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La rivolta delle luci

dicembre 7, 2016

Vorrei scrivere di 2000 cose e non ho tempo, e a questo punto temo che non l’avrò mai.

Oltre alle 100000 cose da fare (e non mi lamento perché le ho SCELTE) in questi giorni c’è stata la rivolta delle luci.

Ha iniziato quella della camera. Ha smesso di funzionare così, dal nulla.

L’ha poi seguita quella della cucina. Ha fatto un lampo, quindi si è fulminata.

Il giorno dopo è toccata a quella del salotto! Faceva una gran bella luce e improvvisamente non la faceva più!

A quel punto abbiamo preso la situazione in mano. Cioè io ho detto a Bram “OOOHHH rotte!”.

Bram ha cambiato la luce del salotto. Lì per lì sembrava non funzionare, allora ha avvitato meglio la lampadina e adesso funziona. Solo che per avvitarla l’ha stretta con la punta delle dita e adesso ha delle vesciche su ciascun dito, in punta appunto.

È poi passato alla lampada della camera, che ha lo stesso tipo di lampadina. Cambiata, non funziona lo stesso. Boh.

Io nel frattempo svitavo la lampadina della cucina e la portavo al Brico dicendo “Questa. Uguale.”. E venivo informata che in Belgio non la producono MAI PIÙ.
Bram l’ha ordinata on line, l’ha cambiata e adesso funziona.

Abbiamo anche fatto un giro all’IKEA e comprato un sacco di lampadine di ricambio e una lampada nuova che si chiama ETTORE per rimpiazzare quella che non funziona più. La lampada nuova la prima sera si è spenta, poi Bram l’ha stretta meglio e adesso fa.

Manca ancora una luce in una camera, ma dovrebbe amorevolmente e spontaneamente darmela Selena.

Sembrava tutto risolto quindi. Solo che poi stamattina si è fulminata la luce in bagno!

Non so cos’altro aspettarmi…

In compenso viviamo in mezzo al mercatino di Natale. Non avremo le luci in casa, ma ce le abbiamo tutte intorno!

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Oggi

novembre 29, 2016

– 22 giorni alla partenza per l’Italia, che per me segna l’inizio del VIAGGIO (perché dopo non rientro al lavoro, o almeno non credo)

e quindi

– 15 giorni lavorativi (considerando che il 9 non sono in ufficio ma a Berlino seppur per lavoro).

Aiuto.

La piscina islandese

novembre 24, 2016

Idealmente avrei voluto pubblicare un posto riassuntivo su Lisbona, uno sul festival in Islanda, uno sulla piscina islandese e uno sul weekend a Vienna con gli Sbuffoli. Siccome non ho tempo, pubblico solo quello sulla piscina islandese che ho già pronto perché l’ho scritto sull’aereo al ritorno. Eccolo qua!

La piscina islandese

Ieri era l’ultimo giorno. Io e Bram siamo stati in giro per Reykjavik e poi verso le 18 abbiamo deciso di chiudere in bellezza andando in piscina.

Andare in piscina in Islanda è una gran figata perché il concetto è praticamente opposto al nostro: le vasche sono all’aperto e l’acqua è calda.

Più precisamente, le piscine in genere includono varie vasche.
Di solito ce ne sono due grandi, una per nuotare e una con un po’ di scivoli, giochi e cazzatine varie per i bimbetti. Non so come sia la temperatura in queste perché non ci sono mai entrata.
Ci sono poi varie vasche più piccole con temperature diverse. In genere 36-38, 38-40, 40-42 e 42-44. In ciascuna di queste vasche si sta comodi in una decina al massimo, poi si inizia a stare stretti. Tutte hanno anche il getto idromassaggio.
È presente inoltre qualcosa per raffreddarsi, si volesse provare la terapia dello shock termico: vasche a 10-12, e anche un barile di ghiaccio in cui ci si può immergere (non scherzo).
C’è infine la sauna.

Andare in piscina in Islanda è un’attività sociale come in Italia andare al bar. Ci si va dopo il lavoro per rilassarsi, per socializzare, per fare quattro chiacchiere con gli amici.
Io e Bram col tempo lo abbiamo imparato e quando siamo in giro in Islanda abbiamo sempre dietro asciugamano e costume. Ci scordiamo spesso qualcos’altro tipo il deodorante o i calzini di ricambio, ma insomma almeno gli essenziali li abbiamo!

L’arte della piscina in Islanda segue un rigido galateo, ovvio per gli islandesi e molto meno ovvio per i turisti. Ed è qua che cominciano i cazzi!

La mia esperienza di ieri è stata questa.

Io e Bram siamo entrati, abbiamo pagato (circa 5 euro a testa) e immediatamente siamo stati separati: lui spogliatoio maschile io femminile.

Arrivo davanti alla porta e già mi trovo di fronte al primo dilemma: sulla porta c’è un enorme cartello col disegno di una scarpa, barrata. Ma attorno a me non c’è niente che possa accogliere le scarpe. Dove le devo mettere?
Studio per un po’ la situazione e mi rendo conto che chi esce dallo spogliatoio le scarpe le ha addosso. Allora possono entrare! Apro delicatamente la porta e scorgo effettivamente un mucchio di scarponi fangosi in un angolo. Mistero risolto. Entro, mi tolgo i miei stivaletti da 200 € della Trippen (di quelli che fai un investimento una volta e poi ti durano per sempre) e li abbandono al loro destino nel mucchio fangone.

Raggiungo poi la parte con gli armadietti. Qua ci si cambia e si lasciano i vestiti. Ma attenzione: cambiarsi non vuol dire mettersi in costume! Cambiarsi vuol dire spogliarsi nudi e camminare nudi fino alla parte con le docce.

Alla fine ho capito, ma l’ho capito troppo tardi, che la giusta procedura è quella che segue.

  • Ti spogli nudo/a, infili i vestiti nell’armadietto e poi ti avvii verso le docce con in mano costume, asciugamano e bagnoschiuma (se non ti accontenti di quello fornito).
  • Fuori dalle docce c’è una sorta di struttura in metallo. Molli lì costume e asciugamano e vai a docciarti.
  • La doccia si fa rigorosamente col sapone e rigorosamente nudi! Guai a farla col costume addosso, è considerato un atto di una maleducazione unica!
  • Una volta fatta la doccia si torna verso la struttura in metallo, ci si infila il costume, si lascia lì l’asciugamano e si esce. Nello specifico si esce FUORI, con circa 0° e spesso e volentieri vento, bagnati e gocciolanti, e a quel punto ci si tira nella prima piscina che si vede per evitare la broncopolmonite (o almeno, io faccio così!).
  • Dopo aver sguazzato in lungo e in largo si rientra. Si sbuca nella stessa parte da cui si è usciti, e cioè la zona docce. Ci si lava, struttura in metallo, si recupera l’asciugamano, ci si asciuga, e solo una volta asciutti si è nuovamente ammessi nella parte con gli armadietti dove si può procedere ad asciugatura capelli e vestizione.
  • La separazione fra parte ASCIUTTA (armadietti) e parte BAGNATA (docce) è rigorosissima e se ci si azzarda a fare un solo passo verso gli armadietti senza prima essersi asciugati bene si rischia il linciaggio.

Io ovviamente sono riuscita a futtere l’intera procedura.

La prima parte l’ho fatta bene. Benino. Sono andata verso le docce con l’asciugamano e il costume in mano. Li ho posati, mi sono lavata, poi sono tornata alla struttura metallona e mi sono infilata il costume. Fin qui tutto giusto.

Poi però volevo uscire all’aperto dove sono le vasche, ma nella parte BAGNATA (docce) non trovavo la porta. Ho pensato che fosse nella parte ASCIUTTA (armadietti). Ho quindi tentato di tornare indietro, ma non potevo perché ero bagnata! Allora ho pensato, mi asciugo. Ma avevo un asciugamano solo, e se l’avessi bagnato non avrei poi potuto usarlo più tardi per asciugarmi dopo la doccia finale. Come fare?
Alla fine mi sono strizzata i capelli più che potevo, mi sono tamponata alla bellemmeglio con l’asciugamano (che per fortuna era in microfibra quindi asciuga veloce), sono tornata indietro col costume addosso e l’asciugamano in mano e mi sono messa a cercare la porta.

La porta non era neanche qui. Dopo un po’ di vane ricerche mi sono decisa a chiedere. La porta era nella parte docce! Sono stata puntata nella giusta direzione e allora sono tornata nella parte BAGNATA, ho mollato l’asciugamano sulla solita struttura e sono uscita.

Trovato l’errore?

Fuori faceva un freddo becco, pioveva, tirava vento e io ero tutta bagnata e gocciolante. Mi sarei volentieri tirata nella prima piscina in vista, ma era quella dei pampini. La seconda era quella dei nuotatori. Sullo sfondo intravedevo le vasche calde. A quel punto ho corso i 100 metri per andarmici a tirare superando Bram senza vederlo, con la conseguenza che Bram si è messo a inseguirmi perplesso e mi ha raggiunto mentre sospiravo di piacere finalmente immersa nell’acqua calda calda calda e mi ha apostrofato con un dolce “Ma che minchia fai?”.

C’è anche da dire che la piscina islandese ha una simpatica caratteristica: trattandosi di acqua calda al freddo produce una quantità incredibile di vapore, col risultato che appena ci entriamo ci si appannano completamente gli occhiali e diventiamo TALPE!

Per un’oretta ce la siamo goduta per bene. Abbiamo sguazzato sotto la pioggia nelle varie vasche stando fra i 38 e i 42, poi ne abbiamo trovata una un poco meno calda ma con l’acqua così bassa che ci si poteva stare comodamente sdraiati. Ci siamo messi lì e abbiamo chiacchierato chiacchierato chiacchierato e fatto tutte le nostre classifiche del festival, i 3 concerti che ci sono piaciuti di più, e di meno, e i più bravi, i più divertenti, i più funky (espressione nostra), quelli che vorremmo rivedere, quelli che avremmo voluto vedere ma ci siamo persi, e quanto è stato bello e sì dai l’anno prossimo ci torniamo!

Poi ho deciso di uscire, perché volevo cogliere l’occasione per lavarmi i capelli per benino e ci vuol tempo. Appena mi sono alzata in piedi per camminare, però, una sferzata di vento gelido mi ha sorpreso. Ho dunque finito con lo strisciare di piscina calda in piscina calda fino a quella più vicina alla porta e da lì ho spiccato una corsa, salva! Sono entrata, mi sono ritrovata nella parte delle docce ed ecco l’errore: mi sono resa conto di aver lasciato lo shampoo nell’armadietto.

Qua serve una parentesi sui miei capelli. I miei capelli sono tanti e sono mossi/ricci. Fra un lavaggio e l’altro non li pettino, altrimenti i ricci diventano super crespi (non per niente il mio avatar è Maga Magò!). La conseguenza è che tutti i capelli che si staccano restano intrappolati fra i ricci fino a quando non me li lavo e mi pettino per bene col pettine a denti fitti e col balsamo, e a quel punto li libero e possono finalmente cadere.
Già, ma cadere dove? Ovunque. Lavarsi i capelli per me vuol dire un’ora per lavaggio e asciugatura e un’altra ora per pulire il bagno. Per questo quando posso lavarmeli fuori colgo sempre l’occasione!

Ho dunque bisogno non solo dello shampoo ma anche di balsamo e pettine. Mi si pone lo stesso identico problema di prima: io sono bagnata nella parte BAGNATA, e fin qui tutto bene, ma lo shampoo è nell’armadietto nella parte ASCIUTTA, che io non posso raggiungere perché sono bagnata!
Uso la stessa strategia di prima, strizzatura e tamponatura alla bellemmeglio, e riesco a recuperare il necessario.

Mi doccio. Di solito man mano che i capelli si staccano li appiccico alla parete, poi a fine doccia li recupero tutti (compresi quelli che si sono, ehm ehm, incastrati nel sedere), faccio un bel mucchietto e lo butto nel cestino.
Adesso però non mi sento a mio agio a farlo, perché le docce sono aperte e la ragnatela di capelli sul muro fa oggettivamente schifo, finché la vedo io vabbè, ma in pubblico no! Mi levo dunque un capello alla volta e piano piano piano creo il mio mucchiettino.

Le figure sotto le docce che mi circondano si alternano e io sono sempre lì. Ma come fanno a essere tutte così veloci? Dopo un po’ capisco: per loro questa non è una doccia. La doccia l’hanno fatta prima e poi sono state in piscina, adesso si considerano pulite, una sciacquata e via!

Finisco, recupero l’asciugamano dalla struttura metallara, e ora? O lo uso per i capelli o lo uso per il corpo, ne ho uno solo. Alla fine mi strizzo i capelli con le mani, poi mi asciugo con l’asciugamano, poi uso lo stesso asciugamano per frizionare i capelli e poi in teoria dovrei andare verso gli armadietti, perché i phon sono lì. Ma!

Ma come faccio a non bagnare? Dovrei farmi il turbante, ma che faccio, vado a giro nuda col turbante? Oppure il turbante lo improvviso senza asciugamano e l’asciugamano me lo avvolgo addosso. Ma mi fa schifo, avendolo usato per frizionare è pieno di capelli!
Alla fine scuoto l’asciugamano con aria indifferente, me lo avvolgo intorno e vado verso i phon senza occhiali, chiedendomi come cavolo facciano le altre e com’è possibile che le docce non siano costantemente otturate. Raggiungo il phon, mi rimetto gli occhiali e realizzo che il pavimento su cui stavo bellamente camminando scalza è cosparso di capelli islandesi! Ecco come fanno, li seminano ovunque!

Finisco al volo che stiamo atterrando. Mi rilavo i piedi, mi infilo le infradito, mi asciugo i capelli, mi pettino, mi congratulo con me stessa per essermi ricordata la crema idratante e il deodorante e vado a vestirmi.

E scopro di essermi scordata le mutande.

Avventure mattutine (di cui avrei anche fatto a meno)

novembre 23, 2016

Allora… ieri mattina io e Bram siamo andati a fare i vaccini per il viaggio.

Stamattina: lui ha qualche linea di febbre, io no. In compenso stavo svenendo in metro!

È stato un po’ brutto, perché era la metro strapiena delle 8 del mattino. In genere la prendo più tardi, ma il Mercoledì ho vietnamita e devo uscire presto, quindi devo anche entrare presto. In più quando mi alzo alle 6 la casa è ancora fredda, quindi avevo addosso più strati del solito. Poi metro strapiena, io spiaccicata in un angolo con tutti quei vestiti addosso, organismo già debilitato dai vaccini… a un certo punto ho iniziato a star male.

All’inizio non ho capito cosa mi stesse succedendo, era una sensazione di malessere generale, che non capivo e mi disturbava ma non mi preoccupava eccessivamente. Poi è diventato sempre peggio, sempre peggio, e ha iniziato a diventare tutto nero, e mi è venuto da piangere e sono andata nel panico perché ho pensato Che faccio? Ho la borsa e lo zaino. Se svengo qui casco, potrei scendere alla prima fermata, e poi? Anziché svenire sulla metro svengo nella stazione? Che cambia? e nel frattempo mi si piegavano le ginocchia. Volevo chiedere aiuto, ma non mi veniva in mente come si dice svenire in francese, e poi l’unica persona seduta accanto a me era una nana araba a cui una bambina aveva ceduto il posto, fra tutti non volevo far alzare proprio la categoria svantaggiata..! Ma alla fine non ho avuto scelta, le ho detto che stavo male e se mi faceva sedere e lei si è alzata.

Mi sono seduta e ancora stavo male, ho sentito che la ragazza accanto a me parlava fiammingo e allora mi sono rivolta a lei in inglese e le ho chiesto se poteva tenere d’occhio il mio zaino se svenivo. Ma lei aveva una bambina e dovevano scendere alla fermata dopo.

Non sapevo che fare. Ma fortunatamente mentre parlavamo il fatto di essersi seduta ha iniziato a fare il suo effetto e piano piano ho iniziato a stare un po’ meglio. Sempre debole, ma ho ricominciato a vederci chiaro. Mi sono tolta un paio di strati di vestiti e lentamente mi sono un po’ ripresa.

Adesso sono in ufficio, mi sento ancora deboluccia ma tutto lì, niente di paragonabile con la sensazione avuta prima.

E niente, lo so che è normale, ma voi sapete che quando mi succede qualcosa di sgradevole ho bisogno di buttarlo fuori e quindi eccolo qui!

^^

Situazione attuale

novembre 21, 2016

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MARTEDÌ 1 NOVEMBRE 2016: per arrivare alla cascata bisogna passare il fiume

novembre 18, 2016

Colonna sonora: Mani Orrason – Fed All My Days

Reykjavík – Glymur – Reykjavík

2016-11-01

Martedì mattina ci siamo svegliati super pronti a nuove avventure. C’erano varie opzioni in ballo, ma io sapevo bene dove volevo andare. Oh, se lo sapevo. Io volevo andare da Glymur.

Neanche mi ricordo dove ne avevo sentito parlare. Ma certo era che ci volevo andare. Glymur era la cascata più alta d’Islanda, recentemente riclassificata a seconda, e il trekking per raggiungerla era uno dei pochissimi classificati come neri (cioè difficilotti) dal nostro libro dei trekking. Era l’ultimo giorno disponibile per fare cose, il giorno dopo sarebbe cominciato il festival. E quindi, Glymur here we come!

Sono un po’ rincoglionita, mi ricordo questa cosa ma non ricordo come l’ho scoperta: per raggiungere Glymur bisogna attraversare un fiume. Per attraversare il fiume si cammina su un tronco. Il tronco tuttavia è presente solo d’Estate, verso fine Ottobre / inizio Novembre viene rimosso.

Partono quindi i dubbi. Si potrà attraversare il fiume se il tronco non c’è? Come fare a saperlo? E come scoprire se il tronco è sempre al suo posto o no? Decido di chiamare l’ufficio del turismo locale.

L’ufficio del turismo locale era locale davvero. Talmente locale che la tizia al telefono ha candidamente ammesso di non avere idea della situazione. Tuttavia, ci ha detto, i contadini della zona lo sapranno di sicuro! E ci ha allegramente fornito i numeri di cellulare di tutti i contadini islandesi della zona. E poi ha aggiunto È una bella giornata, dovreste proprio andare!

Non so voi, ma io questa cosa che l’ufficio del turismo ti dia i numeri di telefono, privati, dei contadini locali, l’ho trovata deliziosamente surreale. Abbiamo iniziato a chiamarli e alla fine uno ci ha risposto al telefono e ci ha detto di essere stato a trovare Glymur pochi giorni prima e che il tronco era sempre lì. Hurrà! Poi gli abbiamo chiesto se voleva venire con noi e ci ha risposto di no.

E così siamo partiti, da soli!

La giornata era abbastanza bella, anche se non gloriosa come quella precedente, e anche stavolta ci siamo fermati a fare un po’ di foto lungo la via. La natura in Islanda è molto selvaggia e noi abbiamo visto

un Orso allo stato brado

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dei cavalli allo stato brado

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e anche una cascata alla stato brado

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e basta.

Poi è sorto un problema. Il problema è che a me ha cominciato a scappare la pipì. E visto che non si può andare a scalare una montagna senza bagni se si deve fare la pipì ci siamo messi a cercare un bar lungo la via.

Solo che in Islanda non è che ci sia propriamente un bar ogni tre per due. Non c’è un bar nel raggio di km e km rende meglio l’idea della situazione.

In più, non so si vede dalla cartina, gli islandesi hanno costruito un tunnel. Guardate la cartina: il primo puntino è Reykjavík, il secondo Glymur. Vedete che proprio sopra a Reykjavík c’è un tunnel che la collega alla punta della penisola, evitando così di doversi fare tutto il fiordo? Ecco, al giorno d’oggi tutti usano il tunnel, quindi da Glymur non ci va più nessuno!

Se da un lato questo mi fa sentire molto figa ed esplorativa dall’altro significa anche che lungo il percorso non troviamo nulla. Proviamo pure a prendere una deviazione per raggiungere un fantomatico bar segnalato dalla LP ma non riusciamo a individuarlo e quando chiediamo informazioni ci viene risposto che esiste ma è CHIUSO.
Arriviamo dunque al parcheggio da cui parte il trekking che ancora devo fare la pipì.

Io in realtà mi sono un po’ rassegnata e cerco di convincere Bram di poterla trattenere (per quattro ore?) e che se proprio mi scapperà tantissimo la farò dietro a un cespuglio. Ma Bram conosce i suoi polli e non si fa ingannare. Scorge un grosso autobus (turistico?), si avvicina e chiede al conducente “C’è un bagno su questo mezzo?”.

Qua si è verificata una scena un po’ buffa. In pratica io ero rimasta indietro perché mi vergognavo e quindi il conducente non mi ha visto. Ha dunque fissato Bram per un po’ senza dire niente e si vedeva benissimo che stava riflettendo e che il treno di pensieri era grossomodo “Tu uomo. Tu no bisogno di bagno per fare pipì. Tu volere fare grossa cacca in mio pullman!”..! Poi però mi ha scorto in lontananza e allora ha esclamato “For the lady!” visibilmente sollevato e mi ha aperto.

Pipì fatta, ci siamo messi in cammino.

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Abbiamo camminato per un po’ incrociando pochi turisti e una gita scolastica (i passeggeri del pullman suppongo). Cioè questi come gita li portano a scalare le montagne!

E poi siamo arrivati al fiume.

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L’acqua

era

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abbastanza

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(notare l’ironia del cartello)

mossa

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e il tronco non c’era!

Cioè ce n’era mezzo. L’altra metà era buttata nell’erba dietro di noi, e ancorata saldamente.

Qua potete scegliere se leggere o se cliccare qui, dove la mia simpatica vocetta spiega bene la situazione con tanto di immagini.

Se leggete: io volevo buttarmi nel fiume e attraversarlo tenendomi al cavo di ferro ma quel malvagione di Bram me l’ha impedito sostenendo che se io mi fossi tuffata poi lui avrebbe dovuto chiamare l’elicottero per salvarmi.
[Nota fuori tema: ricordandomi di questa storia, qualche giorno dopo ho fatto una cospicua donazione ai volontari che vanno a salvare gli imbecilli che restano bloccati in montagna!]

E quindi? Che si fa? Si torna indietro? No, eh!

La tizia al telefono mi aveva parlato della possibilità di raggiungere la cascata anche senza attraversare il fiume (e senza tirarcisi dentro) e anche il libretto dei trekking suggerisce un itinerario per andare e uno per tornare. Deve esserci quindi un’altra strada! Iniziamo a cercarla e alla fine la troviamo. C’è da arrampicarsi un bel po’ ma noi siamo prodi avventurieri e ce la faremo!
Nella foto sotto: una prode avventuriera in procinto di scalare una monatgna. Guardate che felicità, guardate gli occhi, come luccicano pieni di entusiasmo!

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Il percorso non era semplicissimo. C’erano torrenti da attraversare a piedi, sentieri di pietroni moventi che come ci mettevi un piede sopra iniziavano a rotolare e simpatici tratti di fangone scivolone.

Lungo la via abbiamo trovato squarci di sole

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cime innevate

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ghiaccio

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e poi, una volta in cima, la nostra ricompensa.

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No, che avete capito? Non questa.

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Questa!

^^

La realtà è che in quella posizione sono stata giusto il tempo di fare la foto. Eravamo in cima in cima, vedete dove c’è la bandierina nella foto con la cascata? Ecco, abbiamo pranzato lì, ammirandola. E lì faceva un freddo becco! E quindi non ho mangiato il panino comodamente seduta come avevo programmato ma correndo in tondo come Alice, lei lo faceva per asciugarsi io per scaldarmi!

Gira in tondo, sempre in tondo,
Asciugati anche tu!
Niente è più seccante
Di una corsa in su e in giù!

Un’altra realtà è che se tutte le guide consigliavano di usare all’andata il sentiero che noi non abbiamo preso, quello che prevedeva l’attraversamento del fiume, un motivo c’era: la cascata si sarebbe vista molto meglio dall’altro lato. Da quello da cui siamo arrivati noi si vedeva così così, infatti ci siamo messi in tutte le strane posizione del mondo e abbiamo pure rischiato di rotolare giù per guardarla bene!

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Poi siamo tornati indietro. Abbiamo fatto più o meno la stessa strada dell’andata, con qualche piccola variazione.

Era uscito un gran bel sole e c’erano cascatelle in qua e in là, Bram è pure riuscito a fotografarne una attraversata da un arcobaleno (io no).

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A un certo punto, non so come, ci siamo trovati in una foresta di alberi di Natale. Sorpresa!

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E poi: fango, pietre, torrenti. Ma più che altro natura e bellezza e magia.

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A proposito di torrenti. Mentre all’inizio avevo qualche difficoltà ad attraversarli a piedi, verso la fine avevo preso gallo e procedevo garrula. Finché non arriviamo a un simpatico torrentello un po’ più larghino degli altri. Mi avvio spavalda e mi accingo ad attraversarlo.
Il primo tentativo non va a buon fine. Cerco dunque un’altra strada. Raggiungo un pietrone, poi valuto la distanza dal successivo. Se tengo il piede sinistro dov’è e sposto il piede destro sul pietrone più avanti poi con un balzo dovrei riuscire a raggiungere l’altra riva. Andiamo. Via. Metto il piede destro sul piedone lontanto e scopro che il pietrone lontano è scivolosissimo! Se stacco il piede sinistro finisco nel torrente ghiacciato! Mi trovo dunque bloccata in una scomodissima ma soprattutto INSTABILE posizione, con le gambe lontane e col peso sul bastone, e sto così, oscillando, per 5 minuti buoni, finché Bram non riesce a raggiungermi e a salvarmi!

In tutto questo: non mi ero accorta che Bram stava facendo un video. È qui. Si interrompe bruscamente quando io inizio a strillare “Bram I need help NOW!” e Bram deve sospendere la ripresa per correre in mio soccorso!

Finita la scampagnata siamo risaliti in macchina. Era ancora prestino, tipo le 15. Che si fa? Improvvisamente tutta la stanchezza della gita nel tunnel di lava più ricerca Brúarfoss più scarpinata fino a Glymur si fa sentire. Ho tutti i muscoli indolenziti, anche quelli che non sapevo di avere. Ah quanto sarebbe bello potersi tuffare di nuovo nella laguna…

E a quel punto ho un’idea GENIALE.

Andiamo in piscina!

Le piscine islandesi sono ALL’APERTO e l’acqua è CALDA. Entrarci = orgasmo. L’idea di togliersi di dosso i vestiti sporchi di fango e buttarsi nell’acqua a 42° gradi in questo momento è la mia idea di paradiso.

E lo facciamo! Andiamo alla piscina locale più vicina e per 5 euro a testa poco dopo siamo nell’acqua circondati da vapore… e da islandesi.

Eh già, perché la piscina in Islanda è punto di ritrovo proprio come il barino in Italia. Stiamo immersi in queste vasche e intorno a noi si svolgono conversazioni del tipo “Oh, salve Magnús Sigmarsson, come stai?” “Oh, ciao a te Örvar Elíasson, io sto bene!” “Guarda, lì c’è Sigga Valtýsdóttir. Ehy Sigga, vieni qua nella vasca con noi!” e così via. E nel mezzo io e Bram! Ogni tanto arriva anche una bambina che si tuffa A BOMBA, ovviamente l’unica volta che non volevo bagnarmi i capelli.
È stato bellissimo!

Poi ovviamente è successo qualcosa, perché tanto io non riesco mai a fare le cose come si deve. Allora, dopo la piscina vado a docciarmi e rivestirmi e mi accordo di essermi scordata le mutande di ricambio in macchina. Allora mando un WhatsApp a Bram, che è più veloce a prepararsi, e gli chiedo se può andare a prenderle e avvisarmi quando ha fatto. Aspetto un po’, non ricevendo risposta inizio a vestirmi come posso. Quando finalmente il messaggio arriva vado nell’ingresso con l’idea di acchiappare le mutande al volo e rientrare, ma di Bram non c’è traccia.

Insomma è andata a finire che l’ho aspettato per 5 minuti nell’ingresso, e siccome la piscina è anche palestra e l’entrata della palestra è proprio accanto all’ingresso, ero circondata da mega figoni islandesi palestrati, e io ostentavo il seguente look.
Parte di sopra: canottiera, maglietta a maniche corte, maglietta a maniche lunghe, maglione, piumino, cappello, sciarpa, guanti e passamontagna.
Parte di sotto: asciugamano e infradito.

Bon! Dopo la piscina siamo andati per concerti, il festival stava per cominciare.
Ma questa è un’altra storia, e bisognerà raccontarla un’altra volta.

***

LINKS

  • Il trekking che abbiamo fatto è il numero 51 del solito libro dei trekking (solo che noi abbiamo fatto il percorso del ritorno anche all’andata).
  • La piscina in cui siamo stati è Lágafellslaug. L’ingresso costa circa 5 euro a persona.

LUNEDÌ 31 OTTOBRE 2016: lagune e pomodori; cascate e fango; e gelati!

novembre 9, 2016

Colonna sonora: Rythmatik – Sleepy Head

Reykjavík – Flúðir – Faxi – Brúarfoss – Reykjavík

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Questo era il nostro quarto giorno in Islanda. Il quarto giorno è uscito il SOLE.

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Edite e Luis lavoravano e io e Bram avevamo un programma estremamente ambizioso per la giornata, quindi ci siamo alzati presto e siamo partiti. Il primo posto che volevamo raggiungere apriva solo alle 11 e per ottimizzare avevamo deciso di passare dal supermercato (tappa necessaria perché, non contenti dell’ambizioso programma, avevamo pure promesso che la sera avremmo cucinato per tutti) prima.

Si fa presto a dire prima… ma c’era il sole, e nel primo tratto anche la neve, e tutto intorno a noi scintillava e sembrava chiamarci, Fermati!, vieni qui!, fai una pausa!, ammirami, stai un po’ con me, fotografami!

E qualche foto ci siamo accontentati di farla dalla macchina, ma in qualche posto ci siamo anche fermati.

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Poi siamo andati al supermercato, e quando siamo usciti era un po’ più tardi del previsto, ed è successo esattamente quello che sapevo bene sarebbe potuto succedere e che avevo cercato con tutta me stessa di evitare: mi è salita l’ansia.

Quell’ansia brutta che non ti fa vivere le cose, che non ti permette di goderti il presente perché il pensiero è proiettato sul futuro, che ti fa entrare in un circolo di frustrazione perché alla fin fine sai bene che è tutto un processo coordinato dal tuo stesso cervello, ma nonostante ciò non riesci ad interromperlo.
E più non ci riesci e più ti incazzi, e più ti incazzi e più ti frustri, e più ti frustri più non ci riesci, in un circolo difficile da spezzare.
Oltretutto il presente attorno a noi era spettacolare, quindi nel mio stupido cervello andavano in onda conversazioni del tipo:
“Guarda che bello! Rilassati”
“Non posso! Siamo in ritardo sulla tabella di marcia da me stesso prefissata!”
“E allora? Non è che se ti stressi arrivi prima!”
“Tabella di marcia! Se non la rispettiamo potrei perdermi delle cose fantastiche e meravigliose!”
“Sì ma guarda che se non fai tutto non è che muori… Meglio fare meno cose ma godersele, no?”
“No! Dobbiamo riessere a casa per le 18 e prima dobbiamo aver fatto tutto quello che avevamo programmato!”
“Ma che senso ha fare tutto senza goderselo?”
“TUTTO! Presto!”
e così via. Bellino, eh?

Però piano piano, cercando di domare il cervello scemo, di respirare, di guardarmi intorno… magicamente il circolo alla fine si è spezzato. MENO MALE.

Ho rirominciato a guardarmi intorno piena di meraviglia, ed è stato allora che mi sono resa conto che (già da un po’) eravamo circondati da cavalli.

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E ci siamo fermati a giocare.

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Siamo rimasti lì un po’, respirando, finalmente.

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Cioè io! Bram non aveva mai smesso di respirare (o forse solo nel momento in cui il mio cervello aveva avuto la brillante idea di usarlo come capro espiatorio e gli era saltato addosso accusandolo del ritardo con la scusa che ci aveva messo tipo 5 minuti più di me a prepararsi!).

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Ristabilita la pace abbiamo raggiunto la prima tappa della tabella di marcia.

E cioè questa:

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L’ho già detto un sacco di volte: spogliarsi, infilarsi il costume e uscire in bikini, a piedi nudi, con 0°, è tremendo.
Ma quando entri nell’acqua caldissima..!
Come lo spiego? È come se la pelle si aprisse al piacere, è come un massaggio che ti manda in paradiso, è come se tutti i pori si spalancassero e tutti i peli si rizzassero per godere appieno di quell’incredibile, fantastica, orgasmica sensazione! Ho reso l’idea almeno un po’?

Entrare nell’acqua è bello, stare nell’acqua dopo un po’ per me diventa noioso. Ci siamo rimasti un’oretta, poi ci siamo docciati e rivestiti (quando giriamo per l’Islanda abbiamo sempre dietro costume e asciugamano, ma mai una volta che ci ricordassimo deodorante e crema idratante… per fortuna la pelle è rimasta morbida lo stesso!) e abbiamo fatto un giretto intorno alla laguna per osservare più da vicino le sorgenti naturali di acqua calda che la alimentano. Se vi interessa, qua il fiume fumone e qua un piccolo video che credo renda bene l’idea di quanto sia calda l’acqua al di fuori della laguna!
La zona è Flúðir.

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Ma la laguna non è l’unica cosa per cui gli astuti islandesi sfruttano l’energia geotermica. La usano anche a scopo industriale, per scaldare le case (grazie Ila!) e…

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… ci coltivano i pomodori! In serra ovviamente, e usano non pesticidi ma bombi olandesi per tenere lontani gli insetti.

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E l’astuzia non si ferma qui: nella serra c’è un ristorante, tutto a base di pomodoro, e per circa 16 euro a testa (che per gli standard islandesi sono pochi, fidatevi!) acqua di fonte (quella sempre gratis in Islanda, ed è buonissima), zuppa di pomodoro, pane fresco di mille tipi diversi, tè e caffè, tutto a volontà!

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Noi abbiamo preso anche un tortellone (che io mi ero immaginata essere un mega tortello e invece era una piattata di tortellini) ed era buono ma non quanto la zuppa. La zuppa era deliziosa!

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Dopo pranzo abbiamo fatto una mini passeggiata nella serra (Bram voleva conoscere i bombi suoi connazionali)

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e poi si è verificata una di quelle situazioni imbarazzanti che si verificano quando il mio subconscio va più veloce del conscio.
Non avevo preso il caffè e me ne ero pentita, Bram l’aveva preso ma siccome avevo detto di non volerlo non osavo chiedergli un sorso del suo. Mentre ero in codesti pensieri assorta Bram mi guarda e mi dice “Ma vuoi un sorso di caffè?”. Praticamente mentre il mio conscio rimuginava il subconscio aveva mandato la mano verso il bicchiere!
Nella foto sotto: il conscio una volta resosi conto del subdolo piano messo in atto dal subconscio, piegato in due dal ridere (e col caffè finalmente in mano!).

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La tappa successiva è stata la cascata Faxi (ehy Faxi!). Speravo che qua me la sarei potuta cavare con due righe (anche perché sto scrivendo su carta fra un concerto e l’altro, in attesa di poter copiare sul blog) ma mi sono resa conto che anche qui c’è un pitolo aneddoto da raccontare.

Allora, avevo trovato su un sito un itinerario chiamato “alternative Golden Circle” o qualcosa del genere e lo stavamo più o meno seguendo, e con esso stavamo seguendo la dolce promessa di cascate di nicchia sconosciute ai più. Raggiungiamo Faxi e parcheggiato proprio davanti c’è un pullman turistico, pieno!
Bram vede la mia faccia scura e non fa in tempo a rassicurarmi “Stanno ripartendo” che le porte si aprono e tutta l’allegra combriccola inizia a scendere in massa. Al che io mi imbizzarrisco un attimino e dichiaro che resterò in macchina per sempre, Bram cerca di convincermi a scendere, e il risultato è che alla fine apro lo sportello e mi butto giù per una scarpata!

La storia della scarpata è andata così: siccome l’ultima cosa che volevo era stare nel parcheggio con i turisti pecoroni non appena ho intravisto qualcosa che assomigliava vagamente a un sentiero mi ci sono tirata. Solo che non era un sentiero, era, appunto, una scarpata! Colmo di sventura, sono andata a finire in uno spiazzo erboso che era collegato al parcheggio da un sentiero (stavolta vero), e quindi in pratica nello spiazzo siamo sbucati al tempo stesso i turisti in fila ordinata e io rotolando.

C’è un lieto fine però! I turisti pecoroni la cascata non l’hanno neanche guardata, o meglio l’hanno vista ma solo riflessa, nel senso che si sono messi di spalle, si sono fatti un (una?) selfie e poi e ne sono andati. E a quel punto sì che abbiamo avuto Faxi tutta per noi!

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Piccolo video qui. Niente di che, acqua che scorre!

Dopo Faxi siamo andati a cercare Brúarfoss, che è un’altra cascata e che doveva essere l’ultima tappa del nostro giro super alternativo (cioè c’era anche un’altra tappa ma era un gelato, direi che non conta).

Iniziamo a cercare Brúarfoss e non la troviamo. Nel senso che non riusciamo a capire neanche quale strada dobbiamo prendere per andare nella giusta direzione.
Riapro il blog su cui avevo trovato l’itinerario e mi accorgo che la parte di post su Brúarfoss rimanda a un altro post intitolato Indicazioni per trovare Brúarfoss. Apro dunque il secondo post, e il secondo post è il lungo racconto di come l’autrice e il fidanzato si siano persi un sacco di volte andando alla ricerca della cascata misteriosa e alla fine l’abbiano trovata seguendone il suono. L’articolo termina con “Ma da ora grazie alle mie indicazioni dettagliate tutti potrete trovarla!” ed è seguito da tutta una serie di commenti di gente che col cavolo che l’ha trovata e si è persa, si è orribilmente infangata, ha violato proprietà private ed è stata inseguita da islandesi incarogniti col forcone.
E tutti, ovviamente, gentilmente forniscono le loro indicazioni alternative.
Proviamo a seguirle, ci infiliamo anche noi nella proprietà privata e dopo circa 100 metri ci perdiamo.

Bram chiede informazioni ad un trattore e mettendo insieme le informazioni fornite dal trattore e quelle trovate nei commenti arriviamo alla conclusione che dobbiamo trovare il numero 14 (è una zona di sparute villette per le vacanze), parcheggiarci davanti e poi camminare. Il numero 14 però non è pervenuto (probabilmente i proprietari, stufi dei turisti che ci parcheggiavano davanti, l’hanno rimosso)! Ma noi non ci scoraggiamo! Parcheggiamo davanti al 13 e poi prendiamo quello che ha la parvenza di un sentiero fra gli sterpi.

Il sentiero non è ben definito, anzi, non è definito proprio per niente. Non so voi ma per quanto mi riguarda, se mi ritrovo a passeggiare fra stecchi alti quanto me con i piedi che sprofondano nella mota, mi viene il dubbio che ci sia qualcosa che non va! Bram però non desiste, e mi obbliga a seguirlo arrancando.

Io cerco vie alternative

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e puntualmente resto incastrata fra gli sterpi

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e come se i piedi bagnati non bastassero

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sta iniziando ad esser tardi!

Sono le 16:30, dobbiamo essere a casa per le 18 perché Edite ci ha lasciato le sue chiavi e senza di noi non può rientrare, e ancora non ho fatto pace con l’idea di dover rinunciare al gelato! Propongo dunque di tornare indietro ma Bram non ne vuole sapere, La sento!, dice, Ci siamo quasi!

E alla fine ci ritroviamo a fare esattamente quella cosa assurda scritta nel post: seguiamo il suono della cascata. Chiudiamo gli occhi (non è vero, saremmo sprofondati nel fango se l’avessimo fatto!!), ci avventuriamo nella foresta di stecchi secchi, ci infanghiamo ben bene e all’improvviso…

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e anche un pitolo video qui.

Vorrei potervi dire che le avventure della giornata sono finite qua, ma non è vero!

Intanto per tornare alla macchina senza rimanere prigionieri delle sabbie mobili abbiamo dovuto inventarci una sorta di camminata a gambe larghe che consisteva nel tenere una gamba a sinistra e una a destra del sentiero ma nessuna sul sentiero (di fango bagnato – prove della scena non esistono e se esistono verranno distrutte!).

E poi, una volta appurato che Edite era in ritardo, abbiamo deciso di fermarci a prendere il gelato. Questa è facile, direte voi. Prendi il gelato, lo mangi, basta. Giusto?

AHAHAHAHAH.

Intanto, più dal produttore al consumatore di così non si può: la gelateria era una stalla. Cioè la stalla era separata dalla parte con i tavolini da una parete (di vetro). Insomma, non è che fossero proprio le mucche a venderci il gelato, ma poco ci mancava! Ma vabbè, questo a parte un po’ di Aaaah e Ooooh non ci ha rallentato.

A rallentarci è stata la scelta del gusto. Infatti per guadagnare tempo avevamo deciso di non mangiare il gelato lì, ma di farcelo incartare e portarlo a casa per cena. Solo che il gusto che volevamo (caramello salato) veniva venduto solo nella coppetta, da asporto no. Da asporto c’era solo roba insignificante tipo fragola, ananas e oreo.

Allora abbiamo fatto così: ci siamo fatti riempire la coppetta più GRANDE che c’era, l’abbiamo coperta con un’altra coppetta della stessa misura e con la costruzione di coppette in mano siamo allegramente rimontati in macchina e ripartiti. Bram guidava e io reggevo la torre di gelato. Via, verso nuove avventure!

Solo che dopo un po’ il gelato ha iniziato a sciogliersi.

Abbiamo allora attivato una procedura d’emergenza.
Bram ha guidato fino alla prima stazione di servizio, ha inchiodato con una sgommata e io sono entrata urlando “Del ghiaccio, del ghiaccio, presto, mi si scioglie il gelato!”. Gli islandesi gestori del supermercatino mi hanno guardato perplessi, poi hanno scosso la testa e hanno annunciato con aria lugubre “Niente ghiaccio”.
Ho pensato un attimo, poi mi sono riattivata e ho riprovato: “Delle borse refrigeranti, delle borse refrigeranti, presto, mi si scioglie il gelato!”. Stessa aria lugubre di prima, stessa espressione impassibile, stessa riposta rassegnata: “Niente borse refrigeranti”.
Siamo andati avanti così per un po’: io proponevo, loro cassavano senza fornire soluzioni alternative. Alla fine ho comprato un tupperware scrauso pagandolo la bellezza di 8 euro e pagandolo ho azzardato una mezza battuta: “Quantomeno se si scioglie si scioglie qui dentro!”. Non hanno riso. Hanno intascato gli 8 euro e con la solita aria lugubre mi hanno salutato.
Poi sono tornata da Bram e insieme abbiamo improvvisato una costruzione fatta di lattine di birra fredde messe tutte intorno al tupperware col gelato.

E poi siamo andati a casa! Siamo arrivati alle 18:30, Edite e Luis sono rientrati alle 19:50 e alle 20 io e Bram abbiamo messo in tavola:

  • scaglie di parmigiano con marmellata di pomodori e pomodorino arrostito (marmellata e pomodorini presi nel ristorante/serra)
  • melanzana affumicata e pane bruschettato
  • insalata di patate dolci, cipollotti e peperoncini
  • carote e rape al forno con miele e tahini
  • farfalle al pesto fatto in casa e pinoli tostati
  • torta di mele e cannella servita calda con una piccola macedonia di banane, arance e pistacchi grigliati e con la sua bella pallina di… gelato al caramello salato!

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LINKS

  • La laguna in cui abbiamo sguazzato è Gamla Laugin. L’ingresso è caruccio, 24 euro a persona.
  • La serra/ristorante di pomodori si chiama Friðheimar e si trova qui.
  • Il Golden Circle alternativo eccolo qua, e le istruzioni per trovare Brúarfoss stanno qua (se la volete trovare leggete anche i commenti!).
  • Abbiamo comprato il gelato da Efstidalur.