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Giappone. Miyakojima. Che fortuna!

settembre 4, 2018

Mercoledì 22 Agosto

Uno dei nostri rituali giapponesi è diventato passare da un konbini la sera prima di andare a letto e scegliere qualcosa per la mattina dopo a colazione. Dunque sveglia, colazione e poi Bram va a ritirare la macchina mentre io finisco di prepararmi. Il programma di oggi prevede una spiaggia sull’isola in cui siamo.

Non sapendo se la spiaggia sarà attrezzata decidiamo di passare dal supermercato, il giorno prima ne avevamo individuato uno bello grande. C’ero stata verso le 12:30 e l’avevo trovato estremamente ordinato e tranquillo. La mattina alle 9, tuttavia, la situazione si rivelerà parecchio diversa.

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Ecco Bram che lotta con le casalinghe giapponesi per i manghi in offerta.

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Ha perso!

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Vinti ma non sconfitti, per pranzo ci compriamo un onigiri, del riso freddo e delle melanzane buonissime e poi andiamo in spiaggia.

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La spiaggia è bellina e decentemente attrezzata. Il parcheggio è gratuito e per l’ombrellone abbiamo speso mi pare 1000 yen. Io mi sbiacco, Bram si adegua agli usi locali.

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Lo so che è ridicolo, ma sapete che la muta è una figata? Ti protegge dalle scottature; ti protegge da almeno alcune delle Bestie Pericolose; e averla addosso bagnata ti tiene fresco!

Anche i locali ce l’hanno. Hanno, inoltre, delle enormi ciambelle con cui entrano in acqua. Non so se riuscite a vedere le due ragazze che stanno entrando in acqua in questa foto.

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Erano fashionissime! Quando sono arrivate hanno consegnato borse e cellulari a un facchino. Poi sono state un’ora a truccarsi. Poi si sono sistemate i capelli e messe le maschere facendo attenzione a non rovinare l’acconciatura. E poi, ciambellone, e via!

Io ho passato una gran bella giornata a leggere e scrivere sul blog. Bram ha fatto bagni su bagni e è tornato con tantissime foto. Quando rientro faccio un post con un po’ delle sue foto subacquee! Oh un attimo, ho un’anteprima sul telefono: è una foto che ho fatto a una sua foto!

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Una cosa carina delle spiagge qui è che l’atmosfera è molto molto rilassata. Vuoi l’ombrellone lo paghi, non lo vuoi sei libero di accamparti sui tavolini, sdraiarti sul tuo telo o addirittura montare la tua tenda senza che nessuna ti dica nulla o chieda soldi.

Delle varie spiagge in cui siamo stati questa era forse la più attrezzata. C’erano dei baracchini che vendevano da mangiare e c’era persino il bagno!

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Sulla giornata non mi vengono in mente aneddoti particolari, niente da riportare se non che è stata bella e interessante. Sulla via del ritorno ci siamo fermati in un punto panoramico per fare alcune foto.

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Come potete vedere le previsioni del tempo catastrofiche non si sono rivelate attendibili. Per fortuna!!

Passati da casa, docciati, cambiati, mancava di decidere dove andare a cena. Io sarei tornata volentieri nel posto della prima sera ma boh, era stata un’esperienza così bella che avevo quasi paura, a ripeterla, di rompere l’incanto. Proviamo un altro paio di posti ma niente ci convince e alla fine ci decidiamo a tornare dal nostro amico sperando che ci sia posto. C’è… e i due posti che ci toccano sono quelli dell’altra volta e sono gli ultimi due rimasti! Che fortuna!

Ma in generale, a Miyakojima, siamo stati sempre fortunati. È andato tutto bene, e anche quello che lì per lì sembrava non andar bene si è poi rivelato un colpo di fortuna. La macchina, per esempio: non prenotandola in anticipo abbiamo finito col pagarla di meno!

Di nuovo omakase, e la cena è diversa da quella precedente ma è altrettanto buona. Minore come quantità, su nostra esplicita richiesta perché l’altra volta stavamo esplodendo; ripetuto solo il manzo, sempre su richiesta.

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Insalatina di non-so-che

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Un nuovo tipo di alga, di nuovo locale, di nuovo incredibilmente, buona

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Polpetta di tofu

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Tempura, yum yum

Il manzo non lo rimetto e il pudding di mango neanche. Metto l’altro dessert: gelato alla banana!

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E anche stavolta chiacchiere, e anche stavolta frutta buonissima, e anche stavolta serata bellissima. Abbiamo fatto proprio bene a venire! In foto, papaya.

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Al momento di venire via abbiamo chiesto se fosse possibile prenotare per l’ultima sera, il Venerdì. No, ci viene risposto, perché da domani chiudiamo per tre giorni. Viene fuori che a Okinawa Obon si festeggia adesso.

Meno male che siamo venuti stasera. Che fortuna!

Ci salutiamo, allora. Prima che usciamo il cuoco ci consegna un sacchettino. Dentro troviamo dell’uva di Matsumoto e due tazzine per il sake con l’emblema del ristorante.

Tutto quadra. Non ho comprato la tazzina costosissima a Kanazawa perché ne avrei ricevute due in regalo qua! Allora non lo sapevo, ma adesso lo capisco. Non sono altrettanto belle, ma hanno un valore molto più alto. Meglio così!

INFO

La spiaggia su cui siamo stati si chiama Aragusuku-kaigan ed è sull’isola principale, Miyako-jima.
Per cena siamo tornati da Pocha Tatsuya. Abbiamo speso 8000 yen.

Giappone. Le avventure di nonna Abelarda a Miyakojima.

settembre 3, 2018

Martedì 21 Agosto

Ci svegliamo con calma e appena alzati andiamo a dare la buona notizia a Hiro: siamo riusciti a prelevare, possiamo pagare!

La casa di Hiro non è veramente casa di Hiro, nel senso che non è dove dorme, è una casa che affitta. C’è una grande sala d’ingresso con un largo tavolino basso, in stile giapponese. È tutta aperta, entrano sempre l’aria e la luce e il profumo del mare. Sulla sinistra c’è una cameretta privata che è quella in cui staremo io e Bram le prime due notti (poi ci trasferiremo in camerata comune); sulla destra una vasta camerata con 3 letti a castello (6 posti in totale) e in un angolo tavolino, divano e sedie. I letti a castello sono enormi e ognuno è circondato da tende, le tende si possono tirare ed è come avere la propria cameretta privata! Sono talmente larghi che ai lati del materasso c’è spazio per vestiti e libri e volendo anche per la valigia!

In questo momento ci siamo noi; una ragazza giapponese lì per fare immersioni che sparisce la mattina presto e riappare la sera; un ragazzo giapponese dall’aria perennemente stonata che non si capisce cosa faccia; un altro ragazzo giapponese, simpatico e gentile, abbastanza silenzioso; una ragazza giapponese che lavora in una gelateria a Hirara, sembra intrallazzare col fattone ed è l’unica con cui riusciamo a comunicare perché ha vissuto in Australia e parla un po’ di inglese; e una ragazzina di Tokyo in vacanza con la passione per la cucina, passerà parte del tempo in giro e parte con la ragazza che aiuta Hiro, cucineranno insieme e diventeranno amiche.

Le dinamiche si instaurano abbastanza in fretta. Bram è quello che la mattina fa il caffè per tutti; l’aiutante di Hiro e la ragazza di Tokyo cucinano; la ragazza che parla inglese e il fattone non si vedono molto durante la giornata, ma si possono trovare in cucina a fumare e chiacchierare la sera tardi. La sub non si vede mai, il ragazzo silenzioso fotografa il cibo, Hiro è sempre in giro, pronto ad aiutare e fornire informazioni. È diverso da come me lo aspettavo, avevo immaginato un signore anziano, invece è sulla quarantina, in forma e parecchio cool, in maniera più alternativa che fighetta. Mi intimidisce un po’.

Stamattina Hiro ha una buona notizia per noi: ci ha trovato una macchina per un giorno! Non il giorno presente ma quello successivo. Intanto oggi possiamo andare al negozio dell’acqua e noleggiare delle bici elettriche per la giornata.

Fra una cosa e l’altra facciamo tardi e quando usciamo sono già le 11. Meglio così, perché la panetteria vicino casa apre proprio alle 11! Ci compriamo del pane per la spiaggia e poi andiamo a cercare il negozio dell’acqua.

Lo troviamo, e il tizio ci guarda un po’ sorpreso. Due stranieri che si presentano così, all’improvviso, e vogliono delle bici, e non le hanno prenotate?
Le bici ci sarebbero pure, ma non sono elettriche. Le valutiamo, poi Bram dice dove vuole andare ed è lontano, su un’altra isola. Il tizio scuote la testa, non possiamo arrivare lì con le bici normali. Esce e va a cercarci delle bici elettriche.
Le trova, ma il motore non è carico. Per caricarlo ci vorrà un’ora, ci spiega. Va bene, andiamo a fare un giro e torniamo!

La preoccupazione di Bram è l’acqua, non mi ricordo se aveva paura di strinarsi facendo snorkeling o delle meduse, sta di fatto che vuole una muta. La mia preoccupazione è il sole, se le spiagge non sono attrezzate e non c’è ombra dove moio mentre Bram è in acqua? Vorrei un ombrellone, trovo un cappello tipo quello degli apicoltori, con la tendina, avete presente? E incidentalmente anche una bella magliettina a righe bianche e verdi! Bram trova la muta, poi entrambi troviamo del formaggino spalmabile e delle “verdure” (si riveleranno alghe) con cui farcire i panini e in un battito sono le 13. Torniamo al negozio e le bici sono pronte.

Via che si va!

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Iniziamo a pedalare sotto 40 gradi. Avete presenti le bici elettriche? Io non ne avevo mai usata una e pensavo che funzionassero come un motorino. Invece no, il motore ti aiuta un po’ ma devi comunque pedalare!

Non sapendo quanto durerà la batteria cerco di non attivare il motore troppo spesso e di farcela con le mie gambine. Che fatica però! Fa caldissimo e il ponte che collega la nostra isola a Irabu-jima dove stiamo andando è lunghissimo, pieno di salite e discese e tutto sotto il sole.

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Pedalo, pedalo, e quando arriviamo dall’altro lato del ponte una cosa si fa evidente. Non è solo la batteria del motore a dover essere usata con parsimonia. Anche la mia! Sono rossa come un peperone e in un bagno di sudore e ho assolutamente bisogno di una pausa ALL’OMBRA. Siamo circa a metà percorso, scoviamo uno stabilimento balneare / bar e ci fermiamo. Siamo gli unici clienti e quando ci vedono arrivare ci fanno una gran festa! Ci sediamo e ordiniamo dei succhi e piano piano io inizio a riprendermi.

Mentre bevo il succo mi cade l’occhio su un cartello informativo. Spiega cosa fare se ti punge una medusa o altro. Ecco l’altro. Decido che in acqua io non entrerò mai mai mai mai MAI!

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Poi vado in bagno per fare la pipì e ci trovo una tarantola pelosa. Sono fiera di dire che qua ho mantenuto la calma. Sono corsa ad informare le ragazze del bar e con calma e sangue freddo ho superato le barriere linguistiche e spiegato con chiarezza la situazione.

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Fra lazzi e frizzi si sono fatte le 14. Bram mi chiede se penso di farcela a ripartire. In alternativa, mi spiega, possiamo stare sulla spiaggia dello stabilimento. Decidiamo di darle un’occhiata. Ora, per capirci, quando parlo di spiaggia attrezzata non mi riferisco alla Versilia; immaginate piuttosto una ventina di ombrelloni messi a casaccio con qualche sedia intorno e basta. Chiediamo il prezzo di un ombrellone con due sdraio e all’inizio ci sparano 2000 yen, poi 1500, poi scoppiano a ridere e dicono No tourists, today free! Tandigaatandi, mangio il mio panino seduta sulla sdraio all’ombra dell’ombrellone osservando il mare e poi ho recuperato le energie e sono pronta a ripartire!

Pedaliamo pedaliamo, e stavolta ho imparato la lezione, mi sono messa il cappellino per proteggermi dal sole e sul motore non lesino più, tengo d’occhio la batteria ma quando ne ho bisogno lo aziono. Ecco nonna Abelarda che arriva in bicicletta!

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Scoprirò una volta raggiunta la spiaggia che il povero Bram, per paura che io schiattassi, se l’è fatta tutta senza motore, per potermi passare la sua bici nel caso la mia batteria finisse. Appena arriviamo mi molla le borse, si infila la muta e sparisce in acqua ciao!

Io collasso su un lettino all’ombra. La spiaggia è libera, fresca e bellissima. Il tizio degli ombrelloni ci ha chiesto 2000 yen quando ci ha visto arrivare, poi ci ha ripensato e ha detto 1500, poi con una risata fragorosa ci ha detto che visto che sono le 16 e che lui alle 17 chiude è gratis. Di nuovo! Hurrà! Che poi mi fa ridere che entrambe le volte noi non abbiamo aperto bocca, fanno tutto da soli!

Prendo un tè freddo e me la godo osservando il mare.

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Come ho già scritto, già verso le 15 le temperature iniziano a scendere (in compenso alle 7 del mattino già si schiatta, ma questa è un’altra storia). Adesso che sono le 16 si sta bene. Bene, bene, bene. Non so come spiegare la goduria di quell’ora stesa al fresco con una bibita e il mare davanti. È stato bellissimo. Ci sarei rimasta tutta la giornata.

Una cosa che credo di non aver invece mai scritto è che quando Bram va a fare snorkeling io un pelino mi preoccupo sempre, perché sparisce e non lo vedo più! Non gli dico nulla ovviamente, è adulto e vaccinato, però sono sempre un po’ sollevata quando torna con storie e foto di pescioloni meravigliosi!

Stavolta, però, non torna. Aspetto, aspetto, per le 17 dobbiamo venire via e lui lo sa, ma alle 17 è sempre in acqua, dove, chi lo sa?

Il tizio vuole andare a casa, viene da me e mi dice Oh! Your boyfriend? e io allargo le braccia impotente, vorrei tanto sapere anch’io dov’è finito!

Ci mettiamo a scrutare il mare insieme e io provo anche a urlare ma niente. Ma poi il tizio fischia, ed è un fischio talmente acuto che anche sott’acqua si sente, ed ecco che quel rintronato di un Orso finalmente emerge, aveva perso la cognizione del tempo!

Il tizio ha fretta e io sono mortificata e allora si improvvisa un lavoro di squadra. Io raccatto la roba e il tizio sciacqua Bram! Con delle bottiglie d’acqua! Bram si cambia al volo ed eccoci pronti, vorremmo comprare un altro tè freddo ma il tizio ha già messo via la borsa frigo e quindi vabbè. Risaliamo verso la strada tutti e tre insieme e il tizio vede le nostre bici parcheggiate.

Ma siete in bici?, ci fa?
, rispondiamo noi.
E dove dovete andare?, chiede.
A Hirara, spieghiamo noi.

Il tizio ci guarda stupefatto. Scuote la testa e poi, senza dire una parola, prende le nostre bici e la carica nel cassone del suo furgoncino. Include nel pacchetto anche noi e parte. Ci sta portando a Hirara! Doveva andarci comunque eh.. ma quanto gentile è stato??

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Felicità è: due zaini, due bischeri e due bici in un cassone.

E non è tutto, lungo la via si è fermato a uno dei distributori automatici di cui pullula il Giappone (e anche Okinawa) e ha comprato da bere sia a me che a Bram, e non c’è stato verso di ridargli i soldi! Siamo grati, contenti, quasi commossi.

Quando arriviamo a Hirara il tizio si dirige verso casa sua, che è in centro quindi per noi va benissimo. Fuori lo aspettano la moglie e la sorella, che non appena parcheggia si dirigono verso il cassone per prelevare la spesa. Invece trovano noi!
Le facce che hanno fatto rimarranno uno dei ricordi più belli della vacanza.

Ecco di nuovo nonna Abelarda, e se guardate bene la foto vedete anche il tizio!

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Pensate che la giornata sia finita qui, eh? Anch’io lo pensavo. Ma Bram no! Perché avevamo pagato le bici fino alle 19, ed erano ancora le 17:30, e sia mai che un’ora e mezzo già pagata vada sprecata! Mi convince a pedalare verso una delle spiagge piccoline di Hirara. Qua, in mare, è stata messa una rete che protegge un tratto dalle Bestie Pericolose cosicché anche i piccini si possano bagnare. Nonostante il terrore che il polpo a tondi blu (vedere foto cartello Bestie Pericolose) sia riuscito a scavare un tunnel e infilarsi sotto alla rete mi faccio convincere. Parcheggiamo le bici e via, in acqua!

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Nuotiamo un bel po’ ed è bello, non capita quasi mai che facciamo il bagno insieme. Poi andiamo a riconsegnare le bici e infine torniamo a casa per farci una doccia e cambiarci. A casa troviamo Hiro che ci dice che qualcuno ha disdetto una prenotazione e che quindi possiamo tenere la macchina per due giorni! Hurrà! Di bene in meglio!

E la cena? Siete curiosi?

Quando usciamo di nuovo è tardi, e di nuovo non abbiamo prenotato. Ritentiamo la sorte? Ci dirigiamo verso il secondo posto che la LP consiglia a Hirara. E troviamo posto!

Se in Giappone l’inglese in generale non è molto parlato, a Okinawa lo è ancora meno. Quando il cuoco ci vede arrivare si mette le mani nei capelli. Noi però ci siamo fatti furbi e abbiamo imparato una parola molto importante: omakase. E cioè, scelta dello chef. Stabilito che io non voglio sashimi, ecco cosa sceglie lo chef per noi!

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Insalata di tofu, bonito, pomidori e sea grapes, uva del mare. È un’alga.
Io un tofu così non l’avevo mai mangiato.
Io un’alga così non l’avevo mai mangiata.
Come cadono in fretta i pregiudizi! Credevo che non mi piacesse il sushi e invece a Kanazawa l’ho mangiato, credevo che non mi piacesse il tofu e invece qua è buono, credevo che non mi piacessero le alghe e invece finisco a litigarmele con Bram. Tutte le mie certezze si stanno sgretolando!

Dopo l’insalata arrivano:

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spezzatino di maiale

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tempura di alghe e pesce

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Miyako beef con okra

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zuppetta di miso

e un qui-pro-quo: chiediamo Price? e il cuoco capisce Rice!, e quando siamo già sazi ci arrivano due belle ciotolone di riso! È stata l’unica cosa che non siamo riusciti a finire.

Uno dei piatti, non mi ricordo quale, aveva come contorno del bitter melon. Cotto è meno amaro e quasi buono!

Per finire: mango dell’isola. Anche qua niente a che vedere con quelli che mangio a Bruxelles, molto più dolce e succoso. Una delizia.

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Quando rientriamo Bram va a letto e io resto in cucina a chiacchierare con la gelataia e il fattone. La giornata è stata così bella che non voglio che finisca!

INFO

La spiaggia su cui siamo stati si chiama Nakanoshima ed è a Irabu-jima.
Cena da Nanraku, 4600 yen con birra e sake. Oddio mi ero scordata del sake! L’abbiamo ordinato senza sapere che a Okinawa sake è una parola generica per qualsiasi tipo di bevanda alcolica. Il cuoco ci ha guardati perplesso e poi ci ha portato un beverone fortissimo che ci siamo litigati al contrario – Bevilo te! No, bevilo te! Adesso mi ricordo, è per quello che al ritorno ero un po’ alticcia e non riuscivo a dormire, altro che le emozioni della giornata!

Giappone. Lunedì 20 Agosto, ancora.

settembre 2, 2018

Ci provo dai. Eravamo rimasti con me e Bram che ci presentiamo a casa di Hiro senza macchina e senza soldi. OK, avevo un po’ esagerato, qualche yen ci era rimasto, abbastanza per pagare O la prima notte O la cena – entrambe no!

Spieghiamo la situazione e Hiro è un po’ perplesso ma accetta che paghiamo il giorno dopo. Ci spiega che è periodo di vacanza per i giapponesi e che è per questo che le macchine sono tutte prenotate. E i ristoranti pure, aggiunge! Proverà a fare un giro di telefonate per vedere se riesce a rimediarci una macchina. La cena è affar nostro.

La LP su tutte e cinque le isole che compongono l’arcipelago consiglia quattro ristoranti in totale. Due sono a Hirara, dove siamo noi. Per entrambi è fortemente consigliata la prenotazione che ovviamente non abbiamo. Ci avviamo a piedi. Ha smesso di piovere ed è uscito l’arcobaleno!

Proviamo un paio di macchinette ATM e queste ci fanno una pernacchia. Incrociamo una coppia di turisti occidentali, merce rara qua, e chiediamo se per caso siano riusciti a prelevare. Sì, ci rispondono. Hurrà! Dove? In Giappone, rispondono compiti.
Grazie al cavolo. In Giappone sono riuscita anch’io. Ma qua siamo a Okinawa. Qua è tutto diverso. Okinawa non era neanche Giappone in passato! E tuttora è un altro mondo.

Finisce che passiamo davanti a un FamilyMart. Il Giappone, e qua Okinawa non fa eccezione, è strapieno di questi supermercatini aperti 24 ore, li chiamano konbini. In genere o sono 7/11, o Lawson, o appunto FamilyMart. Hanno le girelle che mangio io per colazione, hanno l’aria condizionata, hanno il bagno e hanno sempre una macchinetta ATM! Tentiamo la sorte e iniziamo a disperare perché le nostre carte vengono masticate e poi sputate; ma poi, incredibilmente, la macchina del FamilyMart trova il mio bancomat di suo gusto! Lo inghiottisce, lo digerisce e lo risputa insieme a delle belle banconote scintillanti. Evviva! Abbiamo un posto dove dormire e possiamo pure cenare, non dobbiamo più scegliere! C’è sempre il problema del numero limitato di spiagge che potremo raggiungere senza una macchina ma a quello si penserà domani. Adesso andiamo a cercare un posto per cenare!

La rischiamo puntando in alto e dirigendoci verso il primo dei ristoranti consigliati dalla LP, uno in cui bisogna assolutamente assolutissimamente prenotare. Sarà pieno, ma tentar non nuoce.

Lo troviamo. Spostiamo le tendine e apriamo timidamente la porta.

La cameriera ci guarda; noi guardiamo lei; lei guarda il cuoco; il cuoco fa cenno di sì. Bingo! Siamo dentro.

Il cuoco ci fa sedere al bancone, proprio davanti a lui. Non dice niente, ci sorride e ci chiede se abbiamo allergie (no) e se mangiamo pesce crudo (Bram sì, io no). Annuisce, e dopo un po’ ci mette davanti questo.

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Non so che cos’era. So che è un’erba che cresce sull’isola. E che era buonissima.

Dopo arrivano loro.

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Quello a sinistra è tofu. Io rabbrividisco, avevo dimenticato di menzionare il tofu nella lista di cose che proprio non mi piacciono. Ma in Giappone il cibo non si può lasciare e quindi lo assaggio. E sapete che c’è? Non è per niente male!
A destra funghi, in una salsa di frutti di bosco, con erbe locali. Il liquido rimasto nel piatto viene diluito con acqua calda e ci viene ripresentato come bevanda. La lecco con la punta della lingua, sospettosa, e poi la butto giù tutta d’un colpo. È buona!
I fiocchi presenti in entrambi i piatti sono fiocchi di bonito (pesce), usatissimi in Giappone non solo per il sapore ma anche per l’effetto estetico: sono così leggeri che danzano.

A questo punto stiamo iniziando ad essere eccitati. Ci stiamo divertendo un sacco con tutti questi sapori nuovi e il cuoco chiaramente si diverte quanto noi. Ci osserva, studia le reazioni. Siamo curiosi. Quale sarà la prossima portata??

A Bram arrivano questi, il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo è bonito:

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E io? Io ho chiesto niente pesce crudo, e allora a me arriva un porcello. Miyako pig, forse non proprio fotogenico, però grassoccio e deliziosetto! Sotto al porcello un vegetale tipico di qua, in inglese si chiama bitter melon. È una sorta di cetriolo punzuto, amarissimo!

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La birra scorre, il locale inizia a svuotarsi, si sta facendo tardi. Abbiamo ancora un po’ di spazio? Abbiamo ancora un po’ di spazio. Si presenta questo. Pesce, non mi ricordo che pesce fosse (forse di nuovo bonito?), su un letto di… alghe! Non è stato il mio piatto preferito ma, incredibile ma vero, sono riuscita a finirlo. Il purè bianco mi pare fosse di rapanello e le decorazioni le vedete, foglia di basilico e scorza di lime.

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Il pesce viene servito con del cavolo rosso che non ricordo come fosse stato cucinato ma che mi è piaciuto un bel po’.

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A questo punto iniziavamo ad essere pieni sul serio. Ma poi arriva una cosa talmente deliziosa che lo stomaco si riapre.

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Miyako beef, servito su un’insalatina con semi di sesamo e capperi locali e, oh gioia e gaudio delle papille, pan brioche appena tostato e ancora caldo! Non so come spiegarvi quanto fosse buona questa cosa, ma veramente, uno dei migliori piatti che io abbia mai mangiato, e non so se vi ricordate che solitamente non mangio carne! Il condimento era un misto di tre continenti: aceto balsamico, sciroppo d’acero e mirin.

Adesso sì che stiamo esplodendo! Satolli e felici, ci mettiamo a chiacchierare con lo chef. Con tante influenze diverse nella sua cucina, ci chiediamo in quali parti del mondo abbia studiato. Viene fuori che è stato solo a Miyakojima, a Kyoto e a Tokyo! WOW!

E il dessert? Vogliamo il dessert? Certo che lo vogliamo! E sì, eravamo pieni, ma si sa che quello è l’altro stomaco. Ci arrivano due cose talmente buone che quasi ce le litighiamo.

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Mousse di mango. La mousse di mango la faccio anch’io… ma questa era superiore.

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E gelato di canna da zucchero, che si coltiva su queste isole. È squisito, con un lieve retrogusto di liquirizia. Quando lo noto qualcosa fa CLICK. Sull’aereo da Osaka a Hirara, mentre stavamo atterrando, erano passate le hostess con delle caramelle. Io ne avevo presa una e sul momento avevo pensato fosse alla liquirizia. Adesso mi rendo che invece era alla canna da zucchero! Era un modo di darci il benvenuto sull’isola!

La cena è finita e noi siamo vicini all’esplosione e felici. Ma quanto una buona cena e una bella serata possono rigirare una situazione storta? Ma succede solo a noi? L’atmosfera è così fantastica che restiamo un altro po’ a chiacchiera col cuoco e con la cameriera, che nel frattempo hanno iniziato a sistemare. E ogni poco ci viene messo davanti qualcosa di nuovo!

Prima lui

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e poi lei

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ed entrambi, frutto della passione il primo e carambola (star fruit) la seconda, sono migliori di corrispettivi mangiati in altri luoghi. Più saporiti, più dolci.

È una festa!

Quando finalmente ci decidiamo ad andarcene la cameriera ci accompagna fuori… e ci consegna un pacchettino. Dentro ci sono delle caramelle e due mandarini (che qua hanno la buccia verde) per il giorno dopo in spiaggia.
E un’altra cosa. Prima che ci avviamo ci consegna quella che si rivelerà essere la chiave di accesso a questo arcipelago magico: ci insegna a dire Grazie mille nella lingua locale.

E allora, TANDIGAATANDI! Non so come si scriva, ma pronunciatelo e vi si aprirà il mondo. Funziona solo a Miyakojima, però!

INFO

Cena delle meraviglie da Pocha Tatsuya. 9000 yen spesi bene!

Giappone. Lunedì 20 Agosto: da Kyoto a Miyakojima.

agosto 28, 2018

Lunedì 20 Agosto ci alziamo, indovinate un po’, presto! Perché abbiamo l’aereo da Osaka verso l’ora di pranzo, ma a Osaka dobbiamo arrivare, e vogliamo anche fare un ultimo giretto a Kyoto prima della partenza.

La prima cosa che faccio dopo la sveglia è controllare le previsioni del tempo per Miyakojima, che è un arcipelago vicino al tropico del Cancro formato da 5 isole, giustappunto, tropicali. Vi prego di guardare su Google Maps quanto lontano stiamo andando.
Se mi leggete da un po’ siete a conoscenza del mio amore per le isole, no? E che più remote e isolate sono più felice mi fanno. Ho insistito tantissimo per andare a Miyakojima, Bram non voleva, per me era indispensabile. L’amore per le isole l’ho sempre avuto, la nostalgia nei confronti di quelle giapponesi in cui non sono mai stata è in me da tanti anni, da quando, adolescente, leggevo i romanzi di Banana Yoshimoto (o Yoshimoto Banana, come la chiamano qui). Ho voluto con tutte le mie forze prenotare il volo, ho allettato Bram con promesse di snorkeling in acque impossibilmente blu, ho sognato di essere sull’isola da quando abbiamo iniziato a programmare il viaggio.
Controllo le previsioni: pioggia incessante per tutti e cinque i giorni successivi. Fanculo le isole tropicali!

Bram mi ammazza. Valuto di lasciar perdere il volo e restare a Kyoto. Che ci andiamo a fare cinque giorni su un’isola a prender l’acqua? Ma il volo l’abbiamo pagato e neanche tanto poco, so già che Bram non accetterà, non propongo neanche. Uffa però!!

Facciamo colazione e scendiamo nell’atrio, per uscire. Nell’atrio ci attende la versione maschile e giapponese delle gemelle di Shining. Il ryokan in teoria è gestito da una graziosa famigliola locale: le foto, presenti in quantità sul sito, mostrano perlomeno quattro generazioni, dagli avi sorridenti e tremolanti ai piccini allegri e paffutelli.
Ma da quando siamo arrivati la famiglia non s’è vista nemmeno una volta. Si sono visti solo, sempre e solo, soprattutto sempre (inquietante!), questi due perfetti esemplari di ventenne giapponese. Sempre vestiti in maniera impeccabile coi kimoni coordinati, sempre sorridenti (ma col sorriso fisso!), sempre la stessa espressione impassibile (e quindi sorridente) qualunque cosa tu dicessi, io e Bram ne eravamo assolutamente terrorizzati.
Chissà cosa fumavano fra un cliente e l’altro, questa è l’unica spiegazione che siamo riusciti a trovare.

Comunque! Ultimo giretto sotto casa e poi partenza per l’aeroporto.

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Alla stazione andiamo in taxi, e poi da lì c’è un treno addirittura diretto non per Osaka ma per l’aeroporto di Osaka! Extra lusso! L’aeroporto di Osaka si trova su un’isola artificiale e quindi quando arrivi e quando parti vedi il mare. Bellissimo!

Sul viaggio poco da dire, pranzo non esaltante in aeroporto

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e poi aereo. Atterriamo a Hirara, la città principale, intorno alle 17:30. Come da copione sta diluviando.

L’idea è quella di noleggiare una macchina. Bram aveva guardato i prezzi un mesetto fa ed erano alti, sui 50 euro al giorno mi pare. Alla fine non abbiamo prenotato niente. Speriamo in un last minute.

Ci avviciniamo al bancone del noleggio auto e spieghiamo che non abbiamo prenotato e che vorremmo noleggiare una macchina. La ragazzetta della reception tira fuori un tablet, smanetta un po’ e poi ce lo mette sotto il naso. Google Translate ci informa che Sorry Japanese holidays No cars.

Ci metto un attimo a capire. Cioè, le macchine sono state noleggiate TUTTE? Non ne è rimasta nemmeno uno in tutta l’isola? La ragazza conferma, esatto, ho capito bene, proprio così!

OK, niente panico. Niente panico. In qualche modo si farà. Andiamo a prelevare, che la guesthouse va pagata in contanti, e poi si vedrà.

Andiamo a prelevare. Prima carta di Bram sputata. Seconda carta di Bram sputata. Carta mia sputata. Lo stesso i bancomat. Siccome la macchina che dà i soldi (agli altri, a noi no) è solo in giapponese penso che non abbiamo capito come usarla. Vado a chiedere aiuto a due tizie sedute lì vicino. Le disgraziate accorrono e ci guidano passo passo; ma niente, nessuna carta passa.

Le nostre nuove amiche telefonano alla banca. Non me ne ero accorta, ma attaccato alla macchina c’è un telefono! Parlano per un po’ e poi ci dicono, Your card no good. Ah, io dico ingenua, non accettano la Visa? Abbiamo anche una Mastercard! No, spiegano loro, cercando le parole, è che la macchina accetta solo carte rilasciate in Giappone.

Cioè. Fatemi capire. Il bancomat dell’aeroporto accetta solo carte di credito ottenute in Giappone da una banca locale? Se questo è il bancomat dell’aeroporto quante speranze abbiamo che quelli sparsi sull’isola, ammesso che ce ne siano, accettino carte provenienti dall’estero?

Riassumendo, la situazione è questa.
Siamo su un’isola.
Siamo senza macchina.
Siamo senza soldi.
E sta diluviando.

Investiremo i nostri pochi averi in un taxi e ci presenteremo da Hiro, il nostro ospite, bagnati come pulcini e senza neanche uno yen per pagare almeno la prima notte…

INFO

A Kyoto siamo stati al ryokan Kyo no Yado Sangen Ninenzaka. 43350 yen in totale.
Pranzo triste all’aeroporto (yakisoba e birra) 1200 yen. Questo era il mio pranzo, Bram ha preso pesce e non so quanto ha speso!

Giappone. Secondo (e ultimo) giorno a Kyoto. Il mattino ha l’oro in bocca. O no.

agosto 25, 2018

Secondo giorno a Kyoto. La sveglia alle 6 è traumatica – ma non saremmo in teoria in vacanza? – ma uscire presto ci permette di scattare qualche foto nel nostro quartiere prima che venga invaso dalle orde barbare.

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Quello che abbiamo in programma, e che ha richiesto la sveglia all’alba, è una gita in barca che pare sia una cosa meravigliosa, lungo un fiume fra gole e montagne. Io ho ancora nel cuore la discesa del fiume Li, in Cina, fatta nel corso di un’intera giornata, con Serena e Francesco, nel lontano 2010. È una delle tre cose più belle fatte in tutta la mia vita e da allora ogni volta che c’è l’occasione di una gita in barca in un fiume mi ci butto, sperando prima o poi di riuscire a ritrovare quell’incanto. Via che si va! O, come dice, Bram, Let’s put this bloody show on the road! Va detto con un forte accento dell’isola di Man, sennò non funziona. Eh lo so, non è per tutti! La prima barca è alle 9 e noi puntiamo a quella. Sia mai che qualcuno ci freghi il posto!

Da dove stiamo dobbiamo prendere un autobus e poi un treno e poi camminare. La stazione di Kyoto alle 7 è già affollata. Sul treno davanti a noi è seduta una bambina che mangia un onigiri spargendo riso e pesce sul vestitino candido. A una fermata scende un sacco di gente e io mi preoccupo che sia la nostra, invece, mi spiega Bram, lì ci sono dei Grandi Templi, e io mi sento molto felice al pensiero che non stiamo andando a visitare dei Grandi Templi ma a fare una fantastica gita in barca!

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Guardate bellino il treno! Un po’ retrò, no? E maggico: i sedili si potevano girare!

Alla nostra fermata scendiamo in pochi. Saremo in anticipo? Saremo in ritardo? Ci affrettiamo verso il pontile, che è a 10 minuti a piedi dalla stazione, e quando lo raggiungiamo una signora ci ferma.
Siete qui per il giro in barca?, ci chiede. Sì, signora, grazie!, rispondo io, felice. Ma il giro in barca oggi non c’è! mi informa la signora, costernata. È tutto chiuso per una manutenzione!

Non ci posso credere. Non ci resto neanche male, resto semplicemente senza parole. Abbiamo una quantità di sonno arretrato che in vacanza dovrebbe essere illegale e te mi stai dicendo che ci siamo alzati alle 6 per niente?

Resto un po’ lì, imbambolata (OK anche mezza addormentata), finché Bram non mi dà un leggero colpetto e mi dice Dai, torniamo alla stazione e vediamo.

Cerco di riprendermi. Siamo a Kyoto, le cose da fare non mancano. Mi faccio una foto con Hello Kitty. Sorrido.

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Forse non avrei sorriso però, se mi fossi ricordata prima della grande passione di Bram.

TEMPLI SOTTO IL SOLE.

Si riprende il treno e, con mio scorno, si scende alla fermata con tutti gli altri pecoroni e si va da Tenryu-ji.

Allora, Tenryu-ji è un tempio Zen. In teoria è del 1305, ma ha preso foo varie volte e la maggior parte degli edifici attuali risale al periodo 1868-1912 (periodo Meiji). Il giardino, tuttavia è rimasto abbastanza intatto. È patrimonio mondiale dell’umanità e Bram lo vuole assolutamente vedere. Ve lo dico, ho forti sospetti che stia meditando di trasformare il nostro salotto in un giardino Zen. Considerando che io resto in Giappone una settimana di più, chissà cosa troverò al mio ritorno?

Passeggiamo per il giardino e intanto mettiamo insieme un nuovo programma per la giornata. L’idea è quella di andare a pranzo al mercatino di cui abbiamo sentito parlare ieri (lo confesso, io ne sono attratta perché sul volantino c’è scritto CURRY RICE) per poi andare al museo dell’artigianato locale a vedere un’esibizione che mi interessa e che è alle 14. Non c’è tempo da perdere dunque. Fra parentesi, la sera prima io ho controllato i musei che mi interessavano e: uno è in restauro; uno non è aperto quel giorno della settimana; uno è in ferie (?). Insomma neanche a Kyoto c’è verso di visitare i musei!

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Per uscire dal tempio si attraversa un bel bosco di bambù

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e in fondo al bosco io vedo sbrilluccicare.

È un fiume.

E sopra ci sono delle barche.

Fanculo al programma, andiamo!

Non è la gita inizialmente prevista ovviamente, è giusto un giretto di una mezz’ora avanti e andré, ma è proprio quello di cui abbiamo bisogno. Si salpa!

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La carenza di sonno, con cui fino a ieri avevamo convissuto sorprendentemente bene, oggi si fa sentire. Io dalla mattina non ho ancora bevuto un caffè, neanche uno piccolino, e quando una barca-bar si avvicina imploro, speranzosa, Caffè..? Ce l’hanno, ma solo freddo. Ripieghiamo su una birra. Non sortisce l’effetto sperato, anzi aumenta la sensazione di abbiocco mostruoso. Ecco un uccello che legge un menù!

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[Aperta parentesi.
Scusate, devo interrompere un attimo il racconto per descrivervi quello che sta succedendo in questo momento, proprio mentre scrivo. Siamo sul treno per Tokyo. Siccome arriveremo tardi ci siamo comprati dei gyoza da mangiare sul treno. Insieme ci hanno dato le bacchette, la salsa di soia e una salvietta umidificata a testa. Bram ha perso la sua e la sta cercando ovunque. Non si capacita che sia svanita nel nulla e dopo aver guardato in tutti gli zaini e in tutte le borse si è messo a scavare sotto al sedile osservando di sguincio i vicini con sospetto. I vicini ovviamente pensano che abbia perso qualcosa di importantissimo e alcuni si guardano sotto al sedere e altri si sono alzati e uniti alla ricerca. Uno è a quattro zampe sotto al sedile. Io ho una gran voglia di montare in piedi sul portabagagli e urlare È SOLO UNA CAZZO DI SALVIETTA UMIDIFICATA!!!
Chiusa parentesi.]

Quindi! Dopo il giro in barca siamo andati a corsetta a cercare il mercatino. È stata una bella sfacchinata sotto al sole ma ce l’abbiamo fatta.

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Il mercatino era parecchio diverso da come ce lo aspettavamo. Minuscolo quanto quello del giorno prima, ma quello aveva un’aria di sagra, questo è hipster!

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Abbiamo preso il curry rice che vedete in foto e del pollo fritto. Il riso era buonissimo, il pollo no. Speso 600 per il pollo, 500 per il riso e 400 per una birra!

Dopo siamo corsi al museo per la cosa che volevo vedere. La cosa era la breve esibizione di una geicho o maiko, gratuita. Per quanto turistica questa cosa possa essere, mi sembrava un’occasione veramente unica di vedere dal vivo un’arte che forse sta scomparendo. Non è la stata la cosa più bella fatta a Kyoto ma è stato interessante. Guardate Bram come se l’è goduta (e quello dietro di lui ancora di più)!

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La maiko parlava eh. Ha eseguito una piccola danza e poi si è seduta ed ha risposto ad alcune domande. Il tutto si è svolto in giapponese, ma c’era un traduttore. Ho il sospetto che le domande fossero preparate, perché erano tutte sul kimono o sull’acconciatura. Quello che io avrei voluto chiedere è: Come ti è venuto in mente? È stata una tua scelta? Hai mai avuto dei ripensamenti? Etc.

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La tappa successiva è stata il tempio di Shoren-in, che sarebbe quello che il giorno precedente avevamo trovato chiuso alle 16:31. Qua Bram si è innamorato di alcune porte a fiori, e quindi io adesso ho il dubbio che al mio ritorno oltre al salotto convertito in giardino Zen troverò anche gli armadi a fiori. Ah già ma non abbiamo armadi! Tutti i nostri vestiti sono per terra! Me ne ero scordata.

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Shoren-in è bellino. È costruito a ridosso di una montagna e ci sono sentieri e laghetti. Il volantino è lunghissimo e pipponissimo e non ho voglia di tradurlo, abbiate pazienza!

La tappa successiva è una birra sul fiume, bello, e poi torniamo nella zona in cui avevamo trovato la sagra la sera prima e troviamo la strada bloccata. Che succede?, chiediamo a gesti. Viene fuori che lanceranno delle lanterne nel torrente! Meraviglia!

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Poi le raccattavano eh. Non le lasciavano lì a inquinare.

A questo punto della giornata eravamo due piccoli esseri miserabili i cui occhi si chiudevano in piedi. La stanchezza accumulata nei giorni precedenti si è tutta fatta sentire oggi. Dobbiamo ancora cenare e come faccio sempre quando sono stanca io vado in cerca di comfort food. Che in questo caso è… No Cenere, non la pasta! Un okonomiyaki! Ecco gli okonomiyaki. Si vede che ero stravolta?

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Non so se dalla foto si vede che avevo iniziato a spellarmi in fronte. La pelle che veniva via aveva un colore diverso da quella sotto e quindi sembrava che avessi la lebbra. Yeah.

Rientrando siamo passati davanti a un piccolo, minuscolo, casereccio museo degli ukiyo-e. La porta era aperta e c’era un cartello che diceva “Apre quando mi sveglio e chiude quando vado a letto”. A me gli ukiyo-e piacciono molto e quindi sono entrata. Sono stata ricacciata fuori da un tizio che dormiva sul pavimento e che si è svegliato urlando Clooosed!!! Ma io che ne so che te dormi in mezzo al museo con la porta aperta?
E quindi niente ukiyo-e!

Ecco questo è stato il secondo e ultimo giorno a Kyoto, la mattina dopo saremmo partiti per Miyakojima! Ma questa è un’altra storia, e bisognerà raccontarla un’altra volta! Sapete che mi sono accorta di dire Arigato alla toscana, con la T aspirata?

Oh, mi ero scordata di questa foto, una rara foto insieme. Mi piace perché sembriamo entrambi alti e magri! Hanno insistito per farcela due che passavano. È buffo quanto le fotografie vengano prese sul serio qui. Ogni volta che stiamo fotografando un paesaggio e qualcuno deve passare si ferma e aspetta che abbiamo finito; e più volte giapponesi di passaggio si sono spontaneamente offerti di farci una foto insieme! Allora la passione dei giapponesi per le fotografie non è solo un mito!

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INFO

Il posto in cui abbiamo mangiato l’okonomyiaki, che fra parentesi mi sono resa conto essere ciò che cucinava Marrabbio, si chiama Nishiki Warai. Abbiamo speso 3596 yen per okonomiyaki e birra e tè. Oups, la foto testimonia: birra e birra. Senza infamia e senza lode, non male ma l’okonomyiaki mangiato a Tokyo mi era piaciuto di più.

Giappone. Primo giorno a Kyoto. Tempura e templi sotto il sole.

agosto 25, 2018

La mattina dopo ci svegliamo, ci prepariamo e ad aspettarci troviamo la colazione tradizionale giapponese. Frittata, pesce, pickles, zuppa di miso, tofu, riso, e a scelta tè o caffè.

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Poi usciamo. La prima tappa prevista da Bram (non avendo partecipato alla stesura dell’itinerario io non mi sento autorizzata a proferire motto) è il tempio Kiyomizu-dera. È del 798, ricostruito nel 1633. È affiliato alla scuola di buddhismo Hosso ed è riuscito a sopravvivere fra mille intrighi fino ai giorni nostri. È bello, con vari sentierini e una cascata.

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C’è un botto di gente, ci sono 40 gradi e il tempio è tutto sotto il sole. Fra sonno, caldo e umore io mi sento come se qualcuno mi avesse tirato in testa una coperta e fossi obbligata a camminare sotto alla coperta senza modo di liberarmi.

Ci provo, a tornare di umore felice, ma non è che abbia un telecomando che regola il mio umore. Mi trascino strascicando i piedi. Bram osa farmi notare che il mio umore ha un effetto sul suo e parte la litigata.

Sostanzialmente mi sento un po’ disperata (è un momento eh). Attribuisco la situazione in cui siamo alla mia cazzoneria nell’organizzare il viaggio, dovuta alla mancanza di tempo. Non so quando la mia vita è diventata così impegnata e non mi piace. Ma non so come cambiarla! Certo potrei dar via delle cose, ma cosa? Vietnamita? Spagnolo? Non voglio. Ma sto facendo un sacco di cose e le faccio tutte male. Non parlo spagnolo, non parlo vietnamita, il blog non è aggiornato, il viaggio non è ben organizzato. Non riesco a credere di essermi portata questi pensieri in viaggio, non era mai successo prima. Vuol dire che la mia vita ha proprio preso una piega sbagliata. Mi sento in trappola.

Poi capisco che è una trappola in cui mi sono messa con le mie mani. Nessuno mi ha chiesto un viaggio organizzato nei minimi dettagli, nessuno mi impone di aggiornare il blog in diretta. Decido di lasciar andare un po’.

E mi torna in mente l’attitudine con cui mi ero ripromessa di affrontare il viaggio, proprio sapendo di partire senza essere completamente preparati: aprirsi alle opportunità, prendere quello che viene. È questa l’attitudine giusta. E io me ne ero dimenticata! Meno male che mi è tornato in mente!

Qualche giorno dopo mi è tornata in mente anche un’altra cosa, e cioè che la sensazione di nervosismo all’arrivo in una nuova grande città è stata una costante de IL viaggio. Allora forse non è poi così strano.

Per fortuna passa abbastanza in fretta. Via che si va. Kyoto, hai meno di due giorni per conquistarmi!

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Dopo Kiyomizu-dera andiamo a visitare un altro tempio, Kennin-ji. Questo è un tempio Zen, ho scoperto che lo Zen è uno dei sottogruppi del buddhismo. È stato fondato nel 1202 ed è il più antico tempio zen di Kyoto.
È fresco e meno affollato. Ha un bel giardino e delle belle immagini di dragoni. È calmo e bellissimo. Restiamo dentro un sacco e io inizio finalmente a riprendermi.

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Quando usciamo da Kennin-ji è… ora di pranzo! Hurrà! Il mio umore seppur nettamente migliorato è ancora labile. Bram suggerisce anguilla, io mi incupisco. Bram propone tempura, vamos!

Finiamo in un locale delizioso. Non dobbiamo aspettare, sedute al banco ci sono solo altre due coppie (che ci osservano con curiosità) e veniamo fatti accomodare immediatamente. Il posto è scicchettino e il menù è fisso, ci sono solo due opzioni. Al centro della scena, il maestro del tempura!

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È stato un pranzo piacevole e veramente, veramente delizioso. Abbiamo preso un menù a testa (Bram quello più grande, io quello più piccolo) e poi non contenti abbiamo ordinato qualche pezzo in più, qualcosa perché non faceva parte dei menù e lo volevamo assaggiare, qualcos’altro perché l’avevamo assaggiato ed era così buono che lo rivolevamo. Tutto pesce e verdure, e sapete quali sono state le star? Il mais e la zucca! Chi avrebbe mai detto che fritti potessero essere così deliziosi!

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Siamo gli unici occidentali e gli altri clienti sono chiaramente incuriositi dalla nostra presenza. Una donna attacca bottone, ci chiede da dove veniamo e come abbiamo scoperto questo posto. Bram nomina la LP e immediatamente parte un gran chiacchiericcio che coinvolge cuoco, cameriera e clienti. Parlano in giapponese, ma sentiamo varie volte le parole Lonely Planet. Sembrano un poco agitati. Ci è venuto il dubbio che non sapessero di essere sulla guida!

Il tempura ha decisamente risistemato il mio umore. Datemi da mangiare e sarò felice!

Altro giro, altro tempio. Io preferirei andare a visitare un museo (con l’aria condizionata!!) ma a domanda OK, quale? non so rispondere. E quindi si procede col programma stilato da Bram! Templi sotto il sole! Lungo la via passiamo un ponte, una strada piena di fiori rosa, un corso d’acqua. Kyoto è su un fiume ed è attraversata da una marea di ruscelletti, a volte l’ingresso della casa è collegato alla strada tramite un piccolo ponte. È una cosa che ho amato. Kyoto è anche piena di ragazzine in kimono. Tolte un paio di persone anziane, la sensazione è che indossare il kimono sia una posa, magari per un giorno. Abbiamo visto vari negozi di kimono a noleggio che ti truccano e ti vestono per un paio d’ore o per la giornata.

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E dopo una scalinata sotto al sole cuocente, eccoci al tempio!

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Questo si chiama Chion-in ed è il quartier generale della scuola di buddhismo Jodo, la più diffusa in Giappone. Ci arriviamo che in teoria è già chiuso ma ci lasciano entrare, meno male! La parte più interessante è il giardino, che percorriamo un po’ a corsetta perché Bram vuol vedere anche un altro tempiaccio che alle 16:30 chiude. Fa meno caldo, ho già notato che in Giappone, per fortuna, le temperature iniziano a scendere già dalle 15!

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Arriviamo al tempio successivo alle 16:31… e lo troviamo chiuso. Quando si dice la puntualità nipponica! Ci spostiamo verso il centro attraversando un parco.

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Passato il parco ci spostiamo volontariamente (sì, anch’io) in quelle che probabilmente sono le due zone più turistiche di tutta Kyoto: Ponto-cho e Gion.

Gion è il quartiere delle geishe, che a Kyoto vengono chiamate geicho (geisha) o maiko (apprendista geisha). A Kyoto il numero di ragazze che intraprendono questo percorso è diminuito rispetto a una volta, ma ce ne sono ancora. Speriamo di incrociarne qualcuna, e succede. Camminano veloci, con la testa bassa, dirette probabilmente verso gli appuntamenti della sera. Non abbiamo fatto foto, sarebbe stata una mancanza di rispetto.

Sul mondo delle geicho e maiko ho imparato parecchio proprio nel corso di questa vacanza, leggendo Storia Proibita di una Geisha di Mineko Iwasaki. Lettura interessante, ve lo consiglio.

Geicho e maiko a parte, i quartieri sono graziosi, pieni di casette di legno e stradine di acciottolato. Sono anche pieni di turisti però, e dopo un po’ mi stufo e come mio solito trascino Bram nella prima stradina appartata che vedo.

Ci ritroviamo su un piccolo canale. L’acqua scorre, i turisti sono improvvisamente spariti, in un angolo, con mia gioia e diletto, si sta svolgendo una piccola, minuscola sagra di quartiere. Veniamo invitati ad unirci, lo facciamo con gioia. La birra scorre e queste belle frittatone (un po’ sciape, devo dire) pure.

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C’è un’atmosfera troppo carina e rimaniamo lì un bel po’, a bere birra e osservare i locali. Si sta bene. Dall’altro lato del canale c’è una piccola libreria, ha l’aria accogliente e ci entriamo. È la libreria di quartiere. Troviamo un volantino che pubblicizza un mercatino. Si svolgerà il giorno dopo. Intaschiamo il volantino e usciamo.

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Siamo in centro ora. Kyoto si trasforma e ci mostra il suo lato trash. Insegne al neon, paccottiglia, negozi che vendono palline, sapete quelle macchinette in cui infili un euro e ricevi una pallina con dentro una sorpresa? Ci sono negozi pieni solo di queste macchinette, il commesso non c’è.

In un giorno solo mi pare di aver visto mille Kyoto diverse. La zona antica in cui stiamo. I grandi templi. Le strade normali, di quartiere. I fiumi. I ponti sui ruscelletti. Le stradine di acciottolato. Le casette di legno. Le grandi strade trafficate e lucenti. Le insegne luccicanti e trash. Kyoto, sicuramente mi hai colpito, ma ancora non mi sono innamorata.

La cena è in centro, ramen per Bram e gyoza per me. La LP a Kyoto ci ha mandato in posti elaborati e deliziosi come quello del pranzo e in catene impersonali e piene di turisti come questo ristorante in cui siamo ora. Ma va bene, non abbiamo tanta fame e neanche tanto tempo.

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Il motivo per cui non abbiamo tanto tempo è che questa è l’ultima sera di apertura notturna del tempio Zen Kodai-ji. È lì che ci dirigiamo.

Kodai-ji è stato fondato nel 1605 da Kita-no-Mandokoro, in memoria del marito Toyotomi Hideyoshi. Dentro troveremo le statue di entrambi. Mi colpisce il fatto che lei sia velata.

Il tempio illuminato è una meraviglia. Lanterne e lucette ci guidano attraverso boschetti, lungo sentieri e ponti, sul lago. Sembra di essere nel mondo delle fiabe, in un castello incantato. È magico.

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La visita è di una bellezza incredibile e non vorremmo più venire via. Ma il tempio alle 22 chiude e i ragazzi che ci lavorano vogliono chiudere ed andare a casa. Mantenendo la stessa espressione impassibile, gentilmente ma irremovibilmente ci scortano fuori. Si rivelerà, questa, una costante dei giorni successivi: siamo sempre gli ultimi e più volte camerieri e Guardiani del Tempio ci inseguiranno con lo sfollagente, in un caso addirittura strillando Don’t come back!

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Il tempio fatato mi fa capitolare. Dopo Matsumoto, dopo Kanazawa, eccomi innamorata anche di Kyoto. Andiamo a letto, la sveglia la mattina dopo è prevista per le 6. Questa foto l’ho fatta rientrando.

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A 10 minuti (tempo di caricamento) a foto, capite perché ci ho messo tanto a pubblicare questo post?

INFO

Squisito pranzo tempura: Yoshikawa Tempura, 10000 yen, se mi ricordo bene io ho bevuto un succo buonissimo e poi tè e Bram una birra (o più di una?).
Cena: Ippudo Nishikikouji, ramen per Bram, gyoza e il succo più cattivo della storia per me, 1470 yen.

Giappone. Un altro post intermezzo: da Kanazawa a Kyoto.

agosto 22, 2018

E veniamo alla partenza da Kanazawa, e più che altro all’arrivo a Kyoto.

Sulla partenza non molto da dire. L’unica cosa forse rilevante è che non abbiamo il famoso Japan Rail Pass e che non avevamo prenotato nessun treno in anticipo, siamo sempre arrivati alla stazione e abbiamo fatto il biglietto lì per lì. Nonostante sia Agosto non abbiamo mai avuto problemi. I treni in Giappone hanno posti riservati, che si possono prenotare, e posti non riservati, che non si possono prenotare. Ci sono treni solo a posti riservati, treni solo a posti non riservati e treni misti, in cui si può riservare in alcune carrozze e nelle altre no. Noi abbiamo sempre preso biglietti non riservati (costano meno) ed abbiamo sempre trovato posto a sedere. Ah no un’altra cosa sulla stazione di Kanazawa, è bellissima e piena di ristorantini!

L’arrivo a Kyoto è stato traumatico. Per me era già stato un po’ scioccante passare da Matsumoto, piccolina e con turismo quasi esclusivamente locale, a Kanazawa, più grande e già un poco più internazionale (in termini di turismo). Kyoto può essere paragonata non dico a Venezia, ma a Roma sì.

Kyoto, inoltre, non era parte dell’itinerario inizialmente previsto. L’ho inserita perché Bram, che ci è già stato, ha insistito che mi sarebbe piaciuta tantissimo; e perché è vicina a Osaka, e Osaka tornava bene per volare su Miyakojima che era la destinazione successiva (è dove siamo ora). Ma non ho letto il capitolo (un capitolo intero!) che la LP dedica a Kyoto e non sono preparata. Non so cosa ci sia da vedere, non so come e dove ci muoveremo.

Fino ad ora ci siamo mossi come segue. Tre notti in ogni posto, arrivando la sera tardi del giorno 0 e ripartendo nel tardo pomeriggio del giorno 3 (con Matsumoto le cose sono andate diversamente ma solo perché non abbiamo trovato da dormire il giorno 0 – e infatti ci siamo persi i musei), in modo da avere quasi tre giorni pieni in ogni città. Credevo che a Kyoto avremmo fatto lo stesso, e invece improvvisamente mi rendo conto, mentre siamo sul treno, che il terzo giorno abbiamo l’aereo da Osaka alle 15, dovremo dunque partire da Kyoto intorno alle 11.
Due soli giorni per esplorare la vecchia capitale, e l’attuale capitale culturale, del Giappone!

Sul treno leggo freneticamente la LP, evidenziando e cercando di farmi un’idea. Vorrei anche scrivere sul blog, sono rimasta indietro, ma non si può aver tutto. A me piace aver tutto e quindi mi innervosisco.

A Kyoto dormiremo in un posto che mi ispira un sacco. Non è un ostello ma un ryokan, è cioè una tradizionale locanda giapponese. Sul tetto c’è una tradizionale vasca (rotonda e di legno, sembra un po’ un barile) di acqua calda in cui ci si può immergere. Si può prenotare e noi l’abbiamo prenotata per la prima notte, dalle 22:20 alle 23. Fra poco saremo lì!

Arriviamo a Kyoto intorno alle 21. Abbiamo tutti i bagagli e per me è scontato che prenderemo un taxi. È con sorpresa quindi che vedo Bram dirigersi deciso verso la fermata dell’autobus. Non ho il riflesso di dire nulla, anche perché già a Kanazawa ho insistito per avere un taxi per raggiungere la stazione e l’autobus è più economico. Poco convinta lo seguo.

Saliamo sull’autobus che ci porterà verso il nostro ryokan, dovremmo arrivare giusto in tempo, e dopo tre o quattro fermate Bram smoccola. L’autobus è giusto ma la direzione è quella sbagliata. Ci tocca scendere, attraversare e aspettare l’autobus nell’altra direzione. Dopo un po’ arriva, ma ormai siamo in netto ritardo.

Io sono livida. Ero già nervosa di mio, adesso sono anche arrabbiata perché mi vergogno ad arrivare in ritardo (in Giappone la puntualità è importantissima) e perché perderemo l’esperienza sul tetto. Perché cavolo Bram non ha fatto la cosa più logica visti i tempi stretti?? Al tempo stesso non mi sento in diritto di dirgli nulla, come al solito si sta occupando lui di tutti i dettagli pratici e si sa che chi non fa non sbaglia! Il fatto che sul nostro autobus ci siano un sacco di italiani non contribuisce al miglioramento del mio umore.

Arriviamo al ryokan che sono le 22:20. Fra check in e tutto riusciremo a salire sul tetto solo alle 22:40.

Il bagno segue un rituale ben preciso. Prima bisogna farsi la doccia e solo dopo si può entrare, rigorosamente nudi. Il coperchio volendo si può usare come tavolino.

Sul nostro tavolino ci sono tre tazzine di sake e dei piccoli snack giapponesi.
Intorno a noi il buio, interrotto solo dalle luci della notte di Kyoto.
È magico.

Sono le 22:40 però. Alle 23 già dobbiamo uscire. Ci infiliamo i kimoni che abbiamo trovato sul letto e prendiamo possesso della camera, che per la prima volta è in pieno stile giapponese: tatami e materassi per terra.

Ricapitoliamo. Sono le 23 e ancora non abbiamo idea di cosa faremo il giorno dopo. L’unica cosa che sappiamo è che la colazione è alle 8 (e quindi la sveglia alle 7). Veniamo da varie dormite troppo corte e siamo stanchi.

Ma c’è ancora da pianificare un minimo di possibile itinerario per i prossimi due giorni. Bram tira fuori la LP, io prendo carta e penna.
La mia idea è questa. Facciamo una lista dei posti che vorremmo visitare e mettiamo delle stelline accanto a quelli che ci interessano di più. Poi usiamo la lista per vedere cosa è fattibile.
Bram mi blocca. Non stare a scrivere, mi dice, prendo io note sul telefono.
Facciamo così. Io leggo i posti e Bram segna quelli che potrebbero interessarci. Quando finiamo è mezzanotte e mezzo e dobbiamo ancora usare la lista per mettere insieme un itinerario di massima.
Allora, quali sono i posti stellati?, chiedo a Bram. Non lo so, risponde lui, io ho solo fatto la lista di tutti quelli che ci interessano. Senza stelle?, inorridisco io, e ora come si fa a fare la selezione? Si riprende la guida e si rileggono tutti quelli in lista, risponde candido lui.

È tardi e siamo stanchi. La combinazione non è buona e ne viene fuori una litigata mostruosa. Da notare che è quasi l’1, nelle ultime notti abbiamo dormito poco, la sveglia è alle 7 e io in teoria dovrei ancora scrivere sul blog. Litighiamo fino all’1 e all’1 io mando in culo Bram, mando in culo il blog, mando in culo l’itinerario e mi metto a dormire.

Bram starà alzato fino alle 2:30 e la mattina dopo mi sveglierò e troverò pronta una bozza di itinerario…

OK questo post non è proprio allegrissimo. Ma aspettate il prossimo, vedrete che le cose presto miglioreranno!