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Bangkok

aprile 6, 2017

È il 31 Marzo e io scrivo dall’aereo per l’Argentina. O meglio, dal primo dei 4 aerei che ci porteranno in Argentina. Questo va a Hanoi. E io sono un po’ emozionata!

Sono rimasta indietrissimo col blog. Ma ancora non mi sono arresa! Riuscirò a rimettermi in pari!

Continuiamo dunque col viaggio. Da Luang Prabang siamo andati a Bangkok. A Bangkok saremmo stati una settimana intera!

Day 1 (Domenica 26 Febbraio)

Per le prime due notti avevamo prenotato un ostello abbastanza basic in una zona non turistica e non centrale. L’avevamo scelto sulla base delle recensioni, che parlavano di una proprietaria amichevole e prodiga di consigli. Come ho forse già avuto modo di scrivere, in questo viaggio poco organizzato avere o non avere un ospite che ti dà informazioni e dritte fa tutta la differenza!

Solo che quando siamo arrivati la proprietaria non c’era. C’era solo un ragazzino che parlava inglese il giusto e che, insomma, non si sprecava.

Era all’incirca l’ora di pranzo. Ma era anche Domenica e nella zona in cui eravamo era tutto chiuso. Abbiamo chiesto al ragazzino e siamo stati indirizzati verso… un centro commerciale!

I centri commerciali a Bangkok sono un po’ come i centri commerciali a Dubai, a tema. Non avevamo programmato di visitarli, ma avevamo fame e inoltre Bram si voleva comprare delle nuove cuffie per ascoltare la musica. E così siamo andati.

Sarò sincera. Dopo due mesi di Vietnam e Laos, trovarsi improvvisamente di nuovo in mezzo al consumismo ha avuto un effetto… stordente. Una via di mezzo fra “queste cose non ci servono” e “mi voglio comprare tutto ORA”! Che poi non è che in Vietnam i centri commerciali non ci siano, è solo che noi non ci siamo andati.

C’era una food court e l’abbiamo girata tutta per decidere cosa mangiare e alla fine io ho optato per un tempura. Eh già, il mio primo pasto thailandese è stato giapponese!

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Dopo pranzo abbiamo fatto un giretto. C’era in corso una sorta di fiera dell’animazione giapponese (manga, gioco di ruolo e videogiochi) in cui credo che mio fratello Ale avrebbe sguazzato! E a dire il vero un po’ anch’io. Avevo messo gli occhi su uno Zelda d’annata e me lo sarei pure comprato… se non fosse stato solo in giapponese (mettere faccina che piange)!

Nel centro commerciale c’era anche un gruppo locale che suonava dal vivo (la cantante indossava una testa di peluche, col caldo che faceva, capisco che per essere figa sia necessario soffrire ma mi faceva impressione lo stesso!) e poi all’ultimo piano era Inverno.

Una cosa che ho notato in più occasioni è che, per la ben nota storia dell’erba del vicino, in Thailandia dove fa sempre caldo sono un poco ossessionati con ghiaccio e neve. Al centro commerciale c’era dunque questa stanza tutta ghiacciata, per entrarci si pagava (io e Bram no, siamo entrati di straforo e usciti subito) e ti davano degli stivaletti col pelo. Ma anche in TV, ho notato un paio di volte un telefilm ambientato in una sorta di caverna del ghiaccio, con questi tizi dai lineamenti ovviamente asiatici tutti vestiti di pelo coi ghiaccioli che scendono dai baffi, il tutto rigorosamente su sfondo celestino/bluastro!

Fuori dal centro commerciale c’era anche un mercatino hipster che sarebbe potuto benissimo stare a Amsterdam o a Tolosa (a Bruxelles no, è troppo sfigata!). Quel malvagione di Bram mi ha impedito di comprarmi un ciondolo fatto a forma di animale e che si poteva anche suonare!

Insomma eravamo finiti in un quartiere un poco chicchettino. Vorrei far notare che in tutto questo eravamo gli unici turisti. I centri commerciali non sono messi lì per i turisti, è dove i giovani thailandesi (che se lo possono permettere) passano la Domenica! E anche il mercatino strabordava di prodotti occidentali tipo il pane fatto col lievito madre o il tiramisù o lo yogurt fatto in casa (questo era a gusti locali almeno, tipo mango o melone verde) o, che so, le salsicce di Tolosa, ma era tutto fatto in Thailandia da thailandesi!

Quando Bram è riuscito a scacciare il demone del consumismo che si era impossessato di me (ma quel ciondolo mi SERVIVA!) e a strapparmi dal mercatino siamo tornati all’ostello e abbiamo passato il pomeriggio in WhatsAppConferenza con la mia amica Vale. Vale ci avrebbe raggiunto pochi giorno dopo e urgeva buttare giù una bozza di itinerario per il viaggio con lei!

Piccola nota, io e Bram ci eravamo divisi i compiti: a lui la Thailandia, a me la Malesia. Questo ha avuto un impatto sul viaggio, perché la Malesia era organizzata molto meglio SCHERZO!! Ahahah. L’impatto l’ha avuto perché ci si godono di più le cose che si sono studiate, sognate e aspettate con ansia, e per me la Malesia è stata così mentre invece in Thailandia sono andata parecchio al rimorchio!

Io avevo preso la Malesia per via di Salgari, Bram la Thailandia perché c’era già stato e un po’ la conosce. E infatti la sera è voluto andare a cena in Memory Lane, e cioè dove aveva cenato la sua prima volta a Bangkok con i suoi amici.

Ora, quando Bram era stato in Thailandia mi aveva mandato per due settimane solo foto di cibo, e da giorni mi raccontava dei ristorantini per strada e dei mille sapori dei curry. E io mi ero fatta i miei film mentali, che consistevano in graziose vie piene di gente affabile e in un angolo io, che mangio graziosamente un curry buonissimo seduta su uno scalino con indosso un vestitino estivo. Per raggiungere Memory Lane abbiamo preso la metro, e non appena scesa dalla metro i miei sogni si sono infranti.

Un puttanaio. Ma un puttanaio. Oddio ma puttanaio in italiano vuol dire la stessa cosa che in toscano? Un casino intendo, un bordello, ma sempre lì si casca? Insomma tanta di quella gente che non si riusciva a camminare!

E gente brutta. La concentrazione più alta di turisti occidentali che ho visto in tutta la Thailandia, e la maggior parte erano vecchi e brutti e per mano a giovani ragazzine thailandesi. C’erano ladyboy che si prostituivano. C’erano alberghi a ore, c’erano posti che offrivano massaggi “lavoro”, “amanti” e “completo”. C’era il peggio del peggio che vi immaginate quando sentite le storie brutte sulla Thailandia e io ancora mi sto chiedendo come potesse Bram trovarla una zona carina! Ora glielo chiedo, è qui.

Allora ha detto (più o meno non l’ho registrato!): “The hustle and bustle. The vibe. The crowd of people, the ladyboys, the street food, the fresh juices. Everything you imagine when you think about Bangkok, in one street. It’s not that I like it, it’s that I find it fascinating.”.

Per me invece è stato uno shock. Diciamo che il famoso shock culturale che ancora non avevo avuto tranne forse i primissimi giorni l’ho avuto quella sera.

Pad thai, curry, verdure saltate, riso ed espressione contrariata.

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Day 2 (Lunedì 27 Febbraio)

Ecco, adesso siamo al secondo volo, quello da Hanoi a Francoforte. Mancano ancora più di 8 ore NON CI POSSO CREDERE. Dormono tutti tranne me! Stiamo sorvolando l’India, il computerino di bordo mi informa. Che strano lasciare l’Asia dopo 3 mesi!!! Sto realizzando solo adesso che la stiamo lasciando davvero!

Allora, torniamo a Bangkok. Il secondo giorno ci siamo svegliati e abbiamo avuto una bella sorpresa: la proprietaria c’era! E aveva delle infradito che mi piacevano molto, e ha tenuto fede alla sua fama riempiendoci di consigli ed informazioni. Come questo.

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Che è stato la mia colazione. Anzi no, ora che ci penso il pranzo. La colazione l’avevamo fatta all’ostello, che in teoria non la comprendeva ma in pratica teneva a disposizione degli ospiti pane, marmellata e caffè. What else?

Ve lo dico io what else. Un pain au chocolat e un caffellatte! Che non c’erano all’ostello, ma erano disponibili nel posto in cui siamo andati a pranzo, e sono stata estremamente tentata di fare una seconda colazione. Invece poi ho preso il waffle verdurone (senza infamia e senza lode per la cronaca).
Il posto era un po’ di design e fuori c’erano degli specchi e ci siamo fatti un po’ di foto sceme.

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Nel pomeriggio siamo stati a visitare la casa di Jim Thompson, abbiamo mangiato qualcosa al volo e poi siamo andati… al centro commerciale! Di nuovo (anche se non lo stesso). Ma c’era un motivo! Anzi ce n’erano due.

Il primo motivo è che in questo viaggio mi è ovviamente capitato di patire il caldo, ma da nessuna parte come in Thailandia. In Thailandia faceva quel caldo che stai fermo e sudi, quel caldo che ti fa pensare “ora svengo”, quel caldo che ogni tanto hai bisogno di entrare in un posto in cui ci sia l’aria condizionata. E al centro commerciale appunto c’era.
Il secondo motivo è che a Bangkok abbiamo fatto quella che è stata la terza grossa spesa della vacanza, e questa era solo per noi. È una cosa che non avevo mai fatto prima e che non credo farò mai più ma che sono contenta di aver provato una volta nella vita. E per questa cosa mi servivano delle scarpe eleganti! E in valigia avevo solo scarpe da ginnastica, scarponi da trekking o infradito. Capirete dunque che mi servivano un paio di sandali carini! E li ho trovati!

Per cena siamo tornati nella zona del nostro ostello, che si è confermata abbastanza moderna e upscale. Diversa dalla Bangkok che immaginavo, ma è Bangkok anche questa e sono contenta di averla vista.

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Cena al mercato del W District, poco locale e molto internazionale, e nanna!

Day 3 (Martedì 28 Febbraio)

7 ore all’arrivo, stiamo sorvolando il Pakistan! Io ancora non dormo, ma si è verificato un netto miglioramento nella mia qualità di vita perché sono riuscita ad andare in bagno. Non osavo perché sono seduta al finestrino, ma alla fine me la facevo addosso e allora ho scavalcato Bram (svegliandolo) e la signora seduta accanto a lui (che deve essere narcolettica perché non ha fatto una piega)!

Allora dal terzo giorno in poi abbiamo cominciato a fare sul serio!

Il terzo giorno è iniziato con uno spostamento in taxi. Volevamo esplorare zone diverse di Bangkok e allora abbiamo cambiato albergo. Il taxi è rimasto imbottigliato nel traffico e a me è venuta la nausea e come logica conseguenza siamo dovuti andare subito a pranzo!

Dopo pranzo siamo andati a Chinatown (con la barca!), abbiamo fatto un tour segreto trovato su non so più che guida ed è stato troppo carino!

Siamo passati da una banca che sembrava quella in cui lavora il padre dei pargoli in Mary Poppins, da un paio di templi di quelli piccolini e tranquilli che piacciono a me e da alcune stradine a tema: quella col mercato, quella con le spezie, quella con i pezzi dei motorini…

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Poi siamo andati al Wat Traimit che è il tempio che ospita il Golden Buddha, il Buddha d’oro più grande del mondo. E il bello è che per anni non si è saputo che fosse d’oro, si è scoperto solo perché è caduto e lo stucco (mi pare fosse stucco) che ricopriva l’oro si è rotto!

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Il tempio ospitava anche due musei, quello dell’immigrazione cinese e quello della storia del Golden Buddha. Li abbiamo visitati entrambi.

Quello dell’immigrazione cinese 10 e lode. Mi è piaciuto tantissimo. Era informativo e interattivo: dopo un paio di pannelli con storie e statistiche sull’immigrazione cinese in Thailandia ci si trasformava in un giovane che partiva dalla Cina con grandi speranze.

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Si partiva col viaggio in barca, e si passava da una stanza arredata come una barca e che tuonava e lampeggiava come se ci fosse una tempesta in corso…

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… finalmente si arrivava…

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… e una delle prime cose che si facevano era costruire un altare. E poi si iniziava a lavorare partendo dai lavori più umili e poi, con un po’ di fortuna e molti sacrifici, si faceva carriera.

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L’esposizione si concludeva con foto e storie degli odierni abitanti di Chinatown. Bello, bello, bello!!

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Tutt’altra storia il museo del Golden Buddha che, poverino, era veramente patetico. In più chiudeva alle 17 e alle 16:45 non ci volevano aprire nonostante avessimo già il biglietto, e Bram ha dovuto fare una delle sue famose piazzate.
Dentro niente di troppo interessante, l’unica cosa che mi è piaciuta è stata la scenetta, creata con figurine mobili, che rappresentava la scoperta dell’oro.
Era così: tante figurine legavano il Buddha-non-ancora-dorato e cercavano di issarlo per metterlo nel tempio. Solo che gli sgusciava, e faceva SDONG! E poi si metteva a piovere, e allora dicevano Via giù ci si penserà domani, e lo caavano lì tutto storto (perché non era caduto a candela) sotto la pioggia. La pioggia scioglieva lo stucco (o quel che era) e la mattina dopo Ooohhh.
E questa era la storia del Golden Buddha! Vi è piaciuta??

Nel museo c’erano anche delle statue e Bram ha detto che questo sembro io quando mi sfavo. No ma simpatico eh.

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Dopo sapete cosa abbiamo fatto? Dopo abbiamo fatto un altro tour bellissimo: il food tour di Chinatown! Siamo stati in giro 3 o 4 ore andando di stand in stand e assaggiando delle cose buonissime!

Questo è Bram in coda per il curry Phanaeng

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e questa è la coda

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e questo è il curry, che era da leccarsi i baffi!

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Poi pad thai a questo banchetto qui

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e questo è il pad thai, che delle cose che abbiamo mangiato quella sera è stata quella che mi è piaciuta di meno.

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Questa era una zuppa con noodles piatti arrotolati, maiale bbq e uovo barzotto. Era una roba orgasmica e mi manca molto.

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Infine, queste erano delle palline (dolci) di quello che credo fosse riso glutinoso (si dice?) ripiene di semi di sesamo nero in infuso di zenzero. Una roba buonissima per cui io ho sviluppato una dipendenza, e infatti ci siamo dovuti tornare la sera dopo.

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E venne la notte. E noi eravamo stati in giro tutto il giorno e avevamo camminato un sacco con quel caldo pazzesco e ci facevano male le gambe.

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E allora, per chiudere la giornata in gloria… massaggio! Hurrà!

E anche: abbiamo passato l’Azerbaijan, la Georgia, il mar Nero, un sacco di altra roba e ora… Francoforte! Stiamo atterrando! Continuo dopo!

Day 4 (Mercoledì 1 Marzo)

3/4. Aereo per il Brasile. Stiamo sorvolando il mare. Abbiamo passato una bella giornata in giro per Francoforte, poi la sera siamo crollati. Su questo aereo io ho dormito, ho visto un film veramente brutto (“Vida sexual de las plantas”) e adesso scrivo!

Il quarto giorno abbiamo preso la barca e poi abbiamo noleggiato le bici e siamo andati in bici per tutta la giornata in quello che viene chiamato il polmone verde di Bangkok. È stato un po’ bello e un po’ caldo!

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Verso le 16 ci siamo infilati in un parco. E lì è stato magico. Perché faceva meno caldo; perché il parco era bellissimo e selvaggio; e perché pullulava di animali!

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Siamo stati dentro un paio d’ore, buoni e in silenzio, e abbiamo visto oltre a tanti pesci e uccelli degli scoiattoli, delle tartarughe marine e dei grossi varani.
E poi lui, che mi sembrava tanto esotico e che invece un mio amico mi ha rivelato essere un esemplare di l. cazis (lucertola del cazzo)!

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Verso fine giornata abbiamo riattraversato

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e ci siamo trovati in mezzo a una sagra, al tempio! A cui abbiamo lietamente partecipato, ed è stato proprio bello!

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E le cose belle non sono finite qui. Perché proprio accanto al nostro albergo c’era il piccolo salone massaggi di una ragazza che dopo aver lavorato in un albergo 5 stelle ha deciso di mettersi in proprio. Salone piccolino, prezzi non bassissimi ma neanche alti, una bella atmosfera (non sfruttamento insomma). Per Bram massaggio gambe e piedonzoli e io ho provato il massaggio thai che un po’ temevo e che invece mi è piaciuto tantissimo!

Doccia e a letto tutti stanchi, sazi e massaggiati!

Day 5 (Giovedì 2 Marzo), ovvero, le 1000 Bangkok

Sveglia e colazione nel nostro alberghino, nel quale la notte io riuscivo a dormire nonostante i rumori del traffico perché sono rumori urbani a cui sono abituata e non mi disturbano, e la mattina riuscivo ad alzarmi grazie al pensiero di quello che avrei ordinato per colazione:

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Involtini Primavera dolci, con dentro le banane fritte! Buoni!!!

Dopo colazione abbiamo chiesto alla reception se avessero qualche consiglio su cose da fare nei dintorni. La differenza principale fra l’ostello precedente e questo albergo era che la proprietaria dell’ostello era una fonte di informazioni attiva, la proprietaria dell’albergo passiva – e cioè le info te le dava anche lei, ma solo se gliele chiedevi!

Seguendo i suoi consigli abbiamo fatto un giro in una zona poco distante dall’albergo. Nel giro di pochi metri ci siamo trovati in una zona musulmana, una sorta di kasbah completa di moschea; ma nella stessa zona c’erano anche una chiesa e un tempio. Oltre a un’antica custom house e all’ufficio postale. Ho scoperto di avere una passione per gli uffici postali! Questa in foto è la custom house.

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Siamo poi andati a visitare un museo che consisteva nella ricostruzione di alcune tipiche case thailandesi, niente di che, e dopo abbiamo attraversato il fiume (ecco un’altra cosa che adoro, essere su una barca!) per raggiungere il quartiere portoghese.

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Il quartiere portoghese era molto portoghese e molto colorato ed è stato così strano camminare per le sue stradine sapendo di essere non in Portogallo ma a Bangkok!

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Ho adorato il giro che abbiamo fatto. Abbiamo passeggiato con calma osservando la vita svolgersi all’aperto e poi ci siamo seduti sulla riva del fiume a chiacchierare e guardare le barche passare.

Ecco un’altra delle mie ossessioni: le barche, quelle lunghe lunghe che trasportano cemento o sabbia, e che hanno una gagliarda barchetta davanti che le traina e una dietro che dà la direzione se serve. Mi affascinano perché la navigazione dura così a lungo che quelle barche sono case, manovrarle per lavoro è un modo di vivere. I bambini vengono educati sulla barca, oppure vengono mandati in collegio. Davano un film qualche mese fa a Bruxelles sugli scheepvaartkinderen e ancora sto rimpiangendo di essermelo perso!

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La serata è proseguita dall’altro del fiume. Un monaco ci ha dato indicazioni per attraversare, un poliziotto ha cannato il prezzo della barca, 500 anziché 5, e poi si è spanciato dalle risate. Era la sera dell’equivoco della dichiarazione di matrimonio!

Ci siamo successivamente ributtati nell’hustle and bustle di Chinatown

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che abbiamo attraversato (con sosta da me NON voluta, perché avevo fame!, al mercato dei fiori)

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per andare a cena nel confinante quartiere indiano.

Qua c’è stata una scena un po’ buffa. Stavamo camminando su uno stradone e a lato c’erano dei vicoli stretti e bui. Mi sono affacciata su uno perché dentro c’era un gatto senza sapere che il vicolo si affaccia su un mercato solo diurno. Passano due tizi indiani e credendo che io stia cercando il mercato mi informano che la sera è chiuso, al che io rispondo Oh grazie, ma non stiamo cercando il mercato, stiamo cercando del cibo indiano.

Ecco. Non ho fatto in tempo a pronunciare queste parole che una cosa tipo 15 indiani si sono avvicinati e hanno iniziato a darci consigli, parlando tutti insieme e dondolando le teste (il modo indiano di asserire), su dove andare a cena! È stato buffissimo, e bello.

Fortunatamente erano quasi tutti d’accordo sul nome del ristorante migliore: Nepali. Noi volevamo andare da Tony’s ma decidiamo di fidarci e seguendo le loro indicazioni andiamo a cercare ‘sto Nepali.

Svoltiamo in un vicolo vagamente malfamato e in fondo ci sono un paio di tavolacci di legno all’aperto, un tizio che non sfigurerebbe in una nuova versione del Padrino e una scritta che dice Tony.

Il tizio rolla foglie, ha davanti tutta una serie di ingredienti che infila nelle foglie che poi arrotola e mette da parte. Ci lancia un’occhiata ma non dice niente. Noi chiediamo, Nepali? Lui risponde con aria indifferente, È qui.

Siamo perplessi.

Il cartello dice Tony, gli facciamo notare, e lui scuote le spalle come a dire Che mangiate qui, che non mangiate qui, affari vostri, per me non cambia nulla.
Mi sa che la sua principale fonte di lucro non era il ristorante!

Alle fine decidiamo di sederci e ordiniamo. Siamo gli unici clienti, a meno che non si conti il gruppo di giovani indiani strafottenti che bighellonano lì intorno masticando foglie. Quando andiamo a chiedere dello yogurt perché il cibo è troppo piccante ci ridono in faccia.
Non è stato sgradevole, è stato affascinante, un micro cosmo dall’aria vagamente illegale. Per una sera a cena all’aperto. Sola in un luogo buio di notte preferirei non trovarmici, ecco!

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Per il dessert torniamo a Chinatown, dalle mie adorate palline dolci.

E poi… vorremmo andare a farci fare il massaggio della buonanotte, siamo dipendenti ormai, ma è tardi e se vogliamo fare in tempo tocca muoversi. Proviamo a fermare un paio di taxi ma siamo in una zona abbastanza turistica e nessuno vuole mettere il tassametro. Bram si sfava, io non so che fare, dal lato opposto della strada un autobus rallenta, Bram mi urla Guarda il numero!, io guardo l’autobus pensando che Bram non farà mai in tempo a controllare su Google Maps se è quello giusto, svogliatamente ci giro intorno e dico È l’1, Bram urla È quello giusto e un paio di braccia mi tirano dentro, in corsa.

E siamo sul Nottetempo.

L’autobus corre nella calda notte orientale, e non solo i finestrini ma anche le porte sono aperte, e traballa tutto e alle fermate mica si arresta, rallenta soltanto, e chi è dentro salta fuori e chi è fuori viene tirato dentro, e dai finestrini spalancati entrano tutti i profumi della notte di Bangkok, da quelli dei curry deliziosi a quello del gelsomino odoroso. Io lo amo.

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La serata è terminata con un massaggio (ve l’ho detto che avevamo sviluppato una dipendenza!) e poi nanna!

Day 6 (Venerdì 3 Marzo)

Dopo esserci svegliati siamo andati, su consiglio dell’albergo, a visitare un museo interattivo sulla storia della Thailandia. Si è rivelato interessante e anche uno dei posti più assurdi in cui io sia mai stata!

Si poteva visitare solo tramite visita guidata. E fin qui tutto bene, ci mettiamo buoni buoni ad aspettare l’ora dell’inizio della visita.

Quando l’ora arriva la ragazzina ci vende i biglietti. Poi ci gira intorno e ce li richiede.
Lei sorridente: “Biglietti, per favore!”
Io: “Ce li hai appena venduti…”
Lei continuando a sorridere: “Biglietti, per favore!”
Io: “Sì OK, un attimo che li ho messi in borsa, ma insomma ce li hai appena venduti, dovresti sapere…”
Lei senza smettere di sorridere: “Biglietti, per favore!”

Non so se ho reso l’idea. La cosa buffa non era che ci chiedesse qualcosa che lei stessa ci aveva appena venduto, era che nel farlo continuasse a ripetere le stesse due parole e a sorridere, tipo un automa! Buffa e vagamente inquietante, ecco.

Ma poi di che mi stupisco? Era o non era un museo interattivo? E dunque era interattiva anche lei! Non tanto, però.

La visita guidata funzionava così. Si poteva scegliere quella sulla storia della Thailandia o quella sulla storia del re, e noi abbiamo scelto la seconda perché l’ultimo re thailandese è morto un anno fa (il paese porta tuttora il lutto) ed è stato un re molto amato e ci interessava saperne di più.

La visita era però la storia di tutti i re che la Thailandia ha avuto. E funzionava così.

Una ragazza parlava thai a voce altissima per tutti i turisti thailandesi. Un’altra ripeteva in inglese a voce bassissima per gli unici due turisti europei (noi!) che ovviamente hanno provato per un po’ a dire “Eh? Eh?” e alla fine si sono arresi a non capire una cippa lippa. Quindi alla fine perché questo re sia stato tanto amato io non lo so!

È andata un po’ meglio quando siamo saliti sulla barca.
La barca funzionava così: era una barca messa a terra e tutti ci siamo seduti dentro e la barca ondeggiava mentre sul muro apparivano delle figurine proiettate che millantavano le gesta di, scusate, non so quale re. Le conversazioni fra le figurine erano di questo tipo.
“Oh! Amica, cosa sta succedendo?”
“Il nostro re sta mettendo il tram!”
“Oh! Ma si muove da solo, non sarà pericoloso?”
“Oh no amica, il nostro re non ci metterebbe mai in pericolo! Si muove tramite i fili e può trasportarci da un posto all’altro!”
“Oh amica, che progresso! Mi ci porteresti a fare un giro un giorno?”
Oppure.
“Aaahhh! Cos’era quel lampo??”
“È il nostro re! Che ha messo l’elettricità in casa, così potremo avere luce sempre!”
“Oh! Il nostro re è così generoso!”
E così via.

Il progresso progrediva e si passava a una parte in cui veniva mostrata la nascita della prima banca, che per introdurre il concetto in modo soft venne chiamata una roba tipo “Club del libro” (davvero), e poi dal nulla apparivano un grammofono, un juke box e pure il drive in! Magia!

L’ultima parte della visita era sul re che ci interessava. In onore del re l’aria condizionata veniva sparata con maggior vigore del solito e devo dire che non mi sono molto goduta il percorso perché ero troppo impegnata a cercare di non perdere la sensibilità negli arti inferiori.

Quando siamo usciti dal museo io avevo fame ma il posto in cui volevamo pranzare non era ancora aperto. Allora ho preso una crêpe al volo e poi siamo andati a visitare il Wat Ratchanatdaram (scusate ma ci sta: puppa!), altrimenti detto il Metal Castle (e noi per praticità lo chiameremo così).

Una volta superata la delusione dovuta al fatto che il Metal Castle non è un castello tipo quelli delle principesse come mi ero immaginata io ma giustappunto un tempio (wat = tempio) sono riuscita ad apprezzare la visita. Una cosa carina è la struttura ha vari piani e ogni piano descrive un differente stadio della meditazione fino all’ultimo, il nirvana. Ad avere tempo avremmo potuto provare! Ma non ne avevamo perché il tempio chiudeva e allora in cima non ho trovato il nirvana, solo un monaco chiacchierino.

Poi ho litigato con Bram. Perché lui era alla disperata ricerca di altre cose da fare e visitare mentre io avevo fame (erano le 17 e non avevamo ancora pranzato).

Aaahhh, questa è una cosa un po’ difficile da spiegare e che richiede una parentesi. Ci provo.

Allora, una cosa che proprio non mi aspettavo da questo viaggio è che sarebbe stato stancante. Per me 6 mesi di ferie erano 6 mesi di vacanza, di lunghe dormite e aperitivi rilassati.
Invece col cavolo! Viaggiare come lo stiamo facendo noi, spostandosi in media ogni 2 o 3 giorni, facendo un sacco di cose, facendosi nottate in autobus non dormendo, mettendo la sveglia spesso e volentieri alle 6 e quando è più tardi alle 8, è… stancante! Mi sento scema e mi vergogno pure un po’ a dirlo, eppure è così.
Attenzione, sto dicendo stancante, non stressante eh. Non è stanchezza mentale, è proprio fisica.

Non so se vi ricordate che all’inizio avevamo un’idea diversa del viaggio. Io volevo scoprire città nuove e viverci, per capire come si vive lì. Tipo, che so, 6 mesi in 6 città, 1 mese in ognuna.

Bram invece voleva viaggiare, vedere, scoprire. E in realtà un po’ anch’io, e allora alla fine abbiamo deciso di viaggiare a modo suo ma di stare un mese a Buenos Aires, per studiare lo spagnolo e anche per passare del tempo con KOK (che prima era a Lisbona ma adesso è qui a BA).

Questo equilibrio in generale ha funzionato e funziona, però ci sono stati alcuni momenti in cui Bram ha avuto la sensazione che ce la stessimo prendendo troppo comoda e ha iniziato a smaniare. E allora io sono sbottata dicendogli che io sono in vacanza e mi voglio anche riposare e che piuttosto che non fare nulla per mezz’ora lui andrebbe a vedere anche una merda secca!

Alla fine abbiamo deciso che il giorno successivo l’avrei organizzato io e siamo finalmente andati a pranzo. A pranzo abbiamo mangiato il pad thai in un posto che è famoso appunto per il pad thai (ma va’) ma che lo fa solo coi gamberi, a me i gamberi non piacciono e allora l’ho preso vegetariano scordandomi che in Asia vegetariano = tofu e infatti mi sono ritrovata con una montagna di tofu che ho polemicamente messo in un angolo del piatto e Bram lo voleva mangiare ma io gli ho spiegato che non lo poteva mangiare perché altrimenti la mia polemica sarebbe caduta nel vuoto e invece era molto importante che capissero che non mi piace il tofu e Bram mi ha detto che sono scema e abbiamo litigato un altro po’!

Dopo siamo andati in una piazza, e nella piazza c’era della gente che faceva aerobica e ci siamo seduti per terra con una birra a guardarli ed è stato proprio bello! E dopo siamo andati in un parco e anche lì c’era un sacco di gente che si allenava!
Questa cosa degli esercizi nei parchi mi piace TANTISSIMO, vorrei che ci fosse anche in Belgio (dove si congelerebbe tutto ma vabbè!).

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E poi abbiamo deciso di saltare la cena e riprendere l’autobus e andarci a far fare un massaggio. Ma la fermata era cambiata e non riuscivamo a capire dove fosse quella nuova. Siamo entrati in un ostello e abbiamo chiesto e alla reception c’era un ladyboy e io ero così affascinata dalle sue unghie tutte colorate che della spiegazione non ho capito nulla. Però quando siamo usciti l’autobus stava passando e Bram ha sventolato la mano e l’autista ha rallentato e i passeggeri ci hanno tirato dentro al volo ed eccoci di nuovo sul Nottetempo! Hurrà! Avrei potuto passare tutte le notti ad andare in giro con l’autobus..!

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Il massaggio invece non è andato bene. Siamo stati ingordi e abbiamo optato per quello thai di 2 ore e siamo stati puniti! È stato dolorosissimo! Ne siamo usciti entrambi pieni di lividi!

La notte io non ho dormito ma ho letto la LP. Perché dovevo organizzare il giorno dopo! Che sarebbe stato perfetto!
O anche no.

Day 7 (Sabato 4 Marzo)

Sveglia doccia e colazione, poi fuori e poi è venuta fuori immediatamente la prima falla del mio piano: avevo pensato a DOVE andare, non avevo pensato a COME arrivarci!

Quello che volevo fare era una gita in barca (ma va’) che passasse dai mercati fluttuanti che ci sono il weekend.

A organizzarla siamo riusciti. Solo che si è rivelata un’inculata! Perché è durata meno del previsto, perché c’erano delle chiuse e abbiamo passato più tempo ad aspettare che si aprissero che a navigare e perché dai mercati fluttuanti non siamo passati. In compenso io mi sono strinata!

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Rientrati al pier siamo stati accolti da una signora che sosteneva dovessimo pagare per scendere dalla barca. ?! Non abbiamo pagato e ce ne siamo andati con lei che ci minacciava da lontano col segno delle due dita davanti agli occhi, I’m watching you!

Che noi siamo visti come i ricchi turisti lo so, e sono la prima a sentirsi in colpa per avere di più e a cercare di rimediare come possibile. Però ‘sta cosa che per tutta la vacanza tutti, sempre e ovunque, abbiano cercato di incularci è stata un po’ sfiancante!

Riso al volo e poi siamo andati al centro commerciale, a cercare qualcosa di carino per la serata posh che ci aspettava. Bram qualcosa ha trovato, io no.

Siamo successivamente andati al parco. Nel tardo pomeriggio si verifica la stessa cosa che si verifica la mattina presto, e cioè la gente va al parco e si allena. Stavolta però abbiamo assistito a un fenomeno particolare.

Alle 18 abbiamo iniziato a sentire una musica, rivelatasi poi l’inno nazionale della Thailandia.
E in quel momento il tempo si è fermato.
Chi correva ha smesso di correre ed è rimasto fermo dove si trovava, chi stava facendo esercizi si è immobilizzato col braccio o la gamba alzata. Chi faceva yoga è rimasto nella posizione del cane, o del bambino, o del serpente.
Tutto questo per un minuto intero. Sembrava la scena di un film. Passato il minuto tutto si è rimesso in moto, come se niente fosse successo.

But all the clocks in the city
Began to whirr and chime:
O let not Time deceive you,
You cannot conquer Time.

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Abbiamo visto anche un’altra scenetta carina. C’era un gatto che mangiava qualcosa e c’era un corvo che ne voleva un po’. Il corvo non osava affrontare direttamente il gatto, e allora lo attaccava da dietro: gli dava dei piccoli morsettini sulla coda, super velocemente e scappando lontano subito dopo!
Il gatto non se ne faceva e continuava a mangiare.

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E poi siamo tornati a casa, cioè all’albergo, e abbiamo iniziato a prepararci per la nostra serata chic. Saremmo andati a cena da Gaggan, che è quello che è stato votato il miglior ristorante d’Asia (da una giuria professionale, non da TripAdvisor) per il terzo anno consecutivo!

Non è una cosa che avremmo fatto a cose normali, ma era un’occasione un po’ unica. Sia perché il miglior ristorante d’Asia è, indovinate un po’..?, in Asia!; sia perché per quanto caro fosse era sempre meno caro di quanto lo sarebbe un ristorante di quel livello in Europa; sia perché lo chef è indiano, e voi sapete quanto incommensurabilmente io ami la cucina indiana.

Quando siamo tornati ero un po’ stanca e sarei più volentieri andata a letto che a cena, poi però ho guardato la puntata di Chef’s Table in cui intervistano Gaggan e la voglia mi è tornata, tutta! Abbiamo provato a vestirci in maniera decente (io ho fallito)

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e siamo usciti. Dopo aver visto lo chef in TV (cioè sul tablet) e aver sentito la sua storia ero tutta emozionata all’idea di andare a cena lì!!

Fermare un taxi non è stato facile, perché una volta sentito dove volevamo andare tutti ci sparavano dei prezzi assurdi. Alla fine fortunatamente abbiamo trovato un tassista a cui la parola Gaggan non diceva niente e che ha usato il tassametro!

La cena è stata… difficile da descrivere. Diciamo che è stata una roba orgasmica che sono felicissima di aver fatto una volta nella vita e che non farò mai più!

Il menù era questo:

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25 portate, ognuna da mandare giù in un boccone solo.

Alcune erano buone. Alcune erano deliziose. Alcune erano orgasmiche.

Qualcuna ti esplodeva in bocca.
Qualcuna sapeva di qualcosa no aspetta di qualcos’altro no aspetta di qualcos’altro ancora.
Qualcuna ti faceva pensare Non voglio mangiare mai più niente nella mia vita, voglio tenermi questo sapore in bocca per sempre.

Una sapeva di acqua, di oceano, di mare.
Una di melanzana affumicata, ma come se l’essenza di tutte le melanzane affumicate del mondo si fosse concentrata in quell’unico, delizioso boccone.
Una sembrava non sapere di nulla e poi invece all’improvviso arrivava fortissimo un sapore intenso di pomodoro. Rosso. Maturo. Baciato dal sole.

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Non so se sono riuscita a rendere l’idea. È stata una cena incredibile, che non rifarei ma che sono contenta di aver fatto, perché delle cose così io non credo che le mangerò mai più.

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Piccolo aneddoto, uno degli chef era italiano e a cena finita ha preparato da mangiare per se stesso e per i colleghi, dei semplicissimi spaghetti al pomodoro fresco. Ecco, sappiate che dopo 25 portate per quanto piccole io ero piena come un uovo, ma sappiate anche che per una forchettata di quegli spaghetti avrei dato il mio regno e anche di più!

INFO

Le prime notti a Bangkok siamo stati all’ostello Better Bed. Non male ma un po’ decentrato. Le ultime notti siamo stati al family hotel The Myth. Lo raccomanderei se non altro per la sua vicinanza alla SPA fantastica (il massaggio doloroso non l’abbiamo fatto lì!).

Storie piccole da Buenos Aires: i TAPONES

aprile 6, 2017

Ho pronto il post su Bangkok ma non riesco a pubblicarlo causa WiFi che non fa. Mentre bestemmio cercando appartamenti su Airbnb (io odiooooo Airbnb) vi delizio con questo piccolo aneddoto.

Premessa 1: a causa del jet lag non riesco a dormire la mattina e per questo motivo avevo pensato di comprarmi dei tappi per le orecchie. KOK mi aveva detto che in spagnolo i tappi per le orecchie si chiamano qeres o qualcosa del genere.
Premessa 2: lo spagnolo che si parla in Argentina è molto, molto simile all’italiano.
Premessa 3: in inglese assorbente interno = tampon.

Detto ciò.

L’altro giorno entro in un negozio e dico al commesso: “Ola! Tenes qeres?”
Sguardo perso nel vuoto.

Ci riprovo.
“Ola! Tenes qeres?”
Niente.

Decido di provare con l’inglese.
“Hello! Do you have earplugs?” e nel dirlo mi indico le orecchie.
A questo punto il commesso si illumina e dice “Tapones!”, che è il nome argentino dei tappi per le orecchie.

Solo che io, ovviamente, capisco tampons.

Dunque perplessa lo guardo e gli dico “No, non tampons! Qeres!”, e di nuovo mi indico le orecchie.
E di nuovo lui dice: “Tapones!”

Oh ma è proprio duro eh. Mi lancio in una complicata spiegazione in Spanenglish di quando hai sonno e non riesci ad addormentarti perché c’è rumore.
E lui, di nuovo: “Tapones!”

A questo punto mi sfavo e gli dico “NO! Non TAMPONS! Qeres! Me li voglio mettere nelle orecchie! Non nella potta!”, e nello spiegarmi gesticolo indicando le parti sopracitate.

Il commesso a quel punto mi guarda sconvolto, mi prende per un orecchio e mi trascina fino al reparto dove stanno i TAPONES. Che sono, appunto, i tappi per le orecchie.

Questa storia non ha una vera e propria conclusione. Se non che io ora ho dei bei TAPONES nuovi fiammanti ma non dormo lo stesso e che KOK la parola QERES se la deve essere inventata, ecco!

Storie piccole da Buenos Aires

aprile 3, 2017

Dopo circa 50 ore di viaggio siamo a Buenos Aires.
3 ore dalla Malesia al Vietnam, 12 da Vietnam a Germania.
Una giornata a Francoforte (atterrati alle 6 e ripartiti alle 23).
12 ore dalla Germania al Brasile, 3 dal Brasile all’Argentina.
Risultato: quello che finora ero riuscita a scampare: il jet lag!
Solo io, Bram no. Col risultato che stamani mi sono svegliata alle 3, ma non ho potuto fare nulla perché avrei svegliato lui.

Verso le 6 mi sono alzata, di pessimo umore. Perché l’incontro con Buenos Aires non è stato dei migliori, con un tassista stronzo. Perché l’appartamento in cui stiamo è piccolino e buio e dopo tutto il sole dell’Asia qua mi sento soffocare. E perché sono profondamente irritata dalla gente che parla solo spagnolo e che continua imperterrita a parlarti in spagnolo senza nemmeno adattare il registro se dici che non capisci. Paradossalmente era più facile comunicare in Asia!

Mi sono seduta nel patio con l’idea di scrivere un post lamentone ma poi mi sono messa a chiacchierare con Vale su WhatsApp.
Vale mi ha detto: “Ma sei scema? Sei sveglia la mattina presto in una città nuova, esci! Fai un giro, guarda l’alba, prenditi un caffè, compra il pane fresco e le brioches calde!”.

Mi ha convinto. Sono uscita in pigiama e ciabatte e ho scoperto che la città era sveglia. E che la gente non si impegna a parlare inglese, ma se parli spagnolo maccheronico uno sforzo per capirti lo fa. Sono riuscita a chiedere “Dove posso comprare del pane?”, ho individuato la panetteria, sono entrata.
Ed è successa una cosa che mi ha fatto uscire con il sorriso sulle labbra.

Mia mamma è di Cremona, non so se l’ho mai scritto. Quando ero piccola mia nonna andava a Cremona una volta l’anno e riportava sempre indietro i pasticcini di Lanfranchi, la mostarda e il panbiscotto. Ora, non so se il panbiscotto sia diffuso anche in altre parti d’Italia, io l’ho sempre visto solo a Cremona.

Stamattina studiavo l’offerta della panetteria per decidere cosa comprare e a un certo punto mi casca l’occhio su qualcosa che mi sembra in tutto e per tutto panbiscotto.

Lo guardo sorpresa, poi leggo il nome.

Sapete come si chiamava..?

… Cremona!

Probabilmente il lascito di qualche immigrato cremonese, chissà quanti anni fa.

Mi è sembrata una cosa incredibilmente poetica!

UXO = Unexploded Ordnance

marzo 31, 2017

Chiudo il Laos col breve racconto dell’ultimo giorno a Luang Prabang, che io ho passato per metà a dormire perché distrutta dalla notte di veglia! Bram invece è andato a visitare la sede del Lao National UXO Program ed è tornato con dei racconti abbastanza agghiaccianti.

Che in Laos ci fossero ancora un bel po’ di ordigni inesplosi lo sapevo; quello che non sapevo era quanti, e non avevo neanche un’idea precisa dell’effetto sulla vita di tutti i giorni e sullo sviluppo del paese. La massima esperta mondiale non sono neanche ora, però grazie ai racconti di Bram un pochino di più ne so.

In breve e alla carlona, vi invito a documentarvi se ne volete sapere di più, l’Ho Chi Minh trail era un percorso che durante la guerra del Vietnam, o guerra americana come la chiamano qui, veniva utilizzato dai Vietcong per far arrivare il necessario alla lotta dal Nord al Sud. Per evitare di attraversare il Vietnam il percorso passava dal Laos, che gli americani in teoria non avrebbero dovuto bombardare visto che non avevano dichiarato guerra al Laos. In teoria.

In pratica l’hanno bombardato e parecchio, e ad oggi ci sono ancora una cosa tipo 80 milioni di ordigni inesplosi. Il programma per individuarli e rimuoverli è partito nel 1996 e dal 1996 a oggi meno dell’1% degli ordigni sono stati distrutti, gli altri sono ancora tutti lì. E ammazzano più o meno una persona al giorno. Oggi, nel 2017.

Il Laos non è semplicemente stato bombardato tantissimo, il Laos è il paese con il più alto tasso di bombardamenti subiti pro capite al mondo.

E le bombe che usavano erano tremende. Potevano uccidere tutte le persone nel raggio di un intero campo da calcio e ferirne molte altre nei dintorni. Le bombe che usavano erano del tipo che esplodendo rilascia una miriade di altre bombe più piccole. Alcune esplodono facendo danno subito, altre no facendolo dopo (cioè ora). Questo tipo di bombe oggi sono proibite (anche se pare che vengano ancora usate, in Siria).

L’UXO Program opera su due fronti: educare e ripulire.

Educare significa insegnare ai bambini che se giocando vedono una palla luccicante non devono toccarla ma chiamare qualcuno.
E significa anche far capire a chi cerca gli ordigni per rivendere il materiale di cui sono fatti che il gioco non vale la candela.

Ripulire non è affatto semplice. Perché di ordigni in giro ce ne sono ancora tanti, tantissimi. E a trovarli ci vuole un sacco di tempo. Immaginate una caccia al tesoro pasquale in cui il coniglietto ha nascosto un po’ ovunque non ovetti di cioccolato ma ordigni inesplosi. E il metal detector suona per qualunque oggetto metallico, non solo per le bombe, e quindi basta che ci sia una monetina da 5 centesimi per terra e per sicurezza occorre controllare tutto il campo. Se si riesce a fare pulizia a una profondità di 25/30 cm il terreno può essere utilizzato per coltivare, ma non per attività che richiedono di scavare più in profondità tipo le fondamenta di una casa.

Questo è un altro aspetto tremendo della questione.
C’è gente che ad oggi in Laos muore o rimane mutilata a causa degli oggetti ancora in giro, con tutto quello che ciò comporta non solo per la vittima ma per tutta la famiglia (spese mediche spesso impossibili da affrontare, perdita di due braccia che prima potevano lavorare e ora non più… e ricordate, stiamo parlando di un paese poverissimo).
E poi c’è l’impossibilità di utilizzare il terreno. E se non lo puoi utilizzare non lo puoi arare, non ci puoi coltivare, non ci puoi costruire una casa. Quel terreno non può diventare un sentiero, non può essere una strada, non può essere un punto di passaggio per l’ elettricità.

Come fa un paese a progredire in delle condizioni così?

Mi scuso per le imprecisioni, ho cercato di riassumere quello che mi ha raccontato Bram e quello che ho successivamente letto. Se l’argomento vi interessa potete trovare più informazioni in rete, per esempio c’è un articolo su Travelfish e c’è ovviamente il sito dell’UXO Program.

***

L’ultima serata a Luang Prabang, che era anche l’ultima sera in Laos, se ne è andata così, rimuginando su quanto sentito davanti a un ultimo struggente tramonto

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con le ultime cartoline scritte seduta su una panchina fuori dall’ufficio postale

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e un’ultima crêpe alle banane e cioccolato

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o per la precisione due, ci ho cenato!

La mattina dopo saremmo partiti per la Thailandia dove avremmo scoperto nuove storie, avuto altre avventure e soprattutto incontrato la mia amica Vale!

INFO

Rimando al post sul valzer degli alloggi a Luang Prabang per la logistica e le storie.
Alloggio 1 era Villa Ban Phan Luang e alloggio 3 era Villa Somphong. In entrambi siamo stati solo una notte quindi non posso giudicare.
Alloggio 5 era la Hello Guesthouse. Considerato quello che è successo non si sono comportati male.
Alloggio 4 era il Moon’s House Hotel e alloggio 2 era il Pongkham Residence. Entrambi mi sono piaciuti un sacco e li raccomanderei!

A trip to Borneo

marzo 28, 2017

Siamo nel Borneo in mezzo alla natura e ci sono un sacco di animali dai nomi degni del miglior trip stile Alice delle Meraviglie! Per esempio: la rana volante, lo scoiattolo volante, il maiale barbuto e i funghi luminosi!

Secondo me noi viviamo in un film di Tim Burton

marzo 26, 2017

Premessa: dopo giorni di bungalow pulciosi adesso siamo a Sarawak, in Borneo, in un albergo VERO – ogni volta che entro nella doccia voglio piangere di commozione! Siamo all’11esimo piano, che è anche l’ultimo e sopra non c’è nulla. E anche all’11esimo piano non c’è nulla, solo camere. Insomma niente piscina o SPA o rooftop. Fine premessa.

Stamattina ci siamo alzati alle 6 per andare al mercato. Chiamiamo l’ascensore, arriva, ci entriamo e quando le porte si stanno per chiudere sbuca da dietro l’angolo un tizio asiatico con una faccia addormentatissima e un asciugamano sulle spalle a mo’ di coperta teneramente abbracciato a un cuscino. Entra nell’ascensore, mugugna un buongiorno e al 4o piano scende, sempre saldamente abbracciato al cuscino.

Mah!

Nong Khiaw (back To Laos!)

marzo 24, 2017

Come potete vedere dalle date questo post è stato scritto nell’arco di quasi un mese. Per facilitarne la lettura ve lo divido in giorni. Si torna in Laos, a Nong Khiaw per la precisione.

GIORNO 1

Scrivo dall’autobus da Nong Khiaw, nel Nord del Laos, a Luang Prabang. Sono le 8:30 di Sabato 25 Febbraio. L’autobus sarebbe dovuto partire alle 9, ma abbiamo capito che qua funziona così: quando l’autobus è pieno (e per pieno intendo: PIENO!) parte. Chi c’è c’è, chi ha comprato il biglietto ma non si è presentato sufficientemente in anticipo non c’è!

Devo ancora scrivere di Luang Prabang, ma visto che ci stiamo tornando scrivo ora di Nong Khiaw che ce l’ho fresco e riesco a scriverne anche senza dover riguardare le foto (che non ho, ce le ha Bram) e di Luang Prabang scriverò poi.

Nong Khiaw è un po’ il gateway (suggerire parola italiana please, non mi viene in mente) per le montagne del Nord. Le montagne ci sono già qui, ma per andare veramente nel profondo Nord bisogna proseguire. Questa era la nostra idea iniziale, la voglia di montagne mi era rimasta dal Vietnam, ma alla fine non l’abbiamo fatto.

Siamo arrivati a Nong Khiaw Lunedì verso l’ora di pranzo, dopo tre ore di autobus a rotelle su pietroni – o almeno, la sensazione era questa, bump bump bump! Volevo comporre sonetti e scrivere poemi sull’autobus, non sono riuscita a fare niente di tutto ciò perché ero troppo impegnata a cercare di non gomitare.

La sera prima avevamo cercato una sistemazione su Booking. Nessuna ci aveva convinto (cioè una sì ma era carissima) e varie recensioni dicevano che il prezzo che si paga sul posto è più basso di quello che si paga se si prenota in anticipo, così abbiamo deciso di non prenotare niente e tentare la sorte.

Arriviamo e fa un caldo assurdo, saranno stati 40 gradi. Ci avviamo con valigie e zaini sotto al sole rovente e ogni volta che vediamo una guesthouse ci fermiamo, uno sta con le valigie l’altro va a chiedere informazioni.
La prima ha posto ma è cara, 50 dollari a notte.
La seconda è quella bellissima, è ancora più cara (68) e comunque non ha posto.
La terza è jackpot. Un piccolo bungalow con piccolo bagno. Lenzuola pulite. Minuscolo terrazzino con un tavolino, due sedie e un’amaca. Vista fiume e montagne. 8 dollari a notte. Lo prendiamo!

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Molliamo le valigie e usciamo a cercare qualcosa da mangiare. Ci fermiamo al Coco, un posto bellissimo sul fiume, e Bram prende la tipica insalata laotiana (carne e verdure, speziata) e io un curry. Il tutto è accompagnato da succhi freschi preparati sul momento, io prendo quello d’ananas ed è delizioso!

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Il pomeriggio trascorre in giro, alla scoperta del paesino che invero molto piccolo è. Una sola strada è asfaltata, le altre sono fatte di polvere. Intorno si possono fare vari trekking ma per quasi tutti serve una guida; facciamo un giro delle agenzie turistiche nel tentativo di farci un’idea delle possibilità e decidere cosa fare.

L’esperienza è pessima. Tutti gli agenti, tranne uno che dorme, ci sputano addosso una lista predefinita di itinerari standard senza ascoltarci e senza spiegarci nulla. Non ci capiamo niente. L’unica cosa chiara è il prezzo (sui 50 dollari a testa!!) e il fatto che al di fuori del sentiero tracciato non si va.

In più gli agenti sono tutti schizzati, sembrava che avessero fumato o sniffato chissà che! Faceva eccezione quello che dormiva il quale, appunto, dormiva, e nel sonno rispondeva di sì a tutte le domande. Abbiamo avuto la seguente conversazione:
Io: “Ehm, senti, scusa, ti devo fare una domanda un po’ imbarazzante. Perdonami, te lo dico in anticipo, ma, sai, ho avuto una brutta esperienza a Luang Prabang… Siamo stati in un ostello e c’erano i bedbugs, ecco, hai presente i bedbugs?”
Tizio: “Sì.”
Io: “OK. Ecco, quindi ti volevo chiedere, tutti questi trekking di vari giorni con pernottamento nei villaggi delle minoranze sembrano bellissimi, ma, senza voler insinuare niente ma solo per via dell’esperienza precedente, insomma… Ci saranno bedbugs??”
Tizio: “Sì.”
Io presa alla sprovvista: “Oh!! Ma… Sul serio? Di sicuro?”
Tizio: “Sì.”
Io che a quel punto avevo mangiato la foglia: “Garantiti?”
“Sì.”
“Me lo prometti?”
“Sì.”
Insomma siamo tornati indietro più confusi di quando eravamo usciti!

La serata è stata OK, massaggio pessimo in un posto consigliato dalla LP (massaggerei meglio io, e io non ho idea di come si massaggi!!) seguito da cena indiana abbastanza buona. La nottata invece è stata pulp!

Val la pena spendere due parole sul bungalow che ci ospitava: bellino era bellino, ma era anche basic che più basic non si può. La peculariatà più rappresentativa era, direi, il lavandino del bagno: l’acqua usciva dal rubinetto, si infilava nell’apposito buco e da lì finiva direttamente sui piedi del malcapitato che si stava lavando le mani (o i piedi). Due estremità pulite al tempo stesso! Attenzione, non era un difetto di fabbricazione, era proprio fatto così!
C’erano poi altre simpatiche caratteristiche, tipo il bagno che grazie al suddetto ingegnoso sistema di scolo non si asciugava mai e poi puzzava di cane bagnato e allora ogni volta che uscivamo dovevamo lasciare l’unica finestra spalancata per farlo seccare (per fortuna aveva le grate), e i topi nel muro.

I topi nel muro funzionavano così: c’erano vari bungalow, uno accanto all’altro, separati da sottili pareti di bambù cave all’interno. La prima sera ho visto Bram che si avvicinava alla parete e tendeva l’orecchio. Quando, allarmata, gli ho chiesto che cosa stesse succedendo, mi ha tranquillamente risposto “Credo che ci siano dei topi”.

Stolto! Stolto! Ho passato la nottata a svegliarlo a intervalli regolari e obbligarlo ad accendere la luce e salire in piedi sul letto e fare balletti cantando per rendere i topi consapevoli della nostra presenza e dissuaderli dall’entrare in camera e camminare su di ME (cosa che ovviamente secondo le mie fosche previsioni avrebbero senza ombra di dubbio fatto!).

GIORNO 2

Il giorno successivo, Martedì 21 Febbraio, è trascorso abbastanza tranquillo. Armati di penna e LP abbiamo piantato le tende in uno dei tavolini con vista fiume dello stesso ristorante del giorno prima e lì abbiamo fatto colazione, dopo un (bel) po’ pranzo e nel mezzo programmazione! Non solo per Nong Khiaw e dintorni ma anche e soprattutto per la Thailandia visto che saremmo dovuti essere a Bangkok il 4 Marzo al più tardi e che non avevamo ancora prenotato il volo, e Febbraio è corto assai!

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Nel caso vi stiate chiedendo com’è finita la storia della LP del Laos: non l’abbiamo comprata, o meglio, non l’abbiamo comprata in versione cartacea, in elettronica sì e usiamo quella. Ci stiamo però tuttora chiedendo dove sia la LP madre, quella da cui tutte le altre sono state fotocopiate!

Nel pomeriggio siamo andati in giro per chiedere un po’ di informazioni.
La nostra padrona di casa ci ha detto che ci avrebbe potuto organizzare una gita con un’intera giornata in barca sul fiume per 50 dollari e che era un ottimo prezzo, speciale per noi.
La proprietaria del ristorante in cui abbiamo mangiato ci ha detto che sì, i giri in barca di una giornata si possono fare, e che costano 50 dollari.
L’ufficio pubblico al porto ci ha detto che il giro avrebbero potuto organizzarcelo loro, per 50 dollari.
Insomma una lobby!

Piccola nota. Non siamo riusciti a trovare da nessuna parte una cartina delle montagne intorno a Nong Khiaw per poter fare qualche trekking da soli. L’unica cartina che abbiamo visto era quella dell’ufficio del turismo e la vedete nella foto sotto.

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Altra informazione che ci è stata premurosamente fornita: potete fare trekking solo tramite tour organizzati dalle agenzie turistiche. Se vi azzardate ad andare con una guida privata, multa per voi e per la guida!

Alla fine abbiamo deciso di accettare la proposta della padrona di casa e passare la giornata successiva in barca. Fra tante proposte dal prezzo uguale abbiamo scelto la sua perché A) ci avrebbero raccattato in barca sotto casa (ricordate questo dettaglio please) e B) ci aveva promesso una guida che parlasse inglese (ricordate anche questo grazie!).

Dopo l’intensa giornata di programmazione siamo rientrati con l’idea di goderci un aperitivo in terrazza e Bram ha trovato due vermini sotto allo stuoino. A quel punto io ho sentito l’esigenza di disinfestare e insieme abbiamo pulito tutto, anche il ventilatore!

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Dopo il meritato tramonto

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siamo andati a cena e siamo finiti in un posto così deprimente che io ho sentito l’esigenza di avere del comfort food e ho ordinato la pasta! Faceva schifo, ben mi sta!

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Nottata pulp, i topi ballavano e di conseguenza anche Bram! Non mi avrebbe mai dovuto dire che c’erano i topi, mai mai mai mai mai! Dico io, ci sarebbe voluto tanto a inventarsi, che so, la Fatina dei Muri? Io ci avrei creduto ed entrambi avremmo dormito sonni tranquilli!

GIORNO 3

La mattina dopo è cominciata bene! Allora, l’omino della barca ci sarebbe venuto a prendere alle 8 ed eravamo un po’ preoccupati per la colazione perché i posti che avevamo visto aprivano tutti verso le 7:30. Usciamo e ci troviamo davanti questo:

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Un mercato mattutino!! Altrimenti detto “C’è un intero mondo lì fuori mentre te dormi”!

Abbiamo fatto un giro, incantati, e ci siamo presi un waffle di riso a un banchetto e poi abbiamo rimediato un caffellatte a un altro e ci siamo seduti a sorseggiare il caffellatte guardando la vita passare, gli studenti che andavano a scuola in particolare. Il waffle era ancora caldo e tutto scintillava.
Poi siamo andati a litigare con gli studenti per il riso fritto!

Proprio davanti al nostro bungalow c’era una scuola, una baracca fatta di bambù. Qua vengono formati i fortunati studenti che non solo vanno alle primarie (elementari?), ma hanno pure la possibilità di continuare dopo. Il sistema scolastico è diverso e non vi so dire di che classi si trattasse, l’età a occhio andava… boh, dai 10 ai 17 forse? Gli studenti che abitano troppo lontano per per fare avanti e indietro dormono lì. Alcuni ci restano anche il weekend, li abbiamo visti lavarsi, all’aperto.

Nella zona, da quel che ho capito, ci sono scuole primarie in alcuni villaggi, secondarie o comunque si chiamino quelle successive a Nong Khiaw, l’università a Luang Prabang.

Tornando a noi, non ci siamo davvero messi a litigare con gli studenti ovviamente, abbiamo solo sgomitato un po’ per riuscire a comprarci del riso per il pranzo perché i giovani virgulti hanno un modo singolare di fare la coda, e cioè non la fanno. Approfittano piuttosto delle corporatura minuta per strisciare di lato e risbucare davanti. E il bello è che non se ne rendono mica conto!

Vinto il riso siamo tornati alla nostra baracca dove avremmo in teoria dovuto trovare il nostro barcarolo. Abbiamo invece trovato un insegnante un po’ frou-frou che ci ha detto che sarebbe dovuto venire lui con noi ma non poteva perché doveva insegnare, e allora ci avrebbe portato al porto col tuk-tuk e ci avrebbe messo nelle mani di un amico che, ci ha assicurato, parlava un inglese compito. Il seguito già ve lo immaginate, no? L’amico parlava inglese staceppadiminchia, ma veramente neanche una parola che fosse una, e abbiamo comunicato per tutta la giornata a gesti e sorrisi. Ci son modi peggiori!

Il giro in barca è stato molto molto bello. Quando siamo partiti c’era foschia e faceva tanto freddo, poi piano piano il sole si è fatto strada e ha iniziato a scaldare.

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Lungo la via ci siamo fermati in tre villaggi (in due su tre io ho dovuto per forza fare pipì fra le fresche frasche, ce l’ho fatta ma devo perfezionare la tecnica!).

Il primo non sembrava essere abituato al turismo e mi sono sentita un po’ una guardona.

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Il secondo al contrario al turismo è abituato eccome. È un villaggio in cui le donne lavorano al telaio e fanno sciarpe colorate che sono esposte ovunque dando al villaggio un’aria allegra (OK dalla foto non si vede). Qua siamo stati un’oretta, e sì abbiamo fatto spese!

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Siamo passati anche dalla scuola. Ban Sop Jam, così si chiamava (ban = villaggio), era il più lontano dei tre villaggi che avremmo visitato, e Bram aveva comprato dei quaderni e delle penne da donare alla scuola. Non l’abbiamo individuata subito perché inizialmente quello che vedevamo erano bambini di tutte le età che saltavano sui banchi; ma avvicinandoci ci siamo accorti che c’era, in un angolo, una maestra.
Abbiamo consegnato tutto a lei e quando siamo venuti via i bambini ci hanno rincorso per ringraziarci!

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Terza e ultima tappa Muang Ngoi Neua, che era il villaggio in cui avevamo valutato di dormire come alternativa a Nong Khiaw. Alla fine avevo letto sulla LP che Muang Ngoi Neua era un sonnacchioso villaggio fino a pochi anni fa e che l’avvento del turismo e l’arrivo dell’elettricità nel 2013 l’hanno trasformato in una sorta di baraccone e per questo la scelta era caduta su Nong Khiaw (e il bungalow coi topi!).

Muang Ngoi Neua in realtà così tremendo non mi è sembrato. C’erano tanti turisti, è vero, ma il villaggetto è ancora abbastanza semplice e non ha neanche una strada asfaltata, nemmeno quella principale. Che è questa sotto.

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A Muang Ngoi Neua avevamo ben tre ore e io le volevo usare per passeggiare nel villaggio mentre Bram voleva andata alle grotte, idea secondo me folle perché erano le 13 e la strada per arrivarci era tutta sotto al sole. Alla fine siamo andati alle grotte e ci siamo sciolti. La strada per andarci era deliziosa (sotto), ma si moriva di caldo!!

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Nelle grotte poi siamo entrati, ma non le abbiamo esplorate perché non avevamo l’attrezzatura adatta. Ci siamo però goduti il freschino che c’era all’interno!

Una cosa bella sono state le farfalle a mucchi. Quando dico mucchi intendo proprio mucchi! Tipo che vedevi queste chiazze bianche per terra, della grandezza di una pozzanghera bella grossa, e poi ti avvicinavi e volevano via!

A Muang Ngoi Neua abbiamo anche fatto un giretto. La strada principale, sempre la solita sterrata, era verso metà bloccata da un assembramento di gente che mangiava, beveva e giocava a carte. Sembrava una sagra, questo finché non abbiamo visto una bara.

Tornati alla barca abbiamo trovato una sorpresa ad aspettarci: una ragazza malese e un ragazzo laotiano che, venendo da un villaggio lontano, erano arrivati a Muang Ngoi Neua troppo tardi per prendere l’ultima barca per Nong Khiaw. Ci hanno chiesto un passaggio. Glielo abbiamo dato ed è stata una rivelazione!

La ragazza malese è diventata il mio mito. È un’epidemiologa 25enne che a un certo punto ha capito di voler lavorare nell’ambito sociale. Allora si è presa un anno sabbatico per fare volontariato in tanti paesi diversi participando a progetti diversi nel tentativo di trovare la sua strada! Tanto di cappello!

Adesso proveniva da un villaggetto in cui era stata a portare aiuti, per la precisione una macchina per purificare l’acqua… e dei mattoni.

Qua devo aprire una parentesi. Se pronunci la parola “cinese” in Vietnam o in Laos vedi lampi di odio negli occhi. È un discorso che non avevo ancora affrontato perché non ne so abbastanza, vi dico solo quello che ho visto e sentito e per favore prendetelo con le molle. Il motivo dell’odio in Laos sono le dighe. Che forniscono energia idroelettrica alla Cina e, come contentino, anche a qualche villaggio in Laos, ma che una dopo l’altra distruggono il fiume. L’impatto c’è da tanti punti di vista: quello ambientale ovviamente, poi quello turistico (tantissime zone che erano belle da percorrere in barca non sono più percorribili) e inoltre (non dico infine perché, di nuovo, non ne so abbastanza) quello sociale. Interi villaggi costretti a traslocare. Un nuovo alloggio viene fornito, certo, ma non tutti ci vogliono andare.

La ragazza malese veniva da uno di questi villaggi. Aveva portato aiuti ai reduci rimasti. Il villaggio è in cima a una montagna, ci ha spiegato, e a salire ci vogliono due ore. I mattoni si portano in spalla. Anche i bambini li portano, uno solo a testa, legato sulla schiena perché non pesi!

Non solo del suo lavoro la ragazza ci ha parlato, ci ha anche dato dei consigli per scoprire un po’ di più Nong Khiaw.

Ci ha raccontato di un campo che sta in una strada da cui non eravamo ancora mai passati. È un campo aperto, tipo un campo da calcio, completamente al sole. Qua i ragazzini delle superiori si esercitano, tutti i giorni. Imparano a sparare, a lanciare bombe, a strisciare. Fino al 4o anno usano pistole a salve e bombe finte, ma alla fine del quinto devono sostenere un esame in cui devono dimostrare di saper usare le armi vere. Più alto è il punteggio più facile sarà trovare lavoro (in qualunque campo, non solo nell’esercito). Questo vale per tutti eh, maschi e femmine.

Più frivola la seconda cosa che ci ha fatto scoprire: un ristorante! Di cui parlerò più avanti.

Ci ha dato anche un po’ di consigli sulla Malesia.

E poi non abbiamo più parlato e ci siamo solo goduti lo spettacolo del tratto di fiume ancora percorribile che scorre fra le montagne. Al ritorno era ancora più bello che all’andata.

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Rientrati a Nong Khiaw aperitivo sul nostro amato terrazzino e poi cena nel ristorante consigliatoci dalla ragazza. Di cui ci siamo innamorati!

Un cartello messo fuori dalla porta con scritto a mano “FAMILY RESTAURANT”.
Tre tavolini di numero messi sulla strada appena fuori casa.
Il menù scritto a mano, in un inglese fantasioso, su una lavagna.
Il quadernino su cui dovevi scrivere il tuo ordine e poi farti il conto da solo!
E mama Laos. La signora che lo gestiva. Che rideva sempre, e guardava una telenovela in laotiano a cui noi facevamo i sottotitoli inventati, e che ogni volta che ordinavamo qualcosa partiva trotterellando con la sportina e andava a comprare gli ingredienti.
La nipote che cucinava, e che se facevamo un po’ tardi si metteva a cucinare in camicia da notte.
E il cibo! Era tutto buonissimo.
Da che abbiamo scoperto mama Laos non siamo più andati da nessuna altra parte. Abbiamo fatto colazione, pranzo e cena lì per tutti i giorni successivi. Ci bastava entrarci per essere felici!

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GIORNO 4

Il giorno dopo era Giovedì 23 Febbraio. Ci siamo alzati presto e siamo andati a fare colazione da mama Laos e al mercato a comprare il riso fritto

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e poi abbiamo scalato una montagna!

Per la via vegetazione esuberante

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e Piccoline stanche (mettere fumetto PUFF PANT)

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e poi siamo arrivati!

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(non facevo yoga, semplicemente mi stiracchiavo perché mi ero risvegliata col mal di schiena!)

Alzi la mano chi pensa che questa debba essere la nuova foto del profilo di Bram:

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Siamo rimasti in cima alla montagna un paio d’ore. Ci siamo guardati intorno, abbiamo mangiato il riso fritto, Bram ha fatto una parte di merda a dei bimbi minkia che tiravano cartacce, abbiamo chiacchierato un sacco con una ragazza di Singapore che ci ha dato un sacco di consigli su Singapore dove non andiamo ma vabbè! Poi siamo scesi e sono cominciati i cazzi.

Erano circa le 14 ed eravamo morti di caldo. Sciolti come ghiaccioli al sole. C’era una sola cosa che avevamo voglia di fare, ed era un giro in barca.

Ma né la biglietteria del porto né le agenzie comprendono il concetto di giri in barca di un paio d’ore. L’unica cosa che ossessivamente ci propongono è il giro in barca di 8 ore del giorno prima, con lo stesso itinerario e la sosta negli stessi villaggi. Non c’è verso di fargli capire che vogliamo sbiaccarci su una barca E BASTA. Uno solo dopo ripetuti sforzi ci arriva, e ci dice che certo, possiamo fare un semplice giro in barca avanti e andré. Per 50 dollari! La stessa cifra del giorno prima!

Parte una conversazione surreale in cui Bram cerca di far capire al tipo che 8 ore o 2 non sono la stessa cosa e il tizio insiste che noi non possiamo capire perché siamo europei. Si paga per la barca, dice, e Bram chiede, Ma il tempo del barcarolo non vale niente?, e il tizio risponde, semplicemente, No.

A quel punto diventa tutto chiaro. Il barcarolo che non parla inglese e che fa tutto il lavoro becca du’ lire e chi gestisce l’agenzia o chi ci sta dietro intasca il malloppo. Una sorta di piccola mafia locale gestisce il tutto e andare da soli col barcarolo e pagare direttamente lui non è possibile.

Un altro po’ di cose si fanno a questo punto più chiare. Ad esempio perché il giorno prima ci sia stato ripetuto più e più volte di non pagare il barcarolo ma di pagare direttamente chi ha organizzato. A questo punto rimpiango un sacco il non avergli lasciato una mancia. E chi lo ritrova ora?

Ne usciamo incazzati neri, schifati proprio, e decidiamo che non faremo nessun tour guidato con nessuna agenzia.

In mancanza di altre opzioni decidiamo di incamminarci verso casa lentamente, passando dal campo in cui si allenano i ragazzini. Discutendo animatamente prendiamo delle viuzze secondarie e finiamo in delle zone molto locali che non avevamo ancora visto.

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Siamo quasi arrivati quando io scorgo delle piccole barchette nel fiume e dico a Bram “Ecco! Quello è esattamente il tipo di barca su cui vorrei essere ora!”.
Decido di sdrucciolare fino al fiume tante volte ci fosse un barcarolo disposto a portarci.

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Devo fare una parentesi che c’entra fino a un certo punto ma sennò mi scordo!
Una delle gite proposte dalle agenzie è il bamboo rafting. Il bamboo rafting è una delle mie cose preferite al mondo, ma io non lo sapevo.

Bamboo rafting = navigare il fiume lentamente su una zattera di bambù. L’ho fatto in Cina sul fiume Li ed è una delle cose più belle che io abbia mai fatto. Solo che non sapevo che si chiamasse così!
Nella mia testa bamboo rafting = buttarsi nelle cascate con un tronco. Sapete perché? Per colpa di Zelda, il videogioco della Nintendo! In cui a un certo punto bisognava appunto fare rafting, ed era una cosa selvaggia in cui si perdevano punti a randa! Per me il rafting era quello… tutta colpa del Game Boy!!

Una volta chiarito l’equivoco (con Bram che mi diceva “Ma il bamboo rafting ti piace”, e io “Nooo, pericoloooo, perdo quarti di cuore!”) abbiamo provato a esplorare questa opzione. Ed è venuto fuori che il bamboo rafting non si può più fare.
Perché grazie alle dighe il fiume è diventato un lago, e con una barca a motore si riesce ancora a navigare ma con una zattera di bambù non più.

Scusatemi per i discorsi sconclusionati, per quelli che non filano e per gli errori grammaticali. Se vedeste le condizioni in cui scrivo capireste! Tipo ora è il 19 Marzo, sono al porto di Kuala Besut, sono le 4 del mattino e sto schiantando dal sonno!

Torniamo al discorso precedente. Sdrucciola te che sdrucciolo io, ho raggiunto sdrucciolando un gruppetto di sfaccendati, due uomini e una giovane donna, che stavano seduti sull’erba a guardare le barche. Ho chiesto se fosse possibile fare un giro.

I tre non parlavano una parola d’inglese e c’è voluta un’ora intera, con gesti e Google Translate, a farsi capire. Alla fine ho mostrato le parole “barca” e “un’ora” e ho sventolato una banconota e allora hanno più o meno capito e hanno pronunciato il nome di un villaggio che era nella direzione in cui volevamo andare e siamo partiti!

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Il tragitto è stato bello proprio tanto, fra montagne con una fitta e rigogliosa vegetazione.

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Nota di colore, la barca imbarcava un po’ d’acqua e il tizio che guidava ha passato TUTTO il tragitto (2 ore circa fra andata e ritorno) a guidare con una mano e tirare secchiellate d’acqua (raccolta dalla barca) nel fiume con l’altra!

E poi siamo arrivati al villaggio. I tizi sono scesi e ci hanno guardato con aria interrogativa. E a quel punto abbiamo capito!
Per loro la barca è un mezzo di trasporto. Che uno possa voler fare un giro in barca solo per essere sulla barca va al di là della loro immaginazione. Avevano dunque pensato che noi volessimo andare al villaggio. Non l’avevano nominato come direzione, l’avevano nominato come destinazione! E ora tutti e tre ci guardano come a dire “E mo’?”.

E mo’ facciamo un giro del villaggio. Che altro vuoi fare?

Ci sono pochi adulti e parecchi bambini in giro. Al solito, maiali e galline razzolano ovunque. Dei polli hanno architettato un ingegnoso sistema per rubare del riso. All’interno di una casa ci sono dei sacchi di riso ammonticchiati davanti alla finestra, e uno è bucato. I polli si sono arrampicati su un sacco che sta all’esterno e lo usano come scala per raggiungere quello forato e… magnare! Finché una mano non spunta, e allora c’è un fuggi fuggi generale.

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Raggiungiamo una casa, fuori ci sono degli adulti, stanno arrostendo qualcosa su una fiamma. Uno si presenta come il maestro del villaggio, ma non parla inglese neppure lui. Ma a cosa servono le parole quando ci sono una griglia accesa e del buon vino (magari!). Generosi ci invitano a partecipare al banchetto. È così che mi ritrovo in una mano quella che non saprei come definire se non come una sciangomma (toscano) di pesce grigliata, e nell’altra mano il solito malefico bicchiere comune che questa volta contiene del Lao-Lao, la bevanda nazionale, una sorta di grappa di infima qualità. A me la grappa non piace, ma le sciangomme di pesce grigliate mi piacciono ancora meno, e per farle andare giù finisco con l’attaccarmi al bicchiere.

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E poi ci sono i bambini. Che all’inizio ci guardano da lontano e poi piano piano si avvicinano, ma sono timidi, e allora ogni volta che arrivano troppo vicino scappano via. Finché a me non torna in mente quella che con i bimbi di Big Sister Mouse era stata la chiave di svolta. Morra cinese rules!

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A ‘sto punto i bambini non sono più timidi. Anzi, il contrario! Mi si sono attaccati e non mi lasciavano più andare!
Abbiamo giocato alla morra cinese, al “metti una mano sopra l’altra e poi l’ultima sopra alla prima e così via”, giuoco che ha riscosso particolare successo perché consiste in pratica nel darsi delle allegre manate, e al sempreverde “impara l’inglese con l’accento italiano”, un grande classico questo che non passa mai di moda!

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Poi sono rientrati gli adulti, su delle barchette di carta, carichi di legna. Quando ci vedevano sgranavano gli occhi e poi ci sorridevano. Tutti tranne una.

Che invece si è arrabbiata tantissimo. E ha fatto una partaccia alla ragazza che ci aveva portato, strillando in una lingua che ovviamente non potevamo capire ma abbiamo colto varie volte la parola farang, forestiero. Noi.

Non sappiamo né sapremo mai perché fosse così arrabbiata. Nel villaggio non vogliono turisti? Li vogliono ma a pagamento? La mafia locale regola gli ingressi e stanotte verrà e ci ucciderà tutti? Ovviamente l’ultima ipotesi mi pareva la più probabile!

Siamo tornati indietro un po’ perplessi. I bambini ci hanno rincorso per salutarci.

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Rientrati a Nong Khiaw, aperitivo in terrazza

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e poi altra cena buonissima da mama Laos.

La notte credevo che non avrei dormito per paura della mafia locale che ci veniva a uccidere nel sonno e invece è stata l’unica notte in cui ho dormito! Le prime due non avevo dormito per via dei topi, la terza non lo so perché, la quarta era questa e la quinta, ah, la quinta la devo ancora raccontare!

GIORNO 5

Il quinto giorno è partito con una super fantastica colazione da mama Laos e poi abbiamo noleggiato le bici e siamo andati in giro. Noleggiare le bici è stata un’idea veramente cretina perché non solo c’erano 40 gradi, ma le strade erano tutte in salita e io sono morta!

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Arrancando siamo andati a vedere delle grotte e una minuscola cascata. Poi avevamo fame e ci siamo fermati in un posto per mangiare, ma il posto si è rivelato chiuso e avevano solo birra e allora abbiamo preso una birra. La birra si è rivelata la seconda idea cretina della giornata perché eravamo stanchi e accaldati e ci ha steso!

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Più che altro ha steso me. Infatti dopo volevamo andare a visitare un villaggio a un’oretta di distanza, ma siamo partiti insieme e uno solo è arrivato perché l’altra stava schiantando lungo la via e allora ha detto “Lasciami, ti rallenterei!” e l’uno ha eseguito e l’ha caata lì.

Per la precisione, Bram mi ha lasciato lo zaino ed è andato al villaggio e io sono rimasta a guardare il tramonto sul fiume che era abbastanza spettacolare. Tutto brillava d’oro!

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Finito il tramonto ho pensato: se aspetto Bram qui dove mi ha lasciato poi dobbiamo tornare indietro insieme e di nuovo lo rallento e fa buio. Per guadagnare tempo mi avvierò! E mi sono avviata, col risultato che quando Bram è tornato indietro non ha trovato dove li aveva lasciati né me né lo zaino!

La giornata è terminata con un’ultima cena da mama Laos. Serata bella e deliziosa come sempre. Quanto mi manca mama Laos!

Ceniamo, lasciamo una dedica sul quadernino

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e poi mama Laos ci chiede, come sempre, nel suo inglese creativo, “Tomorrow where?”. In genere la risposta è “Tomorrow Nong Khiaw!”, e allora lei ride, ride, e dice “Tomorrow breakfast here!”. Ma stavolta diciamo “Tomorrow Luang Prabang”, e lei all’improvviso si fa seria.

Ci chiede dove stiamo. Bram dà il nome dei bungalow e sorridendo dice “Sono carini!”. Lei non ricambia il sorriso e ci racconta una storia. L’inglese è quel che è e io e Bram capiamo due cose diverse.
Io capisco che la sera prima i nostri vicini di bungalow hanno messo la musica troppo alta e qualcuno ha chiamato la polizia.
Bram capace che mentre erano a cena i nostri vicini di bungalow sono stati derubati di ciò che usavano per ascoltare la musica (il cellulare e le casse senza fili) e che hanno chiamato la polizia.
Viene fuori che ha capito bene lui.

Domattina, si raccomanda mama Laos, prima di andare a prendere l’autobus venite a fare colazione qui. E portatevi dietro le valigie! Non le lasciate nel bungalow!

Torniamo verso casa estremamente perplessi.

Perché la nostra padrona di casa non ci ha detto niente del furto? E perché si è raccomandata di lasciare le valigie nel bungalow mentre andiamo a fare i biglietti dell’autobus? È coinvolta?

Altre cose ci vengono in mente. Che la mattina era entrata in casa e vedendo l’iPad in carica ci aveva chiesto se lo lasciavamo lì. Che vedendo la finestra aperta ci aveva chiesto se avessimo intenzione di lasciarla aperta.

Rientriamo oltrepassando la Party House (mi ero scordata di parlare della party house, era una casa in costruzione che credo non verrà mai costruita perché ogni volta che ci passavamo davanti dentro c’era una festa!) e io metto su Google “theft bungalow Nong Khiaw”, perché mi ricordavo di aver escluso una guesthouse perché avevo letto nelle recensioni che qualcuno era stato derubato lì.
Mi si apre un mondo.

Pare che i furti ai danni dei turisti a Nong Khiaw (e anche a Muang Ngoi Neua se è per quello) siano la norma, non l’eccezione.
Furtarelli da drogato: cellulare, tablet, soldi se ci sono.
Pare che l’omertà regni sovrana, che i furti vengano in genere commessi il giorno della partenza di modo che non ci troppo tempo per fare casino, che chi è andato alla polizia sia stato trattato a pesci in faccia, che pure la polizia sia coinvolta.

Ma la cosa più agghiacciante (per me) è che sembra che la stragrande maggioranza dei furti venga commessa di notte, mentre la gente dorme!

Perché, perché, perché? Perché devi entrarmi in camera la notte mentre dormo? Perché non puoi semplicemente derubarmi di giorno, mentre sono fuori? Ora che ho letto questa cosa io non dormirò MAI PIÙ.

Ci vuole un PIANO, mi ci vuole un po’ ma alla fine riesco a convincere Bram. Mettiamo le valigie davanti alle porte, creiamo complicati marchingegni fatti di corde e lucchetti, costruiamo trappole che scatterebbero se la finestra venisse toccata (e sì, una l’abbiamo fatta scattare noi per sbaglio… beh, almeno abbiamo visto che funzionava!).

Poi andiamo a letto e io, cretina, continuo a leggere storie di gente che è stata derubata qua, e a un certo punto mi imbatto nella testimonianza allucinante di una ragazza che è stata svegliata da una MANO che aveva fatto un buco nel bambù e frugava sul comodino! A questo punto mi alzo e tolgo tutti i cellulari dai comodini e li nascondo in valigia, e anche gli occhiali che non si sa mai – col risultato che Bram, che non si è accorto di nulla perché già dormiva (ma come faceva a dormire dico io!), la mattina dopo si è svegliato e si è ritrovato cieco e senza cellulare e ha pensato che ci avessero derubato davvero!

Ma non avrebbe dovuto preoccuparsi. Perché io ho fatto la guardia tutta la notte! Non ho chiuso occhio neanche un minuto!

GIORNO 6

La mattina dopo un problema si è posto. Era Sabato e il Sabato mattina c’è il mercato, non quello piccolino solito ma quello grande del weekend, in cui le minoranze che abitano in montagna scendono a Nong Khiaw per vendere i loro prodotti. E noi lo volevamo vedere. Ma questo avrebbe significato lasciare il bungalow incustodito. Come fare?

Alla fine abbiamo fatto solo un giretto veloce portandoci dietro le cose di valore e quando siamo tornati indietro tutto era ancora come l’avevamo lasciato. Hurrà, ci è andata bene! Ce l’abbiamo fatta, abbiamo fregato i ladri!

Quello di cui non ci siamo accorti subito è che erano già passati.

A mancare erano le cuffie per ascoltare la musica di Bram. L’unica cosa che quando usciamo non portiamo con noi né teniamo in valigia chiusa col lucchetto, nonché l’unica cosa che fra uno spostamento e l’altro non viene controllata perché Bram le usa solo sull’autobus quando viaggiamo. Sembra una cavolata, ma chi legge questo blog dovrebbe sapere che per Bram la musica è vita, e dunque non erano cuffiette del menga da 10 euro, moltiplicate piuttosto per 6. Inoltre il mio Orso ha le orecchie fatte strane, e quelle erano cuffie speciali fate apposta per le sue orecchie!

Insomma abbiamo lasciato Nong Khiaw con un po’ di amaro in bocca.

Per non chiudere il post su una nota negativa vi metto una carrellata di foto fatte da mama Laos, che vale la pena di andare a Nong Khiaw solo per lei, e vi racconto una piccola cosa che avevo dimenticato, e cioè che a Nong Khiaw la notte si vedono tutte le stelle del mondo!

La nostra prima cena: riso fritto e noodles. La brodaglia non mi ricordo cosa fosse, una specie di spezzatino di carne mi pare!

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La prima colazione: riso dolce con le banane per Bram, uova affrittellate per me che ancora non mi ero resa conto di tutte le potenzialità del menù!

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Curry di zucca per Bram, pad thai per me. Deliziosi entrambi!

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Colazione di Bram – zuppa di noodles con uovo e pepe. Era buonissima e gliel’ho invidiata un sacco!

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Anche se anch’io non ero messa male: baguette e crema di cioccolato fatta in casa al momento dell’ordine! Non so cosa ci fosse dentro ma di certo cacao in polvere e miele.

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Altra zuppa di noodles per cena.

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L’ultima cena, in cui abbiamo ordinato tutto il menù: involtini Primavera, insalata di carne macinata…

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… e il famoso suksuka (vedere menù), che ho ordinato per curiosità e che si è rivelato un pasticcio di uova e pomodoro orgasmico!!!

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E infine, l’ultima mia colazione. Un pancake con banane e cioccolato che sarebbe bastato a sfamare un reggimento!

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INFO

A Nong Khiaw siamo stati alla Pho Sai River View Guesthouse. Tutto considerato non la consiglierei!