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Per la mia zia!

febbraio 22, 2017

Quando la mia mamma era incinta di me stava passeggiando col mio babbo, e a un certo punto ha visto che c’era stato un incidente e che una ragazza veniva portata via con la barella. Girati, le ha detto il mio babbo, non guardare, che sei impressionabile. Entrambi si girarono e non videro chi stava sulla barella.

Era mia zia, la sorella di mia mamma! Che si era spaccata in un (bel) po’ di pezzi, ma che è stata un po’ in ospedale tutta ingessata e poi si è ripresa completamente.

Ecco, sfiga ha voluto che Domenica sia caduta e si sia rotta il femore, lo stesso che si era rotta 39 anni prima!

Lunedì la operano, e visto che legge il blog vorrei mandarle da qui un abbraccio enorme. Ti voglio bene zia, riprenditi presto!!!

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La barca dei libri

febbraio 21, 2017

Ho così tante storie dentro alla testa che temo che non riuscirò mai a buttarle giù tutte.

Aaallora, partiamo dalla parte triste così ce la leviamo. Il Laos è un paese poverissimo. I tentativi di sviluppo, primo fra tutti la costruzione di dighe, stanno portando a dei disastri ambientali di enorme portata. Già adesso alcune cose non esistono più (tipo adesso, stiamo andando in un posto che dista circa 3 ore da Luang Prabang e che fino a pochi anni fa si poteva raggiungere tramite fiume, e ci stiamo andando con l’autobus locale perché il fiume non esiste più, causa, indovinate?, diga!), fra 15 anni sarà ancora peggio. Una grande parte della popolazione non è alfabetizzata. In alcuni posti l’elettricità non è ancora arrivata, in altri è arrivata solo di recente. Alcuni villaggi sono in zone così remote che si possono raggiungere solo tramite barca o a piedi.

OK questa era la parte triste. Ma c’è chi sogna di fare qualcosa per migliorare la situazione. E a volte questi sogni diventano realtà!

Domenica 12 sera siamo tornati da Sayaboury. Lunedì 13 mattina ci siamo alzati presto per fare una cosa a cui tenevo molto io. E cioè percorrere il Mekong con la barca-libreria e andare a portare libri a bambini di villaggi remoti dove normalmente i libri non arrivano.

In realtà non è solo nei villaggi remoti che i libri non arrivano: il Laos è un paese che non legge. Non leggono i bambini, ma non leggono neanche gli insegnanti, che di conseguenza hanno difficoltà a capire l’importanza della lettura e il suo ruolo nel processo di alfabetizzazione. Tenete conto, fra parentesi, che il Laos comprende tre gruppi etnici principali (più una miriade di minoranze) e che dei tre solo uno ha come lingua principale il laotiano. Dunque la maggior parte dei bambini sente per la prima volta il suono del laotiano quando inizia ad andare a scuola. Se ci va.

Il progetto Library Boat è legato a un altro progetto chiamato Big Brother Mouse. La Library Boat porta libri dove non arrivano; Big Brother Mouse è il folle e fantastico progetto di Sasha, un americano che quando è andato in pensione dalla sua casa editrice ha cercato qualcosa da fare. E gira gira ha trovato un paese che non conosce i libri. Insieme a due compari, due giovani laotiani, si è messo in moto ed è riuscito ad ottenere la prima licenza di pubblicazione del Laos.

I loro libri sono semplici semplici. Tanti bambini fra quelli che vanno a scuola all’età di 10 anni non sanno ancora leggere. O magari riescono con fatica a leggere una parola, ma un’intera frase no. Occorrevano quindi libri semplici, con tanti disegni e non troppo testo. Sasha e compari li hanno scritti, li hanno pubblicati e poi si sono inventati un sacco di modi per diffonderli, dai corsi per gli insegnanti ai Book Party. Non vorrei dilungarmi troppo ma metto a fondo post il link al sito, se volete saperne di più visitatelo, ci sono un sacco di modi di contribuire.

A questo punto il legame diventa chiaro, no? La Library Boat fa parte del Community Learning International, che non è Big Brother Mouse. Ma i libri che vengono distribuiti in giro sono quelli pubblicati da Big Brother Mouse. Che, spero si sia capito, non ha come scopo il profitto ma la diffusione della lettura!

Dunque io avevo sentito parlare della Library Boat e dunque io volevo, se possibile, andare con loro a distribuire libri sul Mekong. Siamo andati a visitare la sede dell’associazione, che è la biblioteca locale a Luang Prabang, e abbiamo chiesto se fosse possibile andare con loro per un giorno. Ci hanno risposto di no.

Nella biblioteca c’era una grossa striscia di stoffa appesa. La striscia conteneva tante tasche fatte per contenere libri. Solo una era piena. Si possono comprare libri e metterli nelle tasche, ci è stato spiegato, e quando tutte le tasche sono piene la barca parte. Sta via dieci giorni e visita dieci villaggi, uno al giorno, partendo dal più lontano e finendo con quello più vicino. Adesso le tasche non erano piene e quindi non c’erano partenze in programma.

Allora io ho convinto un riluttante Bram a comprare tantissimi libri per riempire tutte le tasche. Seconda grossa spesa della vacanza, ma non rimpiango un centesimo. Perché abbiamo visto con i nostri occhi come sono stati usati i nostri soldi, e i modi migliori che mi vengono in mente sono pochi.

Adesso la libreria di stoffa era piena, e adesso la barca poteva partire! Per permetterci di andare con loro hanno leggermente modificato il loro percorso abituale. Il Lunedì sarebbero andati a visitare il primo villaggio, che da Luang Prabang non è eccessivamente lontano (circa due ore di navigazione) e noi saremmo andati con loro; poi sarebbero tornati indietro, e il giorno dopo sarebbero partiti senza di noi (sigh sob) per i rimanenti nove giorni.

Dunque Lunedì mattina siamo partiti! Con noi c’erano un ragazzo e una ragazza laotiani che fanno parte dell’organizzazione, più i due piloti della barca. Il viaggio è stato bellissimo, tutto sul Mekong. Panorami fantastici e tante tante chiacchiere, noi eravamo interessati al loro mondo quanto loro lo erano al nostro. Una cosa difficile da spiegare qua è il fatto che viviamo insieme ma non siamo sposati. Una che proprio non viene capita è il fatto che non vogliamo figli: ogni volta che diciamo di non averne il commento è sempre, invariabilmente “non ancora”! Una cosa che viene vista con immenso stupore è il fatto che siamo in ferie per 6 mesi. Beh questa stupisce ancora anche me.

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Questa sono io sulla barca che tanto per cambiare spippolo col cellulare. Quando abbiamo iniziato ad avvicinarci al villaggio i libri sono stati tolti dagli scatoloni e la libreria di stoffa è stata riempita.

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Eccola pronta!

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Le librerie erano due, e in ogni tasca stanno 2 o 3 libri.
Poco prima di raggiungere il villaggio il ragazzo ha chiamato la scuola, per informarli che eravamo quasi arrivati. Tempo 5 minuti e una spiaggia poco lontana si è popolata con 1, 2, 3… 207 bambini! La barca non è riuscita ad attraccare lì però, quindi ci siamo fermati un po’ più in là e i bambini ci hanno raggiunto a piedi, o per la precisione a corsa! Mai visti dei bambini così entusiasti davanti alla prospettiva di un libro, anche se fare il paragone non ha senso lo so.

Aperte le danze, i bimbi sono educatamente saliti sulla barca e si sono buttati sulla libreria!

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Hanno scelto i libri e poi si sono buttati a leggere. Un po’ ovunque.

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Dopo un po’ una bambina è venuta da me, un libro in mano. Ha indicato le figure. Dopo un po’ ho capito: voleva che le dicessi i nomi delle cose raffigurate, in inglese.

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Dopo un po’ ero circondata.

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Io pronunciavo i nomi delle cose in inglese e loro li ripetevano, diligenti. Bram ha fatto un video e riguardandolo mi sono resa conto con orrore di aver insegnato loro a dire flowerRE, birdE, fishE!
Un simile gruppo si è velocemente formato anche intorno a Bram.

A un certo punto si è avvicinata una donna con una bambina piccola in braccio. Dall’alto aveva visto la barca è incuriosita era scesa a vedere cosa stesse succedendo.

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I ragazzi che erano sulla barca con noi avevano anche preparato delle attività da svolgere con i bambini. Si trattava principalmente di lettura ad alta voce e di canzoni. Una insegnava a lavarsi i denti.

E poi è arrivato il momento di andarsene. I bambini si sono messi in fila ordinata e sono usciti. A ognuno è stato consegnato un piccolo kit in parte igienico in parte scolastico: il kit comprendeva un quaderno, una penna, una saponetta che sembrava una caramella, uno spazzolino e un tubetto di dentifricio. Acquistati sospetto con le nostre luccicanti monetine, e va benissimo così!

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Il ritorno in barca è stato lento e tranquillo. Io leggevo, Bram si godeva il paesaggio, la ragazza si è addormentata.

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Non contenti, rientrati a Luang Prabang e dopo esserci riposati un po’ siamo andati da Big Brother Mouse, a fare pratica di inglese con dei ragazzini adolescenti.

Ma questa è un’altra storia, e bisognerà raccontarla un’altra volta!

INFO

Il sito del Community Learning International (Library Boat): http://www.communitylearninginternational.org

E il sito di Big Brother Mouse: http://www.bigbrothermouse.com

Dove vivono gli elefanti

febbraio 19, 2017

Sono in Laos in un posto incredibile. Le stelle ci sono tutte, e la luna è così luminosa che credevo fosse un lampione. Se il paradiso esiste è qui. E ci vivono gli elefanti!

Queste parole le scrivevo Venerdì 10 sera prima di andare a letto.
È lo stesso giorno in cui ho scritto anche qua di essere in paradiso.
Ma procediamo con ordine!

Avrete ormai capito che io e Bram abbiamo due modi un po’ diversi di affrontare il viaggio. Non incompatibili, ma diversi.

Per esempio, abbiamo discusso parecchio del fatto che a lui piacerebbe trascorrere una settimana spaparanzato su qualche bella spiaggia tropicale. Cosa che io non riesco a farmi andare giù perché a me interessa conoscere la cultura locale, e una settimana in un posto in cui gli unici locali che si vedono sono quelli che ti affittano l’ombrellone mi sembra sprecata. Una cosa così la faccio a casa.
Non so come spiegarlo, vi faccio un piccolo esempio: se a Lisbona vado a bere una birra su una terrazza con vista ci sono io ma ci sono anche tanti portoghesi. Se lo faccio qui ci sono io insieme a tutti gli altri turisti occidentali e basta.
Non mi sento a mio agio a farlo qui, mi sembra uno spreco di tempo e mi sembra un po’ l’apoteosi delle differenze fra i paesi più ricchi e quelli meno ricchi, io sto qui sdraiata e te non sei qui con me ma dietro di me che mi servi.
L’unica cosa che gli riconosco è che una cosa così qua ce la potremmo permettere e in Europa no. Ma non basta a convincermi.
Non è neanche giusto, però, che si faccia tutto il viaggio solo come voglio io. E l’idea di separarci per una settimana non mi va.

Quando mi ha detto che gli sarebbe piaciuto tanto trascorrere una settimana con gli elefanti ho arricciato il naso. Ma non per gli elefanti. Perché erano gli ultimi giorni in Vietnam, e ci stavamo dannando per riuscire a vedere tutto quello che volevamo vedere nel poco tempo rimasto, e arrivare in Laos e sprecare un’intera settimana in un solo posto mi sembrava un’idea assurda; e per il costo.
Per fare volontariato si paga, questo ormai lo so, e mi va bene, capisco che per quanto carina e gentile io possa essere vitto e alloggio hanno un costo. Ma qua si parlava di 500 dollari americani a persona per una settimana di lavoro volontario non con persone ma con elefanti! Mi sembrava uno schiaffo in faccia a chi non ha abbastanza da mangiare. Con 500 dollari, per esempio, si paga quasi la metà del corso ai bambini che partecipano al programma STREETS di cui ho recentemente parlato. E in tutto questo non dimenticate che in teoria noi stiamo viaggiando budget.

Ne abbiamo discusso non sapete quanto. Bram si era impuntato e io non ci potevo credere.
È anche vero, però, che non l’avevo mai visto volere così tanto qualcosa. E che lui ha un feeling con gli animali che io non ho. Quindi forse non potevo neanche capire. Controvoglia, quando siamo arrivati a Luang Prabang ho accettato di andare a visitare l’ufficio dell’Elephant Conservation Center per chiedere un po’ di informazioni.

Parlando con i responsabili ho capito un po’ di più del lavoro che fanno, e ho capito che il turismo qua serve non a fare profitto ma a permettere a un bel progetto che ha un importante impatto non solo elefantesco ma anche sociale di andare avanti.
La settimana di volontariato non era possibile (perché avevano già un gruppo di volontari in arrivo per la settimana che sarebbe stata possibile per noi), ma 3 giorni si potevano fare. Il costo per 3 giorni era 265 dollari a persona tutto compreso: trasporto (autobus+barca), vitto (pensione completa, si direbbe in Italia) e alloggio per i 3 giorni e 2 notti. È meno ma è sempre tanto!
Io ancora nicchiavo. Ma a un certo punto ho capito una cosa. Ho capito questo: che se io non ci andavo Bram ci sarebbe andato senza di me! Questa improvvisa illuminazione, unita al fatto che Lunedì volevo fare io una cosa su cui invece nicchiava lui, ha fatto sì che mi decidessi.

Venerdì mattina siamo quindi partiti!

Con noi c’erano altre 6 persone: una coppia francese, che però è stata solo un giorno, e 4 fantastici signori canadesi che ci hanno dato un sacco di informazioni utili per tutto il resto del viaggio!

L’Elephant Conservation Center si trova nella provincia di Sainyabuli, a Sud di Luang Prabang. Abbiamo preso un autobus per quasi tre ore e poi una barchetta attraverso un lago per 10 minuti e poi… WOW.

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Ci siamo trovati in un posto incantato. In mezzo alla giungla, su un lago. Per dormire dei bungalow a palafitta. Come colonna sonora, i barriti degli elefanti!

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Questo in foto è Naughty Boy (monello) con il suo mahout. Di lui (e anche dei mahout) parlerò più avanti. Intanto vi dico che ha provato a entrare nella mia borsa con la proboscide perché ha pensato che contenesse delle banane.
Perché ovviamente, dal punto di vista di un piccolo elefantino, a cos’altro potrebbe mai servire una borsa, se non a metterci delle banane?

L’Elephant Conservation Center non è un posto chic. I bungalow sono spartani, i bagni sono all’esterno e sono in comune e l’elettricità viene creata tramite un generatore a energia solare ed è disponibile solo dopo le 18. La WiFi ovviamente non c’è. I soldi che abbiamo speso non sono serviti a pagare cibo elaborato e lenzuola inamidate, i soldi vanno alla sopravvivenza del centro stesso. I fondatori sono francesi e la veterinaria è spagnola, ma tutto il resto del staff (circa 40 persone) è laotiano. Abbiamo chiesto se ricevessero aiuti dal governo e l’entusiastica risposta è stata “Sì, il governo ci dà il permesso di esistere”! Non è scontato, a quanto pare.

Gli elefanti sono a rischio di estinzione. In Laos ce ne sono circa 800, cifra parecchio stimata, di cui 400 domestici e 400 selvaggi. Entrambe le categorie sono a rischio, per motivi diversi. Vi racconto quello ci ha raccontato Annabelle, la biologa del centro, poi son sicura che se scrivo qualche castroneria la mia amica Ilaria interverrà!

La popolazione domestica è a rischio per vari motivi.
Primo, i contadini che possiedono un elefante non vogliono gravidanze. Perché la gravidanza di un’elefantessa dura due anni, e l’elefantino non nasce imparato ma apprende tutto dalla mamma che se ne prende cura per un periodo che va dai tre ai cinque anni dalla nascita. Potrete ben capire che se l’unica fonte di reddito per una famiglia numerosa è il lavoro dell’elefante uno stop di cinque-sette anni non è pensabile. Sì, poi ci sarà l’elefantino, ma intanto?
E secondo, gli elefanti sono bestioni delicati. Hanno bisogno di mangiare 250 kg di cibo al giorno, non possono nutrirsi solo di banane e canna da zucchero e hanno una pelle fragile che senza un’idratazione adeguata si secca e crea problemi. Sono inoltre soggetti a tutta una serie di problemi legati al peso, se questo diventa eccessivo.
Come diventa eccessivo il peso? Al di là di una possibile alimentazione sbagliata, gli elefanti in Laos vengono usati principalmente per il logging, che sarebbe il trasporto dei tronchi. E già questo… Poi l’anno scorso il governo ha deciso di fare qualcosa per fermare la deforestazione (bene) e per questo tanti elefanti si sono trovati disoccupati. Le attività alternative più gettonate sono diventate il logging illegale e il trasporto di turisti (lasciando stare cose peggiori tipo circhi e zoo). Adesso fatemi un favore e se venite da queste parti non fate elephant riding. Che di per sé non sarebbe una cosa così tremenda, così come non lo sarebbe il logging (legale) se fatto rispettando certe condizioni (quante ore al giorno, sotto che livello di calore o sopra che livello di freddo, ecc.), ma di solito queste condizioni sono lungi dall’essere rispettate.

Diversi sono i problemi degli elefanti selvaggi.
Un primo problema è quello che qua viene chiamato “conflitto uomo-elefante”, che si verifica quando l’elefante si va a mangiare la piantagione del contadino.
Il secondo problema è legato alla deforestazione. Gli elefanti sono nomadi, avendo bisogno di mangiare un sacco devono per forza spostarsi, per dare tempo alla foresta di rigenerarsi. Inoltre la struttura familiare funziona così: le femmine stanno insieme, i maschi una volta raggiunta l’adolescenza lasciano la famiglia e vanno in cerca di femmine con cui accoppiarsi.
Ora, la deforestazione non procede in maniera lineare. Va in po’ in qua e un po’ in là, trasformando una grande foresta in tante foreste piccoline separate da spazi aperti. In una situazione così gli elefanti si ritrovano confinati in spazi piccoli, dove non trovano da mangiare e dove non hanno la possibilità di riprodursi se non all’interno della loro stessa famiglia, con i conseguenti rischi a livello di patrimonio genetico.

Ooohhh, che pippone che mi sta uscendo, interrompiamolo con una foto!

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Non conosco benissimo il ruolo dell’elefante nell’ecosistema, ma so che esiste e che è importante.

Quello che l’Elephant Conservation Center cerca di fare è creare consapevolezza e mostrare ai proprietari di elefanti rimasti disoccupati che un altro modo di fare turismo e guadagnare è possibile.

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Voi conoscete la parola mahout? Io non la conoscevo. I mahout sono le persone, di solito uomini, che lavorano con gli elefanti. Io non sapevo che un lavoro così esistesse! Si tratta di una vera e propria vita in simbiosi, visto che è un lavoro che solitamente si trasmette di padre in figlio e che i ragazzini vengono affiancati agli elefanti quando entrambi sono adolescenti, cosicché crescano insieme. Ci raccontava Annabelle che lei non sapeva nulla di elefanti prima di iniziare a lavorare lì e che tutto quello che sa ora l’ha imparato un po’ dai libri, un po’ dalla veterinaria, un bel po’ sul campo e tanto dai mahout.

Nella foto sotto, Annabelle con un’elefantessa durante una visita di controllo. Dica trentatré!

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I mahout possono andare a lavorare all’Elephant Conservation Center. Ricevono vitto, alloggio, stipendio e giorno libero. Il cibo per gli elefanti è fornito dal centro stesso, che possiede (o più precisamente affitta, il proprietario è il governo) uno spazio sufficiente al sostentamento degli 11 elefanti che attualmente ospita. Il lavoro consiste nel prendersi cura degli elefanti e nel permettere ai turisti di conoscere le loro storie, le loro abitudini, il loro modo di vivere. Loro degli elefanti intendo, non dei mahout!

Gli elefanti dell’Elephant Conservation Center non sono liberi. Cioè sono liberi all’interno del parco, ma fuori non possono andare. Ma all’interno del parco hanno un sacco di spazio, e ad esempio il cibo se lo procurano da soli, non vengono nutriti dal centro (al di là dell’occasionale banana)!

Certo, se fosse possibile sarebbe più bello saperli completamente liberi. Ma questi elefanti non sono liberi, questi elefanti hanno un proprietario che se non li tenesse al centro li utilizzerebbe per una delle attività descritte sopra. Inoltre questi elefanti non hanno mai vissuto in un branco, e non sanno come si fa ad essere un elefante! Nel centro loro sono liberi e vengono curati (curati nel senso di “prendersi cura di”), e i mahout imparano a vederli non solo ed esclusivamente come uno strumento di guadagno.

Pare che poco lontano sorgerà un altro centro, di proprietà cinese. Non esiste ancora ma ha già assunto 40 mahout con i rispettivi elefanti. Come sono riusciti ad assumerne così tanti? Con la paga, 900 dollari al mese, che qua sono veramente uno sproposito. Dove sta il trucco? I 900 dollari al mese non comprendono NIENTE. Niente vitto, niente alloggio, ma soprattutto niente cibo per l’elefante. Indovinate chi saranno i primi a risentirne?

I giorni che abbiamo passato al centro non sono stati solo istruttivi, sono stati anche e soprattutto meravigliosi.

Abbiamo passato un sacco di tempo con gli elefanti. Li abbiamo visti mangiare, camminare nella giungla, lavarsi.

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Nove sono adulti. Poi ci sono Naughty Boy, che ha 6 anni, e una cucciolina di 1 anno che vive con la mamma nella nursery e che ancora non è stata presentata al resto del branco. Si vede nella foto sotto.

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Naughty Boy è considerato ancora un bambino dal branco. Un giorno, in acqua, la mamma e la zia hanno deciso di insegnargli a difendersi dai nemici. Hanno passato una buona mezz’ora a lanciare barriti e dare sonore proboscidate all’immaginario nemico nascosto nel lago.
Uno spettacolo indescrivibile.

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Abbiamo imparato a conoscerli tutti, uno per uno. Con le loro storie, il loro carattere, le relazioni fra l’uno e l’altro.

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Da quando siamo tornati non faccio altro che pensare agli elefanti! Cosa faranno, e dove saranno, e come staranno.

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E il posto. Il posto in cui siamo stati.

Svegliarsi in riva al lago.

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Passare le giornate nella giungla.

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I tramonti.

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Le serate al buio, con tutte le stelle del mondo e la luna come lampione. Addormentarsi con i suoni della natura come ninnananna.

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Mentre facevamo le valigie e ci preparavamo a lasciare il bungalow ho detto a Bram “Questa è stata la sistemazione più fantastica della vacanza!”. Bram mi ha risposto “Ma se era un bungalow, e pure parecchio spartano!”.

Lo era, in effetti.
Eppure a me è sembrato il posto più lussuoso del mondo.

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INFO

Ecco il sito dell’Elephant Conservation Center: http://www.elephantconservationcenter.com

Orso bucolico

febbraio 18, 2017

Ogni tanto Bram ha dei momenti molto bucolici. Ecco qua tre foto scattate in Vietnam!

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ສະບາຍດີ (pronuncia: sabadì) = ciao! (in Laos)

febbraio 16, 2017

Finalmente posso iniziare a scrivere del Laos. Si sta rivelando un’esperienza completamente diversa rispetto al Vietnam!

Siamo atterrati il 7 sera. Immediatamente mi sono sentita persa: paese nuovo, lingua totalmente sconosciuta, alfabeto diverso, un caldo assurdo. Abbiamo fatto il check in in un posto che avevamo prenotato solo per una notte con l’idea di cercare altro una volta giunti e siamo andati a letto.

La mattina dopo abbiamo fatto le valigie, le abbiamo lasciate in albergo e siamo usciti. La città in cui eravamo e tuttora siamo è Luang Prabang. È probabilmente la città più turistica di tutto il Laos, ma noi eravamo dall’altro lato del fiume rispetto al centro e lì turisti non se ne vedevano.

Polvere invece sì, tanta, sulle strade sterrate. Siamo usciti con l’idea di cercare un villaggetto noto per l’artigianato. Ragazzetti in bici ci superavano, qua l’uniforme scolastica è diversa: per le femmine si tratta di una gonna lunga e dritta decorata con motivi etnici.
Siamo entrati in un tempio.

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Abbiamo proseguito. Fango, polvere, caldo.

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In lontananza ho scorto un gruppo di persone sedute all’ombra sulla riva del fiume. Ho detto a Bram, oh come vorrei che ci invitassero ad unirci a loro, e sono andata in quella direzione. Tempo due passi e hanno iniziato a sbracciarsi facendoci segno di avvicinarci!

Non ci siamo fatti pregare, li abbiamo raggiunti e ci siamo seduti con loro. Stavano arrostendo qualcosa, cantando e bevendo birra. Uno parlava inglese, e dopo un po’ gli ho chiesto cosa si festeggiasse. L’allegra risposta è stata: “Il funerale della nonna”!

Che dire? A me piace questo modo che hanno di vedere la morte come un’importante parte della vita, da celebrare ricordando la persona che se n’è andata con fiori e canzoni. Mi piacerebbe che anche da noi fosse così. Anzi qua lo dichiaro: se io muoio non voglio lacrime, voglio musica e birra Lao!

La birra è toccata anche a noi. La tradizione, ci è stato spiegato, prevede che ognuno beva un bicchiere di birra. Solo che di bicchiere ce n’era uno solo e si faceva girare. Sono molto contenta di avere fatto i vaccini per l’epatite.

Quanto tempo occorre lasciar passare per essere liberi di abbandonare il funerale di una nonna sconosciuta senza risultare maleducati? Il tempo di qualche canzone e due bicchieri di birra. Quando si beve con i laotiani, ci è stato spiegato, non ci si può limitare a un bicchiere solo.

Dopo abbiamo trovato il villaggio. L’abbiamo girato e io ho comprato un libro. Poi ci siamo diretti verso il ponte di bambù, per attraversarlo e raggiungere il centro.

Cosa vi è venuto in mente leggendo “ponte di bambù”? Io mi immaginavo un grazioso ponte ad arco, piccolino, magari decorato, con sotto un ruscello di montagna e intorno uccellini cinguettanti. OK la mia immaginazione è scema, lo so che non siamo in montagna! E infatti ci arriviamo e mi trovo davanti questo:

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Era il ponte di Indiana Jones! Traballava abbestia. E bisognava pure pagare per attraversarlo!

Arrivati di là abbiamo fatto un giretto per farci un’idea della città. E ci siamo ben presto resi conto di una cosa: fra le 12 e le 16 non si riesce a fare niente perché fa troppo caldo. La sera no, la sera rinfresca e ci vuole la felpa. Ma il pomeriggio..! Ho un nuovo momento preferito della giornata. È verso le 16, ed è l’attimo in cui la morsa di calore finalmente si allenta.

Dunque noi avevamo caldo, e la logica conseguenza è che noi avevamo bisogno di birra. Abbiamo trovato un posto all’ombra sul fiume

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e abbiamo ordinato birra a volontà. Alle 12.

Insieme ci è stato servito lo snack più popolare del Laos. È questo qua sotto. Avevo provato a migliorare la foto con qualche filtro ma poi ho lasciato perdere, brutto è e brutto rimane!

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Trattasi delle alghe del fiume, fritte e poi ricoperte di semi di sesamo. A Bram sono piaciute, a me no. Perché le alghe sono sottili, e se anche le friggi benissimo non appena le metti in bocca si bagnano e diventano mollicce e sanno di alga molliccia! Bleah! Quindi non ho mangiato, e ho preso un panino più tardi e più avanti a quella che si è poi rivelata essere una boulangerie francese. Bram mi sta ancora prendendo per il culo perché vengo in Laos e mangio baguette fromage. Ma, detto fra noi, quant’era buona!!

Il pomeriggio è trascorso in giro, barcollando sotto il sole ed esplorando la città e i suoi templi.

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A Luang Prabang ci sono tantissimi templi. E si vedono in giro, di conseguenza, una grande quantità di monaci di tutte le età. Ieri mattina abbiamo fatto colazione all’aperto accanto a un parco giochi e ce ne erano due piccolini che andavano sull’altalena, i mantelli arancioni al vento.

Tanti ragazzi qua passano un paio d’anni della loro vita nel monastero. Credo sia un modo per le famiglie meno abbienti di assicurare ai figli (maschi) un’educazione.

La mattina verso le 6 fanno la questua, vanno in processione e i locali li attendono, in ginocchio e a capo chino, le mani colme di riso. Il riso passa da mano a mano senza che gli sguardi si incontrino: i monaci sono considerati sacri e se li incroci per strada dovresti semplicemente guardare altrove.

Cosa che la maggior parte dei turisti non fa.
OK, un paio di foto ai monaci le abbiamo scattate anche noi (vedi sopra), ma da lontano, con discrezione.
La cerimonia mattutina in centro, invece, è diventata vittima dei bus turistici, con orde di cafoni che urlano e lanciano riso non fresco guardando i monaci negli occhi, cosa che bisognerebbe assolutamente non fare, mentre l’amico scatta la foto.
Si sta cercando una soluzione, e tutti i templi hanno un cartello esposto con le regole di buona condotta. Non tutti le rispettano.
Ad ogni modo, noi la cerimonia vorremmo vederla, cercheremo di vederla fuori dal centro, in qualche zona ancora incontaminata. Ci faremo tante selfie con i monaci e ve le manderemo! ^^

Mi sono resa conto di una cosa. Sono contenta di stare facendo questo viaggio adesso che vado per i 40, e di non averlo fatto prima. Perché il mio ritmo naturale, adesso, combacia col ritmo della vita qui. A nanna presto e sveglia presto, senza sveglia, mi sveglio e basta. E questo mi permette di godere appieno delle giornate. Poi in Sudamerica magari sarà diverso, ma qua va benissimo così.

Un’altra nota. Qualcuno forse ricorderà che c’era stato un giorno a Hanoi in cui ero nervosa e non sapevo perché. Ho capito cos’è che mi innervosisce. È trovarmi il primo giorno in una città nuova e sconosciuta e non avere riferimenti, non sapere come muovermi. È un problema di facile soluzione, basterebbe trovare il tempo!

Oggi 15 Febbraio Bram si è svegliato con un brutto raffreddore. Visto che tanto staremo qua fino al 20 (sì, ci siamo un poco piantati a Luang Prabang!) abbiamo deciso di prenderci una giornata di riposo (sembra assurdo dirlo in vacanza, ma il fatto è che questa non è una vacanza, è un viaggio!) e organizzazione.
E, io, aggiornamento blog, che del Laos ancora non avevo scritto nulla!

Quanto ho divagato? Vorrei scrivere di Luang Prabang ma aspetto, ancora non mi sono fatta un’idea precisa. La prima serata intanto è finita con un tramonto sul fiume, di nuovo il Mekong!

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Il secondo giorno è trascorso lento fra passeggiate e musei. Questa è una roba buonissima che abbiamo mangiato a pranzo, non so come si chiami.

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In serata ci siamo arrampicati in cima a una collina da cui si vede il tramonto. All’inizio della salita c’era un tempio, povero fuori ma meraviglia dentro. Alla fine della salita c’era il mondo. Tutti a far foto al tramonto spintonandosi! Noi ci siamo seduti su uno scalino e quatti quatti abbiamo bevuto tre birre facendo i cappottini a tutti quelli che passavano. È stato bello!

La discesa ci ha regalato un altro momento magico. Abbiamo preso per sbaglio un sentiero secondario e siamo finiti fuori da un tempio. Era il crepuscolo, la porta era aperta e i monaci stavano cantando.
Ci siamo seduti su un gradino, e siamo rimasti ad ascoltarli in silenzio mentre il cielo si tingeva di rosa.

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Per cena bbq trovato per strada. Ci siamo fermati per uno spiedino, abbiamo finito col cenarci. Chi indovina qual è la merce più ambita, quella che stava nel vassoio vuoto?

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Abbiamo anche assaggiato una roba strana che ci ha consigliato una ragazza di passaggio. È buonissima!, ci ha detto. Non siamo stati d’accordo.

Accanto alla luce dei gechi facevano le acrobazie per acchiappare la cena.

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E poi siamo andati a letto. La mattina dopo ci saremmo alzati presto per partire per un’avventura meravigliosa!

Ma questa è un’altra storia, e bisognerà raccontarla un’altra volta.

Il valzer degli alloggi

febbraio 14, 2017

DISCLAIMER: questo post è stato scritto dopo 3 birre.

A Luang Prabang siamo arrivati il 7. Oggi è il 14 e siamo ancora qui, e ci staremo fino al 20. Non siamo stati qui tutto il tempo, sto pian piano scrivendo sia di Luang Prabang che del resto, ma visto che ci vorrà un po’ intanto vi racconto degli alloggi qua.

Allora, Luang Prabang è molto sia internazionale che turistica, e di conseguenza gli alloggi non sono poi così economici.

Per la prima notte, visto che saremmo arrivati tardi, abbiamo prenotato a caso un posto un po’ caro (45 dollari a notte per 2) con l’idea di cercare più qualcosa di economico sul posto. Dopo un po’ di ricerca abbiamo prenotato per la sera successiva un posto più economico (28 mi pare) e che sembrava carino.

Il giorno dopo stiamo in giro tutto il giorno. In serata, dopo cena, prendiamo le valigie ed andiamo ad alloggio 2. Che era sì carino. Ma, non so come e non so perché, Bram l’aveva erroneamente prenotato non per l’8 ma per il 19!

Ci sediamo nel cortile e insieme ai padroni di casa (in pigiama) ci mettiamo a cercare una sistemazione last minute. Alla fine troviamo alloggio 3. Sembra OK, niente di che, e non è economicissimo (36), ma per una notte andrà bene.

Prenotiamo, arriviamo ad alloggio 3 sorprendendoli perché ancora non avevano visto la prenotazione su Booking, e la prima cosa che ci chiedono è “A che ora ve ne andate domattina?”. A Bram la cosa non va giù e decreta che il giorno dopo ce ne andremo!

Si mette su Booking e prenota alloggio 4. Io non sono tanto d’accordo perché alloggio 4 costa quanto alloggio 3 e non ho voglia di spostarmi un’altra volta, ma Bram ha un diavolo per capello e non voglio litigare quindi lo lascio fare.

Il giorno dopo, il 9, ci spostiamo quindi di nuovo. Alloggio 4 ci piace un sacco. Ma è caro! Il 10, l’11 e il 12 saremo via. Il 13 torniamo e ci serve un alloggio. Apro Booking e mi metto a cercare qualcosa di più economico.

Trovo l’ostello più economico di Luang Prabang: 41 dollari per 3 notti, per 2. Leggo le recensioni e sono così così, poi leggo che hanno un maiale e a quel punto prenoto!

Quando torniamo andiamo dunque a alloggio 5. La farò breve: alloggio 5 era sì economico, ma c’erano le BESTIE NEL LETTO (altrimenti dette bedbugs, esiste un equivalente altrettanto efficace in italiano?). Ho resistito 2 notti, la seconda, che era ieri, ho dormito seduta sul water.

Morale 1. Stamattina siamo scappati e siamo tornati a alloggio 4, dove staremo fino al 19. Poi il 19 torniamo a alloggio 2 per non perdere la notte prenotata per sbaglio e che avevamo già pagato.

Morale 2: non fare la pellaia e non farti abbagliare dai maiali!

Il post che non avevo ancora scritto: le donne K’Ho

febbraio 13, 2017

Vi avevo promesso il racconto della visita al villaggio di una minoranza etnica. Ne avevo accennato ma non ne avevo ancora scritto. Questo dovrebbe essere l’ultimo post sul Vietnam. La minoranza sono i K’Ho.

Eravamo in quattro più la guida. La presenza della guida era in questo caso fondamentale. Trattavasi di un signore nato in una numerosa e poverissima famiglia K’Ho e che a 11 anni ha avuto la fortuna di essere adottato da una famiglia vietnamita. Non ha dimenticato le sue origini e al momento parla entrambe le lingue, più l’inglese che ha avuto la possibilità di studiare. Senza di lui la visita non sarebbe stata possibile.

I K’Ho vivono in vari villaggi. In quello che abbiamo visitato la nostra guida non era mai stata. Ci guardavano, di conseguenza, tutti con estremo sospetto. Perché i villaggi dei K’Ho non sono esattamente vittima del turismo di massa!

Abbiamo raggiunto il villaggio verso le 17.

In giro abbiamo visto solo: donne, bambini, galline e, con mia grande delizia, porcelli e porcellini, che giravano per il villaggio come da noi cani e gatti! I bambini ci salutavano, le donne si limitavano a lanciarci occhiate diffidenti.

Quello che la nostra guida cercava era una casa che ci invitasse ad entrare. Non facile.

Ha attaccato bottone con una donna, questa ha sgranato gli occhi quando ha sentito che parlava la sua lingua, poi gli ha detto che potevamo visitare la sua casa.

Si è avviata per farci strada, ma continuava a girarsi per guardarci, intimorita. Ha fatto una domanda alla nostra guida, lui ha tradotto. La domanda era: “Perché gli americani mi stanno seguendo?”.
Inutile provare a spiegarle: Italia, Olanda, sono parole che per lei non hanno senso. Per quanto ne sa lei, o sei un vietnamita o sei un americano. Alla fine siamo stati venduti come “gente di città in vacanza”. Si era innervosita, però, e a casa sua non voleva più andare.

Ci ha portato allora a casa della zia, una donna che avrà avuto una sessantina d’anni, ma chi lo sa. Ci ha squadrato e poi, senza sorridere, ci ha fatto entrare in casa. La nipote è venuta con noi.

La casa era una stanza, buia. Dentro c’era di tutto. Quella stanza era salotto, cucina, camera da letto (per terra), pollaio, e spero non anche bagno ma non lo so. Ci siamo seduti per terra e la guida ha iniziato a spiegare a loro chi fosse e perché parlasse la lingua, e a noi un po’ di cose sulla vita nel villaggio.

Piano piano altre donne hanno iniziato ad arrivare. Si fermavano sulla porta, incuriosite, e ci osservavano cupe, senza parlare se non interrogate. Se interrogate parlavano tutte insieme, urlando, cosa che all’inizio ci ha spaventato un po’. Quando poi ci siamo resi conto che era semplicemente il loro modo di esprimersi abbiamo iniziato a trovare la cosa esilarante, e trattenere le risate ogni volta che partiva il coro di urli non è stato facile!

Piano piano, piano piano, si sono sciolte. Ci hanno fatto vedere come un batuffolo raccolto dall’albero del cotone diventi filo, come il filo diventi trama. Vederle lavorare al telaio, sedute per terra con i polli nella stanza buia, è stato magico.

Alle 18 all’improvviso, senza che nessuno l’avesse toccata, si è accesa una lampadina. Un attimo di perplessità e poi ho capito: l’energia è regolata dal governo.

Una volta presa un poco di confidenza (e dopo aver chiesto un altro paio di volte “Perché gli americani sono in casa mia?”) ci hanno fatto vedere i loro tesori più preziosi. Delle anticaglie.

Nel villaggio funziona così: le mogli comprano i mariti, e pagano in anticaglie. Tipo vasi antichi, o monili. Sono sempre le stesse, da anni passano da una casa all’altra nel villaggio. Lo sposo va a vivere con la famiglia della sposa. Le mamme di maschi sono dunque ricche ma sole; al contrario, le mamme delle femmine hanno famiglie numerose ma povere. Povere di anticaglie, s’intende!

Al di là delle anticaglie, la povertà c’era e si vedeva parecchio bene. A detta della guida è in parte voluta: ci ha raccontato che non hanno il senso del risparmio, che non appena hanno qualche soldo lo spendono.

Prese dall’entusiasmo hanno voluto farci assaggiare i prodotti locali. Una roba mostruosa che io ho solo fatto finta di assaggiare (si è rivelata topo con zenzero e lemongrass) e dell’alcool fatto in casa, bevuto da tutti (tutti tranne, indovinate..?) tramite la stessa cannuccia.

Abbiamo poi cantato. Una delle due ragazze che erano con noi è stata invitata a cantare una canzone. Era tedesca, e non sapendo bene cosa cantare ha optato per una canzone natalizia, Silent Night mi pare, cantata in tedesco. Le donne le sono andate dietro, nel loro idioma! Perché i colonizzatori hanno lavorato così bene che mentre nella maggior parte del Vietnam costiero abbiamo trovato templi buddisti, nella parte interna prevale il cristianesimo. Ed essendo una canzone religiosa la conoscevano!

Poi hanno cantato loro.

E poi è venuto il momento di andare, e non volevano più lasciarci partire: hanno decretato (urlando, ovviamente) che fuori era buio, e che dovevamo per forza rimanere lì, a dormire per terra con loro!

Non ci siamo rimasti, anche se a tutti tranne una (indovinate chi..?) sarebbe piaciuto.
Ma l’esperienza è stata incredibile.
Scrivendone l’ho rivissuta, e la porterò per sempre nel cuore.
Grazie donne K’Ho, per averci accolto ed averci regalato un pomeriggio di meraviglia e stupore!