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Questa estate non sta andando esattamente come previsto

agosto 7, 2022

Questa estate non sta andando esattamente come previsto.

Tornati dal Messico (Giugno) e tolta la decina di giorni programmati a Luglio in UK, credevo che avrei passato l’estate a Bruxelles e che me la sarei goduta.
A me passare l’estate a Bruxelles piace perché Bruxelles d’estate si anima ed è tutta una festa di eventi, concerti, picnic nei parchi. Inoltre tanti dei miei amici italiani d’estate transumano in Italia e quindi il ritmo diventa più tranquillo e con chi c’è genericamente si riesce a vedersi.
È stata diversa l’estate del 2020 (periodo COVID): tutti i miei amici hanno passato tutta l’estate in Italia e io mi sono ritrovata in una Bruxelles serrata e in letargo sola come un cane e ringhiante.
Ho fatto tesoro dell’esperienza e l’estate 2021 (sempre COVID) l’ho passata tutta in Italia anch’io.
Ma adesso le cose sono tornate più o meno normali e Bruxelles è in fiore. E così avevo programmato di passare l’estate qui visitando musei, facendo giri in bici, sbracandomi nei parchi.

Invece appena tornata è successo del telefono, e sono scappata in Olanda. Andiamo per date va’, che questo post lo sto scrivendo per mettermi in ordine la testa.

Allora dal Messico siamo tornati il 3 Luglio, e del telefono è successo il 7.
Da Sabato 9 a Martedì 12 siamo stati in Olanda.
Da Sabato 16 a Domenica 24 UK.
Martedì 26 mi sono ammalata, e oggi è Domenica 7 Agosto e sono ancora malata (!!) e quindi tutte le cose che avevo in programma in questi giorni le ho dovute annullare e sia lo scorso weekend che questo li ho passati quasi tutti a casa a vegetare sul divano facendo finta che fosse autunno (anche se fuori c’era il sole).
Il prossimo weekend, 13/14, siamo qua.
Avevamo poi in programma di telelavorare da Colonia più o meno dal 21 al 27 Agosto, perché abbiamo un concerto lì il 23. Ma abbiamo iniziato oggi a guardare i prezzi degli alloggi e si va sui 200 euro a notte. Una follia. Il mondo è impazzito.
Poi a Settembre vorrei andare un weekend in Italia (ma i voli da Zaventem ci sono solo da Novembre); e dal 20 al 23 sono ad Amsterdam per lavoro.
Dal 19 al 22 Ottobre ho un meeting a Praga.

Ragionando in termini di weekend:
Luglio
2-3 Messico
9-10 Bruxelles Olanda
16-17 UK
23-24 UK
30-31 Bruxelles Olanda Malata
Agosto
6-7 Bruxelles Malata
13-14 Bruxelles?
20-21 Colonia ma vedrai no perché costa troppo
27-28 Colonia ma vedrai no perché costa troppo

Insomma alla fine, d’estate, di weekend in giro per Bruxelles non ne ho fatto neanche uno – fino ad ora.

Inoltre devo decidere quando usare i preziosi 5 giorni di telelavoro dall’estero che la mia compagnia gentilmente mi concede (è ironico) e avevo previsto di usarli per Colonia ma probabilmente salta perché costa troppo, e poi a Settembre devo andare ad Amsterdam e a Ottobre a Praga e a Novembre inizia a far freddo e non si può certo andare in Normandia o Bretagna.

Non è mia intenzione lamentarmi, lo so che sono fortunata. È solo che al momento ho una gran confusione in testa e sono frustrata perché sono due settimane che sono malata e ancora non sto bene e perché i prezzi degli alloggi col post COVID sono esplosi al punto che viaggiare è diventato un lusso per milionari. Scrivere mi aiuta a mettere in ordine le idee!

La vita doppia delle cartoline

agosto 6, 2022

Tutto bene, solo molto stanca. In UK abbiamo beccato un virus che non è COVID (due self-test e un molecolare tutti negativi) ma che ci ha, soprattutto me, stroncato. Ho iniziato a star male Martedì 26 Luglio e oggi è Sabato 6 Agosto e ancora non sto bene! Oggi ho iniziato l’antibiotico (solo oggi perché in Belgio sono mooolto restii a prescriverli), speriamo bene!

Comunque non volevo ammorbarvi coi miei acciacchi ma scrivere una cosa carina. Quando viaggio a volte mando cartoline. E la cartolina una volta spedita è andata e chissà se arriverà, tanto che a volte prima di imbucarle le fotografo. Spesso, però, quando arrivano le gente mi scrive! E a volte mi manda foto! Mi piace tantissimo questa cosa.

Voilà, tutto qua. Buon weekend!

A Bristol fra vascelli decadenti, musei che ti fanno venire voglia di impegnarti e fiumemare e gabbiani. E anche un salto a Bath!

luglio 26, 2022

Mercoledì 20 Luglio

Ed eccoci a Bristol. Ci arriviamo intorno alle 12:30 e camminiamo nel sole per raggiungere l’albergo. Passiamo un mercatino del cibo dall’aria molto interessante e il solito Saint Nicholas Market. Arriviamo in albergo, lasciamo le valigie e usciamo. Io ho fame. Torniamo al mercatino e ci troviamo circondati da gente del posto in pausa pranzo. È finito quasi tutto, ma una cosa che aveva già attirato la mia attenzione c’è ancora. 

È cotta in un mini forno a legna ed è proprio buona! Io e Bram ce la dividiamo. La mangiamo seduti su una panchina all’aperto. 

Per questo viaggio non abbiamo programmato molto. È un eufemismo per dire che siamo completamente impreparati. Sul treno io ho letto un po’ e di una cosa mi sono resa conto: chiude tutto presto. Si mangia quindi al volo e poi si va verso i docks con l’idea di visitare il Matthew, un battello amico della SS Great Britain. Chi si ricorda della mia amata SS Great Britain? Ne avevo parlato qui

Il Matthew però è più piccolo e viene usato come battello turistico, e allora cambiamo piano e andiamo al M Shed, il museo su Bristol e i suoi abitanti. L’ingresso è gratuito, donazioni sono ovviamente benvenute. Il ragazzo all’ingresso ci avverte, se andremo sulla terrazza all’aperto (come si dice rooftop in italiano?) di stare attenti ai gabbiani. Sono aggressivissimi, ci mette in guardia!

Del museo abbiamo fatto solo due piani (mi sono ripromessa di tornarci) e mi è piaciuto tanto, ma non credo di essere in grado di raccontarvelo bene perché dentro c’era di tutto! 

Alcune delle cose che mi sono piaciute. 

Un’esposizione dedicata ai quartieri periferici di Bristol. Per ognuno c’erano delle foto scattate dagli abitanti del quartiere e accompagnate dalle loro parole; nonché un po’ di storia, foto d’archivio, video. L’immagine che si cercava di trasmettere era, secondo me, positiva ma onesta. Alcuni quartieri mi è venuta voglia di visitarli (Easton, Westbury-on-Trym, Avonmouth, Redcliffe), da altri ho pensato che fosse meglio stare lontani (Knowle West, Hartcliffe). 

È una cosa a cui penso spesso e tanto, le periferie. Sento sempre di più il bisogno di conoscere mondi lontani dai miei. Per capirli. 

Una mappa di Bristol, di un artista chiamato Fuller, disegnata come la disegnerebbero le Piccine: dettagliatissima, con tutte le case e gli edifici così come sono in realtà. Per farla ci sono volute 550 ore di ricerca ed esplorazione. Veramente fantastica, se esistesse di Bruxelles la comprerei! Se siete curiosi potete vedere i suoi lavori qui

Una mostra, interessantissima e informativa, sul ruolo avuto da Bristol nella tratta degli schiavi; e sui rivoluzionari, su chi ha avuto coraggio e ha urlato per cambiare le cose. 

E infine, una parte sugli eroi. Persone comuni nominate da altre persone comuni che per un motivo o per l’altro (impegno ambientale, sociale, culturale…) le vedono come eroi. Cittadini qualunque, celebrati nel museo della loro città. Questa cosa mi è sembrata bellissima! 

Ma in generale, mi sembra proprio bello il mettere l’accento sul positivo – che questo sia il senso di comunità, il celebrare i successi anche se piccoli, le buone azioni, gli atti di gentilezza. Si va da appunto le foto dei cittadini con le loro storie nel museo, ai cartelli che si vedono in giro per strada. 

Studiare una lingua va a braccetto col conoscerne la cultura. La gentilezza inglese una volta mi infastidiva, la trovavo ipocrita. Perché mi dici “Per favore chiudi la porta” quando invece quello che vuoi dire è “Se non chiudi la porta ti faccio un multone”? Adesso che so leggere, invece, apprezzo. C’è bisogno, di gentilezza, nel mondo. 

Usciti dal M Shed (chiude alle 17) camminiamo lungo il fiume. Vediamo un gruppo di ragazzi che fa stand up paddling, mandiamo una foto a Dan e Ari che presto dovrebbero farlo in Brasile. Nel giro di poco finiscono tutti in acqua! 

Dal lato del fiume lungo cui stiamo camminando ci sono centri artistici e vascelli, dall’altro lato caffè e casette minuscole con deliziosi giardini fioriti. Passiamo anche parecchie case-barca, mi affascinano sempre tantissimo. Vi ho mai raccontato che Bram da studente ha vissuto su un’isoletta in mezzo a un fiume con una barca come unico mezzo di trasporto? Mentre passeggiamo vediamo passare il Matthew, si è trasformato in una barca-discoteca su cui tutti cantano e ballano! 

Verso le 18 iniziamo ad aver fame, dopotutto per pranzo ci siamo solo divisi una pizza. Per cenare è presto ma potremmo fare un aperitivo. Bram propone un posto all’aperto sul fiume che sarebbe non lontano da un ristorante indiano con ottime recensioni dove potremmo poi andare a cena. Il problema è che a me una birra a stomaco vuoto non va proprio, e qua con la roba da bere non ti danno niente da mangiare. Abbiamo con noi un pacchettino di frutta secca mista non salata (anacardi, pistacchi, pecan…) che è già stato provvidenziale in altre occasioni, quindi un’opzione potrebbe essere aperitivo dove dice Bram sgranocchiando noci di nascosto sotto al tavolo e poi indiano buono; e l’altra è tornare verso il centro camminando lungo il lato del fiume con casette e locali e vedere se troviamo qualcosa lì. Decidiamo di affidarci alla sorte, e facciamo male. 

Nessuno dei posti che passiamo ci ispira e quindi niente aperitivo, e comunque tempo che arriviamo in centro si sono fatte le 19 e a quel punto possiamo pure andare diretti a cena. A me non piace andare a caso, e ancor meno mi piace andare a caso nel centro turistico. Bram propone un indiano con recensioni accettabili, io nicchio perché con la mia pancia matta non so se indiano sia il caso, alla fine però siamo lì e ha posto e così ceniamo da Dhamaka, che non mi convince per niente: sapori troppo forti, e persino il riso di accompagnamento è piccante! 

Dopo cena rientramo in albergo, è ancora presto e dobbiamo fare un po’ di pianificazione per i giorni successivi. Il giorno dopo Bram vorrebbe andare a Bath. Quanto a me, io vorrei solo prenotare un ristorante per la cena, per non ritrovarci a dover decidere all’ultimo mentre abbiamo fame. Una cosa su cui sono diventata più flessibile col tempo è il cibo – tanto col reflusso gastrico non posso mangiare quasi niente. Due cose mi rompono le scatole, però. Passare ore a scegliere un ristorante (a meno che io non abbia un sacco di tempo a disposizione); e mangiare male. Ne abbiamo uno in mente? Ottimo, prenotiamolo, anziché stare due ore a fare ricerca e leggere recensioni. E così apro Google Maps, scrivo Vietnamese restaurant, ne trovo uno a 26 minuti a piedi che sembra buono, lo propongo a Bram, accetta, lo prenoto per la sera successiva. Fatto! Quello che non controllo è se i 26 minuti a piedi siano lungo graziosi canali o attraverso quartieri pericolosi e malfamati. Oh non posso mica pensare a tutto!

Il discorso Bath si rivela più complicato. In teoria da Bristol a Bath si potrebbe andare in bici attraverso la campagna e l’idea ci attira molto ma:

– dei due noleggi bici segnalati dalla LP, uno non noleggia più bici e l’altro ha chiuso;

– quello linkato dal sito ufficiale del percorso non esiste più;

– e uno che troviamo a caso su Google Maps è aperto, ha ottime recensioni ed è pure vicino… ma è aperto solo dalle 10 alle 17, e le bici per le 17 vanno riconsegnate! Uffa!

E così decidiamo che andremo in treno, e poi chiudiamo siti e guide e ci mettiamo a dormire, finalmente.

Giovedì 21 Luglio (festa nazionale del Belgio!)

Ci svegliamo e andiamo a fare colazione da Ahh Toots, un posto che ha una vetrina di dolci da far invidia a Charlie e la fabbrica di cioccolato. Io prendo un Victoria sponge cake che non riesco a finire e Bram la torta carote e mandorle. Buonissimi entrambi, il mio è dolce ma in mezzo c’è una marmellata di ribes nero un po’ aspra che ci si sposa a meraviglia!

E poi, con calma, gironzolando, ci avviamo in direzione della stazione per andare a Bath. Io non ho tanta voglia di andarci, sarei rimasta più volentieri a Bristol, e quindi non ho neanche tanta fretta di arrivarci! Passiamo da un mercatino di street food e vedo una cosa che volevo assaggiare, e penso Ma sì pranziamo, leviamoci il pensiero, così a Bath che è molto più turistica di Bristol non corro il rischio di finire in una trappola, e così dicendo mi prendo… un mac and cheese! 

Il mac and cheese io l’ho mangiato solo due volte nella mia vita, se non si contano quelli fatti da me. 

La prima a Londra, e il “cheese” era una roba arancione versata da un bustone che non sapeva assolutamente di niente. 

E la seconda è stata questa a Bristol. Ho guardato la lista degli ingredienti e c’erano formaggi alpini svizzeri e francesi, il mercatino era gourmet, mi sono fidata. Oh, anche stavolta non sapeva di niente. Io non so se sciolgano un cubetto di formaggio minuscolo in un litro di panna, o se si scordino il sale, o che, ma ditemi voi, ma come si fa a fare una pasta ai formaggi insapore? Bisogna proprio mettercisi d’impegno! Per fortuna ci sono i toppings: erbette varie, pangrattato croccante e pickles. 

E comunque, scusate la mancanza di modestia, è molto più buono quello che faccio io! 

Il treno ci mette solo dieci minuti e prima delle 13 siamo a Bath. 

Tutto quello che so di Bath è ciò che sta nei romanzi di Jane Austen, e sulla base di questo me la immagino come un posto monumentale e noiosissimo, ingessato ecco! 

In realtà è universitaria, e siccome è il giorno dei diplomi è strapiena di giovani in tocco e toga. Secondo me questo look è un po’ maschilista, ma questo non c’entra. C’è un bel sole e andiamo in giro. 

Prima tappa… libreria perché dovevo andare in bagno, ma ho anche fatto degli acquisti interessanti. 

Poi cattedrale, solo che non si può entrare perché la usano per le cerimonie dei diplomi! Uffa! 

I bagni romani decidiamo di saltarli perché l’ingresso costa la bellezza di 30 euro a persona, anche no grazie. 

E allora andiamo a vedere Royal Crescent, che è un insieme di case per ricconi del periodo georgiano disposte a semicerchio intorno a uno spiazzo erboso (popolato da studenti pure quello). Royal Crescent mi piace tantissimo! Facciamo il giro delle case e le osserviamo da tutti i lati possibili, ci divertiamo a immaginare come dovessero essere e come siano ora, quali siano state divise in appartamenti e quali siano rimaste intatte (si capisce dal numero di bidoni della spazzatura fuori). Non so perché a Royal Crescent non ho fatto foto, eccone una della cattedrale! 

Royal Crescent è un po’ fuori dal centro turistico. Bram ha fame, passiamo davanti a un caffè dall’aria tranquilla e ci fermiamo lì. Lui prende un focaccione con le verdure e io un frullato di fragole, banana e mango. Buoni!! Il caffè mi piace molto, è un soffio d’aria fresca paragonato ai ristoranti grossi e rumorosi intorno alla cattedrale. 

Torniamo verso il centro e andiamo sul fiume, c’è un ragazzo che fa sci d’acqua. Vorremmo andare al parco ma sono quasi le 17 ed ha già chiuso! 

E così gironzoliamo un po’, e poi prendiamo il treno e torniamo a Bristol. Ci arriviamo per le 18 e non sappiamo bene cosa fare perché al ristorante che abbiamo prenotato per la cena si può andare col treno e quindi non ha senso allontanarsi molto dalla stazione, ma abbiamo prenotato per le 20 e nel frattempo? Una volta, quando io non avevo la pancia matta, saremmo andati a fare un aperitivo! Invece vaghiamo un po’ sul fiume nei dintorni della stazione, e incrociamo una ragazza dalla pelle rovinata (probabilmente tossicodipendente dice Bram che l’ha vista meglio, io non so) che ci chiede dei soldi. Parla con Bram, io sono al telefono e la vedo giusto con la coda dell’occhio, mi fa impressione perché mi sembra molto giovane e carina. È un cliché, lo so. 

La zona intorno alla stazione non è particolarmente interessante, così decidiamo di prendere il treno e andare già a Montpelier dov’è il ristorante. Ci arriviamo che sono le 19, e subito mi piace: è un quartiere multietnico allegro e colorato. 

Bram ha scovato non so dove un cocktail bar e visto che siamo in anticipo è lì che ci dirigiamo. Io faccio uno strappo alla regola e prendo un piccolo short a base di mezcal, Bram si fa tentare da un cocktail alla banana! Sono molto buoni entrambi, e mentre beviamo chiacchieriamo con i ragazzi dietro al bancone. Io pongo la mia classica domanda. Il barista inglese, che è rubicondo e chiaramente ha già bevuto, mi risponde il curry, tanto curry, un bel pentolone molto piccante! L’altro barista, che ha l’aria più sveglia, risponde… la carbonara! Viene fuori che è di Roma. E io mi sento molto razzista. Perché non mi era passata per l’anticamera del cervello l’idea che potesse essere italiano. Non perché non l’aveva detto, non perché abbiamo comunicato in inglese, non perché non aveva il minimo accento (io, come la maggior parte degli italiani, ce l’ho); ma perché era di colore. Sono proprio chiusa di mente. È venuto fuori che ha studiato in Belgio, e che la sua mamma vive tuttora a Bruxelles! 

Dopo siamo andati a cena al ristorante vietnamita. Mi è piaciuto molto. Adoro la cucina vietnamita, così saporita e fresca e delicata al tempo stesso! Ci siamo divisi degli involtini di carta di riso ripieni di carne (fritti) e di verdure (freschi), e poi delle melanzane con funghi e cipollotti e uno dei miei piatti vietnamiti preferiti, il Bún Chả, che sono dei noodles con polpettine di maiale, carne ed erbe fresche. Per una volta ho preso anche il dolce, un crème caramel (il crème caramel è un piatto tipico vietnamita per via dell’influenza francese) al frutto della passione, buono pure lui. 

Abbiamo deciso di rientrare a piedi per digerire e io ero un po’ esitante perché essendo vagamente in periferia non sapevo come sarebbe stata la strada, ma le mie paure si sono rivelate infondate: abbiamo percorso un bel viale vivace, illuminato dalle luci dei tantissimi locali e ristoranti etnici! 

Tornati nel nostro albergaccio sudicio (c’era moquette lurida ovunque, il letto era di una scomodità impensabile e pressoché impossibile da rifare, e dalla hall doveva essere passato Porky Pig!) ci siamo messi a ragionare su cosa fare il giorno successivo, l’ultimo a Bristol. C’erano tante cose interessanti in giro! L’Isola del Tesoro a teatro! Il festival delle opere di Shakespeare! Ma entrambe le cose si svolgevano di sera, e la sera dopo noi saremmo già stati a Londra. A proposito di Londra. Vogliamo decidere dove cenare? O vogliamo trovarci a vagare per Londra in cerca di un tavolo di Sabato sera? Neanche stavolta abbiamo voglia di passare un’ora a fare ricerca. E così per la prima sera prenotiamo un ristorante a cinque minuti a piedi dal nostro alloggio (io nicchio perché è italiano, poi però vedo che è italo/spagnolo e che c’è anche un menù di tapas e mi lascio convincere) e per la seconda Polpo. 

Si è fatta mezzanotte e andiamo a letto. La mia nottata sarà di fuoco. A me il cocktail e gli involtini fritti sono piaciuti molto… alla mia pancia no! 

Venerdì 22 Luglio

Ci svegliamo. È una giornata grigiolina. Facciamo le valigie e le lasciamo alla reception, Bram finisce la fetta di torta che io non ho finito il giorno prima e usciamo. 

Io devo fare colazione e vista la nottataccia vorrei qualcosa di semplice tipo del pane tostato. Passiamo un piccolo localino un po’ hipster specializzato in caffè e Bram propone di fermarsi lì. Il posto è veramente carino e i ragazzi che ci lavorano sono simpatici e accoglienti. Bram prende un caffè e io un caffellatte con latte d’avena, e poi mi faccio tentare da quella che mi sembra la pasta meno pesante fra quelle disponibili: un cinnamon roll. Buono!! 

Fatta colazione ci avviamo. Direzione M Shed, dobbiamo ancora finire la visita. Camminiamo con calma, ci fermiamo in qualche negozio, compriamo un pezzo enorme di focaccia al pesto e mandorle da un venditore di strada che non ha un coltello. Arrivati al M Shed andiamo diretti al secondo piano per riprendere da dove eravamo rimasti. 

Al secondo piano c’è una mostra sulle migrazioni. Una prima parte mostra quello che qualunque persona con un minimo di cervello sa, e cioè che le migrazioni ci sono sempre state e sempre ci saranno, tutti i popoli hanno migrato e migreranno, alla faccia di chi vorrebbe tenerli fuori (e invece si mette in gabbia da sol*). 

Una seconda parte racconta storie e fornisce dati. Ne riporto di seguito alcuni che ho trovato interessanti.

Entrare in un paese senza avere un visto è illegale. Siccome non è possibile chiedere asilo in UK se non si è in UK, l’unica possibilità per poter introdurre una richiesta di asilo è l’immigrazione illegale. Fonte: Office for National Statistics and Refugee Council.

In UK vivono 67 milioni di persone. Nel 2019, 612.000 persone si sono trasferite in UK e 385.000 se ne sono andate. L’aumento della popolazione è quindi stato dello 0.3%. Fonte: Office for National Statistics and Refugee Council.

La stragrande maggioranza dei migranti non vuole avere accesso ai vantaggi che l’UK offre (che comunque non può avere se non ha l’asilo) ma vuole avere la possibilità di vivere e lavorare usando le proprie capacità (secondo me ça va sans dire, ma c’è chi è di coccio…). Fonte: www.gov.uk e The Migration Observatory of Oxford University. 

Ad accompagnare le parole, nel museo è esposta una delle croci di Francesco Tuccio, il falegname di Lampedusa che crea croci che girano il mondo usando i relitti delle navi che trasportano… persone, persone come noi.

Al terzo piano, infine, c’è un’esposizione temporanea che ha appena aperto. Si chiama Think Global: Act Bristol. Parla di ambiente e di quello che la città di Bristol sta facendo e può fare. Anche qua ci sono storie e video di cittadini che hanno deciso di rimboccarsi le maniche e dare il loro contributo, anche piccolo. Vediamo un ragazzo che si è messo a raccogliere la spazzatura in un parco del suo quartiere, due signori in pensione che riparano oggetti che altrimenti verrebbero buttati, due bambine che riciclano e vendono cose vecchie o rotte. Inspiring! Mi ha fatto venire voglia di fare qualcosa del genere, o di unirmi a qualche iniziativa solidale nel mio quartiere!

Mi è capitato, recentemente, di leggere un articolo in cui si sosteneva che se ci facessero vedere un futuro in cui i nostri sforzi hanno dato frutti, questo ci stimolerebbe ad impegnarci di più oggi.

Ecco, a me quei video hanno fatto un po’ quell’effetto.

E di nuovo ho ammirato come qua si metta l’accento sul bello, anziché lamentarsi di quello che non va. 

La positività crea positività, energia, voglia di darsi da fare!

Secondo me, onestamente, potremmo imparare un pochetto.

Quando usciamo dal M Shed piove. Non abbiamo tantissimo tempo prima di andare a prendere il treno per Londra e io vorrei mangiare camminando, ma Bram no. Il compromesso è sederci ai tavolini all’aperto (coperti) del M Shed. Lui prende una birra, io un tè veramente cattivo, e ci dividiamo il focaccione, col cane dei vicini che ci guarda con occhi imploranti.

Gironzoliamo ancora un po’, andiamo al mercatino indie a comprarci le t-shirts di bambù che amo tanto… e poi è ora di andare a prendere il treno. Alla stazione andiamo a piedi, trascinandoci le valigie che in realtà non sono tanto pesanti, che abbiamo imparato qualcosa dal Messico?

Penso che la prossima volta preferirei fare 4 giorni a Bristol piuttosto che 2 a Bristol e 2 a Londra. Entrambe hanno tanto da offrire, e secondo me è meglio farne una con calma che due di corsa. Bristol poi per me in questa fase della vita ha la dimensione ideale, non è piccola come Cardiff ma neanche grande e overwhelming come Londra o Bruxelles.

So long Bristol, alla prossima! Aspettaci, torneremo!!

Cardiff e la heat wave. Lunedì e Martedì. Al parco, al mare, al museo e al pub!

luglio 21, 2022

Due cose prima di cominciare.

Leviamoci subito il dente. Mentre scrivo, dall’Italia arrivano notizie terrificanti: la caduta del governo Draghi (torneremo a farci ridere dietro da tutta l’Europa) e i terribili incendi che stanno devastando, questa volta, proprio la mia terra. Mi sa che è arrivato il momento di rispolverare il progetto doppia cittadinanza…

La seconda cosa di cui volevo scrivere sono i risultati della mia inchiesta “Qual è il tuo piatto preferito?”. Avrei dovuto iniziare a segnarmi le risposte da qualche parte dall’inizio, invece non l’ho fatto e il Messico ormai è andato. In generale, fra le risposte più comuni che mi ricordo, mole estufado, mole negro e coloradito; sopa de guías; pozole; chile relleno; pesce; tacos in generale o, sulla costa, tacos de pescado; memelas o tlayudas, un sacco di gente ha detto memelas o tlayudas! Le risposte ottenute a Cardiff invece me le ricordo, ed eccole qua. Attenzione che a sorpresa verrà fuori un argomento molto molto delicato.
Autista Uber 1 (inglese). Pizza, e ci ha dato pure una ricetta per farla (il suo trucco è cuocere l’impasto 1 o 2 minuti nella teglia sulla fiamma prima di spostarla in forno)!
Autista Uber 2 (inglese). Curry, ma curry non troppo piccanti, non quelli che portano via la bocca (siamo d’accordo). Scambio di indirizzi di ristoranti e negozi di prodotti asiatici.
Autista Uber 3 (eritreo). Salmone. E poi mi ha chiesto quale fosse il mio e io ho risposto allegramente Pasta, sai sono italiana!, e quando lui ha detto Ah ma dai, io sono eritreo, sai che l’Eritrea è stata colonia italiana?! mi si è gelato il sangue (non è certo una cosa di cui andare fieri). Lui, però, delle colonizzazione, che era troppo giovane per poter aver vissuto, aveva una visione positiva. Diceva che ha portato tante buone cose come strade e scuole, che ad Asmara ci sono il cinema Roma ed altri cinema con nomi italiani, che si mangiano la pasta ed il gelato e che le persone più anziane parlano italiano; e un po’ lo parlava anche lui! Non so se dire Fiuuu mi è andata bene o se vergognarmi e basta.
Autista Uber 4 (non si è capito se afgano o pakistano, secondo me afgano fuggito prima in Pakistan e poi in UK): curry, e ci ha pure fornito svariati dettagli sui vari curry pakistani, nonché gli indirizzi su dove mangiarli a Cardiff seppur, ovviamente, diversi dall’originale.
Autista Uber 5 (etiope): injera e stufato di manzo piccante. E basta, di poche parole.

Ecco ho finito, veniamo al post!

I giorni nel Galles proseguono caldi, pacifici e sonnacchiosi. Questa è una foto che mi (ci, siamo io e Alex) aveva fatto Bram il primo giorno a mia insaputa!

Lunedì 18 Luglio

È il primo dei due giorni in cui è prevista un’eccezionale ondata di calore.

Ci svegliamo, facciamo colazione, e fra una cosa e l’altra usciamo che sono le 11 passate, il che non va bene perché Ari ha bisogno della casa libera per poter lavorare in pace.

Io, Bram e Dan (che è in ferie) iniziamo dal parco. Con noi c’è anche Alex. 4 anni di corse, monopattini e uno smisurato amore per i dinosauri. Nel parco, Sophia Gardens, ci sono fiori, gelati e spiagge segrete. Abbastanza per impegnare una giornata intera!

Io ho un po’ paura del gelato perché due giorni prima me lo sono sbrodolato sulla borsa, allora prendo un iced coffee, che non mi convince per niente.

Poi andiamo a Cardiff Bay. Anche Cardiff Bay dorme. Andiamo sulla ruota panoramica, giochiamo nel playground, beviamo qualcosa in un pub sudicio in cui si gioca a Monopoli ma senza i soldi e quando si finisce in prigione è solo per far visita, mangiamo hamburgers e patatine fritte, e poi per tornare indietro prendiamo la barca e passiamo un sacco di paperelle e anche qualche zona un po’ industriale che a me piace un sacco.

E poi di nuovo parco e Dan e Alex ci portano alla loro spiaggia segreta, solo che col caldo che fa non è più così segreta, che la scuola è finita e gli studenti, finalmente liberi, hanno bisogno di refrigerio!

E allora si va al pub, Dan vorrebbe andare a The Cricketers ma Alex preferisce il Porcello Nero, e ovviamente vince lui. Di solito si lotta per i tavolini che catturano un angolo di sole, ma oggi si cerca l’ombra. Ari ci raggiunge e stiamo un paio d’ore lì a bere, ridere e chiacchierare, e che altro ci vuole? Storie e aneddoti da Parigi, da Rio e da altre parti del mondo, di panettiere malmostose e di ritorni e ripartenze, ripartenze e ritorni, e io e Bram che chissà. Ogni volta che sono con loro tutto mi sembra possibile!

Sto pensando tanto a cosa fare, in questi giorni.
Diventare freelance e continuare a lavorare per la mia compagnia ma vivere dove voglio!
Mollare tutto, lavoro, paese e pure casa, e vivere con uno zaino.
Rimettersi a studiare e prendere una nuova laurea che consenta di cambiare carriera (why not?).
Restare in Belgio e approfittare dei vantaggi offerti dall’attuale lavoro e dal sistema belga (lavoro, salario, giorni di ferie)… per stare il più possibile lontana dal Belgio.
Trasferirsi a Tolosa, e poi vedere lì per lì!
Restare a Bruxelles ma cambiare casa, prenderne una con un giardino a e quel punto anche un gatto!
Niente è facile e niente è impossibile. Basta un po’ di fantasia… e di bontà volontà!

Per cena rientriamo e cucino io. La sera prima abbiamo fatto la pasta tricolore con i broccoli, stasera una cosa toscanissima: dei crostoni strofinati con l’aglio con sopra il cavolo nero lessato, i fagioli cannellini, l’olio bono e il peperoncino spezzettato. Vengono spettacolari, è che gli ingredienti di base sono proprio boni: pane fatto col lievito madre alle olive, olio d’oliva siciliano, cavolo nero freschissimo preso al mercato contadino, e il peperoncino era uno strano mix fatto in Madagascar spettacolare.
Che Ari, prima che andassimo via, ci ha regalato!

Martedì 19 Luglio

Anche oggi e per l’ultimo giorno fa molto caldo e Ari lavora e Dan no.

Prima di uscire io e Bram, Lonely Planet in mano e Booking aperto, valutiamo opzioni. Staremo a Cardiff fino a Mercoledì, saremo a Londra da Venerdì, ma in mezzo non abbiamo ancora deciso cosa fare, e il fatto di avere quasi tutte le opzioni aperte (il limite risiede nel fatto che siamo senza macchina) mi dà una bellissima sensazione da delirio di onnipotenza! Valutiamo Abergavenny, Hay-on-Wye e Bath. Lasciare la via vecchia e buttarsi su una nuova? Quando mai! Complici i prezzi improponibili degli alberghi a Bath, prenotiamo due notti a Bristol, e Bath volendo la possiamo fare come day trip da lì!

Dan nel frattempo sta mandando email e facendo telefonate a proposito della casa che lui ed Ari stanno pensando di comprare, vicina alla scuola che Alex frequenterà da Settembre – è incredibile come cambino le priorità con un piccino! E così, visto che Ari sta lavorando e Dan è impegnato, io e Bram ci offriamo per avviarci verso il parco con Alex. Permesso accordato, via che si va!

Intrattenere il piccino è abbastanza semplice, basta una paleta, una sorta di ghiacciolo messicano (che io in Messico non ho visto però boh, sono stata solo in uno stato) con meno zucchero e più frutta fresca rispetto ai ghiaccioli classici, e vincendo i miei timori ne prendo uno anch’io e non appena inizia a sgocciolare lo mollo a Bram!

Poi arriva Dan e tutti insieme andiamo al museo nazionale (che è gratuito come la maggior parte dei musei in UK, trovo questa cosa bellissima) per vedere una mostra fotografica sugli animali (Wildlife Photographer of the Year).

La mostra è fantastica! Ci sono un sacco di foto veramente meravigliose, tutte spiegate e messe in contesto. Ci sarebbe da passarci la mattinata… e così facciamo. Io gironzololo con Bram e Dan con Alex che ha un sacco di domande e Dan pazientemente gli spiega tutto, con chiarezza ma senza nascondere o edulcorare.
Ci sono un po’ di foto qui, se volete vederle. Anche se le mie preferite mancano!

Nel giardino io e Alex ci imbattiamo in una scena che se ci ripenso ancora rido. Abbiamo appena visto un sacco di foto di uccelli che portano cibo ai loro piccoli, giusto? E così, quando notiamo un giovane gabbiano che strilla per la fame, ci mettiamo in trepidante attesa della mamma. Cosa porterà? Un verme? Un insetto? Eccola che arriva, il giovane gabbiano bercia come non mai, eccitato all’avvicinarsi del lauto boccone. Ma …
Ma cos’ha nel becco la mamma? Non è un bruco. E non pare neanche un ragnetto. Guardiamo meglio e non crediamo ai nostri occhi…
… è un panino col salame!

Quando usciamo dal museo è ora di pranzo. Dan ci porta in un posto delizioso. È un piccolo caffè ed è anche una charity, aiuta persone con problemi di salute mentale. Ci sono libri per bambini con storie come quella di Laura che si è fatta tutto il Sudamerica in bici per raccogliere fondi per i bimbi che non possono andare a scuola; c’è il giornale delle buone notizie; e guardate il bagno!

Il menù è più da brunch che da pranzo, e va benissimo così. Io e Bram ci dividiamo un toast ai funghi delizioso e un bagel con uova e avocado, Dan prende un’omelette e Alex boh non mi ricordo, e siamo tutti contenti! È un posto fantastico!

A fine viaggio metto tutti i link, più che altro per me, stavolta è stato molto pratico sapere dove eravamo stati le volte precedenti!

Dopo pranzo andiamo a visitare quello che sarà il nuovo parco di Dan e Ari quando si trasferiranno nella nuova casa. È l’enorme giardino di una villa storica. Ci sono un caffè e un negozietto e un sacco di sentieri e cespugli perfetti per un piccoletto che vuole esplorare. E, come ovunque qua, tantissimi, meravigliosi fiori! Che in foto non rendono, non rendono mai.

Stiamo un bel po’ nel parco e poi andiamo a vedere la casa, da fuori non si vede tanto ma si nota che i dettagli sono ben rifiniti. Promette bene!

Poi… pub! It’s pub o’clock! Andiamo a The Heathcock, molto carino e secondo Dan anche con una buona cucina, che però purtroppo il Martedì è chiusa. E allora beviamo una birra (che dopo una giornata calda ti dà una discreta botta) e giochiamo a Scarabeo senza i punti. Io ho difficoltà perché giochiamo in inglese ma mi vengono in mente solo parole in italiano!

Ari ci raggiunge lì, e poi per cena ci spostiamo al The Maltsters dove eravamo già stati l’ultima volta e che non mi era piaciuto, e neanche stavolta mi esalta. Sul menù ci sono solo piatti carnivori o vegani, cioè o salsicciotte o formaggio finto! Ma du’ verdure no, eh? L’unica cosa vegetariana, che sarebbe l’hamburger di melanzane e ceci, non la fanno più. Io non sono vegetariana, lo sapete, ma du’ vitamine ogni tanto..!

Dopo cena rientriamo. Alex va subito a letto e io, Bram e Dan restiamo a chiacchierare fino a tardi. È l’ultima sera!

Mercoledì 20 Luglio

Mercoledì ci svegliamo presto, per le 8 siamo già docciati e vestiti, Dan e Ari lavoreranno da casa e non vogliamo interferire con la loro routine. Scendiamo a fare colazione al bar sotto casa e ci portiamo Alex, che in questi giorni non sta andando all’asilo per non rischiare di beccarsi qualcosa pochi giorni prima della loro partenza per il Brasile. Pain au chocolat per lui, sourdough con burro salato per me e sourdough con uova per Bram. Succo caffelatte e caffè rispettivamente…

… ed è ora di andare.

Salutiamo Dan, Ari e Alex con un pochino di tristezza, in questi giorni con loro siamo stati proprio bene.

Ma: Bristol ci aspetta! Bristol, una delle mie città preferite al mondo, una di quelle in cui mi piacerebbe vivere. Arriviamo!

A Cardiff a trovare degli amiconi! Sabato e Domenica, per cominciare.

luglio 17, 2022

Siamo a Cardiff e c’è un’ondata di calore. Tutte le volte che veniamo a Cardiff c’è il sole! Siamo fortunati! Prima o poi ci fregheranno, verremo a vivere qui e poi pioverà sempre.

Sabato 16 Luglio

Siamo arrivati ieri (Sabato) verso le 14. Siamo qua a trovare Dan, che è il migliore amico di Bram ed è originario dell’Isle of Man, e Ari, sua moglie, che è brasiliana. Chi se li ricorda dall’Islanda? Adesso con loro c’è anche Alex, 4 anni!

Ci siamo dati appuntamento al meraviglioso parco vicino a casa loro, Sophia Gardens.

E subito si è posto un piccolo problema: Dan aveva dei sintomi compatibili col COVID e la farmacia locale aveva esaurito i test.

E così siamo stati un po’ al parco, insieme ma all’aperto, e poi siamo venuti a casa, insieme ma con le mascherine, e poi siamo usciti e siamo andati in centro, e lì siamo riusciti a trovare dei test!

Abbiamo fatto un giretto in centro e poi Dan ha avuto un’idea bellissima: andare a Penarth, che è una cittadina sul mare in cui io e Bram non eravamo mai stati. È vicina, ci siamo andati in taxi!

Penarth mi è piaciuta subito. C’è una spiaggia scura, c’è un pontile un poco retro bellissimo e c’era anche la festa del paese, con una band che sulla strada principale cantava Summer of ’69 e altri tunes che non sentivo da tipo vent’anni!

Abbiamo chiacchierato e giocato e riso sul pontile e sulla spiaggia, e quando ci è venuta fame abbiamo preso fish and chips – io no, io jacked potato con baked beans.

E poi siamo andati a bere qualcosa in un posto bellissimo. Un bar di tapas tenuto da gente del posto (non da spagnoli) in cui ho trovato e comprato il libro di tapas che in Spagna non ero mai riuscita a trovare! In Galles, chi l’avrebbe mai detto!

Le ore al bar sono passate veloci fra un mojito e un disegno, una tortilla de patatas e una corsa scatenata.

E poi siamo rientrati e abbiamo impacchettato la notte discorrendo fino a tardi. Dan si è fatto il test ed è risultato negativo, quindi via le mascherine e avanti per nuove piccole avventure! Perché alla fine qua non si viene per grandi avventure ma per stare insieme!

Domenica 17 Luglio

Un’altra giornata rilassante e bella.

Caffè a casa.

Colazione al mercato contadino sul fiume mio adorato.

Pranzo da Canna Deli, un altro posto che adoro, tutte le volte che siamo a Cardiff ci veniamo.

Pomeriggio in un altro bellissimo parco.

E poi a casa a ciacolare, giocare con Alex e leggere libri sui dinosauri, cucinare la pasta aglio e peperoncino e broccoli.

Delle giornate semplici, calme e serene. E che, almeno per quanto mi riguarda, ci volevano!

Siamo in partenza e io sono di un umore schifoso (che però scrivendo il post se ne è andato)!

luglio 16, 2022

Siamo sul treno da Bruxelles a Londra, e non stiamo parlando.

Come sono andati questi giorni?

Martedì sera siamo tornati a Bruxelles, e io ho cominciato a essere incazzata non appena siamo entrati in città e ho avuto una mezza crisi isterica quando siamo arrivati a casa e non riuscivo a aprire la cassetta delle lettere – per la precisione ho detto “Questa casa di merda dove non funziona mai niente!” – che poi non è vero che non funziona mai niente ma nell’emozione del momento.

Mercoledì ho lavorato da casa e la sera sono andata a cena dagli Sbuffoli e ho portato la cena io. Ho fatto la focaccia col pesto di pistacchi e con una salsa rossa messicana, i fiori di zucca ripieni, i tacos con i peperoni, un curry di melanzane e pomodori e del cous cous con la crosticina, e infine il budino di coccolata.

Giovedì sarei dovuta andare in ufficio. Dopo l’ufficio sarei andata a cena da Gaëlle-Anne. E poi a dormire da KOK, perché non volevo camminare da sola la sera tardi nella mia via col computer, e KOK abita a 5 minuti a piedi da casa mia ma nella sua via ci sono vari locali e quindi c’è più gente.
E dunque Giovedì mattina mi sono alzata molto presto per preparare lo zaino e metterci il pigiama e lo spazzolino e anche cuocere le tartelette salate da portare da Gaëlle-Anne per l’aperitivo, che il giorno prima non avevo fatto in tempo.
Solo che appena alzata ho cominciato a stare male. Di pancia… ma credo che l’origine fosse psicologica.
Semplicemente, troppo.
Il lavoro. Quello che è successo. La vita sociale. Cucinare. Messico e poi Olanda e poi UK, e la casa un bordello e vestiti e valigie mezze piene e mezze vuote ovunque (eh oh).
E così ho preso un giorno di malattia, e sapete che c’è? Ho fatto proprio bene. Perché, al di là del mal di pancia, non c’è solo la malattia fisica ma c’è anche quella mentale. Il mio corpo mi ha lanciato un messaggio, e sinceramente sono fiera di averlo saputo cogliere.
Quel giorno mi è servito. Mi sono riposata, ho sfatto le valigie, e ho anche lavorato un po’, ma con calma, senza pressione.
Poi la sera sono andata a cena da Gaëlle-Anne, con l’autobus, e poi a dormire da KOK, anche se il computer alla fine non ce l’avevo, ma chiacchierare con KOK è sempre bello.
Uscendo per andare da Gaëlle-Anne ho incrociato i Guardians de la Paix, proprio davanti alla porta di casa mia, e li ho fermati e ho chiesto se avessero notato un aumento nella violenza nel quartiere negli ultimi mesi. Non mi hanno veramente risposto, hanno solo detto che i furti avvengono ma che sono più di catenine e borse che di telefoni. L’idea della catenina strappata dal collo mi ha dato i brividi.

Ieri era Venerdì e sono stata a casa e ho lavorato fino alle 20 per compensare (ho anche ricevuto una notizia lavorativa un po’ brutta, non dovrebbe avere un grosso impatto sul mio lavoro ma mi ha lasciato un po’ così, ma onestamente anche ‘sticazzi, che al momento ho altro per la testa), e poi dovevo ancora fare tremila cose di cui alcune erano ovvie tipo fare la valigia e lisciarsi i capelli e altre erano completamente paranoiche tipo disseminare roba in case di vicini e amici per limitare i danni in caso ci entrino in casa mentre non ci siamo – non sono così paranoica solitamente, lo sono ora per via di quello che è successo.

Adesso siamo sul treno.

Bram

E io sono esasperata da Bram.

Forse è una differenza culturale, non lo so.

Non ha pazienza, non ha empatia.
È troppo razionale per poter capire una cosa come la paura che di razionale non ha niente.
E quindi per esempio stamattina gli ho detto che non volevo passare da una via perché è quella che va verso il centro per il consumo di droghe, e lui mi ha ringhiato, irritato, Da dove vuoi passare allora??
E io lo odio quando fa così, e vorrei essere con KOK o PLP o Serena o con chiunque tranne lui.
Anche in questo momento, ce l’ho accanto sul treno e lo vorrei strozzare 🤡
Perché già è difficile, e lui la rende ancora più difficile.

Un altro esempio.
Bram è aggressivo.
Non con me, ma con la gente che non conosce.

Se a un concerto c’è qualcuno che parla, gli va sul muso e gli dice “Se non ti interessa la musica vai a casa!” in malo modo, col risultato che il 99% delle volte la gente si sfava, lo manda a fare in culo e continua a chiacchierare allegramente a voce alta.

Quando stavamo andando in Olanda tre ragazzetti magrebini hanno attraversato col rosso, eravamo ancora a Bruxelles centro, costringendolo ad aspettare due secondi in più per partire. Bram ha suonato il clacson con forza, ha aperto il finestrino e li ha insultati. Questi l’hanno guardato allibiti, la reazione era così sproporzionata che non riuscivano neanche a capire perché li stesse attaccando in quel modo, come ho detto erano magrebini e Bram è bianco e guida un macchinone (aziendale, Bruxelles rigurgita macchinoni aziendali per via di una delle tante politiche scriteriate, ma questa è un’altra storia) e chissà cosa avranno pensato. E nel dubbio, gli hanno tirato una bottiglia sulla macchina, facendolo infuriare ancora di più.

Io mi sono sfavata.
Con Bram.
Perché non mi piace quando si comporta così, per due motivi.
Uno è che puoi sempre incontrare il matto col coltello. E vabbè, questo è opinabile.
Sul secondo però non transigo. Ed è semplicemente questo: l’odio genera odio. Non dico che Bram debba stare zitto e subire, dico che c’è modo e modo di dire le cose. E nella mia esperienza si ottiene di più chiedendo gentilmente “Ti dispiacerebbe parlare a voce più bassa, non riesco a sentire la musica?” o dicendo con calma e fermezza “È rosso” che aggredendo.
E non riesco a far capire a Bram questo mio punto di vista. Lui pensa che io voglia che faccia la pecora, che ingoi senza dire nulla. Ma io non voglio questo. Vorrei solo che fosse più gentile.
C’è già tanto odio al mondo, perché aggiungerne altro?

Bruxelles

Forse passerà, ma in questo momento odio Bruxelles e non ci voglio più stare.

Non l’ho mai scelta, ci sono finita per caso, e sono 14 anni che ci vivo.

Sono stufa. Voglio vivere in una città bellina, che esco e dico Oh come è bello qui, anziché in una città di cemento in cui devo togliermi la catenina prima di uscire di casa.

E sono arrabbiata. Arrabbiatissima. Perché il governo, le istituzioni, non fanno qualcosa per il centro?
Prima hanno pedonalizzato il viale principale, che è così diventato il ritrovo degli spacciatori e alcolizzati della zona.
Poi hanno aperto quel posto.
Il centro della capitale dell’Europa è un immondezzaio… e pericoloso, pure.

È ovvio che sto esagerando perché adesso sono arrabbiata. È anche ovvio che se davvero voglio cambiare casa posso. Ma non è così facile. E questo post lo sto scrivendo per mettere in ordine i pensieri e per sfogarmi, e quindi scusate ma vi beccate tutta la mia negatività, senza filtri.

… e paranoie

Come ho scritto più su, al momento sono un attimino paranoica. Anche se so che la cosa più probabile è che il telefono sia stato o buttato o ripulito nel tentativo di venderlo, continuo a pensare che chi ce l’ha ha in mano tutta la mia vita. Sa dove abito, dove lavoro, chi sono i miei contatti, quando sono a casa e quando in viaggio. Probabilmente non gliene frega nulla, ma ogni tanto mi prendono i momenti paranoici in cui penso Oddio adesso legge che siamo via e ci entra in casa (anche se abbiamo incaricato i vicini di tenere d’occhio la situazione). Questa, però, è una cosa su cui posso lavorare con la psicologa. La sicurezza nel quartiere no, ma questa sì.

Adesso

E quindi ora sono sul treno, e ho fame, ci abbiamo messo talmente tanto a passare tutti i controlli che non ho fatto in tempo a comprarmi un panino e quindi sono digiuna. Fuck Brexit! E inoltre sul treno c’è l’aria condizionata e fa un freddo tremendo, ho canottiera – maglietta a maniche corte – maglietta a maniche lunghe – felpa, e tremo. E sì che in the UK si aspettano un’ondata di calore!

Un po’ di cose belle per chiudere

Perché ovviamente non è tutto solo una mmerda!

Siccome ero in ritardo, Mercoledì per andare dagli Sbuffoli ho deciso di prendere un Uber.
Quando avevo cambiato tutte le password non ero riuscita a cambiare quella di Uber dal computer perché ti mandano un messaggio di conferma… sul telefono!, e così avevo solo eliminato tutti i dati e i metodi di pagamento registrati.
Quindi Mercoledì sono in ritardo, voglio prendere un Uber, installo l’app sul telefono nuovo, reinserisco i metodi di pagamento e un po’ ci metto, e quindi poi sono di corsa e prenoto più o meno il primo Uber che appare (scelgo Uber for Ukraina) e non controllo, come faccio di solito, il rating (le stelline) del driver.
Mi metto fuori a aspettare l’Uber col telefono in borsa, un po’ in ansia visto che sono nella mia via che è quella in cui è successo il fattaccio, e poi l’Uber arriva e il conducente è un omaccione grande e grosso che non dice una parola. E io vado in palla, vorrei controllare il suo rating sull’app ma siamo fermi nel traffico e ho paura se tiro fuori il telefono che qualcuno apra lo sportello e me lo rubi. E quindi sto rannicchiata sul sedile di dietro, zitta e terrorizzata.
Epperò.
Epperò c’è una voce nella mia testa.
Che dice una cosa strana.
Dice: “Chiedigli qual è il suo piatto preferito”.
E sembra folle, ma alla fine decido di tentarla e mi faccio coraggio; e gli chiedo di che origine sia, e quale sia il suo piatto preferito della sua cucina locale.
E viene fuori che è siriano. Che è in Belgio da solo otto mesi, e che va a scuola per imparare il francese ma lo parla ancora molto poco, e comunica in un misto di francese e arabo. E mi dice che la cucina siriana ha tante influenze, turca, libanese, e che se voglio mangiare siriano a Bruxelles devo andare a Clemenceau. E che un suo amico è a Roma e che in Italia è più facile perché si parla solo italiano e in Belgio invece ci sono tre lingue, che casino!
E che senza conoscere la lingua non si può fare quasi nessun lavoro, solo guidare.
E che sono gentile, perché sto parlando con lui, e non gli parla mai nessuno.
Prima di scendere gli regalo un pezzo di focaccia.
La mette nel cruscotto!

E questa, per me, è stata la cosa più bella successa in questa settimana un po’ bislacca. Ma non è stata l’unica.

I Guardians de la Paix si sono fatti raccontare quello che è successo e mi hanno detto che faranno un report, e che il report andrà in alto e se ce ne saranno altri il governo farà qualcosa.

Badate, io non voglio che chiuda il centro eh. Questi centri da qualche parte devono pur stare. Vorrei solo più controlli, più sicurezza.

Ma torniamo alle cose belle!

Gaëlle-Anne è bella.
È fantastica.
È in gamba, intelligente, generosa.
Se io a volte sono un po’ pigra e procrastinatrice, lei è l’esatto contrario!
Mi ha cucinato una cenetta meravigliosa. Apposta per me. Io cucino per gli altri, ma è raro che qualcuno cucini per me. Ha preparato un tè freddo con la frutta fresca dentro, le capesante saltate con zenzero e mirin, il pollo con le olive e le patate e i funghi e un clafoutis di ciliegie e mirtilli delizioso.
E il pollo era uno intero e non l’abbiamo finito, e allora ha preparato una bella composizione in un tupperware e l’ha portata alla sua vicina che è anziana e in difficoltà economiche.
E vive in una casa con un giardinetto da fiaba e ha due gatti, e il suo appartamento è in un condominio e tutti si conoscono e hanno le chiavi l’un* dell’altr* e ogni tanto fanno delle feste o cenano insieme. E sono sicura che questa atmosfera fantastica l’abbia creata lei.
E io non sono proprio il massimo della compagnia in questi giorni, e sono venuta via un po’ pensando Uffa non mi chiamerà più e invece la mattina dopo mi ha mandato un messaggio con i link ad alcuni corsi di autidifesa e mi ha detto che se voglio ne facciamo uno insieme!

E poi KOK, che è il mio ex coinquilino e uno dei miei migliori amici. Che bello chiacchierare fino a tardi, dormire nella mia ex cameretta, fare colazione sulla sua terrazza al fresco!

E nel frattempo siamo arrivati a Londra.
E ho fatto bene a scrivere questo post, mi è servito a sfogarmi; e ho fatto bene a lasciare per l’ultima parte le cose belle, mi hanno rimesso di buon umore!
E ho mangiato un panino e adesso andiamo a Paddington, e penso e spero che riuscirò a pubblicare questo post dal treno per Cardiff.
E se tutto va bene il prossimo post sarà da Cardiff, e sarà di viaggio e sarà felice!

Che mentre ero in Messico qualcuno, verso la fine del viaggio, mi ha detto “Eh, presto tornerai alla vita vera”. E mi ricordo di aver pensato “Ma la vita vera non è la bolla in cui vivo a Bruxelles, è questa, è aprire la mente e scoprire cose nuove e mondi diversi”!

E visto che sono tornata di buon umore, chiudo con una frase estremamente sdolcinata.
Non dovrei preoccuparmi che mi rubino in casa, perché la mia casa è il mondo!
Ce l’ho pure tatuato sulla pelle, proprio sopra alla bruciatura che mi sono fatta con la teglia del forno!

Le ultime parole famose

luglio 12, 2022
(foto presa da qui)

Sono molto felice di aver finito di scrivere del Messico, anche se scrivere l’ultimo post non è stato semplice perché avevo la testa da un’altra parte.
E al tempo stesso, visto che l’altra parte non è proprio un bel posto, è stato bello pensare al Messico invece!

Vi ricordate quello che avevo scritto prima di partire per il Messico?

Avevo scritto (scusate l’autoreferenzialità!):
“Sono stanca, e quasi più che di andare in Messico (dove pare che pioverà sempre, ma questa è un’altra storia) non vedo l’ora di tornare dal Messico, perché l’estate la passeremo quasi tutta a Bruxelles e tanti nostri amici saranno via per le vacanze e quindi penso e spero che sarà CALMA“.

Ecco le cose sono un po’ cambiate.

Il rientro and everything after

Intanto, il ritmo è ripreso frenetico da subito. Siamo tornati Domenica sera e:
– Lunedì ho pranzato da PLP, e la sera io e Bram abbiamo cenato presto e poi siamo andati a fare una passeggiata sul canale (abbiamo beccato la chiusa che si chiudeva e il ponte che si abbassava mentre c’eravamo sopra, con gli scalini che diventavano una spianata e una tizia col passeggino che aspettava che gli scalini sparissero per poter passare)
– Martedì abbiamo fatto un fantastico bbq sulla terrazza di KOK e PLP
– Mercoledì cena messicana a casa nostra con Wim e Carlos, ho fatto il caldo de camarón e i tacos de pescado
– Giovedì sarei dovuta andare a cena da KOK e PLP e portare la cena io ma
– per Venerdì non avevo programmi
– per Sabato solo una forse colazione a Schuman con Selena e Romina
– e Domenica sarebbero dovuti venire gli Sbuffoli a pranzo (Bram stava pensando di andare in Olanda, ma io gli avevo detto che non sarei andata perché eravamo appena tornati dal Messico e volevo stare tranquilla a Bruxelles).

Tutto cade in quel ma.

Giovedì

E dunque Giovedì esco dal lavoro presto, mi fermo a fare la spesa e poi cammino verso casa. È una bella giornata e c’è il sole. Imbocco la mia via e c’è un po’ di gente in giro, una signora e degli artisti che si godono il sole nella piazzetta davanti al centro per artisti vicinissima a casa mia.

Io ho sulle spalle lo zaino con dentro il computer e la spesa, in testa le cuffie Bluetooth con cui sto ascoltando la musica, e in mano il telefono, che non sto usando perché ho mandato un messaggio e lo sto semplicemente tenendo d’occhio per vedere se si illumina perché mi hanno risposto.

Dal nulla sbuca un tizio. Mi si avvicina troppo (mio primissimo pensiero “Cazzo non ha la mascherina”), lì per lì non capisco cosa stia succedendo, poi capisco che mi sta rubando il telefono. Ci metto un attimo a rendermene conto perché è giorno e c’è gente in giro ed è così surreale che non colgo immediatamente. Quando realizzo urlo. Provo a fare resistenza ma sto tenendo il telefono con una mano sola e il tizio sta tirando con due, è come rubare le caramelle ad un bambino. Nel giro di pochi secondi il tizio è già scappato col mio telefono in mano. Il telefono è collegato alle cuffie col Bluetooth e io sento la musica che si allontana e poi si interrompe!

Sono scioccata. Non c’è stata violenza, ma non riesco a credere che sia successo davvero. È la seconda volta che mi aggrediscono nella mia strada e ironicamente entrambe le volte esattamente nello stesso punto!! E anche l’altra volta ho urlato. È una reazione istintiva, col senno di poi, credo sia un modo di cercare di attirare l’attenzione.

La signora urla “Il a pris son téléphone !”, in francese. Gli artisti non capiscono, mi chiedono in inglese cosa è successo e se ho bisogno di qualcosa. Nessuno corre dietro al ladro ma non sarebbe stato possibile, tutto si è svolto troppo velocemente e in maniera troppo confusa. Io quando sono scioccata ho la tendenza a comportarmi normalmente per far vedere che sono una persona sana di mente e non una pazza, e quindi rispondo con calma che il tizio ha preso il mio telefono, che non possono fare niente per aiutarmi, e che devo solo andare a casa a cambiare tutte le password. Il mio telefono non ha PIN perché a quello prima si è rotto lo schermo e non sono mai più riuscita ad accedere alle foto perché non vedendo lo schermo non riuscivo ad inserire il PIN, per questo motivo questo non ce l’ha.

E così vado a casa, prendo il computer, informo Bram di quello che è successo e Bram, che lavora per la compagnia di telefonia con cui ho il contratto, blocca la mia SIM card. Poi scrivo a KOK e PLP e annullo la cena. E poi cambio password dopo password, tutte quelle che mi vengono in mente, talmente tante che a un certo punto Gmail mi butta fuori pensando che sia io la truffaldina!

Che poi probabilmente poco importa cambiare le password, questo era un drogato che ha preso il telefono per rivenderlo e comprarsi una dose, non per altri motivi. Non si è neanche accorto che il telefono è un vecchissimo modello che non vale niente. Non ha pensato a prendere le cuffie, sarebbero state più facili da rubare, avrebbe potuto semplicemente sfilarmele da dietro.

Quando torna Bram mi dice una cosa che non sapevo. E cioè che a inizio Maggio, a 10 minuti a piedi da casa nostra, hanno aperto un centro per il consumo sicuro di droghe come cocaina ed eroina. È un posto in cui le persone con problemi di droga possono farsi in presenza di medici e con siringhe sterili. Si chiama GATE.

Questo per me cambia tutto. E comincio a fare 2+2. Sono in paranoia e quindi infilo tutto nello stesso calderone e quel centro per me diventa il Male.
L’accoltellamento fra bande di spacciatori che c’è stato poco prima che partissimo per il Messico in un parchetto non lontano da casa mia.
La vicina a cui hanno quasi rubato il cellulare all’ingresso della metro.
Il tizio dall’aria dimessa che solo pochi giorni prima cercava di scambiare, nel supermercato fighetto, un buono pasto accartocciato con dei contanti.
Il fatto che un mio vicino di recente abbia beccato uno che si faceva una pera nella nostra strada (in cui c’è una scuola elementare) e abbia chiamato la polizia.
L’altra vicina che mi racconta che una sua amica è stata aggredita violentemente sempre in questa zona, e si è spezzata un polso.

Oggettivamente non posso essere sicura al 100% che tutto dipenda dal centro, e non posso neanche essere sicura al 100% che il tizio che mi ha derubato fosse un drogato, anche se è estremamente probabile; ma la mia mente viaggia veloce, e vedo già il mio quartiere messo a ferro e fuoco dai ddrogati!

E vado in palla completa.

Questa aggressione è completamente diversa da quella precedente.
La prima era successa alle 21:55 in un periodo in cui c’era il coprifuoco alle 22, e quindi la strada era completamente deserta oltre che buia, e il tizio che mi ha aggredito non ce l’aveva con me, era semplicemente ubriaco fradicio. Mi sono spaventata molto ma non ho avuto paura che potesse succedere di nuovo, era chiaramente stato un evento occasionale.
Stavolta non ho avuto paura perché il tizio voleva solo il telefono, e perché era giorno e c’era gente; ma avendo deciso che il mio quartiere è il nuovo ritrovo dei drogati della zona, sono terrorizzata per il futuro e sto già pensando che devo cambiare casa e forse anche paese e pure continente!

Faccio un po’ di ricerca su questo centro e la cosa non mi aiuta. Da Bruxelles trovo solo articoli entusiastici su che ottima cosa sia che questo centro sia stato aperto. La voce più felice è quella… degli abitanti del quartiere in cui i drogati erano soliti ritrovarsi prima, che dicono che nella loro zona la violenza e i furti in casa erano gradualmente aumentati e che non ne potevano più! Ecco, questo è il futuro che mi aspetta! L’unico articolo scientifico che trovo, invece, mette in dubbio l’utilità di questi centri (ce ne sono parecchi in Europa e fuori Europa, anche se io non ne avevo mai sentito parlare prima).

Bram rientra e poi riesce, ha un appuntamento e io gli dico di andare, è inutile che stia a casa con me che cambio le password.
Quando ho finito di cambiare password esco anch’io, devo andare alla polizia a fare la denuncia. Mi tolgo la collanina e lascio a casa il portafoglio, sono super circospetta e guardo male tutti quelli che incontro!
La polizia mi dice che le denunce per furti senza violenza si fanno online. Quindi in cinque minuti ho fatto e di tornare a casa e stare a casa da sola non ne ho voglia. Allora provo a passare da KOK e PLP ma non sono ancora rientrati. E così finisco col raggiungere Bram al pub in cui sapevo che aveva appuntamento con il suo amico, e col bere due birre a stomaco vuoto che con la gastrite è l’ultima cosa che si dovrebbe fare ma ‘sticazzi mi servono!, e mentre loro chiacchierano io leggo un libro che per fortuna mi ero portata in vista della lunga attesa alla polizia!

Verso le 22 Bram e Olivier hanno fame, e io propongo di andare a casa – avevo fatto la spesa per cucinare per KOK e PLP, cucinerò per loro invece!
Così facciamo, e non imbastisco tutto quello che avevo programmato ma una buona parte sì: scaldo il caldo de camarón avanzato dalla sera prima, rifaccio i tacos ma stavolta con peperoni arrostiti anziché pesce, e poi pasta zucchine cipolle e stracchino (che mangio anch’io) e mousse di mango (idem)!

E questo è stato Giovedì.

Venerdì

Venerdì Bram è andato in ufficio e io ho lavorato da casa, ma ad essere sincera non avevo molto la testa. Ho fatto un po’ di cose e ho fatto una lista di altre da discutere con Bram, poi Bram è rientrato e mi ha detto che sarebbe riuscito dopo mezz’ora per un appuntamento di cui si era dimenticato e io mi sono incazzata come una bestia e l’ho trattato malissimo, e anziché unirmi come mi aveva proposto sono rimasta a casa a rimuginare e a guardare RuPaul’s Drag Race che mi fa sentire bene perché è frivolo.

Sabato

Sabato abbiamo finalmente parlato.
Ho finalizzato e inviato il report per la polizia (volevo rivederlo con lui perché quattro occhi sono meglio di due).
Ho discusso con Bram le mie idee di non rientrare MAI PIÙ da sola e di espatriare (abbiamo deciso di aspettare un attimo).
Ho realizzato che era inutile che mi facessi il weekend a Bruxelles perché l’avrei passato barricata in casa a grugnire imbizzarrita, e allora ho proposto a Bram di andare in Olanda e lavorare un paio di giorni dall’Olanda; e ho contestualmente annullato il pranzo Sbuffolo (uffa).
Ho scritto al lavoro e ho chiesto il permesso di lavorare, eccezionalmente, qualche giorno dall’estero.
Ho detto a Bram che lui non lo potrà mai capire quello che si prova ad essere un target.

Perché questo sono. In quanto femmina e minuta, io sono un target.
E anche se l’aggressione non è stata violenta, è stata un’aggressione, perché l’avete presente quanto uno ti deve venire vicino e quanto deve invadere il tuo spazio personale per strapparti un telefono che tenevi in mano guardandoti in faccia?
Ed è possibile, eccheccazzo, che io abbia viaggiato in Colombia e Messico (in Colombia a Medellin siamo finiti in una via in cui c’era solo gente vestita di stracci che frugava nella spazzatura che mi ricordo di aver pensato OK se non ci assaltano qui non ci assaltano più) e non mi sia mai successo nulla, e poi succede due volte a Bruxelles e per giunta proprio nella via in cui abito?!

Che è una normale via residenziale a due minuti a piedi da bar e ristoranti. Però, appunto, a due minuti a piedi. Se ci fossero bar e ristoranti nella via sarebbe più frequentata. Ma non ci sono. È ironico, perché quando rientro da sola la sera mi sento sicura fino a due minuti da casa mia e poi gli ultimi due minuti no! Accidenti a me e a quando ho comprato la casa lì, e sì che era uno dei miei criteri poter rientrare da sola la sera senza problemi, ma poi all’ultimo devo essermi distratta (infatti uno degli altri criteri era avere un giardino o un terrazzo e neanche quello c’è)!

Poi, poi, poi…

Poi si è dovuto decidere come risolvere il problema che io non avevo un telefono.
Dovete sapere che Bram lavora per una compagnia di telefonia e che ogni tot anni gli danno un telefono nuovo e lui rifila a me quello suo vecchio (pagandolo eh, non è che se lo può tenere gratis).
L’ultima volta era stata a Gennaio: mi aveva regalato il suo telefono vecchio per il compleanno.
E io gliel’avevo menata tantissimo che non lo volevo, che il mio funzionava ancora (anche se molto male), che questa cosa consumistica di cambiare telefono ogni poco deve finire, che c’è gente in Africa che viene sfruttata per fare le batterie per i telefoni… eccetera eccetera, e il telefono vecchionuovo era rimasto da solo in un angolino, e io avevo continuato a usare il mio telefono vecchiovecchio col criceto che girava sulla ruota e ogni tanto si piantava (e per fortuna prima di partire per il Messico avevo scaricato tutte le foto sul computer nella speranza che con la memoria libera si velocizzasse un po’).
Quindi insomma, ci sarebbe il telefono del compleanno che mi aspetta… ma io non lo voglio usare, perché pur essendo di seconda mano vale già un po’ di più rispetto a quello che mi hanno rubato, e siccome la mia unica unicissima consolazione è che il ladro l’abbia presa in culo, non voglio rischiare.

E così resuscito un Samsung vetusto che avevo comprato in Vietnam, e che ha talmente poco spazio in memoria che non riesco neanche a installarci WhatsApp!
E così alla fine mi arrendo, e decido che userò il telefono vecchionuovo per le grandi occasioni e quello vetusto per quelle che giudico a rischio.
E così non ho ancora sfatto la valigia del Messico che già sto facendo quella per l’Olanda, e verso le 19 si parte e per le 22 siamo a casa dei genitori di Bram.

Nella foresta, sul fiume Reno, fra fiori, uccellini e porcospini. Vi ricordate della casa in cui vivono i genitori di Bram? È un posto incantato. Non può succedere nulla di male, qui!

E dunque siamo qui da Sabato sera, e oggi è Martedì e stasera rientriamo a Bruxelles, e come potrete probabilmente immaginare non ne ho punta voglia. Per fortuna che presto ripartiamo (si va a Cardiff)!

Domenica – Lunedì – Martedì

I giorni qua sono trascorsi abbastanza sereni e veloci, fra lavoro e passeggiate nella foresta

e in campi

di erica (vi autorizzo a invidiarmi un pochino per la presenza della giacca, se volete!).

E poi?

Per il futuro, il piano è…
– fare un assessment della situazione, e cercare di capire se si è trattato di un caso isolato o se effettivamente il quartiere è diventato più pericoloso
– fare un corso di krav maga se lo trovo, non tanto per imparare a difendermi quando per imparare a prestare più attenzione a ciò che mi circonda
– non rientrare da sola la sera almeno per un po’
– non andare a giro sventolando il telefono ^^
– considerare la possibilità di cambiare casa se davvero necessario, ma solo se davvero necessario!

Anche se segretamente, nella mia testa io sto continuando a fare un piano dopo l’altro per essere via da Bruxelles tutta l’estate! O una buona parte, almeno.

Scambio di ruoli

Un’ultima cosa, insolita.
Nella nostra coppia Bram è quello algido e io sono quella empatica.
Stavolta il contrario.
Bram è un po’ dispiaciuto per il ladro, perché ha preso un grosso rischio per niente e se si è azzardato a rubare di giorno tra la gente vuol dire che è proprio disperato.
Io invece non sono dispiaciuta per un cazzo, mi ride anche il culo che abbia preso un telefono da poco, e lo vorrei vedere morto e possibilmente ammazzarlo io con le mie mani.

Sono arrabbiata. Non per il telefono, che può capitare. È capitato: in Irlanda, per esempio, mi rubarono il portafoglio con tutti i documenti mentre non tenevo d’occhio la borsa, e fu un casino perché dovevo rientrare e non avevo più neanche la carta d’identità. Ma psicologicamente fu diverso, perché in quel caso agirono di nascosto e quando me ne accorsi erano già lontani. Questo, invece, mi ha strappato il telefono guardandomi in faccia. E il motivo per cui sono tanto arrabbiata è che mi ha re-instillato la paura di andare in giro da sola. E così facendo mi ha privato della mia libertà.

E a dirla tutta sono un pochino arrabbiata anche con Bram, perché ho l’impressione che col fatto che è un problema che non lo riguarda direttamente (perché lui non lo aggredirebbero mai, è alto più di 1.80 e robusto) pensi che io stia un po’ esagerando, che stia facendo tanto rumore per niente.

Per chiudere

Siccome non voglio finire su una nota così negativa, beccatevi la mamma di Bram con una farfalla nei capelli

e un fiore di zucca gigante dall’orto del babbo!

Io amo molto i fiori di zucca.
Specialmente se fritti o ripieni!

Messico. L’ultima mattina a Oaxaca. L’incanto delle prime ore del giorno, le tostadas che scrocchiano al mercato, e una cosa bellissima che verrà con noi a Bruxelles!

luglio 11, 2022

Sabato 1 Luglio

Prima di tutto, una cosa che mi ero dimenticata di scrivere: quando siamo andati alle cascate con Ana (a Huatulco) abbiamo visto un nasua, anche detto coati dal naso bianco!

La sveglia suona presto, alle 13 dobbiamo prendere il taxi per andare all’aeroporto. Lasciamo le valigie alla reception e per le 8 siamo fuori.

Di nuovo: oh, quanto ho adorato stare in giro per Oaxaca la mattina presto! Niente turisti e un sacco di locali che fanno sport, vanno al lavoro, si fanno le foto per festeggiare il diploma, con la toga e il cappello quadrato (come si chiama?) come il giorno precedente. Fa fresco e si sta una meraviglia.

La nostra meta è quel mercato fantastico a cui siamo già stati una volta, ma siccome non è vicinissimo e noi siamo a stomaco vuoto ci fermiamo in un bar per un caffè. Ci sediamo alla finestra (con grate, sembrava un po’ di stare in gabbia!) e beviamo lentamente un caffè e sgranocchiamo un biscotto osservando la gente che passa.

Poi ci avviamo. A Oaxaca di giorno fa caldo ma la mattina fa ancora presto, siamo a 1550 metri. E io ho la felpa!

E sono triste. Ho addosso una malinconia appiccicaticcia. Mi dispiace lasciare Oaxaca, ecco.
La sua bellezza un po’ decadente.
La gentilezza dei suoi abitanti.
Lo splendore dei suoi cieli.
Non voglio tornare a Bruxelles!

Per andare al mercato passiamo dal solito parco. Di nuovo sbirciamo la gente che fa esercizio.

Poi arriviamo al mercato, e è bello come ce lo ricordavamo! E sentite il concetto: si ordina quello che vuole da dove si vuole, ci si siede dove si preferisce, si mangia e si beve, e solo prima di andare via si passa dai vari banchi da cui si è ordinato per pagare. Evviva la fiducia!

Prendiamo una tostada

e delle entomatadas con uovo affrittellato. La tostada (foto sopra) è buonissima, anche se io ci devo andare piano perché è piccante; le entomatadas invece non ci esaltano. Io bevo due tazze di tè e Bram una di tejate (una delle bevande locali); e poi io, che ho ancora fame, faccio un giro e mi procaccio una sfogliatina alle mele. È la mia terza colazione, e anche la mattina prima ne avevo fatte tre! Sono senza fondo!

E niente, non è che ci sia chissà che al mercato, ma è proprio l’atmosfera che è bella, con intere famiglie che occupano i lunghi tavoli di legno, bambini che bevono grosse tazze di chocolate de agua che reggono con tutte e due le mani e nonnine sdentate che sfornano memelas come se non ci fosse un domani. Non è vero non le sfornano, le cuociono sul comal!

E quindi restiamo al mercato un paio d’ore a goderci l’atmosfera, e poi facciamo il giro dei banchi per pagare e compriamo da uno della cannella messicana e da un altro una tovaglietta di quelle che si usano per tenere le tortillas in caldo, tessuta a Teotitlàn del Valle.

Poi andiamo al centro de artesanía. Qua gli artigiani che vivono lontani, o quelli che non parlano spagnolo ma solo lingue indigene, possono mettere in vendita i loro manufatti. Io voglio comprare un paio di asciugamanini tessuti a mano, che trovo, e poi…
E poi andiamo a dare un’ultima occhiata a un tappeto che avevamo visto la volta precedente e che avevamo molto ragionevolmente non comprato (anche se sarebbe stato perfetto per casa nostra).

È ancora lì, ed è ancora bellissimo.
Abbiamo un sacco di buoni motivi per non comprarlo.
Non ci serve un tappeto.
I tappeti raccattano polvere e acari.
Facciamo schifo a pulire e quindi il tappeto diventerebbe nel giro di poco un ammasso di gatti.
Un tappeto costa.
Abbiamo già chiuso le valigie, e non possiamo presentarci al check in con un tappeto arrotolato intorno ai fianchi come se fosse un pareo.
Per un tappeto non abbiamo spazio.
Non ci serve un tappeto.
Compriamo un tappeto!

Ebbene sì, l’abbiamo comprato, e poi siamo corsi in albergo e l’abbiamo spiaccicato nella mia valigia!

E poi, e poi…

E poi abbiamo preso il taxi per andare all’aeroporto.
Lungo la via il tassista ci ha raccontato che è molto contento del presidente perché sta facendo molto per promuovere il turismo; e che ha deciso di costruire una grossa autostrada che colleghi direttamente l’aeroporto alla città, e che per farlo dovrà far fuori un sacco di alberi; e che siccome la gente non vuole che si taglino gli alberi, allora sta facendo i lavori in modo da danneggiarne le radici cosicché piano piano cadano da soli!

E poi siamo all’aeroporto, e pesiamo le valigie col fiato sospeso, il massimo è 23 kg e la mia è 22.3 e quella di Bram 22.6, fiuuu ce l’abbiamo fatta!

Il nostro volo da Oaxaca a Città del Messico è in ritardo, per evitare che perdiamo la coincidenza ci mettono su un volo precedente. Città del Messico la vediamo dall’alto ed è immensa, ha più abitanti di Belgio Olanda e Lussemburgo messi insieme.

E poi volo Città del Messico – Parigi, io seduta accanto a una simpatica ragazzina di 15 anni che andava a farsi l’estate in una cittadina a un’oretta da Parigi per imparare il francese. È rimasta sconvolta quando le ho detto che io e Bram stiamo insieme da 12 anni. Mi sono sentita decrepita LOL!

Sul volo non ho dormito, ho solo guardato un film (C’Mon C’Mon) che mi è piaciuto molto. Quando siamo arrivati a Parigi ero un cencino! Però le valigie sono arrivate insieme a noi, e non era per niente detto considerato che ci avevano cambiato un volo.

E poi treno, e Bruxelles. Bel tempo, sole ma fresco. Casa, e una sorpresa: gli amici che sono stati in casa nostra mentre eravamo via ci hanno lasciato il letto rifatto, la casa pulita e degli hamburger vegani fatti da loro in frigo!

Qualche considerazione conclusiva

Cosa non mi mancherà del Messico: le zanzare.

Cosa mi mancherà del Messico: tante cose, ma più di tutto: la gentilezza della gente; i cieli di Oaxaca; e la meraviglia di scoprire qualcosa di nuovo ogni giorno.

Ho trovato quello che cercavo in questo viaggio?

Sì, decisamente sì.
Se lo avete seguito sapete che non è sempre andato tutto liscio: autobus sono stati persi, lacrime sono state versate, io sono finita con una flebo nel braccio.
Ma questi sono inconvenienti irrilevanti che capitano quando si viaggia. Non è certo di questo che mi ricorderò.
Quello che cercavo era una prospettiva diversa. Scuotere le mie convinzioni, uscire dalla mia comfort zone, scoprire altri modi di vivere, altre culture, imparare cose nuove. E questo, decisamente, l’ho trovato.
Bonus: il mio spagnolo ha fatto un balzo in avanti pazzesco!
Parlare la lingua ha cambiato completamente la vacanza. Se ripenso a queste tre settimane le prime cose che mi tornano in mente non sono cose.
Sono Angelina, Isabel, Viviana e Lucrezia, che portano avanti con forza ed orgoglio le loro attività e le loro tradizioni.
È Ana, la nostra guida per la cascate, l’unica guida indipendente donna di Huatulco, forte e coraggiosa, che è riuscita a tirar fuori un po’ di coraggio anche da me che sono un coniglio.
È Yeni, la dolce infermiera che ha mandato la figlia di 9 anni a 1600 chilometri di distanza per il suo bene, e la vede solo in videochiamata.
Rosario, l’indipendente mujer mezcalera.
Adriana, che vive sola con i suoi due bambini, e che mostra una grinta e una sicurezza che chissà se è davvero così o se è solo una facciata.
Ma anche Armando che mi voleva curare con le foglie di guava, il ragazzo del bar a Oaxaca che ci ha disegnato la mappa dei food truck più segreti e underground (e che ha una figlia, una bambina, lontana, pure lui), e tutti i tassisti e passeggeri di taxi che ho torturato con la domanda “Qual è il tuo piatto preferito” e che sono andati dal semplicemente rispondere al condividere ricordi d’infanzia a passarci ricette e dirci dove andare a comprare gli ingredienti!

È stato bellissimo, e spero tanto che un giorno avremo l’occasione di tornare. Con le valigie vuote, così potrò comprarmi una delle meravigliose casseruole in terracotta che fa Angelina! Vanno direttamente sul fuoco e anche in forno!

INFO

A Oaxaca siamo stati all’hotel Las Golondrinas. L’ho adorato, sia per la meravigliosa stanza grande che avevamo che per il favoloso giardino tropicale che per il personale gentile. C’era un distributore d’acqua potabile da cui potevamo riempirci gratis le bottiglie riutilizzabili, e il giorno in cui siamo tornati da Huatulco e abbiamo lasciato le valigie nella hall e siamo rientrati poi la sera tardi stanchi, abbiamo avuto la gradita sorpresa di trovarle già sistemate in camera!

Messico. Oaxaca e Teotitlán del Valle. A lezione di cucina con Isabel. Tutta un’altra storia! E anche: Oaxaca la mattina, colectivos, cargos, peperoncini in via d’estinzione, e saltare sulle valigie per chiuderle!

luglio 7, 2022

Venerdì 30 Giugno

È l’ultima giornata piena in Messico, il giorno successivo abbiamo l’aereo nel pomeriggio.

La sveglia suona alle 7, ma veniamo svegliati alle 6 da dei botti tipo petardi. Chissà cosa si festeggia!
Dobbiamo essere alla stazione degli autobus per le 9:15, e io vorrei uscire presto e andare a fare colazione nel parco. Nel nostro albergo la servono solo dalle 8:15 e sono lenti, non faremmo in tempo.
Ironicamente il giorno prima ho scoperto una cosa: che avendo prenotato le ultime tre notti non con Booking ma direttamente con l’albergo, per le ultime tre notti abbiamo la colazione inclusa! Caffè o tè, pan dulce e succo di frutta o frutta fresca. Proprio nei giorni in cui non vogliamo fare colazione! Ma vabbè, onestamente l’albergo l’ho adorato ma la colazione non era un granché.

E così ci alziamo, mangiamo le ultime due fette biscottate e usciamo prima delle 8.

Oaxaca la mattina mi incanta. È già busy busy ma in giro ci sono solo locali, non turisti. Nella piazza principale un gruppo di studenti si sta facendo le foto per il diploma. Fa fresco, ci vuole una felpa. Ho adorato stare in giro per Oaxaca (che ho scoperto chiamarsi Oaxaca de Juárez) la mattina!

Passiamo il parco di uno dei primi giorni, quello in cui mi avevano dato quella quesadilla coi fiori di zucca che mi aveva conquistato. La mattina è pieno di vita, c’è chi pascola il cane e chi si esercita. Balli di gruppo, pattini, skateboard, monopattino, c’è di tutto.
E c’è anche il mio stand! Ma la quesadilla coi fiori di zucca non ce l’hanno, e così prendo due memelitas con queso (non quesillo, che è quello gommoso che non mi piace) e salsa (solo per Bram, non per me) mentre Bram va a cercare un caffè.

Sapete come fanno le memelas, e cosa le differenzia dalle tortillas? Sono un po’ più piccole e vengono bucherellate con le dita perché il condimento penetri meglio; e il condimento è asiento, e cioè grasso di maiale non raffinato – contiene quelli che in Toscana si chiamano ciccioli! Poi ci si stupisce del fatto che ci sia tanta gente cicciottella.

Il caffè di Bram è buono, il mio tè è creativo: è una tazza di acqua bollente (ustionava) con dentro dei pezzi di frutta!

Finita colazione andiamo ad aspettare l’autobus. Invece finiamo su un colectivo. Che sarebbe un taxi condiviso. Bram sale davanti e io dietro, dove ci sono altre due persone. Partiamo, e dopo un po’ il taxi raccatta un’altra persona, che si spiaccica sul sedile del passeggero insieme a Bram! Così funzionano i colectivos, tre davanti e tre dietro, ma siccome l’autista deve avere spazio, i due passeggeri davanti sono vicini vicini! Vi lascio immaginare la gioia di Bram!

Il colectivo ci lascia a un incrocio, e da lì dobbiamo prendere un altro colectivo per… già, ma dove stiamo andando? Non ve l’ho ancora detto. Stiamo andando a Teotitlán del Valle! A fare il corso di cucina con Isabel! Ve la ricordate Isabel? Dalla fantastica giornata con En Vía? Oggi cucineremo con lei, e non vedo l’ora!

Nel secondo colectivo vado davanti io e il viaggio va liscio, a parte che quello con cui divido il sedile ha un gomito saldamente piantato nel tratto ascendente del mio colon.

Per le 9:45 siamo a Teotitlán del Valle. L’appuntamento con Isabel è alle 10:30, quindi abbiamo un po’ di tempo. Io la sera prima mi sono fatta la lista dei peperoncini che voglio comprare prima di lasciare il Messico, e inoltre ho fame, la memela grassa non mi è bastata. E così andiamo al mercato, che a Teotitlán inizia la mattina presto e per le 11 è già finito!

Il mercato è bellissimo, e non c’è neanche un turista. Facciamo un giro, io mi compro un cannolo alla crema (molto meno buono di quelli italiani, meno dolce e meno croccante), trovo alcuni dei peperoncini che cercavo… ed è già ora di andare.

Per le 10:30 siamo da Isabel. Lei ci aspetta sorridente. Ci fa entrare, e la parola entrare qui va messa in contesto perché è tutto all’aperto, e come prima cosa… ci fa accomodare al grosso tavolo di legno dove avevamo pranzato in comitiva con En Vía, e ci offre una tazza di atole (una sorta di porridge dolce preparato con avena e acqua) e un pane dolce che sa di anice. Che differenza con l’accoglienza riservataci da Pilar!

E poi si inizia a cucinare. Faremo i tamales, che sono una sorta di pacchettini di farina di mais ripieni, si cuociono nelle foglie di mais al vapore.

Isabel ha già cotto i chicchi del suo mais, coltivato da lei, in acqua e cenere (solitamente si usa l’idrossido di calcio); e poi li ha tritati usando il metate, che è questo. Il risultato è una pasta umida. Ecco le pannocchiette! Belline, no?

Al mais così preparato si aggiungono brodo di pollo e manteca, che sarebbe grasso di maiale più raffinato dell’asiento e meno raffinato dello strutto bianco che si trova in Europa; e sale. Mescolo io, Isabel mi controlla e assaggia.

Nel frattempo si puliscono e si mettono a bollire zucchine tonde e carote. Semplicemente bollite, niente di più. Da Isabel non si butta nulla: le bucce delle carote e il picciolo della zucchina vengono messi da parte per il suo agnello.

Anche della pannocchia si usa tutto. Le foglie le mettiamo a bagno, ci serviranno più tardi. I torsoli li usiamo per accendere il fuoco!

È arrivato il momento di farcire i tamales. Si fa così. Si preparano gli ingredienti per il ripieno: il pollo usato per fare il brodo, sfilacciato; le carote e le zucchine precedentemente lessate, a bastoncini. Poi si prende una foglia di pannocchia, la si cosparge con uno strato di impasto di mais, si aggiungono gli ingredienti del ripieno, si chiude. E così via.

Una volta preparati i tamales vengono messi sul fuoco, nel pentolone che abbiamo preparato. Dovranno cuocere, al vapore, per circa 40 minuti. Mentre cuociono prepariamo una salsa di peperoncini pasilla (non piccanti) e un’agua fresca de jamaica (fiori di ibisco). Come al solito mortaio e pestello toccano a Bram. La salsa che prepara è deliziosa! E visto che non è piccante, la posso mangiare anch’io!

Mentre cuciniamo Isabel chiacchiera. Teotitlán del Valle è famosa per la produzione di tappeti, praticamente tutti nel villaggio tessono al telaio (vi ricordate di Lucrezia, sempre dalla giornata con En Vía?); e Isabel e il figlio quindicenne non sono da meno. Mi mostra con orgoglio il primo tappeto che il figlio ha realizzato. Un altro è in produzione. È importante che impari, mi dice. Mi racconta che lei e il figlio, fra loro, parlano solo zapoteco. Ah già, non vi avevo detto che Isabel è zapoteca. Mi chiede quanti anni ho, mi fa indovinare quanti ne ha lei. Mi dice che avere un comedor (ristorante) non le pesa, perché cucinare le piace. E poi, e poi… E poi i tamales sono pronti!

Si mangia! Io e Bram aiutiamo a preparare la tavola, Bram fa una cosa ovvia ma bellissima: lava tutte le ciotole e gli utensili che abbiamo usato per cucinare.

È arrivato il momento di assaggiare i tamales. Se ci pensate sono semplici, OK c’è un po’ di grasso nell’impasto, ma il ripieno non è altro che pollo, carote e zucchine lesse. E sono…

…deliziosi!! Buonissimi!! Mi piacciono talmente tanto così come sono che quasi non vorrei provarli con la salsa, per paura di coprirne il sapore! Ma alla fine ovviamente la provo, e ci sta benissimo. Bravo Bram! E che bontà!

Io ne mangio 2, Isabel 3 e Bram 4. Altri 2 ce li portiamo via in un pacchettino, quelli avanzati Isabel li congelerà.

Ė arrivato il momento di salutarsi. Sono tanto felice, è stata una mattinata meravigliosa! E ho imparato un sacco, già sto pensando a quando rifarò i tamales! E Bram la salsa!

Vorrei tornare a Oaxaca solo per fare un altro corso di cucina con Isabel. Altro che Pilar!

Intanto si sono fatte le 14. Che si fa? Già che siamo a Teotitlán del Valle, anziché tornare a Oaxaca, facciamo un giro a Teotitlán del Valle!

C’è il museo del tessile, ma è ancora chiuso. Puntiamo una sorta di ufficio informazioni ed entriamo per chiedere se sappiano quando apre. Per stare in giro fa troppo caldo, ma nell’ufficio c’è un bel venticello. Ad accoglierci è un ragazzo giovane che ci spiega che loro sono l’ufficio del turismo alternativo: Teotitlán è famosa per i tappeti e in genere ci portano le comitive di turisti col pullman che guardano i primi due o tre atelier di tappeti e poi se ne vanno; ma intorno da fare c’è molto di più! Scalare una montagna, per esempio. Adesso, con 40 gradi? Ma anche no.

Mentre parliamo si sentono di nuovo dei botti come quelli che ci hanno svegliato la mattina. Chiediamo cosa si festeggi e ce lo spiega. Siete pronti?

Allora.
Vi ricordate che vi avevo raccontato che questi villaggetti indigeni non vengono governati dal governo centrale ma si governano da soli secondo i propri Usos y Costumbres?
E vi avevo parlato dei cargos? Non mi ricordo. In breve. Siccome appunto questi villaggi si amministrano da soli, i ruoli che solitamente vengono assegnati dallo stato (i ruoli pubblici, in pratica) vengono ricoperti dagli abitanti del villaggio, a turno. L’idea è quella di dare il proprio contributo alla vita del paese. Un cargo non si sceglie, un cargo ti tocca: ti viene assegnato dall’Assemblea Generale (formata a sua volta da abitanti del villaggio, che cambiano). Un cargo può durare per esempio due anni, e poi in teoria non dovresti riceverne altri per altri tre anni. In teoria. Per svolgere il compito che ti è stato assegnato non vieni pagat*. Se il compito richiede un impegno tale da far sì che tu sia costrett* a lasciare il tuo lavoro abituale, la tua famiglia deve provvedere al tuo sostentamento per quel periodo. O in alternativa, puoi pagare qualcuno che svolge il cargo al posto tuo.
Un lavoro svolto tramite cargo, per esempio, è far parte della polizia.
Ed ecco cos’erano i botti: il cambio della guardia! La vecchia polizia che lascia il cargo, quella nuova che se lo accolla. Li abbiamo visti in giro i nuovi poliziotti (tutti maschi), fieri e un po’ impacciati nelle loro nuove uniformi. Se guardate questa foto in cui io facevo finta di posare li vedete anche voi!

Parlare col ragazzo e imparare qualcosa di più sugli Usos y Costumbres è interessantissimo. Restiamo con lui una buona mezz’ora. Corso di spagnolo miglior investimento della mia vita. Che ricchezza, che ricchezza parlare le lingue!
Fra le varie ci racconta che anche gestire il museo che volevamo visitare è un cargo! E che di recente avevano assegnato il ruolo di presidentessa a una signora che però di mestiere fa il medico, e lei aveva pregato e implorato di avere un cargo minore che porti via meno tempo. Pare che sia riuscita nel suo intento, ma ancora non è sicuro.
Anche il giovane, ci racconta, ha già ricevuto il suo primo cargo. Sapete qual è?

… Parlare con noi!

Dopo visitiamo il museo. Ma non è sul tessile, o quantomeno non solo. È sulle tradizioni, e quindi… sugli Usos y Costumbres! E così, ecco che impariamo ancora qualcosa sulle elaborate e rigide norme che regolano la vita nei villaggi. Non mi metto a farvi tutto il riassunto, ma ci sono, fra le varie, un sacco di regole legate al rito del matrimonio. Tipo che il promesso sposo, per ottenere la mano della promessa sposa, deve lavorare un anno gratis per la famiglia di lei!

Non so, quando ne ho sentito parlare per la prima volta questi Usos y Costumbres mi sono sembrati una cosa bella, il fatto che i villaggi si amministrino da soli, che non abbiano ceduto. Adesso non ne sono più tanto convinta. Ma non ne so abbastanza.

Quando usciamo dal museo non sappiamo bene cosa fare. Io vorrei comprare dei tovaglioli di quelli apposta per tenere le tortillas in caldo, ma per noi come turisti non è facile distinguere gli atelier originali da quelli che vendono paccottiglia – Bram era stato attirato da un mantello, ma provandoselo aveva notato un’etichetta tagliata. Costava 800 pesos, scontato 650, quando ripassiamo ci urlano 600. Ridacchiamo un pochino perché continuiamo a ottenere sconti non richiesti, soprattutto io: sulla spiaggia l’ultimo giorno a Huatulco un tizio mi aveva sentito dire alla coppia di Chihuahua che ci avevano chiesto 3000 pesos per andare a playa India, e dopo si era avvicinato quatto quatto e mi aveva proposto una lancia per 2500!

Su Google Maps vediamo che c’è un posto gestito da donne che si chiama Vida Nova, e andiamo a cercarlo. Lo troviamo, siamo un po’ confusi dal fatto che sembra un cantiere, ma ci assicurano che è lì. Una donna con delle lunghissime trecce nere si fa avanti e apre per noi una stanza piena di tappeti, borse, sciarpe… tutto fatto a mano. E poi ci racconta.
Ci racconta che lavorano con donne indigene, che non parlano spagnolo e che quindi non sono in grado di andare a vendere i loro prodotti. E neanche di andare dal dottore, se è per quello. Alcune non ci sono mai state, mai in tutta la vita. Neanche per mettere al mondo un figlio. L’associazione le aiuta. A vendere i loro prodotti, a comunicare. Loro non ci sono, ma ci sono le loro foto. Sono donne indigene, hanno tutte le trecce.

La lingua, questo argomento che in questo viaggio continua a tornare. E mi torna in mente un altro viaggio che ho fatto di recente, e anche lì di lingua ho sentito parlare, la lingua da quelle parti è un bel problema. Ero a Barcellona, in Cataluña.

Usciti da quel posto magico decidiamo di tornare verso Oaxaca fermandoci per la via a vedere el árbol del Tule, che pare che sia un albero gigantenorme. Prendiamo un colectivo fino al solito incrocio, e sul colectivo io imbastisco una discussione con i nostri compagni di viaggio (una signora in abiti tipici e un ragazzetto) sulla differenza fra asiento e manteca (l’asiento è più grasso della manteca che è più grassa dello strutto che troviamo in Europa).

Quando arriviamo all’incrocio aspettiamo e aspettiamo, ma non passa neanche un colectivo per el árbol del Tule. In compenso passano un sacco di colectivo e autobus per Oaxaca. E così decidiamo di tornare a Oaxaca, è l’ultimo giorno e io non ho ancora tutti i miei peperoncini!

A Oaxaca fa un caldo da stianta’. Giriamo un paio di mercati e riesco a trovare quasi tutti i peperoncini, me ne manca solo un tipo rarissimo che pare non si trovi più da un paio d’anni. Avevo pensato che non crescesse più per via del riscaldamento globale, ma poi ho letto che solo poche famiglie lo producono.

Poi in teoria potremmo pure andare in albergo. Ma passiamo davanti alla galleria d’arte che espone gli alebrijes di Jacobo e María Ángeles. Sono degli animaletti di cartapesta coloratissimi, molto dettagliati. Io e Bram avevamo lasciato gli occhi sui colibrì. Li guardiamo, li guardiamo… e alla fine ne compriamo cinque!

Oddio ma no, sto facendo casino. I colibrì li avevamo comprati il giorno prima, che avevo lasciato Bram da solo a pagare perché avevo appuntamento per il massaggio. Allora Venerdì dopo i mercati siamo semplicemente tornati in albergo a farci una doccia. E a consegnare i due tamal fatti da noi alle ragazze della reception. Ci hanno detto che erano buoni!

Rinfrescati, siamo andati a cena. Per l’ultima cena in Messico abbiamo scelto Humar. Ci piace, per il cibo e per l’ambiente giovane: tutti i ragazzi ai fornelli sono recentemente usciti dalla scuola di cucina; è bello che qualcuno dia loro una possibilità! Io avevo intenzione di prendere l’hamburger, ma poi ho visto sul menù i tagliolini ai frutti di mare che già mi avevano tentato. Indecisione, indecisione… Ho chiesto consiglio alla cameriera e lei mi ha detto, testuali parole, “La verità è che i tagliolini sono buonissimi”. La cameriera mentiva!

Dopo cena siamo andati in camera e abbiamo giocato a “Fai entrare nelle valigie che erano già piene tutto il mezcal che ha comprato Bram” fin verso mezzanotte. E poi siamo andati a letto, che la mattina dopo la sveglia sarebbe suonata presto; perché il giorno dopo avevamo l’aereo, ed eravamo fortissimamente determinati a sfruttare al massimo le ultime ore a Oaxaca!

Messico. Oaxaca. A lezione di cucina con Pilar. Deludente! Ma anche mercati, musei, massaggi e piani grandiosi andati in fumo.

luglio 3, 2022

Giovedì 29 Giugno

È il giorno della nostra lezione di cucina con Pilar, la proprietaria de La Olla. L’abbiamo incrociata quando ci siamo andati a pranzo e non mi ha fatto una grande impressione, mi è sembrata fredda. Mi alzo un po’ scazzata. La lezione l’ho prenotata a inizio viaggio e adesso non ho più voglia di farla, preferirei andare a Hierve el Agua o a caccia di avventure. Però magari sarà bella, chissà! Diamole una possibilità!

Facciamo colazione un po’ al volo e poi usciamo. Io vado con Bram alle degustazioni di mezcal, Bram viene ai corsi di cucina con me!

L’appuntamento è al ristorante. Quando arriviamo Pilar non c’è ancora, ci fanno accomodare in terrazza e regolare il pagamento. Io sono un po’ perplessa quando mi rendo conto che il prezzo che pensavo fosse per due persone era in realtà per una, Bram si sfava quando viene fuori che se non si paga in efectivooo bisogna pagare il 5% in più (pratica comune in Messico, però al ristorante questa regola non c’è, perché per le lezioni di cucina sì?). Ci consoliamoci la vista dalla terrazza. Certo che avrebbero potuto almeno offrirci un caffè!

Pilar arriva, saliamo in macchina con lei e si va a fare la spesa. Prima tappa un piccolo stand di verdure ed erbe aromatiche biologiche, che era tipo il davanzale di una casa!, e poi il mercato della Merced. Il mercato mi incanta, è piccolo e di quartiere, non ci sono turisti, tutto ha l’aria freschissima e c’è un profumo di cucina… che mi fa venire una gran voglia di fare una seconda colazione! O di tornarci il giorno seguente, ma non ce la faremo, è lontano dal centro.

Fatta la spesa si va a casa di Pilar.
E che casa!! Mi era già fatta l’idea che oltre al centro turistico e decadente Oaxaca dovesse avere anche una parte più moderna, ricca e lussuosa; así es, e oggi la vediamo. La casa è enorme e luminosissima, su vari piani, con un giardino, e una cucina a vista in cui si aggirano due aiutanti. Gli ingredienti per i vari piatti che prepareremo sono già ad aspettarci sul tavolo, divisi per piatto.

Si inizia a cucinare. Sul menù abbiamo memelas, una salsa, una zuppa, un mole e un dolce. Pilar è precisa e ci dà istruzioni chiare, ma i compiti che ci toccano sono minori: spellare e affettare peperoncini arrostiti sulla fiamma, pestare ingredienti con l’ausilio di mortaio e pestello. La maggior parte del lavoro è stato fatto o viene fatto dalle aiutanti.

Ad essere sincera, con la lezione non ho imparato tantissimo, giusto a fare le memelas (che non è che ci voglia una scienza); la zuppa era buona ma era di nopales (cactus) che in Europa freschi non si trovano e quindi non sarò mai in grado di riprodurla; e il mole… non mi è piaciuto! Era quello amarillo, che è il più facile di tutti; era piuttosto liquido; e sopratutto era servito con un pollo (non cucinato da noi) così saporito che copriva il sapore del mole! La cosa più buona erano le memelas, con la salsa preparata al mortaio da Bram.

Mi fa ridere tantissimo la faccia di Bram in questa foto, il contrasto fra l’aria truce e il grembiule a fiori!

C’è stata un’altra cosa che ci ha fatto girare le scatole (oltre al 5% sui pagamenti con la carta), ed è stata il fatto che siamo stati invitati a lasciare la mancia alle due aiutanti. In Messico la mancia funziona più o meno come negli Stati Uniti e noi solitamente la lasciamo perché i camerieri ecc. sono pagati poco (non sono fan del sistema ma così è), ma in questo caso, ci hai fatto pagare un botto per la lezione, hai una mega casa, ma che dobbiamo pagare noi il salario delle tue aiutanti? Pagarle di più te no, eh?

Insomma della lezione non siamo rimasti tanto soddisfatti. Quando è finita erano circa le 14 e Pilar ci ha riportato in centro, lasciandoci davanti al suo ristorante. Faceva caldissimo!

Era il penultimo giorno a Oaxaca, il Sabato avevamo il volo di ritorno, e io iniziavo un po’ a smaniare e a fare liste di cose da fare prima della partenza. Una delle cose era spedire le cartoline, perché mi avevano detto che andavano spedite dalle poste facendosi mettere un timbro. Bram trova un ufficio postale e ci andiamo. I timbri costano 75 pesos in totale, non si può pagare con la carta, noi abbiamo 100, e non hanno da farci il resto. Bram imbastisce una discussione con l’impiegata, io vado fuori ad aspettarlo per dissociarmi perché secondo me non ha senso aggredire l’impiegata, mica è colpa sua! Fuori c’è un mercato, faccio un giretto e compro una mascherina così cambio i 100 e poi vado a comprare i miei timbri (che poi alla fine erano francobolli), senza Bram però!

Dopo andiamo a quello che era il piano B dall’inizio della vacanza, e cioè il museo dei pittori oaxaqueños. Ci sono varie esposizioni e una a Bram piace talmente tanto che vorrebbe comprarsi il libro della mostra (come se non avessimo già abbastanza bagaglio). A me no.

Questa è una foto fatta dal portone del museo. Muy Oaxaca centro turistico. Si vedono i lustratori di scarpe.

Questo simpatico personaggio sul tetto, invece, ha qualcosa a che fare con la Guelaguetza (ma non so cosa).

Rientrando becchiamo una festa!

Poi ci separiamo. Io vado a farmi fare l’ultimo massaggio della vacanza, mi hanno parlato molto bene della ragazza. Bram gironzola e scatta foto.

Il massaggio è il deep tissue, è molto energico e professionale e anche se a momenti è quasi doloroso mi piace un sacco. Finito mi fermo in una libreria vicina dove lavora un ragazzo gentile, e mi rimane attaccato un fumetto. Non ero sicura che fosse un fumetto perché era impacchettato, così ho chiesto al ragazzo e lui ha controllato sul computer e poi mi ha detto “È un fumetto per bambini dagli 8 anni in su” e quando io ho risposto “Ah allora è perfetto, perché il mio livello di spagnolo è quello di un bambino di 8 anni!” ha riso.

Con Bram ho appuntamento all’hotel. Ovviamente rientrando da sola mi perdo e finisco col percorrere per errore avenida Benito Juárez. Non pensate a situazioni pericolose, non mi sono mai sentita non al sicuro a Oaxaca. Pensate piuttosto a una festa! Cibo di strada ovunque: marquesitas, memelas, hamburguesas, elote, empanadas, quesadillas, papas, tamales… e chi più ne ha più ne metta. Mi è rimasta la voglia di marquesita da quando l’ha presa Bram e decido Fanculo il reflusso, acchiappo Bram e veniamo a cena qui e io mi mangio una bella marquesita tutta per me! E poi vado in albergo, e scopro che Bram ha già cenato.

E così io faccio prevalere la ragione, e anziché con una rica marquesita ceno a fette biscottate. Sicuramente meglio per il mio stomaco… uffa però!