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Ecuador. Di paradiso e granchi.

giugno 4, 2017

Vorrei raccontarvi dell’arrivo in Ecuador e di Otavalo, ma intanto finisco di scrivere delle nostre pazze corse in autobus.

Intanto la buona notizia: ieri siamo arrivati al terminal degli autobus di Esmeraldas alle 18:15 e alle 18:45 c’era un autobus non per Atacames ma per Tonchigüe, ancora meglio perché più vicina a dove dovevamo andare! Ed essendoci un po’ di tempo fra un autobus e l’altro sono anche finalmente riuscita a fare la pipì (la tenevo da 7 ore!!). Altra bella cosa, prendendo l’autobus al terminal siamo riusciti a sederci, e pure vicini!

Il quarto autobus della giornata si è rivelato il più folcloristico di tutti. Oltre a essere pieno strapieno, oltre ad avere i soliti venditori, aveva la musica appalla E un cantante di strada che per sovrastarla strillava a pieni polmoni!

A Tonchigüe siamo arrivati verso le 20. Era buio e avevamo ancora bisogno di una camionetta aperta o di un tuk tuk per arrivare dove dovevamo. Il primo tuk tuk a cui ci siamo rivolti ci ha sparato 20 dollari (in Ecuador usano il dollaro americano perché la loro moneta valeva quanto la carta straccia…) poi scesi a 15, comunque tanto per dovevamo andare. Abbiamo rifiutato… e siamo rimasti lì come peri, perché non è che ci fosse molta altra scelta.
Ma poi è arrivato Fernando!

Fernando era un altro tuk tuk driver, fra l’altro amico del primo, che ci ha proposto di portarci per 10, la cifra corretta. Io ho esitato un po’ perché non ero sicura che mi ispirasse fiducia ed era buio, ma non è che avessimo molta scelta e quindi abbiamo incrociato le dita e siamo andati con lui. Fernando ha guidato su una strada sterrata e piena di buche con la luce che si spegneva ogni pochi minuti e ci ha portato a destinazione e una volta arrivati gli abbiamo dato 15 dollari, i 10 pattuiti più 5 per far riparare la luce!

Ma dov’è che dovevamo andare? A playa Escondida, la spiaggia nascosta.

Playa Escondida è una riserva naturale sulla spiaggia. L’aveva scovata Bram e aveva organizzato tutto lui. E ora, colpo di scena: non appena ci siamo arrivati io l’ho detestata!

L’ho detestata perché mi è immediatamente sembrata un luogo per ricchi turisti, con spiaggia privata e casette di legno con vista. Inoltre siamo arrivati alle 20:30 stanchi morti e affamati e la proprietaria (canadese), che non aveva risposto alle nostre telefonate né ai nostri messaggi quando da Tonchigüe cercavamo disperatamente di contattarla per capire come raggiungere la spiaggia, ci ha accolto con “Non potete cenare, il ristorante è già chiuso”! Riuscite a immaginare la mia faccia? Era tutto il giorno che sognavo una cenetta romantica coi piedi nella sabbia!
Siamo entrati in camera che io avevo un diavolo per capello e per evitare di mettermi a litigare mi sono buttata sul letto con un libro e tempo pochi minuti mi sono addormentata. Dopo un’oretta mi sono svegliata e sono entrata nella doccia… per scoprire che era fredda. A questo punto ho avuto un attimo di crisi e mi sono fatta un piccolo pianto nella doccia. Però mi sono lavata lo stesso!

La stanza in cui dormivamo era ampia e aperta, aperta nel senso che era tipo un bungalow di legno con il tetto rialzato e le pareti fatte di stecchi di bambù messi vicini ma non attaccati… non so se mi sono spiegata, insomma il succo è che in camera avevamo uno zoo!
In camera c’erano inoltre una doccia e un lavandino, ma non il bagno. Il bagno era fuori ed era ecologico (cioè era tipo un buco per terra, poi magari metto foto, lo sciacquone consisteva in un secchio pieno di sabbia e pezzettini di corteccia) e puzzava orribilmente.
Comunque, la doccia fredda e la toilette puzzona non erano niente rispetto al gravissimo affronto di avermi negato la cena. Bram ha mangiato una banana, io sono strisciata sotto alla zanzariera (mi piace tanto dormire sotto alla zanzariera, mi fa cuccia!) e mi sono addormentata affamata e incavolata, ma…
… ma cullata dal suono del mare.

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Il risveglio è stato presto (6:30, grazie pareti aperte che lasciate filtrare la luce!) ma bello. Vista mare e rumore onde, da sotto alla zanzariera mia adorata. Momento molto idilliaco, siamo rimasti un po’ a letto a leggere e cazzeggiare. Poi però…

Poi però ci siamo alzati. E abbiamo trovato le banane rimaste, che Bram aveva lasciato su un tavolo vicino alla finestra, smangiucchiate. E accanto c’erano delle cacchette nere. Aaahhh leptospirosi!!! Abbiamo buttato tutto e lavato col sapone qualunque cosa si trovasse nei paraggi.
Più tardi Bram mi ha confessato di aver visto anche uno scarafaggio e un ragno enorme. Bram è stato molto, molto saggio ad aspettare che fossimo lontani per dirmelo.

Poi siamo scesi a fare colazione. Ah, dimenticavo, per lo zoo, ehm, per la camera!, pagavamo 25 euro a testa senza colazione. Scendiamo, ci sediamo al tavolino con vista mare e dopo poco appare una signora che per un po’ non dice nulla e poi ci chiede, in spagnolo, Colazione completa o no? E noi: Cosa comprende la colazione completa, e quanto costa? Sospiro. Sparisce, dopo un po’ torna: Pane e marmellata, caffè, succo, 5 dollari a testa. Bram chiede se non ci sia della frutta, lei dice che ci può fare una macedonia con lo yogurt, diciamo di sì, poi scopriamo che la dovremmo pagare a parte, diciamo di no. Alla fine la colazione arriva e ci sono anche le stramaledette uova affrittellate che qua ti propinano ovunque e tutti i santi giorni a colazione. Mah. Quando vediamo la gente intorno a noi che mangia pancakes chiediamo, Ma c’erano anche i pancakes? Sì. Ma perché non ce l’ha detto? Sì. Insomma una versione alternativa degli asiatici che dicevano sempre No, ma il risultato è identico!

Prima di rientrare in camera le chiediamo a che ora sia il pranzo. Quando volete, cosa volete? Gamberi, pesce..? Proviamo a indagare ma non c’è verso di scoprire se sia stia parlando di riso con gamberi o gamberi fritti o grigliata o che, e soprattutto non c’è modo di sapere il costo. Ci rinunciamo e torniamo in camera.
Che si fa? Questo posto (oltre a essere in culo al mondo) è bellissimo, ma è anche caro e il servizio fa schifo. Sono le 11. Restiamo o partiamo? A che ora è il check out? Non si sa.

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Scendo a chiedere, pronta a incazzarmi se necessario, e di Judith non c’è traccia, la signora spagnola continua a non proferire parola… epperò c’è Marianella, una dolcissima ragazza ecuadoriana che sta facendo il pane e che parla un italiano perfetto perché ha vissuto in Italia. Ma soprattutto, parla! Finalmente qualcuno che ci dà qualche informazione!

Scopro che il check in è alle 12, che i gamberi vengono preparati con latte di cocco e verdure con una ricetta tipica della comunità afro-ecuadoriana e che il piatto costa 9 o 10 dollari. Hurrà!

Torno da Bram con le informazioni ricevute e visto che nel frattempo si è messo a piovere decidiamo di pranzare e poi andarcene. Scendiamo per dirlo e altro colpo di scena, Marianella è sparita nel nulla! E di Judith non c’è traccia, e la signora delle colazioni non parla. E no, non è il nostro spagnolo, siamo riusciti a comunicare con tutti tranne lei!

Di nuovo in camera. Facciamo le valigie. Vorremmo anche prenotare un posto per dormire nella località successiva ma la WiFi non funziona e quindi nada. Scendiamo con le valigie e scopriamo che Marianella è riapparsa!

E quindi pranziamo lì. E il piatto tipico, che si chiama encocado, viene preparato dalla signora delle colazioni ed è buono. E Marianella ha fatto la focaccia con le cipolle e ce ne porta un po’ ed è buona pure quella e per me sa di casa, e quanto era che non sentivo un sapore di casa.

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E dopo pranzo smette di piovere e facciamo una passeggiata sulla spiaggia e raccogliamo conchiglie e giochiamo coi granchi che qua sono rossi e venire via ci dispiace un po’.

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Un piccolo e delizioso video granchioso che ha fatto Bram si trova qui. Al solito, per far funzionare il link bisogna togliere l’asterisco prima e quello dopo. Il rumore che si sente è l’oceano.

*https://youtu.be/asbgel-Fwfs*

Che dire? La riserva è un posto spettacolare e ci sarebbero state un sacco di cose da fare, sia in mare che nella natura. Ma fra la pioggia, la pessima gestione e il costo, a malincuore abbiamo deciso di andarcene. Avrebbe potuto essere un’esperienza completamente diversa, peccato. Il posto è paradisiaco, ma purtroppo non basta che un posto sia paradisiaco a farne un paradiso.

Chiamiamo il fidato Fernando e ce ne andiamo con lui. Gli domandiamo di lasciarci al terminal degli autobus, abbiamo deciso di andare a Mompiche. Lui la interpreta a modo suo e ci lancia nel portico di casa di una famiglia locale dicendoci “Quando passa l’autobus sventolate una mano”. La famiglia ci accoglie di buon grado, passiamo una buona mezz’ora a parlare di calcio col figlio, figlio che poi si rivela anche padre, iniziano giovani qua!

E poi arriva l’autobus, e ci montiamo al volo ed è il solito casino di persone e musica (suavemente, bé-sa-me!) e di nuovo mi cedono il posto, un ragazzino questa volta, è la terza volta in due giorni, sono carica come un mulo e accetto con gratitudine.

SAMBA!

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INFO

Il posto in cui siamo stati è l’Hotel Playa Escondida. Noi non ci siamo trovati bene, ma la riserva è una meraviglia e merita!

I racconti di questo viaggio si mescolano con quello che sta succedendo in Europa (e non solo). Abbiamo passato la notte alla Reserva Ecologica Rio Blanco a leggere di Manchester. Questa rimarrà per sempre legata a Londra.

Ecuador. Pensieri da un autobus che corre nella giungla

giugno 2, 2017

Allora. Vorrei buttare giù qualche conclusione finale sulla Colombia ma credo che l’attuale situazione meriti qualche parola. Dunque, da dove inizio?

A leggere la LP e i vari blog di viaggiatori pare che derubare i turisti sugli autobus in Ecuador sia sport nazionale. Speravo che con la Colombia la cosa fosse finita, e invece no.

Io sono contenta di viaggiare in autobus anziché in aereo. Mi piace di più, spendo meno, vedo paesaggi, inquino meno, non ho problemi di bagaglio (non so bene come sia potuto succedere ma il mio sacchettino dei souvenir si è lentamente ma inesorabilmente trasformato in un bagaglio a sé stante, ehm ehm!).

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Però dopo tutte le cose che abbiamo letto ci siamo un po’ imparanoiati. Alla fine io mi sono organizzata come segue.
Ai miei piedi (sono seduta su un autobus, giutappunto) sacchetto con roba che se mi rubano non piango.
Zaino con cose di valore: in braccio, e le braccia intorno (mi sta premendo sulla vescica e mi scappa la pipì!!).
Souvenir: sparsi fra valigia (che è nella stiva) e suddetto zaino.

Che poi, parliamone. Cosa ci possono rubare?
Soldi e carta di credito sarebbero una rottura di palle, ma una rottura di palle rimediabile.
Passaporti sarebbe una rottura di palle / una tragedia. Ma non credono puntino a quelli.
Vestiti e scarpe chissene, magari se mi rubassero le scarpe da trekking mi dispiacerebbe ecco, ma ce le ho addosso, direi che se riescono a rubarle se le meritano!
Souvenir. Ecco questo sì che mi dispiacerebbe da morire. Si tratta di un bagaglio di poco valore materiale ma immenso emotivo. Sono ricordi, raccontano storie, hanno volti di persone. Mi scoccerebbe di più se mi rubassero i souvenir che la carta di credito! Perché la seconda è rimpiazzabile, i primi no.

Parliamo anche degli autobus stessi. Come faccio a descriverli? Sono autobus normali, pure grossi, tipo quello che va da Lucca a Firenze, ma stipati all’inverosimile. Ci sono i passeggeri ma ci sono anche i venditori. I commedianti, i truffatori. Chi è a caccia di soldi non resta sull’autobus, sale e scende. I venditori si fanno l’autobus in su e in giù, schiacciando piedi e bagagli, urtando teste e spalle. Vendono bibite fresche, acqua, mango, banane fritte, paste, succo d’arancia e per succo d’arancia intendo caraffa in una mano e bicchieri di plastica nell’altra, gelati tenuti in mano e sono nudi (i gelati non i venditori), senza carta. Io ogni volta vorrei comprare tutto, ma che vita è, su e giù in questo inferno per 50 centesimi se va bene?
Sul primo autobus che abbiamo preso in Ecuador, vicini al confine con la Colombia, è salita la polizia, ci ha fatto aprire gli zaini. Bram per raggiungere il suo ha spostato una scatola di cartone legata con uno spago, quella ha fatto PIO PIO PIO.
Ma lo spettacolo più bello è la gente. Abiti, decorazioni e colore della pelle continuano a cambiare. Gonne lunghe a motivi etnici, camicette ricamate, copricapo che para pioggia e sole. Miele, caramello, cioccolato. Colori vivaci nel caso dei membri di alcune tribù, e l’autista che si lamenta perché sporcano i sedili.
In Ecuador, lo confesso, a volte abbiamo difficoltà a distinguere gli uomini dalle donne. Capelli lunghi e neri, raccolti in una coda o in una una treccia spessa. Si riconoscono bene invece i bambini, le neonate hanno gli orecchini, col buco. A me sembra una barbarie ma sono culture diverse, non posso giudicare.

Ma è della situazione in cui ci troviamo oggi che volevo parlare. Ho cambiato autobus fra il pezzo sui furti e quelli sugli autobus, si sente? Mi accorgo di aver cambiato tono. L’autobus su cui sono ora mi piace di più.

Eravamo a Otavalo, nelle Ande. Volevamo andare vicino ad Atacames, sulla costa più a nord. E nel mezzo?
Normalmente da Otavalo si va a Quito, la capitale, che è più a Sud e quindi logisticamente non avrebbe senso ma tutti gli autobus passano da lì. Ma noi a Quito non volevamo andare, abbiamo chiesto, ci hanno detto Andate a Ibarra, da lì a Esmeraldas, da Esmeraldas a Atacames. A che ora è l’autobus da Otavalo a Ibarra? Oh ce ne sono tanti, ogni 5 minuti. E da Ibarra a Esmeraldas? Ah, questo non lo so.
Non sanno, non sanno mai. Su Internet non si trova niente e chi abita a A sa come andare da A a B ma da B in poi il vuoto, finisce il mondo, inizia il niente. È un terno al lotto, una giostra che non si sa quando passi, venghino signori venghino!
E così stamattina siamo andati a Ibarra, e stavolta la lotteria l’abbiamo persa perché quando siamo arrivati a Ibarra di autobus per Esmeraldas non ce n’era.

E quindi abbiamo chiesto. Le informazioni non erano chiare, Andate a Quito, partite stanotte (no cazzo no, io di notte in Ecuador non voglio viaggiare!), andate domattina. Bram si è spazientito, io sono rimasta, ho chiesto di parlare più lentamente, con dolcezza.
E alla fine ho capito, ho capito che da Ibarra potevamo prendere un autobus per San Lorenzo e poi un altro per Esmeraldas. San Lorenzo è una città nella giungla che sulla mia cartina dell’Ecuador è stellata con l’etichetta “river blindness” perché vicino al fiume prolifica una zanzara che trasporta un parassita che porta alla cecità. L’autobus stava partendo, ma stava proprio nel senso che era già in marcia, ci siamo saliti al volo.

Posti a sedere non ce n’erano ma un ragazzino si è alzato e mi ha ceduto il posto, e sapete che c’è? Non mi lamenterò più quando mi chiamano signora.

Ed è stato così che mi sono trovata nella situazione in cui ero quando ho iniziato a scrivere. Su un autobus per chissà dove fra un venditore e un commediante.

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Il commediante ha esordito dicendo Forse mi avrete visto in TV, sono il figlio del presidente, ho partecipato a Ecuador’s Got Talent. E poi si è messo un vestito da donna e a un certo punto si è avvicinato a Bram e l’ha abbracciato e Bram ha passato la successiva mezz’ora a controllarsi tutte le tasche per vedere se gli aveva fregato qualcosa!

Dopo un paio d’ore, e tutto è stato così frenetico che sono le 17 ed è da stamattina che io non faccio la pipì, l’autista ha urlato CALDERONE! o almeno io ho capito così, e è venuto fuori che dovevamo cambiare autobus lì per andare a Esmeraldas, e Presto correte che l’autobus sta arrivando!, e siamo rotolati giù e abbiamo recuperato le valigie e poi Bram me le ha mollate TUTTE e mi ha detto Ciao io vado in bagno! (cioè al lato della strada), questo mentre l’autobus per Esmeraldas si avvicinava.

Mi è preso il panico. L’autobus partiva e io da sola non ce la facevo a portare tutto! Alla fine ho mollato lì le valigie da stiva e sono salita con in mano tre zaini, fra cui quello di Bram che credo che di nascosto collezioni pietre ripiene di piombo, e il famoso sacchettino dei souvenir.
L’autobus era pieno, pieno, pieno, c’era gente ovunque, seduta e in piedi e incastrata, tutti color cioccolato tranne me, e io non riuscivo ad avanzare, non riuscivo a trasportare i bagagli e in più stavo sudando come un maiale visto che ero nella giungla tropicale coi vestiti che avevo nelle Ande! Ho urtato tutti, ho dato zainate in faccia alla gente, ho provato a mettere su lo zaino di Bram e quello è cascato in testa a uno, ho detto Disculpe più volte di quante si possano contare, ho pensato Basta non ce la faccio più mollo tutto qui e se ci devono derubare che si servano!, e in quel momento un signore coi pantaloni da lavoro e gli stivali di gomma si è alzato, mi ha sorriso e mi ha ceduto il posto.

E quindi ora sono qui. Seduta su un autobus che corre tra giungla e villaggi e i villaggi sono terra e baracche di legno col tetto di lamiera e accanto a me c’è una signora che non sfigurerebbe in un romanzo di Jorge Amado e dall’altro lato ho la figlia che sta comprando del formaggio da un venditore che lo tiene in sacchetti di plastica e ne ha rotto uno per farglielo assaggiare, e prima o poi arriveremo a Esmeraldas e dopo chissà? Se non c’è l’autobus per Atacames ci toccherà dormirci, e mi farebbe pure figo dire Sono a Esmeraldas (solo il nome!!) la città nella giungla! non fosse per questo piccolo particolare che la LP dice che è la città più malfamata di tutto l’Ecuador (le esatte parole sono ugly, dirty and dangerous). Ma mamma non ti preoccupare, male male prendiamo un taxi e andiamo diretti in albergo!

Oh dimenticavo, poco fa è salita una ragazza bellissima. Alta, snella, con un vestitino bianco semplice che fa risaltare la pelle color caramello, le infradito, i capelli legati in uno chignon tenuto fermo da una piccola ghirlanda di fiorellini bianchi. È Garota de Ipanema, ecco chi è!

Stiamo passando dei panorami che non ve li immaginate. Una meraviglia. Rigogliosissimo verde, cascate, intere famiglie sedute sotto al portico. La gente vive in posti che per me cittadina sono inconcepibili per quanto sono isolati. Vorrei scendere dappertutto e scoprire e conoscere ed esplorare!

Colombia. Empanadas a Popayan, noccioline a Ipiales. E poi…

giugno 2, 2017

Sabato 27 Maggio

Da Salento siamo andati a Popayan (cioè da Salento siamo andati a Armenia, da Armenia a Cali e da Cali a Popayan ma vabbè). Volevamo dirigerci verso l’Ecuador ma la distanza era troppa per poter far tutto in una botta sola, abbiamo dunque scelto due tappe intermedie: Popayan e Ipiales.

A Popayan, che è una bianca cittadina coloniale, siamo arrivati in serata. Abbiamo fatto il check in nel posto che avevamo prenotato e che si è rivelato… una casa di studenti!, molto carina, e poi siamo usciti a cena. La casa non era in centro e noi eravamo stanchi, così siamo rimasti in zona.

Siamo finiti in un ristorante un po’ strano. A vederlo era super scicchettino, ma un po’ “vorrei ma non posso” (o wannabe!). Il nome era spagnolo ma il menù si è rivelato di ispirazione italiana, ma italiano sudamericano, tipo pasta fatta in casa ma fatta male con frutti di mare, panna e caciotta! E poi c’era uno scarafaggio enorme sul muro. Devo dire che dopo mesi di viaggio ho smesso di associare gli scarafaggi alla mancanza d’igiene, in un posto come quello tutto aperto come fai a tenerli fuori? Però era strano il contrasto, il posto tutto carino e la bestia!

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INFO

Il posto in cui abbiamo cenato si chiama La Mansión. Ha aperto da poco, avremmo potuto lasciargli la prima recensione ma abbiamo avuto pietà!

Domenica 28 Maggio

Ci siamo svegliati presto e siamo andati in centro a piedi. La casa di studenti era economica e non prevedeva la colazione, e credo fosse forse la prima volta in tutto il viaggio in cui non era inclusa. Ho deciso di prendere la palla al balzo e cercare un croissant come si deve che, si sarà capito a questo punto, è la cosa che mi manca di più. Ah! Illusa! Di Domenica (e oltretutto era un weekend lungo, il Lunedì era festivo) era tutto chiuso e siamo finiti in un fast food con un succo di frutti surgelati e una fetta di torta troppo dolce a guardare… il Giro d’Italia! Non so se avete presente, se la giocavano un olandese e un colombiano ed è arrivato primo, ma proprio all’ultimo, l’olandese. Nel bar c’era grande tensione e Bram si è ben guardato dal rendere nota la sua nazionalità! Io invece che sono italiana l’ho detto con orgoglio a tutti, ma non interessava a nessuno.

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Dopo colazione abbiamo fatto un giro. Ecco un po’ di foto di Popayan. Non è male, no?

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Poi ovviamente abbiamo litigato, perché Bram voleva salire fino a un punto panoramico ma io avevo letto che lì ti derubano e non ci volevo andare. Lui si è sfavato e io gli ho detto “Ma se ci vuoi andare vai da solo e ci troviamo dopo” e allora ci siamo separati dandoci appuntamento a casa. Ma Popayan è così piccolina che tempo mezz’ora ci siamo ritrovati, e la temporanea separazione è stata cosa buona perché dopo eravamo tutti felici e innamorati!

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Dopo volevamo andare a pranzo. Ma, indovinate un po’? Tutto chiuso. Abbiamo girellato un po’ invano, alla fine ci siamo arresi e siamo andati verso casa sperando di trovare un supermercato aperto per poter fare la spesa e cucinare. E invece abbiamo trovato questo!

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Erano delle mini empanadas fatte e fritte sul momento. Deliziose! Ce ne siamo comprate 4, e poi altre 4, e poi 4 ancora!

La spesa poi l’abbiamo fatta comunque. Abbiamo trovato un mercato fantastico

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e ci siamo comprati un sacco di frutta e verdura e anche la pasta e l’olio. Poi siamo andati a casa e questo è stato il pranzo

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e questa la cena (l’ha preparata Bram ed era buonissima, ricetta sull’altro blog)

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e questa è una foto che ha fatto Bram quando è uscito a comprare le birre

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e nel mezzo pianificazione pianificazione pianificazione * e anche un po’ di relax!

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* Io mi sono letta l’intera LP dell’Ecuador in un pomeriggio. Tutta. Sì, sono una freak!

INFO

A Popayán siamo stati all’Estiba House. Ci siamo trovati bene!

Lunedì 29 Maggio

Giornata di viaggio, ci siamo alzati all’alba per raggiungere Ipiales! Il viaggio è lungo, 8 ore, e a Ipiales siamo arrivati sul tardi e stanchi.

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Siamo usciti a fare un giro e devo dire che la città non ci ha impressionato troppo favorevolmente. Città di confine, aria poco raccommandabile, forse ci siamo imparanoiati noi, nel dubbio abbiamo preferito non rimanere fuori una volta che si è fatto buio e siamo finiti nella nostra camera con vista Ande con due birre e un pacchetto di noccioline, al tramonto.
Ma in fondo che ci serve di più? Era l’ultima notte in Colombia, aveva un fascino che niente poteva portarci via!

La cena è stata talmente triste da essere surreale e diventare divertente. Nel ristorante dell’albergo, unici clienti presenti, sedie di plastica arancione, cibo pessimo e Men of Honor (in spagnolo) in TV!

Martedì 30 Maggio

Sveglia presto, colazione in albergo all’altezza della cena (…) e poi in gita al Santuario de Las Lajas, questo qua!

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Il santuario è affascinante, in parte incastonato nella pietra della montagna che lo circonda. E il setting è incredibile. Avremmo voluto visitare il museo per saperne di più ma l’abbiamo trovato chiuso. Due preti ci hanno promesso che avrebbero chiamato il custode e poi hanno detto a Bram “Dumoulin!”, così dal nulla e lui per lì non capiva.
Più tardi sono venuti a cercarci per dirci che il custode era arrivato, ma a me nel frattempo era venuto un misterioso mal di pancia (che così come è venuto fortunatamente se ne è anche andato) e volevo andare a casa!

Le vie intorno al santuario pullulano di negozi di souvenir, ma doveva essere un giorno particolare perché i negozi erano quasi tutti chiusi e le vie deserte. Buffo.

Camminando piano siamo tornati all’albergo e abbiamo recuperato le valigie.

E poi…

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Ma questa è un’altra storia, e bisognerà raccontarla un’altra volta.

INFO

A Ipiales siamo stati all’Hotel Avanty. Bleah!!

Colombia. Salento e Valle de Cocora.

maggio 31, 2017

Scrivo dall’autobus da Popayan a Ipiales. Ipiales è al confine con l’Ecuador, che è la nostra prossima meta.
Questa tratta, specialmente il pezzo tra Popayan e Pasto, è quella che mi preoccupa di più perché è nota per i furti a mano armata ai danni dei turisti sugli autobus (presenti!). Nel tentativo di limitare i danni abbiamo preso un autobus grosso anziché quelli soliti piccolini che caricano per la via cani e porci (e ladri) e stiamo viaggiando di giorno anziché di notte come sarebbe stato più logico visto che il viaggio dura 8 ore.
Bon! Dita incrociate!

A volte mi viene voglia di intitolare i post “Colombiani bugiardi e mentitori”. Sono solo momenti di rabbia, poi passano. Ma!

Autobus da Jardin a Manizales

Ci viene detto un autobus e 5 ore.
In realtà sono due autobus e le ore sono 8.

Autobus da Salento a Popayan via Cali

Ci viene assicurato che avremo posti vicini (biglietti 18 e 19) e che l’autobus andrà diretto da Salento a Cali senza fermate intermedie.
Bram finisce buttato da qualche parte in mezzo all’autobus e io davanti, accanto al conducente. Il quale lungo la via si ferma di continuo per far salire viandanti e venditori.

Autobus da Popayan a Ipiales via Pasto (questo!)

La prima cosa che facciamo appena arrivati a Popayan è vedere gli orari dell’autobus per Ipiales. Informazione ottenuta: alle 5, 7, 9 e poi 22. Decidiamo che prenderemo quello delle 7. I biglietti non si possono comprare in anticipo, vanno presi il giorno stesso.
Stamattina ci alziamo alle 5 e per le 6 siamo alla stazione degli autobus.
Bram: “2 biglietti per l’autobus delle 7 por favor!”
Bigliettaia: “È già passato.”
La risposta di Bram ve la lascio indovinare…
Adesso siamo sull’autobus delle 9, che è partito alle 7:45 e dunque chi voleva prenderlo e non si è presentato 2 ore prima l’ha presa nel didietro visto che quello dopo è alle 22 (ma lo sarà davvero?). E ovviamente anche questo, nonostante ci fosse stato garantito il contrario, sta raccattando la qualunque.

Poi uno dice non ti incazzare.
Io non capisco. Non capisco proprio. Lo spagnolo lo parliamo, non benissimo ma capiamo un buon 80% abbondante.
Allora perché, perché mi devi mentire? Perché mi dici che è un autobus se sono due, perché mi dici che non raccatterai gente se sai che lo farai, perché mi dici che l’autobus è alle 7 quando la realtà è che l’autobus parte da Bogotà e quando arriva arriva? Perché???

Certo c’è tutto un contesto da tenere in conto. C’è un paese devastato da anni di guerra civile, ci sono zone aperte al turismo da poco, c’è un intero continente in cui puoi andare ovunque parlando una sola lingua e non hai bisogno di impararne altre (OK fa eccezione il Brasile, ma fra spagnolo e portoghese si capiscono).
Certe volte che fatica, però.

Che poi quello che ti vende il biglietto non è mai quello che ti porta, quindi alla fine quello con cui vorresti incazzarti non c’è.

Continuo su un altro autobus, ieri non sono riuscita a finire perché gomitavo. Nel frattempo l’incazzatura mi è passata!

Giovedì 25 Maggio

Allora eravamo rimasti alla piantagione di caffè. Da lì siamo andati a Salento. Salento è un paesino nelle Ande, abbastanza turistico perché da lì si visita la Valle de Cocora. Eravamo indecisi fra Salento e Filandia e io avrei preferito Filandia perché meno turistico… ma il tempo inizia a stringere, e andare a Salento rendeva le cose più semplici e ci permetteva di risparmiare tempo.

A Salento siamo arrivati intorno alle 16. Io ero parecchia stanca dopo il viaggio e idealmente avrei voluto riposarmi un po’, ma se volevamo vedere sia il paesino che la valle non c’era da perdere tempo.

Siamo dunque usciti subito, io un po’ nervosetta per la stanchezza e per la fame (non avevamo pranzato). Nervosismo che si è aggravato quando ho scoperto che non c’era verso di sgranocchiare qualcosa di leggero ma saporito (sono esosa lo so!) prima di cena: l’offerta dolce consisteva in troiai confezionati e la scelta salata in patate fritte, mais fritto, yucca fritta, o, per la serie se sei vegetariano devi soffri’, carote crude!
Alla fine mi sono rassegnata a non mangiare e così il nervosismo se ne è andato.

Salento è bellina, tutta salite e discese.

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All’inizio ci era sembrata anche tanto turistica, più che altro per la quantità di negozi di souvenir. Ma guardando meglio abbiamo individuato anche un po’ di posti frequentati dai locali.
Questa è la piazza principale. Riuscita a intravedere nella seconda foto, nel portone della chiesa, la tizia appesa alle campane?

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Una piccola camminata ci ha portato a un punto panoramico. Quella nella seconda foto è la Valle de Cocora che avremmo visitato il giorno dopo. Non vi sembra bellissima?

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Dopo la camminata la serata è diventata ganza! Siamo finiti in un bar fantastico.
Allora aveva tre porte aperte sulla strada. Era grande. Si entrava, e nella prima parte c’erano il bancone sulla destra e un po’ di tavolini; e nella seconda parte tantissimi tavoli verdi. E in mezzo tutti gli uomini del villaggio (io ero l’unica donna presente) che giocavano a quello che a me sembrava biliardo ma che prevedeva tre palle sole.
Appese al muro le stecche personali, fissate col lucchetto.
Ecco qualche foto del locale. Io mi sono innamorata di quello con la maglietta a maniche corte nera, ve lo volevo dire. E un po’ anche di tutti quelli con i capelli da cowboy e il poncho, che però in queste foto non si vedono!

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Dopo un paio di birre ci è presa fame sul serio, ma eravamo incantati dal posto, dalla gente e dal gioco e non ce ne volevamo andare. Abbiamo chiesto se ci fosse qualcosa da spilluzzicare e il barista ci ha fatto portare… un hamburger dal bar davanti!, che ci siamo divisi come aperitivo.

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Dopo siamo andati anche a cena, e col senno di poi ne avremmo potuto fare a meno. Il posto in cui siamo finiti era carino però, un bell’ambiente e staff simpatico ed accogliente. Il menù con mia grande gioia virava sull’indiano e io ho preso un curry di verdure e Bram…
Bram era indeciso e mi ha chiesto consiglio, e io gli ho detto “Perché non prendi questo spezzatino colombiano che dalla descrizione sembra buono?”. Così ha fatto, solo che…
… solo che lo spezzatino non era uno spezzatino! Era quella sbobba schifosa che a Bogotà aveva quasi fatto vomitare Daniele e KOK! E adesso anche Bram!

INFO

Il posto del curry di verdure e della sbobba è La Eliana.
Quello dell’hamburger si chiama Todo Riko (tutto buono)!
Quello del biliardo non lo so ma è nella vita principale ed è impossibile non notarlo!

Venerdì 26 Maggio

Sveglia presto e via nella piazza principale a prendere una delle jeep aperte, eredità secondo Bram dell’esercito americano, che portano all’inizio della valle. Le jeep sono da 8-13 posti: 2 davanti, 3 su ciascuno dei sedili (ma volendo anche 4) e se ci sono volontari altri 3 appesi dietro!

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Giunti a destinazione abbiamo preso un caffè e mangiato un panino col burro di noccioline prima di mettersi in marcia. Notare in questa foto come io stia per cadere dalla panchina per stare il più lontana possibile dal cane che mi punta!

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Tolto il solito scam all’inizio (un tizio che sostiene che la proprietà sia privata, ovviamente non è vero, e ti chiede 2000 pesos, sono 60 centesimi, non tanti OK, ma moltiplicate per la gente che passa di lì ogni giorno e viene fuori una bella cifra… a casa mia questa si chiama estorsione, che nervi!) e il mio conseguente giramento di palle (passato quando Bram mi ha fatto notare che quello deve star lì a giornate a discutere con la gente) la camminata è stata fantastica! Lascio parlare le foto va’.

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Il panino era con pomodori, insalata, carote, cipolle, cetrioli, peperoni, avocado e formaggio ed era delizioso oltre che sano!!

La sera eravamo stanchi e non abbiamo fatto un granché: birrette nel solito posto con i vecchietti locali, cena al volo e nanna!

INFO

A Salento siamo stati alla Posada Casa Salento la prima notte e nel B&B Martha Tolima, degli stessi proprietari e proprio dietro l’angolo, la seconda.

Colombia. Nei dintorni di Manizales disavventure, colibrì e piantagioni di caffè!

maggio 28, 2017

Domenica 21 Maggio

A volte vorrei che i nostri viaggi fossero più semplici. Siamo andati da qui a qui e ciao. Invece succede sempre qualcosa! E così mi escono i post pipponi!

Da Jardin siamo andati a Manizales.
Ufficialmente: 5 ore di autobus diretto.
In realtà: 8 ore e due autobus diversi.
Immaginatevi la nostra faccia quando il primo autobus si è fermato in un villaggetto sperduto e l’autista ha detto Terminal!
Ma procediamo con ordine.

Da Jardin siamo partiti alle 6 del mattino.
In teoria l’autobus aveva i posti assegnati. Ma in pratica ai nostri posti stava seduto un contadino locale con cappellaccio, stivali di gomma infangati e forcone, che parlottava da solo. Non ci è sembrato il caso di chiedergli di spostarsi!
L’autobus come sempre raccattava gente per la strada. A un certo punto accanto a me si è seduto un (altro) contadino. Nell’accomodarsi mi ha sfiorato col machete, che portava appeso alla cintura come tutti qui. Quando ho scartato il mio panino per mangiarlo mi è sembrato opportuno offrirgliene la metà. Ha accettato!

Del fatto che le cose non stessero andando come dovevano si è reso conto Bram, che stava seguendo il percorso sul telefono, quando ha visto che non stavamo andando nella direzione giusta. E ha immediatamente messo in atto la strategia che calma lui e manda in bestia me: si è messo a bestemmiare ad alta voce in olandese.
Lui si calma perché la butta fuori.
Io mi incazzo perché lo trovo un atteggiamento distruttivo che ci attira le antipatie di tutto l’autobus. Cotesto modo di fare, oltre a non servire assolutamente a nulla perché nessuno lo capisce e a farlo prendere per matto che parla da solo, ha il potere di attivare in una volta sola due delle mie più grandi paure: la paura del conflitto (con lui) e quella di non essere accettata (dagli altri passeggeri). Infatti in genere quando lui fa così io faccio finta di non conoscerlo!

Risultato: quando siamo finalmente arrivati lui era calmo e tranquillo, io ero una iena e avevo deciso che non gli avrei parlato MAI PIÙ.

Manizales per noi non era una cittadina da visitare, era solo un punto strategico per raggiungere altre zone. Siamo arrivati verso le 14 e in teoria avevamo tutto il pomeriggio per organizzare le tappe successive. Solo che non parlavamo, e quindi organizzare era un poco difficile.

La mia strategia del Non ti parlerò mai più così impari ha funzionato abbastanza bene fin verso le 16, anche perché ero stanca e, abbattuta dalla tragica notizia che di Domenica non si mangia perché alle 14 è già tutto chiuso, mi ero addormentata. Poi però mi sono svegliata, e mi sono trovata prigioniera di un circolo vizioso che avevo creato io stessa: volevo organizzare cose perché si stava facendo tardi e altrimenti il giorno dopo non avremmo potuto fare quello che volevamo, ma non volevo parlare con Bram e da sola non potevo organizzare perché c’erano delle decisioni da prendere insieme. Non volevo fare il primo passo, ma Bram non lo faceva e il tempo passava!

Alla fine sono esplosa in un Te sei una brutta merda e io non voglio più viaggiare con te perché tratti male la gente (con lui che diceva Ma ci stavano inculando!) e ora è tardi per andare al parco domani ed è TUTTA COLPA TUA!
Questo ragionamento maturo e concreto ha dato il via alla litigata e anche se non abbiamo raggiunto un accordo (io voglio che lui smetta di fare il matto e lui non vuole smettere) ci siamo calmati abbastanza da poter partire con l’organizzazione.

L’organizzazione era necessaria perché il giorno dopo volevamo andare a visitare una riserva ecologica in cui non si entra senza permesso e noi il permesso l’avevamo chiesto, via email vari giorni prima, ma non avevamo ricevuto risposta. C’era anche da decidere quante notti stare e dove andare dopo. Molti moccoli e varie telefonate dopo siamo riusciti ad ottenere il sospirato permesso e a quel punto visto che tutto era chiuso siamo andati a mangiare all’Irish pub!

Piccola parentesi sulla rabbia. Successivamente ci ho un po’ ragionato e ho pensato che per quanto sgradevole sia almeno lui un modo di buttare fuori la rabbia ce l’ha. Io invece non l’ho mai trovato, e quando mi incazzo spesso mi trovo prigioniera di questa palla di rabbia che mi avvolge e di cui non riesco a liberarmi. Qualcuno ha consigli?

INFO

A Manizales abbiamo cenato all’Irish Pub Hometown.
Abbiamo dormito al Golden Frog Mountain Hostel, che ci è piaciuto molto per l’atmosfera rilassata – nonostante i giovani proprietari sembrassero costantemente stonati e non molto in grado di dare informazioni!

Lunedì 22 Maggio

La mattinata è trascorsa tranquilla fra colazione all’ostello chiacchierando con una ragazza malese (super interessante visto che ci siamo stati da poco!) e un caffè e una pastina tipica (che si è rivelata un millefoglie molliccio) a Manizales. Poi abbiamo deciso di prendere un taxi per andare alla riserva ecologica, e secondo voi abbiamo preso un taxi e siamo arrivati? Indizio: NO.

Allora le cose sono andate così.
Fermiamo un taxi e gli diciamo dove vogliamo andare e lui dice No no no no!, e scappa a gambe levate.
Perplessi decidiamo di rientrare nell’ostello e chiedere ai ragazzetti stonati se per caso sappiano come si possa arrivare alla riserva. Ma! Ma un commerciante di scarpe ci prende a cuore.
Ferma un altro taxi e il nuovo tassista dice Sì, certo!, ci carica e parte. Guida per circa 3 minuti e poi ci dice Maaa, dov’è che è questo posto in cui volete andare?

Viene fuori che non lo sa neanche lui. Ci chiede di telefonare all’ufficio che gestisce i permessi ma noi non abbiamo un numero colombiano (cioè ce l’abbiamo ma solo per Internet, per telefonare no) e lui ha finito i minuti. Allora si ferma a un chiosco, ricarica il telefono e chiama. Sta al telefono con l’ufficio circa mezz’ora (?!) poi ci dice OK, azzera il tassametro (?) e parte.

Quando ci ritroviamo impantati col taxi in mezzo a un fiume l’arcano si svela.

La Reserva Ecologica Rio Blanco è poco fuori Manizales ma è un posto completamente diverso. È luogo di terra, fiumi, foresta tropicale e mille varietà di uccelli che attirano gli ornitologi di tutto il mondo! La strada per arrivarci è accidentata e normalmente si va con un 4X4 inviato dall’ufficio permessi per un prezzo fisso. Ma a causa del qui pro quo con l’ufficio permessi noi il 4X4 non ce l’abbiamo e non essendo consapevoli della situazione abbiamo semplicemente fermato un taxi. Il primo conosceva il percorso e si è rifiutato, il secondo non lo conosceva ed eccoci qui!

La consapevolezza della situazione non ferma il nostro tassista, che è deciso a portarci a destinazione. Azzera il tassametro (perché l’ufficio permessi deve avergli detto “Se proprio ce li vuoi portare almeno fatti pagare il prezzo fisso!”) e impavido si lancia su strade sterrate, su salite ardite… e nei fiumi, senza neanche probarli (vedi i post sull’Islanda)! È motivatissimo e lungo la via ci racconta un sacco di cose su Manizales e sulla natura che la circonda, e si ferma anche per farci vedere degli uccelli sul sentiero: un falchetto e dei grossi uccelli sicuramente rari che noi ignorantoni classifichiamo come “uno blu” e “uno giallo”.

Quando finalmente arriviamo mi aspetto di vederlo distrutto e sudato e che ci dica “Mai più!”. E invece, fresco come una rosa, ci chiede: “A che ora vi torno a prendere domani?”..!

Grazie tassista pazzo e sconosciuto che ci hai ridato un poco di fiducia nel genere umano, perché fra l’inculata dei 2 autobus all’andata e l’autobus su cui siamo ora (da Armenia a Cali, io con un diavolo per un capello, quando mi incazzo sul serio mi rifiuto di parlare spagnolo e allora sì che sono cazzi visto che qui nessuno parla neanche una parola di nessun’altra lingua!) ogni tanto la perdo!!

Aaahhh, respirone e torniamo alla riserva. La riserva era abbastanza spettacolare. La zona in cui si mangia e dorme era presidiata dai colibrì!

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Dal centro partono visite guidate la mattina e il pomeriggio, ma noi avevamo fatto tardi per via dei vari casini e quella pomeridiana era già partita. Abbiamo quindi chiesto dove potessimo camminare da soli e ci siamo avviati in quella direzione.

La passeggiata è stata un po’ carina e un po’ strana!
Il paesaggio era bellissimo. A volte vorrei essere esperta di flora perché vorrei sapere il nome di quello che vedo. Tipo qua era tutto selvaggio come in una giungla ma c’erano felci e fragoline come in un bosco! Boh.
La fauna era un po’ bella e un po’ brutta.
Di bello c’erano i cavalli e le capre e le mucche, in particolare tre vitellini che erano andati a fare una passeggiata e poi volevano tornare indietro ma non potevano perché dietro di loro c’eravamo noi e avevano paura a passarci accanto e allora ci guardavano ma non osavano muoversi, e alla fine noi ci siamo spiaccicati in un angolo e loro hanno spiccato una corsa e ci hanno superato e poi hanno tirato un sospiro di sollievo, fiuuu che brutta avventura!
Di brutto c’erano dei cagnacci schifosi abbaioni (io vorrei sapere che problema hanno in Sudamerica con i cani, che se li prendono feroci e poi li lasciano a giro a briglia sciolta e questi si aggrediscono a vicenda e io vivo nel terrore che prima o poi aggrediranno anche noi – e no, non sono randagi!) e dei contadini solitari che mi hanno ricordato tantissimo Dinamite Bla, uno ci scrutava dalla finestra senza espressione. Mi sa che a vivere così isolati si diventa un po’ strani! Abbiamo visto anche dei rancheros che scendevano da una montagna su dei cavalli carichi di borse cantando, questi sembravano un po’ più simpatici.

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Siamo tornati indietro dopo un’oretta perché io avevo paura dei cani!

E abbiamo trovato Nick! Un ragazzo inglese laureato in biologia e specializzato in ornitologia, che al momento vive a Panama e che aveva un po’ di vacanze e aveva deciso di passarle in Colombia nella speranza di vedere un po’ di uccellini!
Con Nick abbiamo fatto un aperitivo (ci eravamo portati il vino delle suore di Jardin), cenato e chiacchierato tantissimo, un po’ di vita e passioni ma più che altro di musica. Perché è venuto fuori che Nick è malato di musica quanto Bram, e pure dello stesso genere, e va allo stesso festival in Islanda a cui andiamo noi! E allora Bram ha tirato fuori le casse portatili e ne è uscita una bellissima serata di storie, musica e colibrì! E chi se lo aspettava, nel mezzo di una riserva ecologica spersa nel nulla?

Martedì 23 Maggio

Ci siamo alzati presto e subito dopo colazione siamo partiti, a piedi, per la visita guidata.
Eravamo io e Bram, Nick e la guida. Una cosa io e Bram non avevamo capito. Trattavasi non di una visita guidata alla scoperta della natura come scioccamente pensavamo noi; trattavasi di un tour avvistamento uccelli
Ora, per vedere gli uccelli bisogna ASPETTARE. Per circa 5 ore. Dalle 7 alle 12, per la precisione.
Io e Bram un po’ ci siamo guardati intorno, un po’ ci siamo annoiati e un po’ siamo morti di freddo. Ah e abbiamo visto anche tantissimi volatili, che per Nick e la guida erano WOW the chestnut-crowned antpitta, WOW the nyctibius griseus, e per me e Bram erano semplicemente Oh un altro uccello.

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Ci siamo esaltati di più per questi grossi maggiolini.

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O per questa mini orchidea, della dimensione dell’unghia del mignolo di Bram.

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E poi anch’io ho avuto il mio momento di gloria, quando ho avvistato questa specie rarissima mai vista prima: WOW the blue-legged banana eater!!!

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OK siamo scemi e irrispettosi. Ci fosse qualche ornitologo fra i lettori me lo faccia sapere che gli mando la lista vera dei pennuti avvistati. E la visita non è stata male eh, eravamo pur sempre in mezzo a una natura meravigliosa (di cui una buona metà, avevo dimenticato di dirlo, ha soggiorno in camera nostra durante la notte!) e ce la siamo goduta, anche se sicuramente Nick e la guida se la sono goduta più di noi!

Al rientro pranzo e ancora colibrì

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e poi tassista pazzo e via, verso nuove avventure!

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Questa foto è stata scattata in movimento, dall’autobus che ci portava verso l’avventura successiva. I viaggi in autobus in Colombia hanno tutti due cose in comune: paesaggi magnifici e tante, troppe curve!

L’avventura successiva è stata una piantagione di caffè. Un posto bellissimo in cui ci siamo rilassati e abbiamo imparato un sacco di cose. Il primo giorno siamo arrivati tardi però, e non abbiamo fatto un granché. Solo relax!

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Mercoledì 24 Maggio

Sveglia nella piantagione, colazione e super interessante coffee tour! Abbiamo imparato un sacco e metto solo qualche foto perché poi starà a Bram, se avrà tempo e voglia, scrivere un guest post sull’argomento.

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Io vi racconto solo una cosa che mi ha colpito: il chicco di caffè appena colto è dolce! È ricoperto da una patina di zucchero.

Tornati dal tour abbiamo pranzato e poi partita (giocava l’Ajax) per Bram e scrittura blog per me, ho finito il post su Jardin.

E poi piscina! Faceva caldo ma non caldissimo e io mi sono lanciata più che altro perché se c’è una piscina mi sento moralmente obbligata ad approfittarne, ma l’acqua era fredda e ho resistito solo un quarto d’ora! Questa era la vista però.

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Doccia, asciugatura capelli al volo (mi hanno dato un modello di phon talmente antidiluviano che avevo super paura di prendere la scossa!) e poi siamo saliti a piedi fino a un punto panoramico. Piccolo aneddoto, nella piantagione c’erano dei cagnacci non aggressivi ma abbaioni. Quando hanno visto che stavamo andando a fare una passeggiata uno bianco grosso e uno nero asmatico hanno deciso di venire con noi. Io ho smoccolato un po’ ma vabbè, questi li conoscevo, più che altro avevo paura che quello asmatico perisse nell’impresa. Partiamo e passiamo davanti a uno nero grosso mai visto prima che non appena ci avvista inizia ad abbaiare furiosamente. Non faccio in tempo a dire “Meno male almeno questo è legato” che il cameriere, che da lontano ha notato la scena, non accorre e premurosamente lo slega perché possa venire anche lui! Non vi dico il salto che ho fatto quando me lo sono visto arrivare a corsa! Eheh, non lo sapevate di questa mia paura dei cani, eh? In realtà non lo sapevo neanch’io!
E così tutta l’allegra combriccola, meno il cane asmatico che per fortuna ha autonomamente deciso di rinunciare all’impresa, ha ammirato il tramonto dal mirador.

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Parentesi. Mentre scrivevo abbiamo superato un autobus aperto (vedere foto Jardin). Era pieno di gente dentro, sopra (sul tetto) e intorno (attaccata in piedi)!

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E niente, della piantagione di caffè non ho tanto da dire, ma scriverne mi ha fatto ricordare quanto bello e rilassante sia stato passare due giorni lì. Fra l’altro ci si mangiava benissimo e ci si dormiva da dio!

INFO

Ci siamo rilassati e abbiamo imparato un sacco di cose sul caffè all’Hacienda Guayabal, che raccomanderei caldamente. Da tener presente che è un’azienda, quindi voi state lì ma loro lavorano, se quello che cercate è un posto in cui vi stiano dietro e vi diano un sacco di informazioni turistiche allora anche no!

Colombia. Jardin. Carràmba che sorpresa!

maggio 25, 2017

Giovedì 18 Maggio

Jardin è un piccolo villaggetto nelle Ande. Ci siamo andati per un giorno, ci siamo rimasti per tre e stamattina siamo ripartiti e io non mi do pace!
È tutta colpa delle previsioni del tempo, e anche un po’ nostra che non ci siamo ancora ficcati in testa che per il Sud America NON FUNZIONANO.

A Jardin siamo andati da Medellin. Il viaggio in autobus non è stato il massimo, spiaccicati e un sacco di buche e curve vomitone. Inoltre io avevo letto un sacco di storie di gente derubata sugli autobus in Colombia e mi ero imparanoiata. Avevo programmato di passare il viaggio a scrivere sul blog ascoltando musica, avevo scaricato una nuova playlist apposta; poi però sono saliti due tizi dall’aria poco raccomandabile e io mi sono convinta che ci avrebbero derubato e allora ho nascosto il telefono (e anche gli occhiali da sole, che sono graduati e costano un botto) nella fodera del sedile e passato tutto il viaggio in allerta! Nella foto sotto, un autobus locale (non il nostro).

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Poi però siamo arrivati. E Jardin ci ha immediatamente incantato!

Siamo scesi nella piazza principale. C’era il sole e tutto il paese era fuori, seduto a bere qualcosa o chiacchierare o semplicemente mangiare un gelato.

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Anch’io volevo un gelato! Un gelato col biscotto per la precisione. Non sapevo come si dice in spagnolo e allora sono entrata in un bar e ho fatto vedere la foto sul cellulare, e una gentile signora mi ha accompagnato fino a un bar in cui ce l’avevano! Yuppie! Ottimo inizio!

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Dopo il gelato per me e una birra per Bram abbiamo preso un tuk tuk (che qua è una sorta di piccolo (a?) Ape) e ci siamo fatti portare al B&B che avevamo prenotato. Questo. Che meraviglia è?

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Era un poco fuori dal centro e anche un poco più caro del nostro solito budget, ma aveva ottime recensioni e abbiamo deciso di fare un investimento. Dopotutto era per una notte sola! O almeno così pensavamo.

I proprietari, Xavier di Barcellona e Soley di Pasto (sempre in Colombia) ci hanno riservato un’accoglienza fantastica. Piccola parentesi per darvi la dimensione del villaggio, non so da quanti anni vivano a Jardin ma parecchi, ma lui è ancora el español e lei la pastusa! Chiusa parentesi, ci siamo messi a chiacchierare e abbiamo scoperto di avere in comune la passione per la musica islandese! Non mi ricordo neanche come è venuto fuori il discorso, ma che coincidenza è? E avevano in casa i CD di due artisti che conosciamo e che abbiamo visto live parecchie volte, e ne hanno messo uno, e insomma ci siamo ritrovati in un minuscolo villaggetto delle Ande a chiacchierare in spagnolo ascoltando musica islandese. Ma quanto bello il modo può essere?

Nell’eccitazione del momento le informazioni che ci hanno dato sul villaggio ci hanno solo confuso. C’è una cascata, ma è meglio andarci a cavallo, ma forse ci si può anche andare a piedi, ma dov’è non si sa. Molte risate e canzoni dopo io e Bram siamo scesi in piazza, circa 15 minuti a piedi, e adocchiato un bar popolato da locali abbiamo deciso di entrarci per una birra e qualche informazione.

Il locale era carinissimo, cioè era un baraccio, ma col bancone di legno scuro e poche luci, accogliente insomma. I locali sembravano allegri, alticci per la precisione, e non ci parevano in grado di dare informazioni. Allora abbiamo chiesto al barista.
Il barista ci ha detto Sì c’è una cascata ma è chiusa per manutenzione. E basta.
Ma come basta? Xavier e Soley ci avevano parlato di DUE cascate. Riproviamo.
Chiediamo al garzone di bottega. Ma il garzone giovincello è, e ripropone la domanda al più navigato barista, il quale ovviamente ci guarda in cagnesco e dà la stessa risposta di prima. Uffa!! Ma noi non ci arrendiamo.
Usciamo e puntiamo due vecchietti, loro di cascate ne sapranno di sicuro, e fiduciosi ci rivolgiamo a loro. Niente: neanche loro sanno, e anche loro decidono di chiedere al barista. Ma che cazzo! Ma che in questo villaggio l’unica fonte di informazioni è il barista?
Per fortuna all’ultimo secondo la vecchietta femmina ha un’illuminazione e ci dice Venite con me!, e si mette a camminare decisa. La seguiamo.
E troviamo Juan David!

Dicesi Juan David un simpatico giovane che sogna di fare la guida turistica ma che per il momento fa il turno di notte alla reception di un albergo in piazza. Non avendo molto da fare ha tutto il tempo di chiacchierare con noi, e visto che l’argomento lo appassiona passa un’ora buona a raccontare, in uno spagnolo lento che riusciamo a capire. Grazie a lui le montagne intorno a Jardin si animano e si coprono di fiori, uccelli e cascate, con tutti gli itinerari descritti per bene e completi di informazioni su difficoltà, tempo di percorrenza, possibilità di andare da soli o necessità di una guida e in quest’ultimo caso costo. È stato grazie a Juan David che alla fine siamo stati non una sola notte ma tre!

Salutato e ringraziato Juan David siamo andati a cena. Seguendo le raccomandazioni di Xavier e Soley siamo finiti in un posto troppo carino e accogliente, avrà avuto 4 tavoli in totale, in cui abbiamo mangiato del cibo semplice e delizioso. Che bella serata!! Questa sono io che contemplo soddisfatta il mio piatto.

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Siamo tornati verso casa abbracciati e felici camminando sotto al cielo stellato (non è vero non era stellato, e infatti la notte ha piovuto, ma mi faceva figo dirlo) e mentre ci ripetevamo quanto fossimo fortunati… un’orribile rivelazione mi colse.
Gli occhiali da sole. Non li ho recuperati prima di scendere. Sono rimasti sull’autobus.

Mi sono sentita così tanto cretina. È proprio il paradosso, no? Per paura che una cosa succeda finisci per farla succedere proprio te. Erano nuovi, li avevo comprati poco prima di partire, e essendo graduati non c’è modo di ricomprarli, al di là del costo, a farli ci vuole almeno una settimana, e noi non stiamo mai così tanto in un posto. Sono andata a letto sentendomi una perfetta idiota!

INFO

Abbiamo cenato da Bon Appetit, che nonostante il nome di francese non ha niente. Il proprietario è un ragazzo russo e, indovinate un po’, il ristorante nel villaggio non è conosciuto con il suo nome ma come el ruso!

Venerdì 19 Maggio

Ci siamo svegliati presto (grazie al simpatico contadino che falciava il prato alle 6 del mattino) ma ce la siamo presa comoda: siamo rimasti un po’ a letto, ci siamo fatti una doccia con calma, ci siamo vestiti, verso le 8 siamo usciti fuori e WOW!

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Siamo rimasti una mezz’ora in giardino a goderci il panorama e fare foto e verso le 8:30 siamo andati a fare colazione. Menziono l’ora perché si rivelerà un dettaglio importante.

È Xavier ad accoglierci. In uno spagnolo un po’ stentato visto che non so come si dica dimenticare e non conosco la parola per gli occhiali gli racconto tutta la storia e gli chiedo se potrebbe per favore telefonare alla compagnia degli autobus per sapere se per caso hanno trovato i miei occhiali.

La colazione è allestita all’aperto ed è una meraviglia: frutta fresca, succo, caffè, pane ripieno appena sfornato. Mangiamo tutti contenti giocando coi gatti e quando abbiamo quasi finito Xavier riappare e ci dice Ah sì, e noi Ah sì che?, e lui Ah sì i tuoi occhiali sono stati ritrovati!

È successo che Xavier ha chiamato la compagnia degli autobus e la compagnia gli ha dato il numero personale dell’autista e autista e autobus erano ancora a Jardin ma stavano per ripartire e l’autista ha controllato dove Xavier gli ha detto e ha trovato gli occhiali e li ha depositati alla biglietteria dove adesso stanno ad aspettarci! Hip hip hurrà!!!

Sono stata proprio tanto felice. Perché non ci speravo quasi per niente. E se Xavier avesse chiamato un quarto d’ora dopo l’autobus non ci sarebbe stato più!

E dunque dopo colazione siamo scesi in centro. Abbiamo recuperato gli occhiali lasciando una piccola mancia per l’autista e abbiamo preso un caffè nella piazza. E poi ci siamo messi in marcia!

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L’idea era quella di prendere il magico attrezzo senza fili per arrivare in cima a una montagnetta e poi da lì fare un percorso a piedi che ci aveva spiegato Juan David e che oltrepassava grotte e cascate per terminare, udite udite, di fronte a una fabbrica di pasticcini! E dunque andiamo a piedi fino alla stazione e ci mettiamo in attesa del magico ordigno. Con noi ci sono altri due turisti e due rubiconde signore locali.

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Aspettiamo e aspettiamo e il magico ordigno non arriva. Arriva in compenso la bigliettaia, che scambia quattro chiacchiere con le signore e poi si mette bella pacifica a mangiare il pranzo. Aspettiamo un altro po’, poi Bram inizia a smaniare e le va a chiedere Ma insomma quando si parte.

Viene fuori che non si parte. L’attrezzo è fermo dalle 10:30 per mancanza di elettricità. Sono le 12:30 (sì, a noi piace camminare sotto il sole a picco) e nessuno sa se e quando la luce tornerà. Cioè, ma non ce lo dici?!

Decidiamo di andare a piedi. Dopo un po’ di tentativi riusciamo a individuare il sentiero e iniziamo a salire. Lungo la salita facciamo un po’ di incontri. Un signore di Medellin che si è trasferito a Jardin perché “vuole morire lì” e che è appassionato del Giro d’Italia. Dei cani cattivi che mi terrorizzano, ma poi arriva un contadino alto alto con un cucciolino minuscolo e li scaccia via. Una famiglia, mamma nonna e due bambini, la mamma ci racconta di aver adottato dei cani abbandonati, i bambini ce li fanno vedere, la nonna ci regala un ghiacciolo all’uva.

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Proseguiamo camminando, leccando il ghiacciolo che è appiccicosissimo e tinge la lingua di viola e chiedendo informazioni ogni tanto. E guardando il panorama, ovviamente!

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Finalmente arriviamo a un posto in cui ci hanno detto si può pranzare.
Ora, immaginatevi una Piccolina che dopo ore di marcia scorge un ristorante dietro l’angolo. Si avvicina contenta, gira l’angolo fiduciosa… e viene assalita da due cagnacci abbaioni! Non è successo nulla ma la Piccolina ha fatto un salto alto due metri, ecco.

Il posto del pranzo era delizioso. Su un ruscello in cui volendo si poteva fare il bagno (noi ci abbiamo infilato un dito, abbiamo sentito che l’acqua era fredda e ci siamo ritirati), in mezzo a una vegetazione lussuriosa. Meno delizioso era, purtroppo, il pranzo!

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Dopo aver mangiato (e dopo che il colesterolo è schizzato verso l’alto) siamo andati a trovare una signora che ha le chiavi di un tunnel pieno di pipistrelli e un gatto. Questo è il gatto.

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E questa è una Piccolina in procinto di entrare nel tunnel pieno di pipistrelli.

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E il motivo per cui ci entrammo (e io, terrorizzata dai pipistrelli che erano proprio tanti, me lo sono fatto tutto con la borsa in testa) è che alla fine c’era lei: la cascada escondida, cascata nascosta!

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La cosa un poco buffa è che mentre arrancavamo nel tunnel la signora ci ha raccontato che il tunnel è stato scavato con le mani da due signori che ci hanno messo ben tre anni. A domanda sul perché avessero deciso di intraprendere tale opera la risposta giunse semplice e diretta: “Per attirare i turisti!”..!
Che dire? Funziona!

La camminata proseguì fino a raggiungere un’altra graziosa cascatella, la cascada del amor. Dice che se ci si scambia un bacio qui l’ammore durerà per sempre. Noi l’abbiamo fatto, chissà! Non ho foto della cascata ma ne ho del grazioso ruscello.

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Poco dopo la cascata la vegetazione è cambiata. Da foresta tropicale si è passati a… campagna inglese!!

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E poi, e poi, finalmente, la meta tanto attesa: la fabbrica di pasticcini! Ed erano buonissimi!! E guardate che bella l’area coi tavolini per mangiarli!

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E poi di nuovo in paese, che abbiamo attraversato per andare a casa a cambiarci per la cena. Ora guardate questa foto e ditemi se non è ovvio il motivo per cui ci siamo perdutamente innamorati di Jardin!

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Per cena pizza. C’era un posto che secondo tutti i giardinensi fa la pizza migliore del mondo e abbiamo deciso di provarla. Gorgonzola e pere per me, al prosciutto crudo per Bram. Era diversa da quella italiana, più sottile e croccante, ma buona!

Dopo cena siamo ripassati dal nostro amico Juan David e abbiamo chiesto se fosse possibile organizzare una visita guidata del villaggio per il giorno successivo, visto che le previsioni davano pioggia. Ha fatto una telefonata e nel giro di un minuto la cosa era organizzata!

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INFO

Non so come si chiami il posto in cui abbiamo pranzato, ma in quella zona c’era solo quello.
La pizza l’abbiamo mangiata al Café Europa e ci è piaciuta!

Sabato 20 Maggio

Ci siamo alzati presto, abbiamo fatto colazione che fra parentesi era buona e diversa ogni giorno e poi siamo scesi in centro dove avevamo appuntamento con Roberto, il signore che ci avrebbe portato in giro per la giornata.

Dunque, non so bene come spiegarvi quello che è stata la giornata con Roberto. Ci ha portato in posti incredibili e fatto scoprire cose mai immaginate, a cui da soli non avremmo avuto accesso. Ci ha anche parlato tutto il tempo in spagnolo, e per questo nonostante non abbiamo camminato tanto a fine giornata eravamo distrutti!

Siamo partiti dalla piazza principale, di cui ci ha raccontato e che con le sue parole è diventata viva.
La pavimentazione è di pietra fredda, che rappresenta la forza. Le panchine sono di legno caldo, che rappresenta la gentilezza. Questa è l’anima degli abitanti di Jardin. E quello è il museo, io lavoravo lì, gli amministratori l’hanno chiuso 4 mesi fa. Ma un popolo senza cultura non ha anima!
Quanta amarezza in queste parole!

Ci ha portato in chiesa. Una chiesa tutta di pietra, che una volta dentro ha rivelato un soffitto di legno dipinto di un azzurro delicato e un segreto inimmaginabile da fuori: l’altare in marmo di Carrara. Un piccolo pezzetto d’Italia nelle Ande!

Siamo passati davanti a un asilo, ci ha poi portato a visitare la scuola di musica. Siamo entrati e la ragazza che la gestisce ci ha raccontato tutto: come è nata, come funziona, quanti alunni ci sono, come raccolgono fondi. Questo è il tavolo su cui si riparano gli strumenti. Stasera, ci dice, ci sarà un bingo nella piazza principale, 5000 pesos a cartella per la scuola! Venite!

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Una casa storica. Privata. Ma Roberto conosce la proprietaria, ci lasciano entrare, ci accolgono con calore. Ci raccontano la storia della struttura, questo una volta era un collegio, mio padre, dice l’attuale proprietaria, era un professore di letteratura spagnola, ha insegnato a scrittori famosi. E anche a me!, aggiunge Roberto.
Noi siamo ammutoliti, è bellissima. Osserviamo il corridoio che fiancheggia il patio interno tipico delle vecchie case colombiane, la grande cucina aperta.

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Continuiamo, poco dopo la teleferica un uomo sta ferrando un cavallo. Roberto lo conosce e si ferma a chiacchierare. Noi veniamo inviatati a entrare nella stalla. Proviamo a fare qualche foto ai cavalli ma loro non collaborano! Ma voi avete mai visto qualcuno ferrare un cavallo? Per me era la prima volta.

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La tappa successiva è forse la più incredibile di tutte: il monastero di clausura. Siamo entrati e abbiamo fatto una bella chiacchierata con la madre superiora, che ci ha offerto vino dolce e biscottini fatti dalle suore. Quale incredibile privilegio!

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E poi l’ospedale. Anche qui il responsabile ci ha portato in giro e ci ha raccontato tutto, inclusa la storia del fondatore che è questo bel signore nella foto sotto. Ci ha parlato dei reparti, dei pazienti, dei medici. Non abbiamo capito tuttissimo, ma è stata comunque una bella immersione in una parte della vita cittadina!

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Case, strade, piazze e poi il cimitero, ultima tappa prima del pranzo in quello che, ci rendiamo conto solo ora, è stato un percorso non solo nel villaggio ma anche nel cammino della vita: l’asilo, la scuola, la casa, la chiesa, l’ospedale, il cimitero.

Era un cimitero un poco strano devo dire: tutto preciso e ordinato, con solo 2 o 3 tombe per terra (le altre al muro) fra cui quella del medico fondatore dell’ospedale.

La tappa successiva è stata… il pranzo!
Jardin è famosa per le trote e così siamo andati alla trucheria. La trucheria era un posto molto molto carino, su un ruscello (ma va’), con tanti tavoloni di legno all’aperto e molte famiglie locali. La trota però non mi è piaciuta tanto, era fritta! Possibile che fuori dall’Italia sia così difficile mangiare del pesce cucinato in maniera un poco delicata?
Roberto voleva aspettarci senza pranzare. Gli abbiamo chiesto di pranzare con noi che avremmo offerto volentieri e ha accettato.

Al ritorno, mentre camminavamo di nuovo verso il centro, ci ha raccontato che a Jardin vengono 5 tipi di turisti: quelli che vengono per motivi religiosi, quelli che vengono per fare sport estremo (parapendio e rafting), per la natura, per la salute (aria di montagna) e il quinto non me lo ricordo! Quello che però mi ricordo è che quando ho chiesto “E che tipo di turisti siamo noi?” lui ha risposto, tutto serio, “Voi non siete turisti. Voi siete viaggiatori.”… E niente, a quel punto io lo volevo un po’ sposare, ecco!!

Andando verso quella che era l’ultima tappa della giornata siamo di nuovo passati davanti alla fabbrica di pasticcini, e di nuovo io e Bram non abbiamo resistito! Che bello che a Jardin tutte le camminate finiscano davanti alla fabbrica di pasticcini!!

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L’ultima tappa era una riserva che si chiama Gallito del Roca dal nome degli omonimi uccelli che ci vivono. Ma a Gallito del Roca con Roberto non siamo arrivati! Perché si è messo a diluviare! E ci siamo rifugiati con lui nel negozio (cioè nel soggiorno) di un suo amico che lavora la pelle e fa cinture e portacellulare ma principalmente selle, e ci ha dato due sedie e dei frutti della passione e ci ha detto che studiava inglese su Duolingo e ha aggiunto Good afternoon, e insomma è stato così accogliente..! Come tutti a Jardin, d’altronde.

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Tante altre cose vorrei dire di Jardin. Dell’aria che profuma di fiori d’arancio, e degli autobus locali, e dei fiori, tantissimi fiori ovunque. Ma questo post rischia di non finire più! E quel giorno abbiamo avuto ancora altre avventure!

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Ringraziato e salutato Roberto io e Bram siamo tornati nella piazza principale con l’idea di prendere un caffè. Entriamo in un bar che ha varie sale, facciamo su e giù fra l’una e l’altra alla ricerca della più protetta perché ancora stava piovigginando, alla fine io mi impunto su una, ci entro, e chi mi trovo davanti..?
Hedy. Una ragazza olandese con cui avevamo fatto amicizia in Laos all’Elephant Conservation Center e che non vedevamo da allora! E la ritroviamo qui, all’altro capo del mondo! Carràmba che sorpresa!!!

Ed è proprio una bella sorpresa. Perché Hedy è super carina ed è fantastico rivederla! Beviamo il caffè insieme chiacchierando e poi andiamo insieme alla riserva a vedere i galletti e ne vediamo tantissimi ed è magico, sembrano dei polletti tutti rossi e con le ali nere!

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E poi andiamo a giocare al bingo, e siamo noi tre e tutto il villaggio e i locali ci aiutano perché è un bingo un po’ strano, diverso da quello che conosciamo, e in più è tardi e non ci si vede nulla e dobbiamo illuminare le cartelle con la luce del cellulare, e visto che il bingo è organizzato dalla scuola di musica in mezzo c’è la banda che quando qualcuno fa bingo suona, ed è semplicemente una meraviglia.

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E poi andiamo a cena, sempre con Hedy, e chiacchieriamo chiacchieriamo chiacchieriamo, e la cena è deliziosa, e quando stiamo per esplodere ci salutiamo e visto che lei vive in Olanda e noi in Belgio magari ci rivedremo (e magari conosceremo anche il suo ragazzo che si chiama Bram pure lui e che era nel B&B con la febbre), chissà!

Rientriamo col tuk tuk perché piove. Notare i finestrini con la cerniera!

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INFO

Abbiamo pranzato a La Argelia Restaurante – Truchera – Molienda.
A cena siamo tornati da Bon Appetit.

Domenica 21 Maggio

Eravamo indecisi se rimanere a Jardin un altro giorno, c’erano altre cascate da vedere. Alla fine abbiamo deciso di partire perché le previsioni del tempo dicevano: pioggia! Ovvio che quando, alle 5, ci siamo alzati per prendere l’autobus c’era il sole.

Siamo scesi in cucina quatti quatti… e abbiamo trovato Xavier e Soley. Con caffè appena fatto e biscotti. E panini e succhi per il viaggio. Ma che si può volere di più?

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INFO

A Jardín siamo stati allo Hospedaje Rural La Boira. Semplicemente fantastico!

Colombia. Medellin.

maggio 21, 2017

Lunedì 15 Maggio

A Medellin siamo arrivati verso le 15. Affamati, ci siamo buttati sulla prima cosa commestibile che ci è capitata sotto mano. In Colombia stiamo viaggiando in modo diverso dal solito, la Colombia è il meno sicuro dei paesi in cui abbiamo viaggiato e nel tentativo di limitare i rischi stiamo privilegiando le zone turistiche. Nelle zone turistiche c’è cibo turistico e quindi: hamburger! Il senso di colpa per non starmi nutrendo esclusivamente di arepa e pataccone si è placato al primo morso: era delizioso!

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Il primo impatto con Medellin è stato positivo: tempo bello, caldo ma più fresco che a Santa Marta; tassista gentile; ho dimenticato la felpa nel ristorante degli hamburgers e l’hanno trovata e me l’hanno riportata!
Poi però…

Poi però ha cominciato a piovere, e all’improvviso anche a far freddo. A Medellin eravamo andati per la zona, non per Medellin di per sé, e quanto a cose da fare non eravamo preparati. Negli ultimi giorni ci eravamo affidati a KOK e Dani e non avevamo programmato di preciso dove andare dopo.

Insomma eravamo un po’ spersi, e pioveva, e quei bei pinguini non c’erano più, e mi è ripresa quella tristezza tristissima / disperazione che avevo già provato a Buenos Aires. Forse sono metereopatica e non lo so?

Quando sono triste non ho voglia di mangiare, allora in serata Bram è uscito e ha comprato un po’ di frutta per se stesso e un ovino Kinder per me e siamo rimasti in camera a guardare un documentario sulla vita (y la morte) di Pablo Escobar.

Martedì 16 Maggio

Ci siamo svegliati e c’era il sole! Molto, molto meglio! Abbiamo fatto colazione (scrausa) all’ostello e poi appena usciti ci siamo imbattuti in un bar specializzato in caffè colombiano molto carino e abbiamo fatto una seconda colazione lì! Gioia e gaudio!

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Poi volevamo arrampicarci in cima a una collina per il panorama, ma sapete che? Faceva troppo caldo! E allora abbiamo imbastito un piano alternativo, e cioè abbiamo preso un magico attrezzo che si muove su fili (cabinovia o ovovia o funicolare o teleferica, faccio sempre casino, in inglese cable car!) e con quello abbiamo sorvolato case e prati e siamo arrivati su su fino al cielo.

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I quartieri che abbiamo sorvolato avevano tutta l’aria di essere favelas. Pare che il sistema metropolitano di Medellin sia uno dei migliori del mondo e che abbia fra i vari il merito di aver donato, tramite l’introduzione delle cable cars, l’accesso a lavoro, scuola, sanità, partecipazione sociale ecc. agli abitanti delle colline! Further reading here should someone be interested:
https://www.lonelyplanet.com/colombia/northwest-colombia/medellin/travel-tips-and-articles/the-cheapest-sightseeing-tour-in-the-world/40625c8c-8a11-5710-a052-1479d2779aef

In cima siamo rimasti poco, giusto il tempo di guardare il panorama e fare qualche foto, perché non sapevamo se il quartiere in cui ci trovavamo fosse sicuro per andare in giro e nel dubbio non ci siamo avventurati. Abbiamo dunque ripreso il macchinario magico et misterioso (sicuramente opera del maligno!) e siamo andati a pranzo.

A pranzo siamo andati al mercato di plaza Minorista, di cui avevo sentito parlare. Avevo anche letto che si trovava in una zona popolare, e in effetti per arrivarci abbiamo camminato veloci.

Allora, che col cibo in Colombia non sia scattato il colpo di fulmine credo sia chiaro adesso. Questo è quello che abbiamo mangiato a pranzo. Buono, per carità, ma una volta mi basta!

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Il mercato era uno splendore! L’abbiamo girato in lungo e in largo e abbiamo comprato un grosso avocado, delle pesche e un sacco di frutta esotica che avremmo scoperto a colazione nel corso delle mattine successive!

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Dal mercato siamo andati, a piedi, in plaza Botero. La camminata è stata poco piacevole: vie e vie piene di gente vestita di stracci che frugava nella spazzatura. Non mi sono sentita in pericolo di vita però ecco, se mi avessero derubato non mi sarei stupita più di tanto.

Giunti in plaza Botero abbiamo fatto lo slalom fra i venditori di capelli di fazzoletti di riproduzioni di banane di collane di tutto e abbiamo, beh, guardato le sculture di Botero!

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Mi ha stupito trovare tutto quel casino nel centro della città. Il quartiere in cui stavamo noi, Poblado, quello turistico, è un’oasi al confronto. A Poblado siamo tranquillamente andati in giro da soli di giorno e di notte, in centro ci siamo sentiti meno sicuri. Medellin è sicura oggi, ma l’impressione che ho avuto è che lo sia perché, almeno di giorno, trabocca letteralmente di polizia.

A proposito di polizia. Ci hanno fermato per fare una chiacchierata. Ci hanno raccontato che la Colombia è vittima del turismo sessuale (quando abbiamo detto di essere italiana e olandese hanno commentato “Italiani tanti!” scuotendo la testa) e ci hanno chiesto di parlarne nei nostri paesi quando rientriamo, e di fare presente che qua è un reato.
Bene, benissimo. Però.
In Sudamerica qualunque cosa viene pubblicizzata tramite una fia ignuda.
Distributore di benzina? Fia ignuda.
Biglietti dell’autobus? Fia ignuda.
Dentifricio in offerta? Fia ignuda.
Inoltre al corso di spagnolo ci era stato fatto vedere un video che pubblicizzava la Colombia. A parlare era una dolce bambina che diceva: “Venite in Colombia! Abbiamo bel tempo, mare (immagine fie nude), natura, famiglia (sfilata di famiglie rigorosamente mamma-babbo-bambini), arte, musica (Shakira mezza spuppata), felicità, BELLE DONNE”…
Insomma, noi la nostra parte la possiamo pure fare, però sarebbe bene che anche loro facessero la loro!

Dopo la piazza abbiamo fatto un giretto sempre nella stessa zona per vedere una libreria (carina) e una chiesa. Per Bram è stato bello, per me è stato incredibilmente stressante a causa dell’overdose di gente, non si poteva fare un passo senza sbattere contro qualcuno, e di rumori, clacson, musica, venditori ambulanti che URLANO, gente che parla a voce altissima, bambini che strillano, insomma per me un incubo. Contate che io non riesco a usare né l’aspirapolvere né la cappa perché il rumore mi snerva. Sono stata felice quando abbiamo ripreso la metro per tornare all’ostello!

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E per cena? Stavamo in zona turistica e la scelta era abbastanza internazionale e allora abbiamo deciso, credo per la prima volta in tutto il viaggio, di andare in un ristorante italiano!
Ora, non so se a voi è mai capitata questa cosa, a me di tanto in tanto capita perché viaggio con Bram. È successa solo in ristoranti italiani, sia in Italia che all’estero. Ci sediamo e ci danno il menù; quando si rendono conto che io sono italiana Aaah, ma te sei italiana, potevi dirlo!, e improvvisamente si apre un ventaglio di scelte fuori menù, di cui i poveri turisti stranieri sono destinati a rimanere ignari!
Bram però è fortunato. E se la mia pasta alle verdure mi ha lasciato tiepida (il proprietario ci ha poi confessato di averla inserita nel menù solo per avere qualcosa da rifilare ai vegetariani), quella di Bram fuori menù con sugo di carne (non nel senso di ragù, proprio nel senso di intingolo) e gorgonzola era da svenire!!

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Mercoledì 17 Maggio

Abbiamo fatto un tour guidato. E ce ne siamo pentiti.

Volevamo andare a Guatapé, una cittadina su un lago artificiale. Bram era inoltre interessato a sapere di più sulla vita a Medellin ai tempi di Pablo Escobar. Abbiamo trovato questo tour che comprendeva entrambe le cose e che inoltre ci permetteva di guadagnare un giorno di viaggio (fossimo andati da soli avremmo dovuto dormire a Guatapé). Aveva ottime recensioni e abbiamo deciso di partecipare.

Ora, non so cosa avesse bevuto chi ha lasciato le ottime recensioni (o più probabilmente che età avesse), ma a noi il tour non è piaciuto per niente.

Siamo partiti in ritardo.
Abbiamo fatto una prima sosta per mangiare qualcosa, non necessaria visto che eravamo partiti dopo colazione.
Ci siamo fermati in una trappola per turisti, una ricostruzione in miniatura di un villaggio che non esiste più perché è stato allagato quando è stata messa la diga che ha creato il lago artificiale.
Terza tappa una delle case di Pablo Escobar, che cade a pezzi. Un po’ di spiegazioni, niente di nuovo per chiunque abbia letto un minimo sulla vita di Pablo Escobar.
Pranzo (triste) e poi in barca fino a Guatapé. La traversata del lago sarebbe stata carina se la maggior parte del gruppo non fosse stata composta dai soliti turisti stronzi, arroganti e irrispettosi (soliti come età e nazionalità, non le stesse persone) con cui ci eravamo disgraziatamente trovati in barca a Taganga. Se volete potete provare a indovinare la nazionalità nei commenti, ma secondo me non ci prendete.
Guatapé è deliziosa, ma per visitarla abbiamo avuto solo mezz’ora.
Da lì alla roccia, punto panoramico. 740 scalini, 45 minuti totali concessi per salire, guardare il panorama e ripartire. Gruppo di stronzi scesi con mezz’ora di ritardo, saltata di conseguenza la tappa successiva per mancanza di tempo.

Ecco questo erano le cose brutte. Ora quelle belle e le foto!

Questo è quel che resta della casa di Pablo Escobar. Secondo me era pure pericoloso camminare lì, cascava a pezzi!

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Questa è Guatapé, una tranquilla cittadina sul lago con pochi turisti e molti locali che si parlavano dalle finestre. Ditemi voi se non è deliziosa. Ho molto rimpianto la decisione presa.

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E questa era la vista dalla roccia.

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Ecco! Se capitate da queste parti andate solo a Guatapé e passateci la notte, date retta a me!

La sera siamo tornati a cena dall’italiano, che fra parentesi era un simpatico signore calabrese, abbiamo chiacchierato un po’.
E chiacchierando oltre al menù normale, oltre ai piatti del giorno fuori carta, sono apparse anche queste due delizie (oddio le rivorrei ora, sto scrivendo da un autobus e ho FAME!). Dall’alto, tagliatelle con tre tipi di funghi, gorgonzola e pancetta, e pasta con le polpettine!!

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Dopo cena abbiamo semplicemente fatto un giretto nella nostra zona, piena di localucci un po’ hipster messi lì apposta per acchiappare i turisti e tutti mezzi vuoti. Abbiamo guardato il ruscelletto carino e ambizioso (faceva il fragore di una cascata!) che scorreva proprio davanti al nostro ristorante, abbiamo rifiutato sorridendo le varie offerte di discoteca (ma dico, c’avete guardato in faccia?) e cocaina, abbiamo accettato quella di mango acerbo con sale, limone e peperoncino e ce ne siamo pentiti e siamo andati a nanna!

Giovedì 18 Maggio

Colazione all’ostello e seconda colazione nel posto carino del caffè colombiano, guardate bellino!

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E poi autobus per Jardin. A Jardin avremmo avuto un sacco di avventure. Che saranno l’oggetto del prossimo post!

INFO

A Medellín abbiamo dormito al Poblado Park Hostel. Senza infamia e senza lode. La stanza 10 ha la finestra, ma dà sul bar con conseguente musica alta fino a tardi.
Abbiamo cenato al ristorante italiano Trattoria Toscano.
Abbiamo fatto il tour Escobar & The Rock. Non lo fate!
Il caffè l’abbiamo bevuto da Urbania Café. Carino e pure buono!