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Colombia. Jardin. Carràmba che sorpresa!

maggio 25, 2017

Giovedì 18 Maggio

Jardin è un piccolo villaggetto nelle Ande. Ci siamo andati per un giorno, ci siamo rimasti per tre e stamattina siamo ripartiti e io non mi do pace!
È tutta colpa delle previsioni del tempo, e anche un po’ nostra che non ci siamo ancora ficcati in testa che per il Sud America NON FUNZIONANO.

A Jardin siamo andati da Medellin. Il viaggio in autobus non è stato il massimo, spiaccicati e un sacco di buche e curve vomitone. Inoltre io avevo letto un sacco di storie di gente derubata sugli autobus in Colombia e mi ero imparanoiata. Avevo programmato di passare il viaggio a scrivere sul blog ascoltando musica, avevo scaricato una nuova playlist apposta; poi però sono saliti due tizi dall’aria poco raccomandabile e io mi sono convinta che ci avrebbero derubato e allora ho nascosto il telefono (e anche gli occhiali da sole, che sono graduati e costano un botto) nella fodera del sedile e passato tutto il viaggio in allerta! Nella foto sotto, un autobus locale (non il nostro).

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Poi però siamo arrivati. E Jardin ci ha immediatamente incantato!

Siamo scesi nella piazza principale. C’era il sole e tutto il paese era fuori, seduto a bere qualcosa o chiacchierare o semplicemente mangiare un gelato.

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Anch’io volevo un gelato! Un gelato col biscotto per la precisione. Non sapevo come si dice in spagnolo e allora sono entrata in un bar e ho fatto vedere la foto sul cellulare, e una gentile signora mi ha accompagnato fino a un bar in cui ce l’avevano! Yuppie! Ottimo inizio!

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Dopo il gelato per me e una birra per Bram abbiamo preso un tuk tuk (che qua è una sorta di piccolo (a?) Ape) e ci siamo fatti portare al B&B che avevamo prenotato. Questo. Che meraviglia è?

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Era un poco fuori dal centro e anche un poco più caro del nostro solito budget, ma aveva ottime recensioni e abbiamo deciso di fare un investimento. Dopotutto era per una notte sola! O almeno così pensavamo.

I proprietari, Xavier di Barcellona e Soley di Pasto (sempre in Colombia) ci hanno riservato un’accoglienza fantastica. Piccola parentesi per darvi la dimensione del villaggio, non so da quanti anni vivano a Jardin ma parecchi, ma lui è ancora el español e lei la pastusa! Chiusa parentesi, ci siamo messi a chiacchierare e abbiamo scoperto di avere in comune la passione per la musica islandese! Non mi ricordo neanche come è venuto fuori il discorso, ma che coincidenza è? E avevano in casa i CD di due artisti che conosciamo e che abbiamo visto live parecchie volte, e ne hanno messo uno, e insomma ci siamo ritrovati in un minuscolo villaggetto delle Ande a chiacchierare in spagnolo ascoltando musica islandese. Ma quanto bello il modo può essere?

Nell’eccitazione del momento le informazioni che ci hanno dato sul villaggio ci hanno solo confuso. C’è una cascata, ma è meglio andarci a cavallo, ma forse ci si può anche andare a piedi, ma dov’è non si sa. Molte risate e canzoni dopo io e Bram siamo scesi in piazza, circa 15 minuti a piedi, e adocchiato un bar popolato da locali abbiamo deciso di entrarci per una birra e qualche informazione.

Il locale era carinissimo, cioè era un baraccio, ma col bancone di legno scuro e poche luci, accogliente insomma. I locali sembravano allegri, alticci per la precisione, e non ci parevano in grado di dare informazioni. Allora abbiamo chiesto al barista.
Il barista ci ha detto Sì c’è una cascata ma è chiusa per manutenzione. E basta.
Ma come basta? Xavier e Soley ci avevano parlato di DUE cascate. Riproviamo.
Chiediamo al garzone di bottega. Ma il garzone giovincello è, e ripropone la domanda al più navigato barista, il quale ovviamente ci guarda in cagnesco e dà la stessa risposta di prima. Uffa!! Ma noi non ci arrendiamo.
Usciamo e puntiamo due vecchietti, loro di cascate ne sapranno di sicuro, e fiduciosi ci rivolgiamo a loro. Niente: neanche loro sanno, e anche loro decidono di chiedere al barista. Ma che cazzo! Ma che in questo villaggio l’unica fonte di informazioni è il barista?
Per fortuna all’ultimo secondo la vecchietta femmina ha un’illuminazione e ci dice Venite con me!, e si mette a camminare decisa. La seguiamo.
E troviamo Juan David!

Dicesi Juan David un simpatico giovane che sogna di fare la guida turistica ma che per il momento fa il turno di notte alla reception di un albergo in piazza. Non avendo molto da fare ha tutto il tempo di chiacchierare con noi, e visto che l’argomento lo appassiona passa un’ora buona a raccontare, in uno spagnolo lento che riusciamo a capire. Grazie a lui le montagne intorno a Jardin si animano e si coprono di fiori, uccelli e cascate, con tutti gli itinerari descritti per bene e completi di informazioni su difficoltà, tempo di percorrenza, possibilità di andare da soli o necessità di una guida e in quest’ultimo caso costo. È stato grazie a Juan David che alla fine siamo stati non una sola notte ma tre!

Salutato e ringraziato Juan David siamo andati a cena. Seguendo le raccomandazioni di Xavier e Soley siamo finiti in un posto troppo carino e accogliente, avrà avuto 4 tavoli in totale, in cui abbiamo mangiato del cibo semplice e delizioso. Che bella serata!! Questa sono io che contemplo soddisfatta il mio piatto.

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Siamo tornati verso casa abbracciati e felici camminando sotto al cielo stellato (non è vero non era stellato, e infatti la notte ha piovuto, ma mi faceva figo dirlo) e mentre ci ripetevamo quanto fossimo fortunati… un’orribile rivelazione mi colse.
Gli occhiali da sole. Non li ho recuperati prima di scendere. Sono rimasti sull’autobus.

Mi sono sentita così tanto cretina. È proprio il paradosso, no? Per paura che una cosa succeda finisci per farla succedere proprio te. Erano nuovi, li avevo comprati poco prima di partire, e essendo graduati non c’è modo di ricomprarli, al di là del costo, a farli ci vuole almeno una settimana, e noi non stiamo mai così tanto in un posto. Sono andata a letto sentendomi una perfetta idiota!

INFO

Abbiamo cenato da Bon Appetit, che nonostante il nome di francese non ha niente. Il proprietario è un ragazzo russo e, indovinate un po’, il ristorante nel villaggio non è conosciuto con il suo nome ma come el ruso!

Venerdì 19 Maggio

Ci siamo svegliati presto (grazie al simpatico contadino che falciava il prato alle 6 del mattino) ma ce la siamo presa comoda: siamo rimasti un po’ a letto, ci siamo fatti una doccia con calma, ci siamo vestiti, verso le 8 siamo usciti fuori e WOW!

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Siamo rimasti una mezz’ora in giardino a goderci il panorama e fare foto e verso le 8:30 siamo andati a fare colazione. Menziono l’ora perché si rivelerà un dettaglio importante.

È Xavier ad accoglierci. In uno spagnolo un po’ stentato visto che non so come si dica dimenticare e non conosco la parola per gli occhiali gli racconto tutta la storia e gli chiedo se potrebbe per favore telefonare alla compagnia degli autobus per sapere se per caso hanno trovato i miei occhiali.

La colazione è allestita all’aperto ed è una meraviglia: frutta fresca, succo, caffè, pane ripieno appena sfornato. Mangiamo tutti contenti giocando coi gatti e quando abbiamo quasi finito Xavier riappare e ci dice Ah sì, e noi Ah sì che?, e lui Ah sì i tuoi occhiali sono stati ritrovati!

È successo che Xavier ha chiamato la compagnia degli autobus e la compagnia gli ha dato il numero personale dell’autista e autista e autobus erano ancora a Jardin ma stavano per ripartire e l’autista ha controllato dove Xavier gli ha detto e ha trovato gli occhiali e li ha depositati alla biglietteria dove adesso stanno ad aspettarci! Hip hip hurrà!!!

Sono stata proprio tanto felice. Perché non ci speravo quasi per niente. E se Xavier avesse chiamato un quarto d’ora dopo l’autobus non ci sarebbe stato più!

E dunque dopo colazione siamo scesi in centro. Abbiamo recuperato gli occhiali lasciando una piccola mancia per l’autista e abbiamo preso un caffè nella piazza. E poi ci siamo messi in marcia!

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L’idea era quella di prendere il magico attrezzo senza fili per arrivare in cima a una montagnetta e poi da lì fare un percorso a piedi che ci aveva spiegato Juan David e che oltrepassava grotte e cascate per terminare, udite udite, di fronte a una fabbrica di pasticcini! E dunque andiamo a piedi fino alla stazione e ci mettiamo in attesa del magico ordigno. Con noi ci sono altri due turisti e due rubiconde signore locali.

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Aspettiamo e aspettiamo e il magico ordigno non arriva. Arriva in compenso la bigliettaia, che scambia quattro chiacchiere con le signore e poi si mette bella pacifica a mangiare il pranzo. Aspettiamo un altro po’, poi Bram inizia a smaniare e le va a chiedere Ma insomma quando si parte.

Viene fuori che non si parte. L’attrezzo è fermo dalle 10:30 per mancanza di elettricità. Sono le 12:30 (sì, a noi piace camminare sotto il sole a picco) e nessuno sa se e quando la luce tornerà. Cioè, ma non ce lo dici?!

Decidiamo di andare a piedi. Dopo un po’ di tentativi riusciamo a individuare il sentiero e iniziamo a salire. Lungo la salita facciamo un po’ di incontri. Un signore di Medellin che si è trasferito a Jardin perché “vuole morire lì” e che è appassionato del Giro d’Italia. Dei cani cattivi che mi terrorizzano, ma poi arriva un contadino alto alto con un cucciolino minuscolo e li scaccia via. Una famiglia, mamma nonna e due bambini, la mamma ci racconta di aver adottato dei cani abbandonati, i bambini ce li fanno vedere, la nonna ci regala un ghiacciolo all’uva.

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Proseguiamo camminando, leccando il ghiacciolo che è appiccicosissimo e tinge la lingua di viola e chiedendo informazioni ogni tanto. E guardando il panorama, ovviamente!

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Finalmente arriviamo a un posto in cui ci hanno detto si può pranzare.
Ora, immaginatevi una Piccolina che dopo ore di marcia scorge un ristorante dietro l’angolo. Si avvicina contenta, gira l’angolo fiduciosa… e viene assalita da due cagnacci abbaioni! Non è successo nulla ma la Piccolina ha fatto un salto alto due metri, ecco.

Il posto del pranzo era delizioso. Su un ruscello in cui volendo si poteva fare il bagno (noi ci abbiamo infilato un dito, abbiamo sentito che l’acqua era fredda e ci siamo ritirati), in mezzo a una vegetazione lussuriosa. Meno delizioso era, purtroppo, il pranzo!

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Dopo aver mangiato (e dopo che il colesterolo è schizzato verso l’alto) siamo andati a trovare una signora che ha le chiavi di un tunnel pieno di pipistrelli e un gatto. Questo è il gatto.

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E questa è una Piccolina in procinto di entrare nel tunnel pieno di pipistrelli.

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E il motivo per cui ci entrammo (e io, terrorizzata dai pipistrelli che erano proprio tanti, me lo sono fatto tutto con la borsa in testa) è che alla fine c’era lei: la cascada escondida, cascata nascosta!

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La cosa un poco buffa è che mentre arrancavamo nel tunnel la signora ci ha raccontato che il tunnel è stato scavato con le mani da due signori che ci hanno messo ben tre anni. A domanda sul perché avessero deciso di intraprendere tale opera la risposta giunse semplice e diretta: “Per attirare i turisti!”..!
Che dire? Funziona!

La camminata proseguì fino a raggiungere un’altra graziosa cascatella, la cascada del amor. Dice che se ci si scambia un bacio qui l’ammore durerà per sempre. Noi l’abbiamo fatto, chissà! Non ho foto della cascata ma ne ho del grazioso ruscello.

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Poco dopo la cascata la vegetazione è cambiata. Da foresta tropicale si è passati a… campagna inglese!!

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E poi, e poi, finalmente, la meta tanto attesa: la fabbrica di pasticcini! Ed erano buonissimi!! E guardate che bella l’area coi tavolini per mangiarli!

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E poi di nuovo in paese, che abbiamo attraversato per andare a casa a cambiarci per la cena. Ora guardate questa foto e ditemi se non è ovvio il motivo per cui ci siamo perdutamente innamorati di Jardin!

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Per cena pizza. C’era un posto che secondo tutti i giardinensi fa la pizza migliore del mondo e abbiamo deciso di provarla. Gorgonzola e pere per me, al prosciutto crudo per Bram. Era diversa da quella italiana, più sottile e croccante, ma buona!

Dopo cena siamo ripassati dal nostro amico Juan David e abbiamo chiesto se fosse possibile organizzare una visita guidata del villaggio per il giorno successivo, visto che le previsioni davano pioggia. Ha fatto una telefonata e nel giro di un minuto la cosa era organizzata!

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INFO

Non so come si chiami il posto in cui abbiamo pranzato, ma in quella zona c’era solo quello.
La pizza l’abbiamo mangiata al Café Europa e ci è piaciuta!

Sabato 20 Maggio

Ci siamo alzati presto, abbiamo fatto colazione che fra parentesi era buona e diversa ogni giorno e poi siamo scesi in centro dove avevamo appuntamento con Roberto, il signore che ci avrebbe portato in giro per la giornata.

Dunque, non so bene come spiegarvi quello che è stata la giornata con Roberto. Ci ha portato in posti incredibili e fatto scoprire cose mai immaginate, a cui da soli non avremmo avuto accesso. Ci ha anche parlato tutto il tempo in spagnolo, e per questo nonostante non abbiamo camminato tanto a fine giornata eravamo distrutti!

Siamo partiti dalla piazza principale, di cui ci ha raccontato e che con le sue parole è diventata viva.
La pavimentazione è di pietra fredda, che rappresenta la forza. Le panchine sono di legno caldo, che rappresenta la gentilezza. Questa è l’anima degli abitanti di Jardin. E quello è il museo, io lavoravo lì, gli amministratori l’hanno chiuso 4 mesi fa. Ma un popolo senza cultura non ha anima!
Quanta amarezza in queste parole!

Ci ha portato in chiesa. Una chiesa tutta di pietra, che una volta dentro ha rivelato un soffitto di legno dipinto di un azzurro delicato e un segreto inimmaginabile da fuori: l’altare in marmo di Carrara. Un piccolo pezzetto d’Italia nelle Ande!

Siamo passati davanti a un asilo, ci ha poi portato a visitare la scuola di musica. Siamo entrati e la ragazza che la gestisce ci ha raccontato tutto: come è nata, come funziona, quanti alunni ci sono, come raccolgono fondi. Questo è il tavolo su cui si riparano gli strumenti. Stasera, ci dice, ci sarà un bingo nella piazza principale, 5000 pesos a cartella per la scuola! Venite!

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Una casa storica. Privata. Ma Roberto conosce la proprietaria, ci lasciano entrare, ci accolgono con calore. Ci raccontano la storia della struttura, questo una volta era un collegio, mio padre, dice l’attuale proprietaria, era un professore di letteratura spagnola, ha insegnato a scrittori famosi. E anche a me!, aggiunge Roberto.
Noi siamo ammutoliti, è bellissima. Osserviamo il corridoio che fiancheggia il patio interno tipico delle vecchie case colombiane, la grande cucina aperta.

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Continuiamo, poco dopo la teleferica un uomo sta ferrando un cavallo. Roberto lo conosce e si ferma a chiacchierare. Noi veniamo inviatati a entrare nella stalla. Proviamo a fare qualche foto ai cavalli ma loro non collaborano! Ma voi avete mai visto qualcuno ferrare un cavallo? Per me era la prima volta.

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La tappa successiva è forse la più incredibile di tutte: il monastero di clausura. Siamo entrati e abbiamo fatto una bella chiacchierata con la madre superiora, che ci ha offerto vino dolce e biscottini fatti dalle suore. Quale incredibile privilegio!

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E poi l’ospedale. Anche qui il responsabile ci ha portato in giro e ci ha raccontato tutto, inclusa la storia del fondatore che è questo bel signore nella foto sotto. Ci ha parlato dei reparti, dei pazienti, dei medici. Non abbiamo capito tuttissimo, ma è stata comunque una bella immersione in una parte della vita cittadina!

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Case, strade, piazze e poi il cimitero, ultima tappa prima del pranzo in quello che, ci rendiamo conto solo ora, è stato un percorso non solo nel villaggio ma anche nel cammino della vita: l’asilo, la scuola, la casa, la chiesa, l’ospedale, il cimitero.

Era un cimitero un poco strano devo dire: tutto preciso e ordinato, con solo 2 o 3 tombe per terra (le altre al muro) fra cui quella del medico fondatore dell’ospedale.

La tappa successiva è stata… il pranzo!
Jardin è famosa per le trote e così siamo andati alla trucheria. La trucheria era un posto molto molto carino, su un ruscello (ma va’), con tanti tavoloni di legno all’aperto e molte famiglie locali. La trota però non mi è piaciuta tanto, era fritta! Possibile che fuori dall’Italia sia così difficile mangiare del pesce cucinato in maniera un poco delicata?
Roberto voleva aspettarci senza pranzare. Gli abbiamo chiesto di pranzare con noi che avremmo offerto volentieri e ha accettato.

Al ritorno, mentre camminavamo di nuovo verso il centro, ci ha raccontato che a Jardin vengono 5 tipi di turisti: quelli che vengono per motivi religiosi, quelli che vengono per fare sport estremo (parapendio e rafting), per la natura, per la salute (aria di montagna) e il quinto non me lo ricordo! Quello che però mi ricordo è che quando ho chiesto “E che tipo di turisti siamo noi?” lui ha risposto, tutto serio, “Voi non siete turisti. Voi siete viaggiatori.”… E niente, a quel punto io lo volevo un po’ sposare, ecco!!

Andando verso quella che era l’ultima tappa della giornata siamo di nuovo passati davanti alla fabbrica di pasticcini, e di nuovo io e Bram non abbiamo resistito! Che bello che a Jardin tutte le camminate finiscano davanti alla fabbrica di pasticcini!!

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L’ultima tappa era una riserva che si chiama Gallito del Roca dal nome degli omonimi uccelli che ci vivono. Ma a Gallito del Roca con Roberto non siamo arrivati! Perché si è messo a diluviare! E ci siamo rifugiati con lui nel negozio (cioè nel soggiorno) di un suo amico che lavora la pelle e fa cinture e portacellulare ma principalmente selle, e ci ha dato due sedie e dei frutti della passione e ci ha detto che studiava inglese su Duolingo e ha aggiunto Good afternoon, e insomma è stato così accogliente..! Come tutti a Jardin, d’altronde.

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Tante altre cose vorrei dire di Jardin. Dell’aria che profuma di fiori d’arancio, e degli autobus locali, e dei fiori, tantissimi fiori ovunque. Ma questo post rischia di non finire più! E quel giorno abbiamo avuto ancora altre avventure!

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Ringraziato e salutato Roberto io e Bram siamo tornati nella piazza principale con l’idea di prendere un caffè. Entriamo in un bar che ha varie sale, facciamo su e giù fra l’una e l’altra alla ricerca della più protetta perché ancora stava piovigginando, alla fine io mi impunto su una, ci entro, e chi mi trovo davanti..?
Hedy. Una ragazza olandese con cui avevamo fatto amicizia in Laos all’Elephant Conservation Center e che non vedevamo da allora! E la ritroviamo qui, all’altro capo del mondo! Carràmba che sorpresa!!!

Ed è proprio una bella sorpresa. Perché Hedy è super carina ed è fantastico rivederla! Beviamo il caffè insieme chiacchierando e poi andiamo insieme alla riserva a vedere i galletti e ne vediamo tantissimi ed è magico, sembrano dei polletti tutti rossi e con le ali nere!

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E poi andiamo a giocare al bingo, e siamo noi tre e tutto il villaggio e i locali ci aiutano perché è un bingo un po’ strano, diverso da quello che conosciamo, e in più è tardi e non ci si vede nulla e dobbiamo illuminare le cartelle con la luce del cellulare, e visto che il bingo è organizzato dalla scuola di musica in mezzo c’è la banda che quando qualcuno fa bingo suona, ed è semplicemente una meraviglia.

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E poi andiamo a cena, sempre con Hedy, e chiacchieriamo chiacchieriamo chiacchieriamo, e la cena è deliziosa, e quando stiamo per esplodere ci salutiamo e visto che lei vive in Olanda e noi in Belgio magari ci rivedremo (e magari conosceremo anche il suo ragazzo che si chiama Bram pure lui e che era nel B&B con la febbre), chissà!

Rientriamo col tuk tuk perché piove. Notare i finestrini con la cerniera!

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INFO

Abbiamo pranzato a La Argelia Restaurante – Truchera – Molienda.
A cena siamo tornati da Bon Appetit.

Domenica 21 Maggio

Eravamo indecisi se rimanere a Jardin un altro giorno, c’erano altre cascate da vedere. Alla fine abbiamo deciso di partire perché le previsioni del tempo dicevano: pioggia! Ovvio che quando, alle 5, ci siamo alzati per prendere l’autobus c’era il sole.

Siamo scesi in cucina quatti quatti… e abbiamo trovato Xavier e Soley. Con caffè appena fatto e biscotti. E panini e succhi per il viaggio. Ma che si può volere di più?

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INFO

A Jardín siamo stati allo Hospedaje Rural La Boira. Semplicemente fantastico!

Colombia. Medellin.

maggio 21, 2017

Lunedì 15 Maggio

A Medellin siamo arrivati verso le 15. Affamati, ci siamo buttati sulla prima cosa commestibile che ci è capitata sotto mano. In Colombia stiamo viaggiando in modo diverso dal solito, la Colombia è il meno sicuro dei paesi in cui abbiamo viaggiato e nel tentativo di limitare i rischi stiamo privilegiando le zone turistiche. Nelle zone turistiche c’è cibo turistico e quindi: hamburger! Il senso di colpa per non starmi nutrendo esclusivamente di arepa e pataccone si è placato al primo morso: era delizioso!

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Il primo impatto con Medellin è stato positivo: tempo bello, caldo ma più fresco che a Santa Marta; tassista gentile; ho dimenticato la felpa nel ristorante degli hamburgers e l’hanno trovata e me l’hanno riportata!
Poi però…

Poi però ha cominciato a piovere, e all’improvviso anche a far freddo. A Medellin eravamo andati per la zona, non per Medellin di per sé, e quanto a cose da fare non eravamo preparati. Negli ultimi giorni ci eravamo affidati a KOK e Dani e non avevamo programmato di preciso dove andare dopo.

Insomma eravamo un po’ spersi, e pioveva, e quei bei pinguini non c’erano più, e mi è ripresa quella tristezza tristissima / disperazione che avevo già provato a Buenos Aires. Forse sono metereopatica e non lo so?

Quando sono triste non ho voglia di mangiare, allora in serata Bram è uscito e ha comprato un po’ di frutta per se stesso e un ovino Kinder per me e siamo rimasti in camera a guardare un documentario sulla vita (y la morte) di Pablo Escobar.

Martedì 16 Maggio

Ci siamo svegliati e c’era il sole! Molto, molto meglio! Abbiamo fatto colazione (scrausa) all’ostello e poi appena usciti ci siamo imbattuti in un bar specializzato in caffè colombiano molto carino e abbiamo fatto una seconda colazione lì! Gioia e gaudio!

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Poi volevamo arrampicarci in cima a una collina per il panorama, ma sapete che? Faceva troppo caldo! E allora abbiamo imbastito un piano alternativo, e cioè abbiamo preso un magico attrezzo che si muove su fili (cabinovia o ovovia o funicolare o teleferica, faccio sempre casino, in inglese cable car!) e con quello abbiamo sorvolato case e prati e siamo arrivati su su fino al cielo.

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I quartieri che abbiamo sorvolato avevano tutta l’aria di essere favelas. Pare che il sistema metropolitano di Medellin sia uno dei migliori del mondo e che abbia fra i vari il merito di aver donato, tramite l’introduzione delle cable cars, l’accesso a lavoro, scuola, sanità, partecipazione sociale ecc. agli abitanti delle colline! Further reading here should someone be interested:
https://www.lonelyplanet.com/colombia/northwest-colombia/medellin/travel-tips-and-articles/the-cheapest-sightseeing-tour-in-the-world/40625c8c-8a11-5710-a052-1479d2779aef

In cima siamo rimasti poco, giusto il tempo di guardare il panorama e fare qualche foto, perché non sapevamo se il quartiere in cui ci trovavamo fosse sicuro per andare in giro e nel dubbio non ci siamo avventurati. Abbiamo dunque ripreso il macchinario magico et misterioso (sicuramente opera del maligno!) e siamo andati a pranzo.

A pranzo siamo andati al mercato di plaza Minorista, di cui avevo sentito parlare. Avevo anche letto che si trovava in una zona popolare, e in effetti per arrivarci abbiamo camminato veloci.

Allora, che col cibo in Colombia non sia scattato il colpo di fulmine credo sia chiaro adesso. Questo è quello che abbiamo mangiato a pranzo. Buono, per carità, ma una volta mi basta!

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Il mercato era uno splendore! L’abbiamo girato in lungo e in largo e abbiamo comprato un grosso avocado, delle pesche e un sacco di frutta esotica che avremmo scoperto a colazione nel corso delle mattine successive!

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Dal mercato siamo andati, a piedi, in plaza Botero. La camminata è stata poco piacevole: vie e vie piene di gente vestita di stracci che frugava nella spazzatura. Non mi sono sentita in pericolo di vita però ecco, se mi avessero derubato non mi sarei stupita più di tanto.

Giunti in plaza Botero abbiamo fatto lo slalom fra i venditori di capelli di fazzoletti di riproduzioni di banane di collane di tutto e abbiamo, beh, guardato le sculture di Botero!

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Mi ha stupito trovare tutto quel casino nel centro della città. Il quartiere in cui stavamo noi, Poblado, quello turistico, è un’oasi al confronto. A Poblado siamo tranquillamente andati in giro da soli di giorno e di notte, in centro ci siamo sentiti meno sicuri. Medellin è sicura oggi, ma l’impressione che ho avuto è che lo sia perché, almeno di giorno, trabocca letteralmente di polizia.

A proposito di polizia. Ci hanno fermato per fare una chiacchierata. Ci hanno raccontato che la Colombia è vittima del turismo sessuale (quando abbiamo detto di essere italiana e olandese hanno commentato “Italiani tanti!” scuotendo la testa) e ci hanno chiesto di parlarne nei nostri paesi quando rientriamo, e di fare presente che qua è un reato.
Bene, benissimo. Però.
In Sudamerica qualunque cosa viene pubblicizzata tramite una fia ignuda.
Distributore di benzina? Fia ignuda.
Biglietti dell’autobus? Fia ignuda.
Dentifricio in offerta? Fia ignuda.
Inoltre al corso di spagnolo ci era stato fatto vedere un video che pubblicizzava la Colombia. A parlare era una dolce bambina che diceva: “Venite in Colombia! Abbiamo bel tempo, mare (immagine fie nude), natura, famiglia (sfilata di famiglie rigorosamente mamma-babbo-bambini), arte, musica (Shakira mezza spuppata), felicità, BELLE DONNE”…
Insomma, noi la nostra parte la possiamo pure fare, però sarebbe bene che anche loro facessero la loro!

Dopo la piazza abbiamo fatto un giretto sempre nella stessa zona per vedere una libreria (carina) e una chiesa. Per Bram è stato bello, per me è stato incredibilmente stressante a causa dell’overdose di gente, non si poteva fare un passo senza sbattere contro qualcuno, e di rumori, clacson, musica, venditori ambulanti che URLANO, gente che parla a voce altissima, bambini che strillano, insomma per me un incubo. Contate che io non riesco a usare né l’aspirapolvere né la cappa perché il rumore mi snerva. Sono stata felice quando abbiamo ripreso la metro per tornare all’ostello!

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E per cena? Stavamo in zona turistica e la scelta era abbastanza internazionale e allora abbiamo deciso, credo per la prima volta in tutto il viaggio, di andare in un ristorante italiano!
Ora, non so se a voi è mai capitata questa cosa, a me di tanto in tanto capita perché viaggio con Bram. È successa solo in ristoranti italiani, sia in Italia che all’estero. Ci sediamo e ci danno il menù; quando si rendono conto che io sono italiana Aaah, ma te sei italiana, potevi dirlo!, e improvvisamente si apre un ventaglio di scelte fuori menù, di cui i poveri turisti stranieri sono destinati a rimanere ignari!
Bram però è fortunato. E se la mia pasta alle verdure mi ha lasciato tiepida (il proprietario ci ha poi confessato di averla inserita nel menù solo per avere qualcosa da rifilare ai vegetariani), quella di Bram fuori menù con sugo di carne (non nel senso di ragù, proprio nel senso di intingolo) e gorgonzola era da svenire!!

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Mercoledì 17 Maggio

Abbiamo fatto un tour guidato. E ce ne siamo pentiti.

Volevamo andare a Guatapé, una cittadina su un lago artificiale. Bram era inoltre interessato a sapere di più sulla vita a Medellin ai tempi di Pablo Escobar. Abbiamo trovato questo tour che comprendeva entrambe le cose e che inoltre ci permetteva di guadagnare un giorno di viaggio (fossimo andati da soli avremmo dovuto dormire a Guatapé). Aveva ottime recensioni e abbiamo deciso di partecipare.

Ora, non so cosa avesse bevuto chi ha lasciato le ottime recensioni (o più probabilmente che età avesse), ma a noi il tour non è piaciuto per niente.

Siamo partiti in ritardo.
Abbiamo fatto una prima sosta per mangiare qualcosa, non necessaria visto che eravamo partiti dopo colazione.
Ci siamo fermati in una trappola per turisti, una ricostruzione in miniatura di un villaggio che non esiste più perché è stato allagato quando è stata messa la diga che ha creato il lago artificiale.
Terza tappa una delle case di Pablo Escobar, che cade a pezzi. Un po’ di spiegazioni, niente di nuovo per chiunque abbia letto un minimo sulla vita di Pablo Escobar.
Pranzo (triste) e poi in barca fino a Guatapé. La traversata del lago sarebbe stata carina se la maggior parte del gruppo non fosse stata composta dai soliti turisti stronzi, arroganti e irrispettosi (soliti come età e nazionalità, non le stesse persone) con cui ci eravamo disgraziatamente trovati in barca a Taganga. Se volete potete provare a indovinare la nazionalità nei commenti, ma secondo me non ci prendete.
Guatapé è deliziosa, ma per visitarla abbiamo avuto solo mezz’ora.
Da lì alla roccia, punto panoramico. 740 scalini, 45 minuti totali concessi per salire, guardare il panorama e ripartire. Gruppo di stronzi scesi con mezz’ora di ritardo, saltata di conseguenza la tappa successiva per mancanza di tempo.

Ecco questo erano le cose brutte. Ora quelle belle e le foto!

Questo è quel che resta della casa di Pablo Escobar. Secondo me era pure pericoloso camminare lì, cascava a pezzi!

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Questa è Guatapé, una tranquilla cittadina sul lago con pochi turisti e molti locali che si parlavano dalle finestre. Ditemi voi se non è deliziosa. Ho molto rimpianto la decisione presa.

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E questa era la vista dalla roccia.

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Ecco! Se capitate da queste parti andate solo a Guatapé e passateci la notte, date retta a me!

La sera siamo tornati a cena dall’italiano, che fra parentesi era un simpatico signore calabrese, abbiamo chiacchierato un po’.
E chiacchierando oltre al menù normale, oltre ai piatti del giorno fuori carta, sono apparse anche queste due delizie (oddio le rivorrei ora, sto scrivendo da un autobus e ho FAME!). Dall’alto, tagliatelle con tre tipi di funghi, gorgonzola e pancetta, e pasta con le polpettine!!

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Dopo cena abbiamo semplicemente fatto un giretto nella nostra zona, piena di localucci un po’ hipster messi lì apposta per acchiappare i turisti e tutti mezzi vuoti. Abbiamo guardato il ruscelletto carino e ambizioso (faceva il fragore di una cascata!) che scorreva proprio davanti al nostro ristorante, abbiamo rifiutato sorridendo le varie offerte di discoteca (ma dico, c’avete guardato in faccia?) e cocaina, abbiamo accettato quella di mango acerbo con sale, limone e peperoncino e ce ne siamo pentiti e siamo andati a nanna!

Giovedì 18 Maggio

Colazione all’ostello e seconda colazione nel posto carino del caffè colombiano, guardate bellino!

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E poi autobus per Jardin. A Jardin avremmo avuto un sacco di avventure. Che saranno l’oggetto del prossimo post!

INFO

A Medellín abbiamo dormito al Poblado Park Hostel. Senza infamia e senza lode. La stanza 10 ha la finestra, ma dà sul bar con conseguente musica alta fino a tardi.
Abbiamo cenato al ristorante italiano Trattoria Toscano.
Abbiamo fatto il tour Escobar & The Rock. Non lo fate!
Il caffè l’abbiamo bevuto da Urbania Café. Carino e pure buono!

Colombia. Da Riohacha a Santa Marta senza quei due pinguini!

maggio 18, 2017

Sabato 13 Maggio

A Riohacha abbiamo passato una serata in realtà abbastanza normale, ma che io adesso mi ricordo come bellissima probabilmente perché è stata l’ultima serata tutti e 4 insieme.

Riohacha, c’è da dirlo, è un posto un poco deprimente. È sul mare, ma il mare è marrone. Però ci è presa la ridarella, sapete di quando una situazione è così surreale che diventa divertente? E quindi alla fine è stata una bella serata!

Siamo andati a cena in un peruviano che peruviano non era e poi abbiamo passeggiato sul lungomare marrone, ridendo di tutto come quando si è pervasi da quell’allegria un po’ scema.

Non ho foto da mettere e allora vi metto quella del crostone al polpo che è stato l’antipasto sia di Bram che di Daniele. Buono!

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INFO

A Riohacha abbiamo cenato al Restaurante Lima. Buono, ma di peruviano non aveva proprio nulla!
Abbiamo dormito all’Hotel Majayura. Niente di negativo da segnalare se non il fatto che parlano solo ed esclusivamente spagnolo. Ma credo sia così un po’ ovunque!

Domenica 14 Maggio

Ci siamo svegliati e abbiamo fatto colazione tutti insieme, poi ci siamo separati: Dani e KOK all’aeroporto, io e Bram di nuovo a Santa Marta.

Prima di partire ho fatto un giretto per cercare qualcosa da mangiare in viaggio e devo dire che di Domenica mattina Riohacha mi ha piacevolmente sorpreso: l’ho trovata allegra e vivace, e le persone gentilissime, tutti hanno aiutato una Piccolina a trovare una panetteria! Persa con la partenza di KOK la possibilità di usare il tormentone “LUI parla spagnolo” ho dovuto cominciare a ingegnarmi con quello che so, e devo dire che non è andata male! E poi… o così, o Pomì!

La partenza di KOK e Dani mi ha scatenato delle emozioni che non provavo da tempo.
Vi ricordate quando, da adolescenti, vi facevate un sacco di amici in vacanza e a ferie terminate dovevate lasciare il luogo di villeggiatura e gli amici con esso? Alla tristezza della fine della vacanza, alla tristezza di dire addio a un luogo amato, si aggiungeva la tristezza del dover lasciare gli amici, sapendo che noi ce ne andavamo mentre loro erano ancora lì. Era la tristezza più triste di tutte, anche se magari il lì era un posto del menga in cui fuori stagione non succedeva assolutamente nulla.
Quel tipo di tristezza crescendo si prova meno, o almeno io non la provavo da anni. Perché in vacanza adesso vado con Bram, e a casa torniamo insieme. O magari, se sono con altri, torno da Bram. O se viaggio con amici si tratta genericamente di amici di Lucca, e so dove ritrovarli.
Con KOK e Dani è stato diverso. Superata la sensazione iniziale di cui vi ho raccontato, viaggiare con loro è stata una meraviglia. Sono pochi gli amici con cui stai proprio bene, e loro sono fra quelli. E sono forse ancor meno quelli con cui ti diverti e ridi sul serio, anche per le cazzate, anche nelle situazioni brutte. E insomma aggiungendoci il fatto che quei pinguini sono anche entrambi parecchio intelligenti e ci si possono fare dei gran bei discorsi, quando sono partiti mi sono sentita come se un pezzo importante del gruppo non ci fosse più.
E sì, la vacanza continua e sono con Bram, e è bello, ma anche con loro era proprio tanto bello!
Poi ecco, con KOK e Dani ho viaggiato solo due settimane ed ero in piena fase luna di miele, con Bram stiamo viaggiando appiccicati 24 ore su 24 da quasi 5 mesi ormai, e di mandarsi affanculo ogni tanto capita!

Muniti di panzerotto ripieno, a annegare la tristezza siamo andati a Santa Marta.

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Annegare nel vero senso della parola, perché siamo tornati nello stesso ostello e il tempo di arrivare ed eravamo già in piscina, e la piscina era infestata da una famiglia con bimbe così moleste e schizzone che Bram voleva fare BOMMETJE!

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A cena siamo tornati da Lamart, dove eravamo già stati con KOK e Dani. Niente pataccone qui, ma frites di banana e una bella creme brûlée al frutto della passione per dessert!

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Mentre cenavamo all’aperto ha iniziato a lampeggiare. Il tempo di spostarci dentro e si è scatenato il diluvio! Siamo tornati all’ostello correndo sotto la pioggia, in mezzo alla strada per stare lontani dai cavi elettrici che qua come in tanti paesi poveri sono scoperti e facevano certe scintille..!

Con questo post forse ho battuto il record, 1 foto nostra e 4 di cibo. Aggiungiamone altre due va’. Un insolito (qui neanche tanto) mezzo di trasporto e una veduta dall’alto del nostro bellissimo ostello. La piscina in foto è quella in cui Bram voleva fare BOMMETJE, quella vicina al bar e al biliardo è sul tetto!

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Colombia. Cabo de la Vela. Deserto, mare e granchi alla fine del mondo.

maggio 16, 2017

Fai ogni giorno una cosa che non hai mai fatto prima.

A Cabo de la Vela abbiamo dormito in delle amache sulla spiaggia.
Ci siamo lavati con un catino d’acqua, tramite un secchiello del gelato vuoto che usavamo per raccogliere l’acqua e versarcela addosso.
Abbiamo fatto il bagno nel mare turchese e abbiamo osservato i granchi uscire dai buchi e camminare lateralmente, veloci veloci.
Abbiamo comprato braccialettini di corda, abbiamo regalato acqua ai bambini Wayuu.
Abbiamo conosciuto un uomo che ha 45 fratelli, così gli ha detto suo padre.
Abbiamo camminato sul sale.

Chiariamo subito, Cabo de la Vela non è la punta più a nord del Sudamerica, quella è Punta Gallina, poco più avanti. Ma la sensazione da fine-del-mondo c’è anche qui!

Venerdì 12 Maggio

Siamo partiti da Riohacha Venerdì mattina con Ruben, un bel signore di etnia Wayuu ma che non si considera Wayuu perché è cresciuto in città. È lui ad avere 45 fra fratelli e fratellastri, e però, ci ha spiegato, ne conosce solo 30. I Wayuu sono poligami, ci ha raccontato, prendono più mogli. Mio padre, ha aggiunto mentre passavamo davanti a una casa, al momento vive qui con la sua seconda e terza moglie. Sono sorelle!
Le donne Wayuu si sposano giovanissime, spesso a 13 anni, e a 14 sono già mamme.
Vivono di pastorizia prevalentemente, capre. Ne abbiamo viste tantissime. E poi miniere, di carbone. In lontananza abbiamo scorto il treno, lungo lungo, nero nero.

Andando verso Cabo de la Vela ci siamo fermati a vedere delle saline. L’impianto al momento è fermo, ci ha spiegato Ruben, i lavoratori sono in sciopero. Da un anno.
Così come gli insegnanti, che lo sono da due settimane e questo spiega i tanti bimbi visti in giro. Non tutti vanno a scuola, in questi giorni non ci va nessuno.

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Mentre fissavamo pensierosi le distese di sale abbandonate delle bambine cenciose si sono avvicinate. Non ci hanno chiesto soldi o caramelle, sapete cosa ci hanno chiesto?
… acqua.
Ne avevamo una mezza bottiglia, gliel’abbiamo lasciata.

La sosta successiva è stata Uribia, la capitale indigena della Colombia. C’era quell’atmosfera un po’ fuorilegge che tante città di confine hanno. E infatti stiamo a un quarto d’ora dal Venezuela.
A Uribia abbiamo fatto scorta di acqua, 4 litri a testa perché non sapevamo se in seguito ne avremmo trovata, e abbiamo messo benzina. I distributori di benzina, ne avremmo incontrati altri per la via, consistono in tettoie di paglia. Sotto alla tettoia sta un’amaca, sull’amaca sta un tizio, accanto al tizio stanno delle taniche piene. E questo è il distributore di benzina.

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Lungo la via abbiamo incrociato dei bambini, fermi a lato della strada col braccio teso a mostrare la merce: bibite, benzina, ciliegie. L’ ultima volta che avevo visto una cosa del genere ero in Kosovo.

La strada (sterrata) per Cabo de la Vela era bloccata. La zona è desertica ma pochi giorni prima aveva eccezionalmente piovuto e la via era allagata. Abbiamo dovuto fare un detour.

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E poi siamo arrivati a Cabo de la Vela e l’abbiamo superato per raggiungere la nostra destinazione: un ranch un poco fuori, di proprietà Wayuu, dove avremmo mangiato e dormito.

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Ci siamo ritrovati in un posto tanto semplice quanto magico. Su una spiaggia senza lettini né ombrelloni, senza elettricità e senza acqua corrente. Per vederci, la luce del sole e un generatore che a volte funziona e a volte no; per lavarsi, dei secchi d’acqua; per dormire, delle amache vicine al mare. Un sacco di bambini Wayuu in giro, tutti indaffarati a cercare di venderti qualcosa, e pochi vecchi; mi sono chiesta quale sia l’aspettativa di vita qui. La notte, la luna e le stelle tutte.

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Abbiamo pranzato, arepas (focaccine di farina di mais, sciape) e patacones (frittelle di banane più sul cattivo che sul buono, da noi prontamente ribattezzate pataccone), abbiamo testato le amache e poi la nostra guida ci ha portato a Oyo del Agua, una bella spiaggia dove abbiamo trascorso il pomeriggio.

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La spiaggia non è attrezzata, ma i bambini Wayuu fanno su e giù offrendo acqua e birra fresche, braccialettini e fasce per i capelli intrecciate a mano. Iniziano piccoli, certo se hanno 45 fratelli e vogliono mangiare bisogna che si diano da fare! Chissà se vanno a scuola? Di certo già da piccolissimi sono perfettamente bilingue, parlano sia il Wayuu che lo spagnolo. In genere cerco di applicare il principio di non comprare da bambini per non incoraggiare lo sfruttamento minorile, ma qua la situazione è un po’ diversa e per aiutarli qualche braccialettino l’abbiamo preso.

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Abbiamo trascorso un paio d’ore in spiaggia, si stava così bene..!, e poi siamo saliti su al faro per vedere il tramonto. Il tramonto l’abbiamo visto il giusto perché era un poco nuvolo, però abbiamo bevuto una birra e ammirato il panorama.

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E chiacchierato con i bambini Wayuu, onnipresenti e dunque in forza anche qui. C’erano anche due ragazzine, oddio ragazzine, una avrà avuto 4 anni (e i capelli tagliati con l’accetta) e l’altra forse 12, già viste alla rancheria. Anche loro cercavano di vendere e ho accettato di comprare una fascetta per i capelli. Costava 5000 e non avevano da farmi il resto, allora ho detto loro che stavo alla rancheria e promesso che avrei effettuato l’acquisto il giorno successivo. Ricordatevi questa cosa.

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Tornati all’ostello ci siamo fatti la famosa doccia a secchiate d’acqua (i ragazzi l’hanno apprezzata, io un po’ meno) e poi cena. Aragostina per i chicos, molto comune qui e di conseguenza abbordabile (come prezzo). Era buona, ma avendo solo coltello e forchetta e non la pinzetta apposita c’è stato da ingegnarsi per mangiarla. Sembrava di essere in una falegnameria, ho passato la cena a scansare i pezzi di guscio che schizzavano in qua e in là!

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E dopo cena? WiFi non ce n’era e quindi serata come una volta.
A un tavolaccio di legno con birra, chiacchiere, carte per giocare a Uno e, io, appunti per il blog.
Dopo silenzio, la luce delle candele e un libro.
E poi solo la luna e le stelle, e le amache, e il rumore del mare.

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Sabato 13 Maggio

Dormire sulle amache è stata un’esperienza.

Sono amache particolari, si chiamano chinchorros, e credo proprio che le facciano a mano le donne Wayuu. Mi dicono che una fatta bene può costare un milione di pesos, 300 euro, e non stento a crederlo. Sono larghe, colorate e hanno delle ali laterali traforate in cui ci si può avvolgere per proteggersi dalle zanzare senza morire di caldo.

Come si dorme sulle amache? Dipende, secondo me. Se si è abituati a dormire a pancia in su bene. Sul fianco già più difficile. A pancia in giù impossibile!

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Alle 5 eravamo già svegli. KOK e Dani di proposito, per vedere il tramonto in spiaggia. Io per via delle zanzare che ronzavano, zzzzz. Bram non so.

Non eravamo gli unici ad essere svegli. Non ho fatto in tempo a scendere dall’amaca che mi sono trovata a mezzo centimetro dal naso le bambine, venute a reclamare l’obolo promesso. Vorrei far notare che erano le 5 del mattino (l’ho già detto lo so) e che io non avevo ancora fatto la pipì, non mi ero ancora lavata i denti e soprattutto ero in mutande!
Ma loro implacabili furono. Non se ne sono andate finché non sono riuscita a racimolare, impresa non facile perché NESSUNO aveva da cambiare una banconota più grossa, i 5000 pesos necessari per acquistare la fascetta!

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A puntarmi non erano solo le bambine ma anche le donne. Una cosa tipica di qui sono delle borse colorate, fatte a mano e devo dire molto belle, chiamate mochila. Il giorno prima avevo dato un’occhiata a una che mi piaceva ma non l’avevo comprata e da quel momento ogni volta che passavo davanti alle donne, che sembravano trascorrere le giornate sedute per terra accanto alle borse, era un coro di Amiga! Mochila! Alla fine ho iniziato a cercare dei percorsi alternativi.

Alle 6 ero lavata e vestita, ma la colazione non sarebbe stata pronta prima delle 7. E dunque?

E dunque la spiaggia tutta per me, all’alba, con un venticello fresco e i granchi. Per un’ora intera. Meraviglia di bellezza e tranquillità!

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Dopo colazione siamo andati qui. Questa si chiama playa Arcoíris: spiaggia dell’arcobaleno.

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Poco lontano c’era Pilón de Azúcar, un punto panoramico. Da lì siamo scesi in spiaggia.

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E che spiaggia!

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Un paradiso.

E niente, siamo stati in spiaggia, che c’è da dire di una mattinata in spiaggia? Siamo stati bene, ci siamo rilassati, abbiamo letto, abbiamo guardato i granchi, abbiamo fatto il bagno e ci siamo sbruciacchiati, tutti, chi più chi meno!

E poi siamo tornati alla rancheria per pranzare. Dopo pranzo un po’ di sbiacco sulle amache e poi io ho deciso di andare a dare un’ultima occhiata alle borse prima della partenza.
Mi sono subito trovata circondata da tutte le donne e anche dalle bambine. Parlavano tutte insieme e mi mettevano in mano tutte le mochila e capirci qualcosa era impossibile. Alla fine ne ho comprata una, azzurra, bellissima, senza contrattare perché a contrattare anche non ce la potevo fare! E poi le bambine mi hanno chiesto un lecca-lecca.
Non ne avevo, ma sapevo che KOK sì e ho detto loro mas tarde, più tardi. Torno alle amache, entro nello sgabuzzino in cui tenevamo le valigie per infilarci la borsa nuova e mentre sono dentro Bram mi dice “Hai visite”. Esco e chi trovo? Ovviamente tutte le bambine, con gli occhioni spalancati e le bocche aperte, venute a reclamare il dolce promesso! Che ridere, il tempo chiaramente scorre in maniera diversa quando si tratta di caramelle!
Il problema è che KOK è a fare la doccia e io non so dove siano i lecca-lecca. Prometto alle bimbe che i dolci arriveranno dopo e quelle controvoglia tornano indietro. Quando KOK torna della doccia mi spiega dove sono i lecca-lecca e io ne prendo un po’, vado verso le bimbe… e in un secondo sono circondata da tutte le donne del ranch! Bambine, adolescenti, donne e anche l’unica vecchia presente, tutte vogliono un lecca-lecca!
E non è finita qui. Perché ho rimesso la busta nello sgabuzzino e quando l’ho ripresa prima di partire l’ho trovata piena di formiche (che non avevano raggiunto i lecca-lecca perché quelli erano sigillati uno ad uno) e allora l’ho portata al ristorante e ho detto Ve li lascio per i bambini, ma KOK per raggiungere la macchina è passato dal ristorante e ha visto tutti i camerieri con un lecca-lecca in bocca!
Insomma a Cabo de la Vela i lecca-lecca sono un affar serio.

Il viaggio di ritorno non è stato privo di avventure. Abbiamo fatto la strada normale, quella che il giorno prima avevamo dovuto evitare per via della pioggia, e ci siamo ritrovati ad attraversare il deserto.

Non un deserto di sabbia e dune come nell’immaginario collettivo (o perlomeno nel mio).
Un deserto di polvere e terra arida, di foreste di cactus e alberi stecchiti piegati dal vento, di pellicani e acqua salata.
Abbiamo fatto qualche foto dalla jeep, in movimento.

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E in questa terra di niente, dove non puoi bere e non puoi coltivare, vivono i Wayuu. È territorio loro questo. Lontano da tutto, lontano da tutti. Avevamo ancora un sacco d’acqua, abbiamo chiesto a Ruben se fosse possibile donarla a qualche famiglia o a una comunità.
E Ruben sa, perché ha guidato sulla terra secca, ha attraverso fiumi di pioggia sporca (avevamo un 4×4, scordatevi di arrivare in altro modo qui) e a un certo punto dal nulla sono apparse poche donne e tantissimi bambini. Immaginatene uno sui 4 anni che protegge spaventato i fratellini di 3 e 2, e in lontananza arriva la mamma che tiene per mano quello di 1 e in braccio un neonato, ed è incinta. Vengono dal deserto e sono vestiti di pezze, di niente. Abbiamo lasciato l’acqua a loro.

Ultima sosta a Uribia, Ruben ci ha fatto fare il giro turistico in macchina, e poi l’arrivo a Riohacha.

Mi fermo qui perché se inizio a scrivere di Riohacha devo anche scrivere che questo era l’ultimo giorno per KOK e Dani e l’argomento mi intristisce, e questo vuole essere un post felice. E comunque c’è stata una bella serata a Riohacha prima della partenza, e poi ve la racconto. Ma questo era il post su Cabo de la Vela, e Cabo de la Vela mi ha ammaliato e mi ha tolto il fiato come pochi altri posti in questo viaggio, e sono così GRATA di esserci stata!

INFO

A Cabo de la Vela siamo stati alla Ranchería Utta. È uno di quei posti magici, alla fine del mondo, che secondo me sono una cura per l’anima.
L’escursione l’abbiamo fatta con Expotur. Caldamente raccomandati!

Colombia. Santa Marta: parchi nazionali, spiagge tropicali e forme alternative di crowdfunding.

maggio 14, 2017

Lunedì 8 Maggio

Ci siamo svegliati presto e con l’autobus abbiamo raggiunto Santa Marta.

Lungo la via ci siamo fermati a un baracchino nel mezzo del niente, dove si poteva comprare qualcosa da mangiare e/o andare in bagno. In bagno c’era Daniela, una bambina che a me è sembrata di 4/5 anni ma che a quanto pare ne aveva 8. Daniela ti dava la carta igienica e ti spiegava che per andare in bagno bisogna pagare, perché lei e la sua mamma devono comprare l’acqua per tirare la catena, e l’acqua costa. Quando sono uscita dal bagno Daniela è entrata con un secchio d’acqua che ha versato nel water. Ed ecco tirata la catena.

Siamo arrivati all’ostello verso le 12. Non potendo ancora fare il check in abbiamo tirato fuori dagli zaini costume e asciugamano e abbiamo raggiunto la località marina di Taganga.

A Taganga siamo stati assaliti. La Colombia è povera e aperta al turismo da relativamente poco (cioè, aperta al turismo da tanto, sicura per viaggiare da poco) e tutti vogliono una fetta della torta. In 4 mesi di viaggio ho sviluppato una reazione allergica nei confronti delle domande “Where are you going?” e “What are you looking for?”. Dovevamo pranzare, e ho di conseguenza scelto l’unico ristorante in cui non ci hanno aggredito!

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Siamo cascati bene. Il cibo non era niente di eccezionale, ma la gentile signora che gestiva il ristorante ci ha preso a cuore e ci ha aiutato a trovare un barcarolo onesto che ci portasse nelle spiagge che volevamo raggiungere.

Le spiagge, bah… Diciamo che per essere il primo impatto col mar dei Caraibi è stato, per me, un poco deludente. Niente di paragonabile alle spiagge che abbiamo visto in Asia – sì, ho il mal d’Asia, non me ne vogliate, si era attenuato in Perù ma sta tornando.

La prima spiaggia era strana. C’erano un edificio abbandonato che non si capiva se fosse una casa vacanze o un albergo o cosa e c’erano dei lettini per prendere il sole pure abbastanza chic, 4 esatti, e non c’era nessuno, solo noi. Siamo stati lì una quarantina di minuti e ci si stava proprio bene. Così bene che ci saremmo voluti rimanere più a lungo. Ma…

Ma il barcarolo ci ha detto.
Io qui da soli non vi ci lascio. Quell’edificio era un albergo, ha chiuso 15 giorni fa dopo che una ragazza è stata violentata su questa spiaggia. Vi ho aspettato 40 minuti, se volete stare più a lungo torno a riva e vi torno a prendere più tardi, ma non ve lo consiglio, è pericoloso.

E così siamo rimontati in barca e abbiamo raggiunto la seconda spiaggia. Bram faceva snorkeling ed è tornato entusiasta, basta nuotare pochi metri per trovarsi circondati da una miriade di pesci tropicali!

Sulla terza spiaggia abbiamo incontrato dei ragazzi che avevano fatto l’errore di pagare sia andata che ritorno a inizio viaggio, e il loro barcarolo aveva pensato bene di infilarsi i soldi in tasca e caarli lì. Noi avremmo pagato alla fine, perché la nostra fatina del ristorante ci aveva avvisato di questo rischio. Se pagate subito, ci aveva detto, i soldi se li bevono e perdono la cognizione del tempo e non li vedete più!

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Sulla via del ritorno il nostro barcarolo che era grande, grosso e gentile ci ha confessato che ama il tramonto e ci ha chiesto se potevamo fermarci un po’ con la barca per ammirarlo dal mare. E come no?

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Al ritorno ci ha accolto una bella scena. I pescatori erano appena rientrati, la pesca era stata eccezionale copiosa e tutto il villaggio era lì, perché tutti volevano comprarsi un pesce!

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Tornati all’ostello ci siamo riposati un poco e poi siamo usciti a cena. Siamo finiti in una zona super turistica. Non sono le mie preferite, lo sapete, ma la Colombia non è tutta sicura e non conoscendola bene preferiamo rimanere sul sentiero tracciato.

Che dire? Qua un sacco di gente vive con nulla. C’è chi si dà alla delinquenza e chi si dà da fare e si arrangia. Durante la cena, all’aperto, siamo stati costantemente assaliti da cantanti, ballerini, mimi. Il cantante mi ha onestamente infastidito, perché il volume era tale da impedire qualunque conversazione. Mi sono invece piaciuti, e molto, i ragazzini che ballano la break dance. Avremmo scoperto qualcosa di più su di loro il giorno successivo.

INFO

Abbiamo pranzato da DIVIJUKA a Taganga. Il cibo non era niente di eccezionale ma i succhi erano buoni e la signora era gentilissima.
Abbiamo cenato a Santa Marta a La Perla. A me non è piaciuto per niente, ma proprio per niente!

Martedì 9 Maggio

Ci siamo alzati, abbiamo fatto colazione e poi siamo tornati a Taganga. Da lì avevamo in programma di prendere una barca per raggiungere playa Cristal, nel Parque Nacional Natural Tayrona.

Così abbiamo fatto. Abbiamo trovato la barca, abbiamo pattuito un prezzo e ci è stato promesso: che saremmo partiti subito; che saremmo stati solo noi 4; che saremmo potuti rimanere sulla spiaggia fino alle 17; e che ci sarebbe stato fornito, compreso nel prezzo, l’equipaggiamento per fare snorkeling.
Indovino indovinello, quante delle 4 promesse sono state rispettate? Vi do un indizio: nessuna!

Sono più di 4 mesi che viaggiamo e siamo stati in dei paesi poverissimi, ma in nessuno mi sono sentita un portafoglio ambulante come mi sto sentendo in Colombia. È bruttissimo. Ti saltano tutti addosso, ti parlano in spagnolo senza sincerarsi che tu capisca, finché la possibilità che tu vada con loro è aperta fanno promesse che svaniscono come neve al sole una volta raggiunto l’accordo.
Io non sono una persona molto empatica purtroppo. Faccio fatica a capire davvero cosa li porti a comportarsi così, e mi irrito e mi spazientisco. KOK è molto più bravo di me in questo.

Playa Cristal… bah.
Allora, playa Cristal è bella. Bella bella, di quelle spiagge caraibiche con le palme e l’acqua cristallina.
Playa Cristal è anche piena di ristoranti e di barche che fanno avanti e indietro (e qua mi ci devo mettere anch’io – l’esperienza insegna) e ogni volta che una arriva o parte l’aria si riempie per una decina di minuti della puzza del petrolio.
Bram ha fatto snorkeling e ha visto un sacco di pesci e coralli meravigliosi.
Dureranno?

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In spiaggia si stava bene. Non pioveva ma era nuvolo, e quindi per fortuna non tanto caldo. Una cosa strana, la maggior parte dei ristoranti erano chiusi, e quelli aperti avevano solo 2 o 3 piatti disponibili e zero voglia di cucinarli. Credo perché siamo in bassa stagione. Abbiamo pranzato con dei succhi di frutta freschi, quelli sì, disponibili e deliziosi.

Rientriati a Santa Marta ci siamo rilassati sulla terrazza dell’ostello. L’ostello aveva dei punti positivi e dei punti negativi; fra i positivi senza dubbio il rooftop, con bar/ristorante (una decina di piatti scritti a mano su una lavagnetta, non vi immaginate chissà che eh), piscinetta e biliardo! Los chicos si sono buttati in acqua con una birra, io mi sono seduta a bordo piscina a scrivere questo post con l’aiuto di una bruschetta!

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Eravamo un po’ stanchi (pur non avendo fatto chissà che!) e abbiamo deciso di cenare all’ostello. Cuoco sardo e quindi pasta, ma stavolta era buona!

È stato il cuoco a raccontarci dei ragazzini che ballano la break dance. Lui è a Santa Marta da vari anni e se li ricorda bene. Hanno iniziato senza musica, si davano il ritmo battendo le mani. E poi piano piano sono riusciti a comprarsi uno stereo, e poi le magliette tutte uguali. Che bravi!

Dopo cena partita a biliardo. Io e KOK contro Bram e Dani. Per me era la prima volta e alla fine avevo così tanto sonno che speravo solo che qualcuno imbucasse quella cavolo di pallina nera così si poteva andare tutti a letto!

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Mercoledì 10 Maggio

Per raggiungere Cabo San Juan del Guía, sempre nel Parque Nacional Natural Tayrona, ci siamo affidati a un tour guidato. Dani e KOK non hanno molto tempo, hanno il volo di ritorno il 14, e affidandoci al tour organizzato si risparmia un bel po’ (di tempo, non di soldi). Che poi, organizzato…

Di organizzato c’era questo. Un tassista convertitosi in guida-turistica-che-parla-solo-spagnolo ci ha portato all’ingresso del parco e ci ha caato lì. Fine del tour organizzato!

Dall’ingresso del parco abbiamo camminato. È stata una passeggiata di circa 2 ore, bellissima. Giungla e foresta, una meraviglia.

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Lungo la via abbiamo incontrato un indigeno (qua vive la minoranza Tayrona) che vendeva cocchi, un animale che non si è capito cosa fosse ma che doveva essere un nemico dei pinguini perché non appena ha visto KOK è scappato a gambe levate e una Trappola per Piccine, ossia un cartello in mezzo alla foresta con su scritto PANADERIA (ha funzionato, ma la Piccolina è riuscita a scappare con un paninello al cioccolato!).

E poi siamo arrivati qui. Era talmente bello che persino io mi sono buttata in acqua!

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Questa spiaggia si chiama La Piscina. Oltre a essere la spiaggia più bella vista fino ad ora in Colombia aveva una fantastica caratteristica: dei succhi buonissimi e un banchetto che faceva arepa, una sorta di focaccine fatte con farina di mais, fritte sul momento. Una roba deliziosa che mi sono divisa con Bram e ancora mi sto chiedendo perché ce la siamo divisa anziché mangiarcene 27 a testa!

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Una camminata di ulteriori 15 minuti ci ha portato alla spiaggia che era la nostra meta: San Juan del Guía. Molto, molto bella pure questa, anche se mi sono piaciute di più le spiagge in Malesia.

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Cosa definisce una spiaggia tropicale? Mi sono resa conto che io la identifico con acqua cristallina, alberi e assenza di strutture turistiche e di folla. In Colombia i primi due criteri sono rispettati ma il terzo manca, è per questo che ho preferito la Malesia. Nonostante anche le spiagge colombiane siano da rimanere a bocca aperta! Bastava entrare in acqua fino al ginocchio per trovarsi circondati da pesci tropicali di tutti i colori!

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Dietro alla spiaggia c’era un campeggio, e col senno di poi ci saremmo dovuti fermare a dormire lì. Perché: inizio camminata alle 10:30, arrivo in spiaggia verso le 13, ripartenza fissata per le 16, totale solo 3 ore da passare tra una spiaggia paradisiaca e l’altra. Non è molto! Noi non lo sapevamo e l’impiegato dell’agenzia turistica, che aveva la verve di una locusta, non ce l’aveva spiegato; ma voi adesso lo sapete, perché ve lo dico io, e se mai capiterete da queste parti datemi retta e passateci la notte!

Le spiagge erano così belle che abbiamo valutato la possibilità di tornarci il giorno successivo e chiesto il prezzo. Potenza della contrattazione, la prospettiva di un ulteriore guadagno ha reso il barcarolo estremamente più flessibile e ci ha regalato un’ora in più a San Juan del Guía!

Siamo dunque venuti via verso le 17. Il viaggio di ritorno, in barca, non è stato molto piacevole perché avevamo come compagnucci un gruppo di giovani ventenni arroganti e strafottenti che si facevano beffe del capitano (a cui non importava un granché visto che erano un bel gruppo e pagavano), fumavano non so che ma di certo non tabacco e soprattutto, orrore degli orrori, rifiutavano di indossare il giubbino di salvataggio obbligatorio! Io invece ce l’avevo ed ero contenta perché ci stavo bella caldina, sono proprio vecchia. E comunque a 20 anni scema ero pure io, però il rispetto dell’autorità ce l’avevo!

Rientrati a Taganga abbiamo beccato un cielo che dire spettacolare è dir poco.

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E poi di nuovo ostello, e di nuovo piscinetta sul tetto e birra, e stavolta mi sono tuffata anch’io e mamma mia che goduria!

A cena in centro a Santa Marta, in un posto che mi è piaciuto tanto. Dopo cena KOK voleva giocare a biliardo ma io in questi giorni sono narcolettica e come ho visto il letto mi sono addormentata, vestita e senza lavarmi i denti!

INFO

Abbiamo fatto il tour con Tayro Taganga e non li raccomanderei ma temo che tutte le agenzie in Colombia siano così.
Abbiamo cenato da Lamart, buono!!

Giovedì 11 Maggio

Era l’ultimo giorno a Santa Marta, che fra parentesi non abbiamo praticamente visto e mi è dispiaciuto. La mattinata se ne è andata fra commissioni ed erano quasi le 12 quando siamo saliti su un taxi per andare a bahia Concha, una spiaggia che fa parte del solito parco nazionale.

Bahia Concha è stata un’esperienza. Non tanto per la spiaggia di per sé, bella per carità, quanto per la zona povera che la circonda e la… assedia.

Siamo in bassa stagione e non c’erano molti turisti.
Non appena siamo arrivati, ancora prima di scendere dalla macchina, siamo stati circondati dai tizi che affittano gli ombrelloni (che poi non sono ombrelloni, sono piuttosto dei teli che vengono stesi su delle strutture in metallo).
Dei bambini volevano portarci via la spazzatura in cambio di qualche spicciolo.
Un uomo offriva tatuaggi, una donna massaggi.
C’era chi vendeva frutta, chi bibite, chi gelati.
Cocco.
Arepa, empanadas, manioca fritta.
Collanine, foulards, parei.
Insomma un continuo. Ma fin qui alla fine niente di strano. Quando siamo venuti via però…

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Eravamo nel taxi su un viottolo sterrato. Più avanti c’era un gruppo di bambini. Quando ci hanno visto arrivare si sono buttati in mezzo alla strada, per fermarci. Uno aveva un bastone, lo teneva come se fosse una mazza da baseball pronta a colpire. Io ho chiuso gli occhi aspettando l’urto, ma il tassista doveva essere esperto di questo tipo di situazione perché è semplicemente andato a dritto e i graziosi pargoli si sono scansati.

Un po’ più avanti abbiamo trovato un intero villaggio: uomini, donne, bambini e mucche. Avevano bloccato la strada con dei tronchi per impedirci di passare. Uno si è avvicinato al finestrino. E ha detto, in spagnolo:
Cari turisti. Noi siamo un villaggio molto povero. La centralina dell’elettricità è rotta e non ce la vengono a riparare perché non tutti qua arriviamo a pagare le bollette. Risultato, è un mese intero che l’intero villaggio è senza luce. Ordunque, o ci aiutate a pagare la bolletta con un’offerta spontanea di 1000 o 2000 pesos (30 o 60 centesimi di euro) o non passate.

Ho avuto sentimenti ambivalenti riguardo a quest’ultima cosa.
Sul momento non mi sono spaventata perché il tutto si è svolto in maniera molto tranquilla, il tassista ha pagato e siamo ripartiti.
Più tardi mi sono prese un po’ di paura e un po’ di rabbia, e mi sono ritrovata a pensare che quando KOK e Dani se ne vanno io e Bram dobbiamo cambiare paese. Questo pensiero era più ampiamente legato alla sensazione a cui ho accennato più sopra, quella di sentirsi non una persona ma un portafoglio ambulante. Ma Santa Marta è zona turisticissima e magari non dappertutto è così.
Adesso che è Venerdì e siamo in tutt’altra zona, paradisiaca fra l’altro, sono semplicemente dispiaciuta per il villaggio, e vorrei essere un elettricista per andare lì e riparargli la centralina gratis.
Venendo via abbiamo incrociato la polizia che si dirigeva verso il posto di blocco improvvisato… E mi è dispiaciuto. Perché alla fine quello che hanno fatto non è tremendo, ed è dettato da miseria ed esasperazione.

Rientrati a Santa Marta ci siamo fatti una doccia al volo e poi abbiamo preso l’autobus per Riohacha, a 4 ore di distanza. Siamo partiti alle 18 e arrivati alle 22. L’autobus, per la cronaca, si è rivelato la macchina di un tizio. Che dopo averci portato fin lì ha fatto marcia indietro per tornare a Santa Marta. Se me ne fossi resa conto subito mi sarei offerta di pagargli una camera!

Insomma in Colombia ci siamo ritrovati di fronte a situazioni e meccanismi diversi da quelli visti fino ad ora, nonostante in paesi poveri fossimo già stati. C’è anche da dire che il Sud Est asiatico è abituato al turismo da parecchio tempo, la Colombia no. KOK dice che dovrei vedere anche il lato positivo del visitare un posto ancora relativamente incontaminato, e probabilmente ha ragione.

INFO

A Santa Marta siamo stati al Masaya Hostel, lo stesso di Bogotà ma con qualche differenza.
Punti positivi: molto carino, stanze pulite tutti i giorni, WiFi, bar, piscina e biliardo sul tetto, possibilità di farsi una doccia anche dopo il check out.
Punti negativi: il check in solo dalle 15, la musica appalla, l’assenza di ganci nelle camere e il fatto che per tenerti i bagagli dopo il check out ti facciano pagare.
Tutto considerato se tornassi indietro ci starei di nuovo!

Colombia. A Cartagena i pinguini cascano dal nido.

maggio 11, 2017

Domenica 7 Maggio

A Cartagena siamo arrivati ieri sera. Siamo scesi dall’aereo e 30 gradi ci hanno accolto, di nuovo e finalmente!

A Cartagena io sono stata un poco triste. Visto il bel tempo i maschietti sono usciti a bere qualcosa, io invece sono rimasta in albergo a cercare di capire il motivo del mio cattivo umore.

Alla fine ho capito. Ho capito che modificando il numero di addendi l’equilibrio del viaggio cambia.
Era un poco cambiato in Thailandia quando c’era Valentina ed era un poco cambiato viaggiando con KOK, ma non tanto in questi casi; è cambiato parecchio, per me, quando ci siamo trovati in 4. Per un motivo scemo, che mi vergogno ad ammettere e che è parte di me: la paranoia dell’abbandono.
Dani e KOK sono molto amici, e giustamente e normalmente hanno passato un bel po’ di tempo a chiacchierare. Irrazionalmente questo mi ha fatto sentire esclusa. È una cosa scema e che non controllo e non c’entra il comportamento loro, è una mancanza mia.
E non voglio essere così, perché poi si crea un circolo vizioso: divento di pessimo umore, e allora sì che c’è un valido motivo per escludermi!

Averlo capito non è stato piacevole, ma mi ha aiutato a venire a patti con la situazione e a elaborare strategie di gestione delle mie emozioni sceme. E infatti oggi è andata meglio!

Abbiamo iniziato con un giretto per Cartagena. Cartagena è una trappola per turisti. Però è una bella trappola per turisti! I ragazzi all’inizio non erano entusiasti, a me invece è piaciuta subito. Per 3 motivi: è tornato il caldo!; gli edifici sono belli; c’è un’atmosfera caraibica che mi ha ricordato Bahia. Anche se Bahia non è Caraibi, e Cartagena invece sì!

Abbiamo fatto una seconda colazione in un posto un poco scicchino (ma scicchino a prezzo basso) e abbastanza occidentale… ma erano 4 mesi che non mangiavo un pain au chocolat!, e poi siamo stati in giro tutto il pomeriggio.

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Che vi devo dire, nonostante il centro sia popolato per il 50% da turisti e per l’altro 50% da acchiappaturisti, a me Cartagena è piaciuta. L’ho trovata allegra, calda e colorata.

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E poi in Francia ha vinto Macron! È una bella giornata!

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In serata abbiamo fatto un aperitivo vista mare.

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Poi siamo passati dall’ostello per cambiarci e riposarci un po’, ed è stato lì che KOK è cascato dal letto.

Adesso siamo a cena in un posto di pesce, tutti sono felici ma la mia pancia no e allora io sto mangiando un panino! Questo è il ceviche di polpo con riso e salsa di arachidi dei boys. La foto del mio triste panino ve la risparmio!

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INFO

A Cartagena abbiamo fatto una seconda colazione a La Brioche (andateci se avete bisogno di un pain au chocolat untone e di WiFi), abbiamo pranzato da Espíritu Santo (semplice e locale, non male) e abbiamo cenato a La Cevichería (per turisti e, a quanto mi dicono, delizioso – rimandate indietro la costosissima acqua Panna e fatevi portare quella locale che costa un terzo e è buona uguale!).
Abbiamo dormito spiaccicati in una stanza da 4 dell’ostello Hostel 1811. Bisogna, bisogna che rinforzino le barre dei letti. Sennò i pinguini cascano dal nido!!

Colombia. A Bogotà zuppe, caffè e frutta tropicale. E Botero, e altro.

maggio 9, 2017

Giovedì 4 Maggio

Iniziamo con le buone notizie: siamo a Bogotà!
E abbiamo un biglietto aereo per Panama.
Dove non avevamo in programma di andare, e infatti non so se ci andremo.

Quello che è successo all’aeroporto (alle 2 del mattino, ricordiamoci) è quanto segue. Per entrare in Colombia serve un biglietto di uscita dalla Colombia. Noi non sappiamo ancora dove andremo dopo la Colombia e quindi non ce l’avevamo. Allora ci siamo comprati in fretta e furia il biglietto più economico che siamo riusciti a trovare. Che era, appunto, per Panama!

Non contesto la regola, tanti paesi ce l’hanno e lo sapevamo. Non sempre viene applicata. Siamo stati scemi (e magari un po’ sfigati) noi!

A Bogotà siamo arrivati alle 5 del mattino, dopo una notte praticamente in bianco. Abbiamo fatto il check in all’ostello e abbiamo scoperto che la nostra stanza non sarebbe stata pronta prima delle 15. Ouh!

Stanchi e anche un po’ sudici siamo usciti a fare un giro.

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Abbiamo optato per Monserrate, una collina con vista su Bogotà. Si può arrivare in cima con la funicolare e poi l’ultimo pezzo si fa a piedi. È una Via Crucis, ci sono le stazioni. È stato carino nonostante la stanchezza.

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Quel giorno non abbiamo fatto molto, eravamo cotti.

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Alle 15 abbiamo finalmente potuto fare il check in. Alle 16 è arrivato Carlos, un amico colombiano di Bram. L’idea era quella di fare con lui un giro per La Candelaria, il quartiere in cui stiamo e che è molto carino con l’acciottolato e le casine colorate, ma pioveva. Allora ci siamo limitati a un paio di birre all’ostello. Dopo un po’ è arrivato a sorpresa Daniele, un nostro carissimo amico di Bruxelles che ci ha raggiunto per visitare insieme la Colombia! Cioè non a sorpresa nel senso di inaspettato, a sorpresa perché lo aspettavamo più tardi!

Siamo usciti solo per cena. Ci siamo affidati all’amico di Bram visto che è di Bogotà e ci ha portato in un posto che… ha fatto schifo a tutti!!! Io che non stavo tanto bene (infatti poi quando siamo rientrati mi sono provata la febbre e ce l’avevo) ho preso una pasta in bianco e mi è arrivata scotta e sciocca, ma così scotta che te la mettevi in bocca e si scioglieva! Bleah!! Paste cattive ne ho mangiate ma questa era veramente immangiabile! KOK, Bram e Daniele hanno preso una zuppa che è stata soprannominata “sbobba”.

INFO

Abbiamo pranzato in un posto buono ma non so il nome! Cioè era buono secondo Bram e KOK, io non lo so perché ho preso il riso in bianco.
A cena siamo stati da Antigua Santa Fe, Sabores de Antaño. Mai più!

Venerdì 5 Maggio

La mattina i chicos sono andati a fare un tour guidato e io sono rimasta all’ostello visto che ero un po’ poverina. Sono rientrati, tutti entusiasti, giusto in tempo per il pranzo. Mi hanno portato in un posto carino ma che aveva solo menù fisso, e non potendo mangiare un cavolo io ho pranzato a… pane!

Nel pomeriggio altro tour guidato, stavolta ho partecipato anch’io. Questo era incentrato sul caffè. A quanto pare in Colombia non c’è una cultura del caffè, perché ne producono un sacco ma lo esportano tutto. I contadini che lo producono non sono consapevoli del mercato che ci gira intorno e lo vendono di conseguenza a un prezzo molto più basso del reale valore. Il tour a cui abbiamo partecipato non mira ad attirare tanto i turisti quanto i colombiani, perché l’idea è quella di creare una cultura del caffè nel paese. È stato interessante!

Dopo siamo stati al museo Botero, che mi è piaciuto. Ho preso a Buenos Aires (prima o poi, prima o poi, scriverò anche di Buenos Aires!) l’abitudine di scattare qualche foto nei musei, per farvi vedere i quadri che mi sono piaciuti di più. Di arte non mi intendo per niente quindi il mio è un parere profano! E inoltro faccio le foto da schifo… Comunque!

Flores

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Pareja bailando

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Naranjas

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Bailarina

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E il mio preferito:

Presidente durmiendo

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Altre due opere, non di Botero, mi sono piaciute molto.

Questa è El Louvre, mañana brumosa di Camille Pissarro. Mi è piaciuto perché l’ho visto e ho pensato, Parigi!

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E questo piccolo cardinale è Cardenal sentado, di Giacomo Manzù.

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Dopo il museo siamo passati dall’ostello per riposarci un attimo… e ci siamo addormentati tutti! Siamo usciti che erano le 21, che a Bogotà è tardi per cenare. Abbiamo trovato aperto un posto che faceva hamburgers. Vorrei far notare che i miei ultimi 3 pasti erano stati: pranzo giorno 1 riso in bianco; cena giorno 1 ignobile pasta in bianco; pranzo giorno 2 pane. Ma la sera stavo finalmente meglio, e il mio hamburger non l’ho finito (mi ha gentilmente aiutato KOK) ma oh quanto me lo sono goduto!

Dopo cena Dani e KOK che sono ggiovani sono andati a ballare e io e Bram che siamo vecchi siamo andati a letto!

INFO

A pranzo siamo stati da Quinua y Amaranto. A tutti è piaciuto, io ho mangiato pane.
Cena da La Hamburguesería Candelaria. Al di là del fatto che avevo fame, l’hamburger era buonissimo!

Sabato 6 Maggio

Scrivo dall’aeroporto di Cartagena. Fa caldo qui!

L’inizio della giornata è stato un po’ pulp, coi miei (cioè il mio babbo) che non accendono il telefono e di conseguenza non ricevono i miei WhatsApp e allora si agitano (mi sembrano quello che stava davanti al frigo bendato e urlava HO FAME!) e noi dovevamo fare il check out e io facevo la doccia e la valigia e cercavo di calmare loro tutto al tempo stesso. Poi però quando siamo usciti era così

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e faceva quasi caldo, e tirava un venticello fresco, e per un attimo ho avvertito una sensazione di assoluta felicità. Ma non so se legata al momento o se quel clima, quel vento, quella temperatura mi abbiano riportato a una sensazione felice vissuta in passato di cui adesso non mi ricordo.

La mattinata è iniziata al mercato, un mercato un po’ fuori pieno di frutta tropicale mai vista prima! Ci siamo divertiti a scoprire e assaggiare e ho fatto un po’ di foto (scrause), eccole qua.

Patate (credo), mango e carambola.

Boh, boh e boh.

Pomodori-mango e pomodori-mora.

Pere a sinistra, e quello a destra si chiama feijoa ed è buonissimo. Il sapore mi ha ricordato un po’ un kiwi, ma più dolce.

Granadilla. Mi ha ricordato il frutto della passione.

E infine curuba. Tanto brutto fuori quanto buono dentro!

Dopo il mercato siamo tornati verso il centro in taxi. Lungo la via abbiamo passato una zona parecchio malfamata. Il tassista che ci ha spiegato che si tratta del barrio Santa Fe, e per farci capire bene quanto sia malfamato ha detto È pieno di mendicanti, prostitute, ladri, marijuana, cocaina e gay. …

Per pranzo siamo tornati da Quinua y Amaranto. Di nuovo menù fisso, ma stavolta ho potuto mangiare anch’io!

E dopo pranzo giretti vari: centro culturale Gabriel García Márquez, una bella libreria grande e il museo dell’oro, che devo dire mi ha annoiato un po’.

E poi basta! Poi abbiamo preso l’aereo e siamo venuti a Cartagena, dove siamo ora e dove KOK è appena cascato dal letto!

INFO

A Bogotà siamo stati al Masaya Hostel. Molto, molto carino (anche se mi hanno perso 2 paia di calzini) e con una buona colazione. Clientela molto ggiovane, credo che noi fossimo i più vecchiarelli!