion che fa muuu. Avendo a bordo dei grossi bidoni di quello che ci pare alluminio e facendo muuu, io e Bram avevamo sempre dato per scontato che trasportasse latte. Invece è gas!
Ho scoperto che non siamo gringos. Perché non siamo ammericani.

E infine, tre piccole cose personali molto frivole.
Uno, ho portato troppa roba, non ho usato neanche la metà dei vestiti che ho messo in valigia.
Due, non sono riuscita a trovare un attimo per fare una pedicure e non voglio tagliarmi le unghie io perché sono smaltate e non ho il solvente, morale, non mi sono mai tagliata le unghie da quando siamo in Messico.
Tre, oggi è stata una giornata caldissima e appena rientrati in albergo io mi sono lanciata nella doccia e quando sono uscita ho pensato che Bram avesse portato del Gorgonzola in camera, invece erano i suoi calzini!

E dopo questi fatti irrilevanti, veniamo a Mercoledì.

Mercoledì dovevamo essere fuori alle 9. Anziché alzarci alle 7, farci la doccia e fare colazione, abbiamo messo la sveglia alle 8. Poi Bram è andato a fare colazione e io gli ho detto, Portami un pan dulce! Sono molto contenta di aver deciso di fare le cose con calma perché è passato il jetlag, sembrerebbe essersi calmato il reflusso, l’intossicazione è finita, finalmente dormooo! Ne risente il blog, però pazienza, faccio del mio meglio per scrivere durante la giornata.

E dunque alle 9 siamo fuori. Ad aspettarci c’è Evelio, un tassista con cui ci ha messo in contatto Andrés che è lo spacciatore ufficiale di mezcal di Bram (è messicano e vive in Belgio). Visto il contesto, potete immaginare dove stiamo andando. Santa Catarina Minas, arriviamo!

In macchina si chiacchiera e tanto per cambiare il discorso cade sul presidente. Evelio è scettico. Abbiamo un presidente populista, dice. La gente è contenta perché ha dato soldi ai pensionati, soldi agli studenti, soldi alle mamme single… tutte iniziative lodevoli, per carità, però i soldi da dove vengono? Io non voglio finire come il Venezuela, dice scuotendo la testa. Ci racconta anche che due suoi amici sono lottatori di lotta libera (quella che volevo andare a vedere io) e che nonostante le maschere non è tutta scena, se le danno davvero! Allora meno male che non ci siamo andati!

A Santa Catarina Minas hanno sede due produttori di mezcal abbastanza conosciuti: Real Minero e Lalocura. È un affare di famiglia!
Don Francisco Ángeles produceva mezcal già nel 1800 (se non erro).
Lorenzo Ángeles Mendoza, il padre della generazione che gestisce l’azienda oggi, è stato il fondatore della marca Real Minero. Oggi lui non c’è più, e dell’azienda si occupano i figli. Sono vari, ma qualche anno fa c’è stato un disaccordo ed Eduardo (Lalo) si è separato dal gruppo ed ha iniziato a produrre il suo mezcal personale: Lalocura.

Iniziamo da Real Minero. Abbiamo appuntamento. Il palenque (dove si fa il mezcal – in genere è tutto insieme ma qua no) è a 500 metri dalla parte amministrativa dove si fanno le degustazioni. Ci sbagliamo e andiamo prima al palenque, poi torniamo indietro, suoniamo e ci aprono.
Non avevo mai visto un palenque protetto da muri e cancelli, in cui bisogna suonare per entrare.

Ad accoglierci è Adriana, una de* figli* di Lorenzo Ángeles Mendoza. Ci fa accomodare a un tavolino in un delizioso giardino. Che differenza con le fattorie, con il mezcal nelle taniche, che abbiamo visto fino ad ora.

Adriana è giovane ed è di un’altra classe sociale, e si vede. Si vede da come è vestita, da come si muove, da come parla. Parla tanto, mentre conduce la degustazione, in spagnolo veloce. La capisco ma non mi ricordo tutto. Parla con la foga di chi ha bisogno di parlare.

Ci racconta del padre, del nonno, degli avi.
Del fatto che ai tempi della dominazione castigliana il mezcal era proibito (i castigliani volevano vendere il loro alcool!) e allora si coltivava in segreto, i campi lontani dalle case, le donne con le bottiglie avvolte intorno al corpo come se fosse una fascia con dentro un niño, per andare a venderlo clandestinamente. L’uomo lo produce, la donna lo vende. Così era allora, e oggi non è che sia tanto diverso.
Parla dell’università, nonostante abbia studiato parla solo spagnolo, trova l’inglese difficile. Ci chiede quante lingue parliamo noi, si stupisce. È una frase che ho sentito parecchie volte qua a Oaxaca, “L’inglese è difficile”, con un sospiro. Mi ha fatto pensare perché io non trovo l’inglese difficile, molto più difficili il francese o lo spagnolo, nonostante la radice comune con l’italiano. Chissà come e da che età lo insegnano qua, se i film sono doppiati. Forse dipende anche dalla zona, il Messico è grande e qua siamo lontani dagli Stati Uniti; il tizio di Chihuahua che abbiamo incontrato sulla spiaggia, per esempio, lo parlava (e ne andava così fiero..!).
Ci dice che lei è zapoteca, pur non avendone i tratti fisici; e che a volte nel paese viene discriminata, che quando ha provato a iscriversi ai balli tradizionali che ci sono una volta l’anno (la Guelaguetza) non gliel’hanno permesso.
A un certo punto si sente un annuncio, forte, sparato da un altoparlante in tutto il villaggio. Chiediamo cosa sia, ci dice che ogni due mesi gli anziani ricevono una pensione e che adesso è il momento: l’annuncio sta dicendo che possono andare a ritirarla. Ah, diciamo noi ingenuamente, la misura introdotta dal presidente – perché così ci hanno detto. No, ci contraddice lei con aria infastidita, sono dieci anni che c’è, anche se ora si tende a santificare il presidente e ad attribuire qualunque iniziativa a lui. A me non piace e io non l’ho votato, aggiunge piano.
Ci chiede di noi, di dove viviamo, com’è, vuole sapere. Mi fa pensare a un leone in gabbia. Fuori passa un camioncino urlante, gridano che comprano ferro vecchio.

Ci fermiamo a comprare uno yogurt e qualche banana e poi andiamo da Eduardo, Lalo. Il fratello ribelle. Qua non abbiamo appuntamento, abbiamo provato a prenderlo ma ci è stato informalmente risposto di passare quando volevamo.
L’atmosfera è completamente diversa. Il palenque (qui è tutto insieme) è molto grande ed è in fermento. Ci sono un sacco di animali (capre, galline, pavoni, vitelli), tantissimi tipi diversi di agave, e poi piantagioni di mais, di fagioli, di zucca. Coltura diversificata. Nessuno sta fermo, c’è chi taglia le piñas, chi le arrostisce, chi si occupa degli animali e chi dei turisti.

Una donna in pantaloni corti e maglietta da lavoro sta spiegando il processo di produzione a una coppia di tedeschi. Hanno appena iniziato, ci aggreghiamo.

Il pippone sul come si fa il mezcal ve lo risparmio, vi dico solo che ci ha fatto vedere tutti i vari tipi di agave e che è stato interessante.

Poi si è passati alla degustazione, in un capannone. Il nostro autista girellava e chiacchierava, conosceva quasi tutti. L’autista dell’altra coppia onestamente mi sembrava un po’ un coglione, sbavava sul mezcal, l’ha bevuto nonostante dovesse guidare, e cercava di pilotare la coppia in modo da far loro comprare quello che piaceva a lui!

Lalo non si vede, io sono un po’ delusa, Bram scherza che è bene che sia al lavoro per produrre il suo mezcal. È contento e compra un paio di bottiglie (da Real Minero non aveva comprato nulla), e in particolare chiede se abbiano una mezcla che cercava da un sacco di tempo, tobala e tepextate. Ne è rimasta una bottiglia, è sua. Curioso di vedere chi l’ha comprata, arriva Lalo. Il fratello di Adriana. È in abiti da lavoro nei campi, bruciato dal sole.

Ci racconta la sua visione. Ci dice che il mezcal si fa e si beve, che non è fatto per invecchiare. Che non si può coltivare solo maguey (agave nel linguaggio comune di queste zone), che tutto è parte di un ecosistema in cui tutto gioca un ruolo: le piante alimentano gli animali, le galline mangiano gli insetti che potrebbero danneggiare l’agave, i buoi lavorano i campi e li concimano… non ci può essere una cosa senza l’altra.
Lalo ci piace!

Al ritorno, in macchina, Evelio ci dice che è ingegnere agronomo. Insomma, è uno che sa quello che fa.

Torniamo a Oaxaca. Ci arriviamo che sono le 16 e dobbiamo ancora pranzare. Passiamo dall’albergo per lasciare le bottiglie e poi andiamo a La Olla, a me sono rimaste nel cuore le tagliatelle ai funghi e visto che non mi hanno fatto stare male le rivoglio!

E così andiamo, e Bram prende il menù del giorno (insalata, pollo impanato con amaranto e sorbetto di mango) e io le mie tagliatelle, sto morendo di fame e stavolta le finisco tutte! Buoneee! Vorrei anche un dolce perché c’è il flan, che sarebbe il crème caramel, ma è una montagna di zucchero e ho letto che lo zucchero non va d’accordo con il reflusso e così desisto e mi limito a sbavare su quello che ha ordinato la nostra vicina di tavolo. Lo mangia tutto, non ne lascia neanche un pezzettino minuscolo! Uffa!

Quando usciamo dal ristorante non sappiamo bene che fare. Per andare per musei è tardi, sono tutti già chiusi. Io lo so di cosa avrei voglia. Di tornare a La Casa Grande, il bar del giorno prima, prendere da bere sia io e Bram, e stare lì a chiacchierare col barista, in quello stato di leggera ebrezza e stupida allegria che mi piace tanto. Invece io non posso bere e Bram ha già bevuto abbastanza per oggi. Uffa!! E ora che si fa? Mi riprende un po’ quella sensazione di Ma che ci si fa così tanto tempo a Oaxaca, e poi ci diciamo, Ma sai che, stiamo in un albergo con un giardino tropicale da Le Mille e una Notte e non lo sfruttiamo mai, cioè io sì ma solo durante i miei risvegli all’alba con colibrì, andiamo lì e ci rilassiamo leggendo un libro, tanto non abbiamo bisogno di cenare visto che abbiamo pranzato alle quattro!

E così ci avviamo. Ma siamo a Oaxaca, e pare che ci sia sempre qualcosa. Questa volta c’è… el danzón!!

Ossia, un sacco di gente vetusta vetustissima (oh scusate, ma así es) che danzava, con la velocità di un bradipo e la leggerezza di una ballerina dell’opera. Meraviglioso!

Siamo rimasti almeno un’ora seduti a guardare incantati il danzón. C’era gente sui 90 (ma secondo me anche sui 100!) e piano piano, come potevano, ballavano tutti. C’era anche una signora sull’ottantina, magra magra, coi capelli corti rossicci e un fiore nei capelli e un ventaglio; e si vedeva, che nella sua testa lei era una ragazza di vent’anni. Era bellissima.

Rientrando Bram, che non può venire psicologicamente a patti con l’idea di saltare la cena, si è fermato in una sorta di deli e si è preso due piccole insalate, una di broccoli e una di patate (che fa pure rima) da mangiare nel giardino tropicale.

Nel giardino tropicale non ha cenato da solo, anche le zanzare hanno cenato! E così siamo andati a letto.

7 commenti leave one →
  1. luglio 3, 2022 4:00 am

    Sono felice di sapere che stai meglio e che possa goderti il viaggio.

  2. Vincenzo permalink
    luglio 3, 2022 10:23 am

    I fatti irrilevanti sono sempre super interessanti :-)
    Y quiero ir al danzón con los compañeros de 90+ años!

  3. luglio 3, 2022 4:28 PM

    Nemmeno Patri riesce a venire a patti con il saltare la cena 😂😂😂😂, non importa quanto sia stato grosso il pranzo, qualcosa mangerà!

  4. luglio 3, 2022 7:08 PM

    Cri non so a te, ma a me fa montare un nervoso..! 😅

  5. luglio 3, 2022 7:08 PM

    ¡Vamos juntos!

  6. luglio 3, 2022 7:09 PM

    Grazie mille!

  7. luglio 4, 2022 12:15 PM

    Lascia stare guarda, quando negli states mi faceva le colazioni tipo pranzo di nozze e a pranzo mi faceva perdere tempo quando il cibo era il mio ultimo pensiero lo volevo strozzare!!!

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