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Giappone. Le avventure di una Piccolina da sola a Tokyo. Day 1.

settembre 11, 2018

Lunedì 27 Agosto

La notte fra Domenica e Lunedì non ho dormito molto. Mi angosciava abbastanza l’idea di ritrovarmi da sola, col mio senso dell’orientamento inesistente, in una grande città, in un paese in cui non sono neanche in grado di leggere i cartelli. La mattina avrei potuto dormire, invece mi sono alzata presto e ho accompagnato Bram alla fermata della metro.

O meglio, io credevo che fosse la fermata della metro, vicina al ryokan e da cui sapevo tornare indietro; invece no, invece Bram ha preso la direzione opposta e si è diretto verso la stazione ferroviaria. Nel panico ho avuto un’idea che si è rivelata provvidenziale: ho tirato fuori carta e penna e mi sono segnata ogni curva. A modo mio, e cioè non con linee e disegni, ma con testo e dettagli. Ne è venuta fuori una cosa del tipo “sinistra – destra – tempio – dritto – casa gialla – sinistra – salita – bocca che bacia – gatto – destra – bar – chocolat – destra – lavori blu – sinistra – sinistra” ecc., in cui nessuno si sarebbe rinvenuto, ma io sì! E grazie alle mie note sconclusionate sono riuscita a tornare indietro.

Ed eccomi da sola a Tokyo.

Vale la pena parlare del posto in cui stavo. Era bellino!

Era un ryokan, e cioè una locanda tradizionale giapponese, a gestione familiare.

Alla reception, aperta dalle 7 alle 23, stavano sempre due vecchietti, immagino fossero marito e moglie. Sapevano due parole in croce di inglese, quelle necessarie.

Come tutti in Giappone del resto. Nessuno parla inglese ma:
la commessa saprà dire “blue” e “try”
il bigliettaio sarà in grado dire “ticket”
il cameriere “wait”
il parrucchiere “hair”
e il tizio che preparava le colazioni nell’ostello, che secondo me era il genero, “There is a toaster there”!

La colazione era occidentale e non andava prenotava in anticipo. Era servita, se ricordo bene, tra le 7:30 e le 9:30. Se si voleva bastava sedersi in quell’orario e ordinarla. Il caffè e il tè erano gratuiti. La colazione base comprendeva due fette di pane bianco, burro salato e due tipi di marmellata. A questo si potevano aggiungere: due uova fritte; due uova strapazzate; uova fritte o strapazzate e prosciutto. Una mattina ho provato a chiedere un’omelette e ho scatenato il panico! Il menù comprendeva inoltre qualche bibita a pagamento, non mi ricordo quali perché io ho preso sempre e solo il succo d’arancia.

Torniamo al ryokan. Le camere erano in perfetto stile giapponese e le ho amate. Erano fatte così. Ingresso in cui si lasciano le scarpe (primo ryokan in cui si poteva girare con le scarpe, finalmente!), tatami a ricoprire il pavimento, materasso per terra, kimono pulito e pantofole sul materasso. A dormire per terra mi è venuto il mal di schiena le prime due notti, poi mi è passato. Un tavolino basso e delle poltrone basse sotto al tavolino, un armadio, e questo è quanto. Ah no, in camera c’era anche un lavandino, nell’ingresso. Comodissimo! Di giorno volendo i materassi si potevano piegare per avere più spazio.

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Passiamo al bagno, che è la parte più interessante. Nei ryokan i bagni sono comuni. Una cosa è la stanzina con WC super tecnologico e lavandino, tutt’altra cosa è il bagno.
Il bagno è costituito da due stanze collegate. Ci si tolgono le scarpe, si entra nella prima, si gira il cartello dal lato che dice “occupato” e si chiude a chiave. Nella prima stanza ci si spoglia, completamente, nella seconda non deve entrare niente, neanche l’asciugamano. Questa è la prima stanza (come vedete io ho barato e mi sono portata dentro un paio di infradito pulite!).

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Ed ecco la seconda stanza, quella in cui ci si lava:

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La procedura prevede che ci si sieda sullo sgabellino e si usi la doccia per lavarsi bene bene, completamente. La ciotola che vedete sopra allo sgabellino serve a rovesciarsi l’acqua in testa, per lavarsi i capelli. Una volta belli puliti è possibile, se si vuole, spostare di lato le travi che coprono la vasca (che vedete a destra nella foto) ed immergersi. La vasca è piena di acqua caldissima (che scorre, quindi viene cambiata di continuo) e la sensazione di rilassamento è immediata. D’estate immergersi era piacevole, d’inverno deve essere orgasmico. A quel punto l’unica cosa da fare è stare nella vasca a godersela guardando il giardino zen. Nel bagno (e nella vasca) si può entrare massimo in due. Ci sono degli orari, se ricordo bene nel ryokan in cui siamo stati non si potevano usare i bagni fra le 10 e le 16. Tutto il resto del tempo sì, e la seconda sera io e Bram abbiamo fatto il bagno a mezzanotte! Ma non l’abbiamo fatto insieme, perché lui è lento a docciarsi, e quando lui era pronto per entrare nella vasca io ero pronta per uscire. Di bagni ce ne erano due in totale, due per tutti gli ospiti del ryokan, quattro posti quindi, sempre che tu sia con qualcuno, che di certo non vuoi entrare nella vasca con uno sconosciuto. Nonostante ciò, io ho sempre trovato il bagno libero quando volevo usarlo. Col senno di poi probabilmente perché il nostro ritmo di viaggio prevede di stare fuori tutto il giorno e farsi la doccia la sera tardi o la mattina, mentre la maggior parte degli ospiti passavano dal ryokan per lavarsi e cambiarsi prima di uscire a cena. Che bello essere dei porcelli stakanovisti!

Voilà, questo è quanto. Il ryokan era nel quartiere di Yanasen che è tranquillo e pieno di viuzze, botteghe e festicciole di quartiere. Una dimensione che purtroppo sempre di più sta sparendo… e io sono super felice di essere stata lì. Oh, un’altra cosa: avendo prenotato un po’ all’ultimo inizialmente ci avevano assegnato quattro stanze diverse per le sei notti. Ero dunque preparata a un allegro valzer di valigie e materassi. Ma quando siamo arrivati ci hanno detto che erano riusciti ad organizzarsi in modo da lasciarci la stessa stanza per cinque notti, solo dopo la prima avremmo dovuto cambiare. Che fortuna!

Ma torniamo al mio primo giorno da sola a Tokyo.

Non ero molto preparata, e così una volta rientrata al ryokan mi sono vestita e sono scesa a fare colazione. L’idea era quella di sfruttare il tavolo, la WiFi e le varie cartine a disposizione degli ospiti per programmare la giornata. In giro non avrei avuto WiFi, quindi dovevo giocare d’anticipo. Avevo qualche asset: una LP di Tokyo nuova di zecca comprata il giorno prima (avevo questa idea che la LP solo di Tokyo avesse più info del capitolo su Tokyo della LP del Giappone – non è così); una guida di Tokyo, sempre LP, scaricata sul telefono (e quindi: mappe!); il GPS, nel senso, non so se l’avete presente, il tastino del telefono chiamato “location” funziona anche in assenza di WiFi; e le mie note.

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Per le 10 avevo fatto colazione e avevo anche fatto una sorta di programma non dico per la settimana ma almeno per la giornata. Avevo in mente un po’ di musei che volevo visitare, ma era Lunedì e il Lunedì quasi tutti i musei sono chiusi. Uno era aperto, però: il museo degli aquiloni. Quello sarebbe stato la mia destinazione.

Parto, mi dirigo verso la fermata della metro a cui so arrivare e una volta lì faccio una mossa che si sarebbe rivelata geniale: anziché comprare il biglietto compro un pass. In questo modo i giorni successivi sarei allegramente saltata da un posto all’altro senza dovermi preoccupare di spiccioli, distanze e minuscoli biglietti facilissimi da PERDERE (il pass è bello grosso invece). E quindi nei giorni successivi hop!, al museo!, e poi hop!, nel parco!, e poi hop!, a mangiare i gyoza! Sto precipitando gli eventi.

Insomma prendo la metro, e devo dire che prendere la metro a Tokyo è genialmente semplice: Gugol Maps ti dice quale linea prendere, in che direzione, da dove a dove e pure da che binario; la guidina che avevo sul telefono mi diceva quale delle 700 uscite imboccare una volta giunta a destinazione. Impossibile sbagliare!

E quindi arrivo dove devo arrivare, e dentro alla stazione della metro c’è WiFi ma fuori no e quindi prima di uscire imposto l’itinerario e poi esco e lo seguo scrupolosamente, e cerco il museo ma non lo trovo.

Gira che ti rigira, niente. Dove dovrebbe trovarsi il museo c’è un ristorante! Dopo un po’ di tentativi a vuoto mi avvicino a un vigile. Lui sapeva dire “Kite museum?”. Non faccio in tempo ad aprire bocca che lo dice, e io dico Hai!, e lui mi indica il ristorante. Entro nel ristorante e trovo un ascensore. L’ascensore porta al museo degli aquiloni!

Il museo degli aquiloni è piccolo, privato e molto bello. È stato messo su da un appassionato che per anni ha fatto volare i suoi aquiloni in tutto il mondo e non voleva che il patrimonio andasse perduto. Dentro ci sono aquiloni di tutti i colori e le dimensioni, tanti con i classici disegni dell’arte giapponese, e riproduzioni di dipinti in cui persone fanno volare aquiloni. Mi piace un sacco. Alcuni aquiloni sono in vendita e valuto la possibilità di comprarne uno bellissimo per il mio zio… ma è più grosso della mia valigia!

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Il museo è tanto meraviglioso quanto piccolo. Apriva alle 11, alle 11:15 l’ho già visto tutto e sono fuori. Ehm. Questo era tutto il mio programma per la giornata. E ora??

Individuo un Lawson. Devo prelevare, e entro per prelevare e anche per sfruttare la WiFi per creare Piano B. Il Lawson si rivela un Lawson organico. Vende un sacco di roba super interessante. Finisco con l’acquistare souvenir mangerecci. Poi esco pensando Uffa mi servirebbe una panchina all’ombra e magari abbastanza vicina al Lawson da poter scroccare la WiFi, e mi trovo davanti questo:

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Perfetto!

Mi metto lì, LP alla mano, e studio. A quanto pare mi trovo nel quartiere di Nihombashi. OK. Che c’è nel quartiere di Nihombashi? Vediamo.

Nel giro di un’oretta ho messo insieme un po’ di cose da fare nei dintorni. La prima è un ponte storico. Eccolo qua.

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La seconda è un negozio chiamato Coredo Muromachi, che vende artigianato giapponese e vestiti di marche giapponesi. Mi mancano ancora maglietta e scarpe per il meeting e inoltre in giro fa caldissimo, dunque decido che quella sarà la mia prossima tappa. Prima però voglio passare dagli uffici di Pasona.

Perché voglio andare in ufficio? Perché pare che gli uffici di Pasona siano una roba spettacolare. Pieni di piante e fiori, ogni giorno alle 13 vi si tengono concerti di musica classica aperti al pubblico. Io molto voglio vedere le piante e i fiori e molto voglio assistere a dei concerti di musica classica gratuiti, e quindi vado a cercare Pasona. C’è anche un’altra cosa che molto voglio, ma quella ve la dico dopo.

La zona in cui mi trovo è la City. Trattasi di una business area, con uffici e grattacieli e gente in giacca e cravatta (o tailleur) che corre corre corre. In mezzo a tutto questo caracolla una Piccolina.

Eccola! Si sta dirigendo verso Pasona… o almeno ci prova. Sbaglia strada… Passa un ponte… Torna indietro… Passa davanti a un centro commerciale… C’è scritto Coredo Nihombashi! Entra.

Avete notato? Coredo Nihombashi. Non Coredo Muromachi. Ma la Piccolina non se è accorta.

Entra e, perplessa, si trova davanti marche internazionali. Le passa sbuffando, lei vuole andare da Coredo a vedere l’artigianato giapponese! Va di piano in piano. Lo cerca, non lo trova. Prova a salire ancora un po’. Si prova dei pantaloni bellissimi che le arrivano alle ascelle. Non li compra. Altro piano. Trova delle scarpe carine ma noiose. Le lascia lì. Sale, sale, e Coredo è scritto ovunque ma non si trova. Come è possibile?

L’avete già capito? Coredo non era il nome di un negozio. Era il nome del centro commerciale!

Vinta ma non sconfitta, la Piccolina si ributta nei 40 gradi e va a cercare Pasona. Mi sono rotta di parlare in terza persona, sembro scema. Dicevo! Uscita dal centro commerciale bidone mi sono rimessa a cercare Pasona.

Giro giro e non lo trovo e finisco in una sorta di cantiere, poi vedo delle piante ed eccolo lì! Sono le 12:59.

Entro trafelata, chiedo Dov’è il concerto… e viene fuori che la LP fornisce informazioni sbagliate. I concerti non iniziano alle 13. I concerti alle 13 finiscono!

Dunque da Pasona ho guardato tante piante, ho bevuto un tè freddo e ho visto due ragazze che suonavano una nota e poi mettevano via i flauti. Meglio che niente! Certo che figo lavorare in un ufficio così!

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Uscita da Pasona mi sono diretta verso l’altra cosa che volevo tanto. E cioè il pranzo!

Ora, non so bene come giustificare questa cosa. È colpa di Bram, ecco! Giorni e giorni di cibo solo giapponese, tante volte senza neanche poter leggere il menù. E poi mi lascia sola. Tutta sola, sola soletta, non c’è nessuno con me! E indovinate cosa succede?

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Non lo rimpiango nemmeno un pochetto. Era veramente, veramente delizioso. Ed includeva piatti che non si trovano in Belgio!

Uscita dal ristorante decido di cambiare zona. Esclusi tutti i vari giretti a piedi per via del caldo, mi dirigo verso l’altro museo che risulta aperto di Lunedì. È il museo delle scienze e si trova all’interno dei giardini del palazzo imperiale. Hop!, prendo la metro, e quando esco mi trovo davanti questo:

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Venire dalla City con i suoi grattacieli, uscire dalla metro e trovarsi davanti un fiume coperto di ninfee è stato veramente, veramente surreale.

Proseguendo ho passato un vecchio cancello d’ingresso

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e subito dopo mi sono trovata in un bel parco

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in cui ho passeggiato con calma fino a raggiungere il museo.

La LP avvisava che il museo è principalmente per bambini e ragazzi e che c’è poco in termini di spiegazioni in inglese, ma diceva anche che osservare gli esperimenti scientifici è interessante anche se non si capisce la lingua. E poi non sapevo che altro fare!

Entro dunque, e il museo è veramente spettacolare…

… se sei un adolescente giapponese.

Ci sono cinque piani, ognuno dedicato ad un argomento diverso.

Al primo piano ci sono la biglietteria e il negozio, bello.
Al secondo piano ci sono dei simulatori di guida (di tutto: bicicletta, moto camion…), delle stampanti 3D che hanno lo scopo di spiegare come delle idee possano diventare degli oggetti concreti, e un’altra cosa che vi dico dopo.
Al terzo piano c’è un mondo virtuale che spiega come delle informazioni possano diventare degli oggetti grazie alla tecnologia (la prima parola detta veniva rilevata, tradotta e proiettata su uno schermo, per dirne una); un laboratorio su geografia ed energia; e un laboratorio di medicina.
Al quarto piano esperimenti scientifici, documentari sull’universo e un centro in cui si poteva sperimentare come certe cose vengano costruite e siano in grado di resistere ad eventi naturali come terremoti ed uragani – provare per credere!
Al quinto piano laboratori, computer, un’esibizione sulle attività del più grande istituto di ricerca scientifica del Giappone, vari strumenti atti a far capire le leggi della meccanica, esperienze ottiche e di orientamento, e forse anche la Bolla Gigante? Era lì? Non mi ricordo.

Tutto era interattivo. Tutto era spiegato (in giapponese), tutto si poteva provare, occorreva muoversi per innescare il funzionamento di tantissime cose, e così lo si capiva anche. Posto veramente bellissimo per i ragazzi, un po’ meno adatto ai bambini ai bambini piccoli che si limitavano a correre da un lato all’altro urlando e pigiando tasti a caso.

Questi erano dei giochi istruttivi che funzionavano col movimento del corpo, che so, per far andare l’omino sullo schermo in bici dovevi pedalare davvero.

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Qua potevi provare a guidare, per finta, ma intanto studiavi frenate, volante, frizione.

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Qua… mmmh, azionavi qualcosa che onestamente non mi ricordo. Forse pedalando sollevavi dei pesi?

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Questo patatino piccino picciò doveva avere freddo, perché si era rifugiato dentro al tendone del riscaldamento climatico!

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Una cosa carina: in bagno c’erano due anelli uno sopra all’altro, di dimensioni diverse. Quello classico per gli adulti e quello più piccolo per i nani Bagonghi! È una cosa che ho notato spesso in Giappone, l’attenzione verso i piccini e i loro genitori. Tanti bagni in posti pubblici hanno, proprio davanti al WC, un seggiolino attaccato al muro: serve a infilarci il bebè mentre te fai la pipì! Sembra una scemata, ma se sei solo/a e ti scappa sennò dove lo metti?

Un piano in cui venivano mostrate non so che reazioni aveva un sacco di cartelli che dicevano di non avvicinarsi in caso si avesse un pacemaker – io il pacemaker non ce l’ho ma mi sono spaventata tantissimo lo stesso.

A un piano bisognava attaccarsi a delle funi e tirare per sollevare dei pesi. Due bambine ci stavano provando ma non ci stavano riuscendo. Forte della mia abilità maturata in anni di tessuti, appena hanno mollato le corde ho deciso di fargliela vedere io. Mi sono arrampicata, la corda si è spostata indietro, poi è tornata in avanti e io mi sono sfrantumata le ginocchia contro il vetro di protezione – tutte e due! Mi sono allontana zoppicando con aria indifferente.

Insomma al museo delle scienze non ho capito nulla, ma mi è piaciuto tanto lo stesso! E ora vi racconto l’unica esibizione di cui ho capito qualcosa (perché qua le spiegazioni erano anche in inglese).

Allora, era un’esibizione sulle prime bici.

Questa è Draisine: la prima bici!

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Draisine fu inventata in Germania nel 1817. Era di legno e aveva un manubrio che permetteva di cambiare direzione. Siccome che bisognava praticamente sdraiarcisi sopra, la bicicletta comprendeva un bracciolo per riposare i gomiti. Vorrei far notare che non aveva pedali: si andava avanti spingendosi coi piedi! Velocità massima 15 km/h.

La prima bicicletta con i pedali fu inventata, pare, da un fabbro inglese nel 1839. Non è una storia certa, potrebbe anche essere una leggenda. In tutti i casi, ecco a voi Macmillan!

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Macmillan era pure caruccia, ma pesava più di 26 kg. Un poco difficile andare veloci!

Nel 1860 una Draisine rotta venne portata a un fabbro francese di nome Michaux. Il problema principale della Draisine era che quando si andava a tutto foo (…) c’era il problema di dove infilare i piedi. Il fabbro ebbe l’idea di aggiungere dei pedali su cui riposarli. Ed ecco che nacque la Michaux!

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Questa fu la prima bicicletta inserita nella produzione di massa. Lo scheletro rigido le valse il soprannnome di “boneshaker”: frullaossa!

E veniamo al 1870. La bici inventata da Michaux veniva ridisegnata di continuo nel tentativo di renderla più veloce. La ruota davanti diventava sempre più grande, mentre la ruota dietro veniva ridotta alla pura funzione di mantenimento equilibrio. Queste bici così asimmetriche ebbero tanto successo da venir prodotte persino in Giappone, dove presero il nome di Daruma.

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Il nome inglese era Ordinary invece. Le Ordinary potevano, si dice, raggiungere i 24 km/h. A spese, tuttavia, della sicurezza: la ruota davanti diventava sempre più grande… e le bici sempre più pericolose!

Ecco questa era l’esibizione sulle prime bici, vi è piaciuta? A me tanto!

Quando sono uscita dal museo erano le 17. Pioveva e io ero tanto stanca. Eravamo andati a letto all’1 e ci eravamo alzati alle 6. Ero molto indecisa sul da farsi. In giro no che piove, musei no che sono chiusi, fame no, centro commerciale o ryokan? Ryokan!

Ho passato una bellissima serata… in camera da sola. Ma bella davvero! Ho fatto un bagno caldo, ho letto tutta la LP in modo da essere meglio organizzata nei giorni successivi, ho mangiato una merendina che è stata la mia cena ma tanto dopo il mega pranzo non avevo fame, ho chiacchierato tanto tanto con la mia amica Valù che nei giorni a Tokyo da sola mi ha fatto un sacco di compagnia e ho fatto una bellissima NANNA! Hurrà!

INFO

Pranzo indiano da Dhaba India. Curry con riso e dosa e mango lassi 1800 yen. Delizioso!!

Giappone. L’unico giorno di Bram a Tokyo. Piatto fritto mi ci ficco!

settembre 8, 2018

Avevo dimenticato la nostra triste cena (allora qualcosa avevamo mangiato!) sul treno da Shin-Osaka a Tokyo Station (che poi era quello su cui Bram ha ribaltato tutto per cercare la salvietta umidificata). Gyoza (e birra)!

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Domenica 26 Agosto

Avete capito, giusto, che Bram aveva un unico giorno a Tokyo? E quindi, come potrete immaginare, la sveglia è suonata all’alba. Niente caffè, niente colazione, via di corsa!

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La prima tappa è un santuario vicino al nostro ryokan, il santuario shintoista di Nezu (Nezu-jinja) per la precisione.

Sono circa le 7 e in giro non c’è quasi nessuno. È magico.

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La visita del santuario è forse la cosa che ho preferito della giornata. La bellezza, la pace, la tranquillità. Wikipedia mi informa che è considerato il santuario più bello di Tokyo e non stento a crederlo!

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La tappa successiva è il festival delle 8 del mattino. Allora, non ne so abbastanza da poterlo spiegare bene. Era un festival shintoista (proprio dietro al nostro ryokan). Il mikoshi, se ho ben capito, è una sorta di piccolo santuario shintoista portatile. In occesione della celebrazione viene portato a spalle e si beve sake alle 8 del mattino. L’atmosfera è molto allegra e vivace. Ecco, vi ho spiegato bene il festival? Che capra che sono! Ah no aspettate, ho trovato il volantino.

Allora, l’idea è che in occasione della festa lo spirito della divinità designata prenda temporaneamente dimora nel piccolo santuario trasportabile. Il santuario viene portato a spalla in giro per il quartiere e grazie ai poteri purificanti dello spirito il maligno viene neutralizzato e il quartiere viene benedetto. Più chiaro adesso?

Oh, adesso capisco meglio. Ci avevano detto che si trattava della festa dei mikoshi e io avevo pensato Ma come, la festa dei santuari trasportabili? Boh. Invece adesso capisco che si tratta di un’occasione per benedire i vari quartieri.

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Proseguiamo con un giro nel quartiere di Yanaka, vicino alla zona in cui stiamo. La LP propone un itinerario da fare a piedi, ne seguiamo una parte. Sono le 9 e fa già parecchio caldo.

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Vorremmo prendere un caffè ma c’è da fare la coda. In coda sotto il sole per un caffè non esiste! E me ne vado sdegnata.

SCAI the Bathhouse, un vecchio bagno pubblico trasformato in galleria d’arte, è ancora chiuso.

Ad essere aperto è lo Shitamaki Museum Annex, un vecchio negozio di liquori rimasto in attività fino al 1986. Contiene vecchie botti per il sake, poster, unità di misura. È un posto affascinante.

Continuiamo fino al cimitero di Yanaka Reien. È enorme e molto bello, con tanti alberi e strade. A creare un’atmosfera da novella di Edgar Allan Poe contribuiscono un gatto nero e certi corvacci scuri dai becchi ricurvi..!

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Bello è bello il cimitero, ma è anche tutto sotto il sole. Passeggiamo osservando le tombe finché ce la facciamo, poi scappiamo. Ci infiliamo in un museo di sculture, si chiama Asakura Museum of Sculpture, Taito. Era la casa e lo studio di un artista dei primi del ventesimo secolo. Nonostante la mancanza di spiegazioni in inglese ci piace un sacco. Dentro non si possono indossare le scarpe, è vietato bere o mangiare e non si possono fare foto. Riesco ad infrangere due divieti su tre: bevo, perché mentre sono dentro mi prende uno dei miei famosi attacchi di soffocamento e o bere o morire soffocata; e faccio un paio di foto al giardino interno, perché avevo capito che gli spazi esterni (giardino = esterno) si potevano fotografare… e invece no, e una solerte guida non manca di venirmi a informare. La prende alla larga, chiedendo se stiamo bene e se ci stiamo godendo la visita, tutto questo mentre io chiaramente non sto bene visto che sono nel pieno dell’attacco e sono tutta rossa e non respiro, e poi butta là con aria casuale Ah lo sapete vero che non si possono fare foto. Too late!

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All’uscita dal museo la guida ci attende al varco. Viene fuori che è una guida volontaria. La Domenica organizzano visite guidate del quartiere, gratuite. Oggi è Domenica, non hanno ospiti e potrebbero essere tutte per noi. Sono molto motivate ad essere tutte per noi. Aiuto! Normalmente salterei di gioia all’idea di una guida privata gratuita, ma queste sono moleste e non le vogliamo! Scappiamo.

E poi io ho già la mia guida privata. Che adesso mi porta su uno stradone assolato. Mi ribello e lo convinco a fermarsi per un succo in un posticino estremamante kawaii. Hurrà!

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Finito il succo si riparte. L’itinerario ci porta verso Yanaka Ginza, una vecchia stradina-mercato piena di negozietti e botteghe ove si puole fare shopping o mangiare. È molto carina, ma è anche parecchio invasa dai turisti. La percorriamo con calma ma non compriamo niente. Il macellaio crocchettaro individuato da Bram non ha ancora aperto. Per lo snack, che a questo punto ci vuole, ci infiliamo in un negozio di dolci. Bram ne esce con un coso di patate dolci fritto e io con dei mochi ai fagioli rossi. Buoni!

Altro giro altra corsa, si cambia zona. Ci spostiamo a Akihabara e andiamo in un posto che si chiama 3331 Arts Chiyoda. Per arrivarci dobbiamo camminare a lungo sotto il sole e fa talmente caldo che a un certo punto io penso di sentirmi male. È brutto quando qualcun altro ha il comando perché non hai idea di quanto tempo ci vorrà! Ma alla fine arriviamo.

3331 Arts Chiyoda è un grosso spazio espositivo. Include varie gallerie d’arte, degli studi creativi, un negozio che vende articoli di design (ho preso in mano un bellissimo fermaglio per i capelli a forma di polpo – ho visto il prezzo e l’ho rimesso giù), uno spazio per giocare per i bambini e un bar. Giriamo un po’ a caso e becchiamo un paio di esposizioni belle. Un posto molto molto interessante.

Nel frattempo si è fatta l’ora di pranzo. Visto che Bram ha un solo giorno a Tokyo abbiamo deciso che quel giorno è suo. Andremo dove vuole lui, faremo quello che vuole lei. Vuoi mangiare sashimi a pranzo e a cena? Va bene. Vuoi andare in un ristorante con tre stelle Michelin? Va bene, prenotalo però!

Di fronte a tanta libertà di scelta, Bram si è focalizzato sull’itinerario ma per il cibo non ha pensato a niente. Dice di aver capito che per lui non è tanto importante. Scusa, e quindi? Si corre tutto il giorno sotto il solleone e non si mangia? Io ho fame!

Per placarmi acconsente a dividersi un panino al bar dello spazio espositivo.

Ora, era solo un panino.
Ma era una roba..! Era il panino più buono che io avessi mai mangiato.
Ancora me lo sto sognando! Nei giorni successivi, quando ero da sola, ho più volte pensato di tornare lì solo per mangiare il panino!

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La tappa prevista da Bram dopo il centro è, con mia grande sorpresa e gioia, una galleria coperta piena di piccoli negozietti artigianali. Si chiama 2k540 Aki-Oka Artisan. L’ho girata in lungo e in largo e ho valutato un sacco di acquisti e alle fine ne sono uscita con solo un cavatappi, ma con l’idea di tornarci (non ce l’avrei fatta). C’era un negozio, purtroppo chiuso quando siamo andati noi, tutto di caleidoscopi!

Poi siamo, finalmente, andati a pranzo. Bram voleva provare il tonkatsu e allora siamo finiti in una sorta di centro commerciale dove lui ha preso il suo tonkatsu (che ho finito col mangiare io) e io ho preso delle crocchette con i gamberetti (che ha finito per mangiare lui). Il tutto era servito con zuppetta di miso e insalata di cavolo. Senza infamia e senza lode ma ci siamo sfamati.

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Dopo pranzo Bram mi ha trscinato in un centro commerciale tutto dedicato all’elettronica che credevo che avrei detestato e invece ho adorato, soprattutto l’ultimo piano tutto dedicato ai personaggi dei manga. Avrei probabilmente potuto trovare regali per tutta la mia famiglia! Ma sono stata trascinata via perché pare ci fosse una sfilata folkloristica legata ad un festival religioso. Finiva alle 17:30, ma quando ci siamo arrivati erano le 17 ed era già finita! Scornato ma non sconfitto Bram mi ha portato a Shibuya. Questa è più la Tokyo che uno si immagina, no? Con i grattacieli e gli attraversamenti pedonali con otto punti di passaggio, due verticali, due orizzontali e quattro diagonali!

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Da lì siamo finiti… a guardare le vetrine! Cat Street è una strada nel quartiere di Harajuku piena di boutiques dall’architettura spettacolare e dai prezzi altrettanto spettacolari. Questa non l’ho tanta capita, perché erano quasi tutti negozi che si trovano anche in Europa. Per il Giappone possono essere esotici, ma per Bram? Boh.

E nel frattempo si era fatta l’ora di tornare verso il nostro ryokan. Non per andare a letto (senza cena), che vi pensate? Per il festival di Bon-odori che si sarebbe tenuto, di nuovo, proprio vicino al nostro ryokan.

Dunque, Bon-odori ha di nuovo a che fare con la celebrazione buddhista di Obon di cui ho giù parlato. Originariamente si trattava di una festa con canti e balli che aveva lo scopo di accogliere i defunti che arrivavano, dopo un lungo viaggio, per le festività di Obon. Non so se oggi il significato sia lo stesso, di certo i canti e i balli sono rimasti.

Uomini e donne ballavano battendo le mani, in cerchio, al suono di musiche popolari. Al centro del cerchio stava un piccolo palco su cui ragazzini in kimono si alternavano per suonare una sorta di tamburo, credo fosse una gara ma non sono sicura. Suonavano il tamburo in modo particolare, non solo con le due braccia ma accompagnandosi in qualche modo con tutto il corpo. Sembrava quasi che diventassero parte del tamburo e danzassero con esso. Non so come spiegarlo ma è stato molto bello. La birra scorreva e l’atmosfera mi è piaciuta un sacco! Siamo stati invitati a unirci alle danze e normalmente l’avrei pure fatto ma mi scappava la pipì! Ecco qualche foto, e potete trovare un piccolo video qui (togliete l’asterisco prima e dopo e copiate il link per vederlo):
*https://youtu.be/qY2OBj91BZ0*

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Eravamo ormai arrivati alla fine della giornata. Ma dovevamo ancora cenare. Visto che era tardi siamo entrati nel ryokan e abbiamo chiesto ai proprietari se ci fosse un posto ancora aperto in zona. Ci hanno parlato di un posto che fa yakitori (spiedini grigliati) e ci siamo diretti lì.

Il posto era aperto e ci ha preso, ed era pure molto carino, ma non faceva yakitori, a meno che yakitori non voglia semplicemente dire spiedino e in tal caso sì, di spiedini si trattava. Ma non grigliati.

Fritti.

Il concetto si chiama kusikatsu. Funziona come segue. Ti viene data una lista di roba da mangiare, ecco la nostra.

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Te scegli un po’ di cose e loro le infilzano, le friggono ben bene e le servono con una salsa in cui inzupparle. Ecco Bram con una melanzana!

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Il posto era molto carino e la serata è stata bella. Ma ecco come siamo finiti per un giorno a mangiare fritto a pranzo e a cena! Da cui il titolo del post.

Voilà, questa è stata l’ultima giornata in Giappone con Bram, la mattina dopo lui aveva l’aereo. Partirà quindi presto una nuova serie: le avventure di una Piccolina da sola a Tokyo!

INFO

Buonissimo panino da 3331 Arts Chiyoda, 360 yen. Lo rivorrei ORA.
Pranzo da Suzuya, 3240 yen.
Cena da Matsuyohi, un bel po’ di spiedini più varie birre 4250 yen.

Giappone. Miyakojima.Tutti i pesci del mare!

settembre 8, 2018

Ecco alcune delle foto scattate da Orso in acqua. C’è anche un pesce Francesca!

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Mi è anche tornata in mente una cosa che avevo dimenticato. Quando eravamo tornati dalla spiaggia tutti esaltati per aver visto le tartarughe marine l’aiutante di Hiro ci aveva raccontato di aver addirittura nuotato con le tartarughe marine, su un’altra spiaggia. Peccato che poi avesse aggiunto che la spiaggia in questione era sporadicamente frequentata anche da un’altra rara e interessante specie marina. Gli squali!

Intermezzo. Il rientro. Tranquilli che poi tornano le cronache giapponesi!

settembre 7, 2018

Lunedì 3 Settembre (mattina)

Sono rientrata, e visto che non ho ancora pubblicato l’intero viaggio per il momento non pubblico altro. Scrivo però, e poi pubblicherò tutto insieme. Due righe al giorno, giusto per non perdere il filo.

Ieri sera non ho scritto però. Perché dopo 12 ore di volo sono collassata sul divano! Bram è venuto a prendermi all’aeroporto. Per le 17 eravamo a casa e verso le 20 lui è uscito. Io mi sono fatta una pasta improvvisata con una zucchina grattugiata, i pomodorini e il formaggio e poi mi sono messa a spippolare col cellulare. Ero sdraiata, e alla quarta volta che il cellulare mi è caduto sul naso ho capito che era venuta l’ora di andare a letto!

Adesso è mattina, sono le 7:30 ma sono sveglia dalle 6. Ho fatto colazione e ora vado a fare la doccia. È strano essere di nuovo qui. Era più bello essere in Giappone!

Martedì 4 Settembre (mattina)

OK, la situazione jetlag anziché migliorare sta peggiorando. Ieri sera mi sono addormentata alle 20 e adesso sono le 4 del mattino e sono sveglia! Sto proprio invecchiando, non avevo mai sofferto di jetlag prima! OK una volta, ma solo una, quando ci siamo spostati dalla Malesia all’Argentina – ma lì il fuso era cambiato di tipo 12 ore!

Comunque. Ieri primo giorno di lavoro dopo le ferie, niente da riportare tranne il sonno. Oggi lavoro e poi prima riunione di condominio della mia vita. Spero che riuscirò a rimanere sveglia!!

Mercoledì 5 Settembre

Ieri la giornata non è stata così male. Dalle 4 alle 7 del mattino sono stata produttivissima. E la riunione di condominio è stata interessante, eravamo in pochi e tutti simpatici e cordiali! Incredibile! Che bellezza!

Al lavoro, par contre, è un bel casino. Come forse ricorderete parto Mercoledì della prossima settimana per un meeting importante in Croazia, che ho solo una settimana per preparare. Sto un po’ affogando e non so bene dove sbattere la testa!

Per via del jetlag la casa è un gran casino. Non abbiamo ancora sfatto le valigie e c’è roba ovunque, ovunque, ovunque.

Le mie ore insonni sono belle però! È vero che la sera crollo. Ma la sera dopo una giornata lavorativa sono stanca e crollerei comunque. La mattina invece sono bella fresca, e riesco a fare un sacco! Adoro questi momenti tutti miei.

Oggi vado a yoga. Poi stasera vengono a cena due Piccoline!

Giovedì 6 Settembre

E così ieri sono venute a cena Serena ed Emma, e non essendo abituata a cucinare per le Piccoline (Emma ha 2 anni) ho fatto trovare loro un aperitivo a base di affettati, formaggi e patatine fritte! Emma era molto felice, Serena forse un po’ meno!

Adesso sono le 17:30 e sono in metro, sto rientrando a casa dal lavoro. Sono un po’ poverina, nel senso che mi sento un po’ malaticcia, roba che mi sono portata dietro dal Giappone. Giappone, poverino, che dopo il tifone è stato anche colpito da un terremoto, proprio in questi giorni. Che pena.

Io invece non so bene che fare, perché il mio medico bravo è in ferie e il mio altro medico, quello che non mi piace, mi ha dato una roba che non mi convince. Boh. Vedrò.

Venerdì 7 Settembre. O, breve storia di una bronchite.

Allora, sto un po’ da schifo. Riassumiamo.
A Miyakojima mi è venuto un forte mal di gola. Sono andata in farmacia e mi hanno dato delle pasticche che ho preso. Non ho idea di cosa fossero.
Il mal di gola in un paio di giorni mi è più o meno passato e mi è venuto il raffreddore. Il raffreddore è durato qualche giorno. Vi ricordo che in Giappone non ci si può soffiare il naso in pubblico.
Passato quello, ero a Tokyo, è arrivata la tosse. Una tosse mostruosa, che ha compreso vari episodi di soffocamento e varie scene in cui nel tentativo di non tossire sono diventata rossa come un peperone, attirando in questo modo ancora di più l’attenzione. Siccome che alla conferenza dovevo parlare 40 minuti e non potevo certo farlo tossendo e soffocando sono tornata in farmacia. Altro giro altra medicina ignota, che però lì per lì sembrava aver funzionato.
Da che sono rientrata mi sento un po’ mmmeh. Mal di gola a volte sì a volte no, naso libero ma dietro il naso (non so come spiegarlo!) ingolfato, orecchie che cigolano quando mi soffio il naso, tanta tosse. Boh.
Mercoledì sono andata dal medico. Ma il mio medico bravo è in ferie e allora sono andata dal medico peoro, quello che non mi piace. Il medico peoro ha detto Boh e mi ha dato, ispirato, l’Ibuprofen che è tipo il Moment, l’acqua di mare che serve a sciacquarsi il naso, e uno spray che è tipo Vic Sinex + cortisone e che appena l’ho usato mi ha fatto venire male agli zigomi e mal di testa.
Presa un po’ dalla disperazione (vi ricordo che Mercoledì devo prendere un aereo!) ieri ho telefonato al mio babbo, che è medico, e gli ho spiegato un po’ la situazione. Lui mi ha autorizzato a buttare lo spray cattivo e mi ha detto di prendere un antibiotico. Ma non è che posso entrare in farmacia in Belgio e dire Oh non ho la ricetta ma datemi comunque un antibiotico, l’ha detto il mio babbo che me lo dovete dare!
Allora ho chiamato, attenzione che si va sulle comiche, Mariano. Mariano è un mio carissimo amico ed è medico qua in Belgio. Mariano è dermatologo.
E quindi ieri, dopo la mia consueta ninna delle 20 sul divano, Bram verso le 23 mi ha svegliato e mi ha detto Via che si va da Mariano. Io ho sbadigliato, ho impacchettato il plumcake al cioccolato bianco e vaniglia che avevo preparato al ritorno dal lavoro, mi sono infilata il piumino perché a dormire sul divano mi era preso freddo e sono uscita.
Mariano è stato molto contento di vedermi e ha improvvisato una sorta di festicciola di mezzanotte sul suo divano, e poi mi ha auscultato e ha diagnosticato una bronchite e mi ha fatto, sant’uomo, la ricetta per l’antibiotico.
Quindi io stamani sono andata a comprare un antibiotico per curare una bronchite che è stata diagnosticata da un medico per telefono e da un dermatologo.
Speriamo funzioni!

Giappone. Un’altra giornata di viaggio: da Miyakjima a Tokyo.

settembre 7, 2018

Su Sabato 25 Agosto poco da segnalare (a parte il compleanno di Silvia: auguri amicona lontana ma vicinissima!), è stata una lunga giornata di viaggio. Ah no, un’altra cosa: la gente che russa dovrebbe essere bandita dai dormitori, ecco!

Ci siamo alzati con calma, abbiamo fatto colazione, raccattato gli asciugamani da mare, messo via i costumi e salutato Hiro e l’isola, addio, tandigaatandi, spero proprio che torneremo un giorno, e intanto io sto già pensando al prossimo viaggio!

Al negozio di souvenir dell’aeroporto abbiamo finalmente trovato dei bicchieri che ci piacevano e li abbiamo comprati. Ultimo colpo di fortuna!

Pranzo all’aeroporto, tonkatsu per Bram e io ho preso la zuppa di noodles perché stavo male e volevo qualcosa di caldo

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e poi aereo, treno da Kansai a Shin-Osaka, altro treno da Shin-Osaka a Tokyo Station.

Il viaggio è stato molto lungo, siamo partiti da Miyakojima verso le 11 del mattino a siamo arrivati a Tokyo che erano le 22. Col senno di poi avremmo forse dovuto controllare se fosse possibile volare da Miyakojima direttamente su Tokyo anziché su Osaka (ma l’andata era da Osaka e quindi sarebbe stato complicato, e costoso).

A Tokyo Station io sono rimasta incastrata. Alla stazione ci sono i tornelli e il biglietto serve non solo per entrare ma anche per uscire. Io ho perso il mio biglietto e per questo motivo non riuscivo a uscire. Ho provato a spiegare la spiegazione all’addetta ai tornelli, ma sfortunatamente ho beccato uno di quei simpatici elementi già scoperti nel corso del viaggio dell’anno scorso che non parlando inglese si irrigidiscono e dicono solo No! No! No! No! No! e voleva rimandarmi a Osaka. Ah belli i miei colpetti nel groppone!! Per fortuna il suo collega è stato più comprensivo e mi ha aperto. Libera!

Quando siamo arrivati al ryokan io ero un piccolo cencino miserabile. Mi faceva male la gola, avevo il naso bloccato e mi sentivo la febbre. Ci hanno fatto il check in due deliziosi vecchietti e io non ho fatto neanche la doccia e sono crollata senza cena.

Bram sarebbe uscito a prendersi qualcosa da mangiare e poi sarebbe rimasto alzato fino a tardi a preparare il programma per il giorno dopo, che sarebbe stato il primo per me e l’unico per lui a Tokyo…

Stay tuned!

INFO

Su Miyakojima siamo stati sull’isola principale (Miyako-jima) nella città principale (Hirara) a casa di Hiro (Hiraraya). Per due notti in camera privata e tre nella fantastica camerata comune abbiamo speso 28000 yen.

Giappone. L’ultimo giorno a Miyakojima!

settembre 6, 2018

Venerdì 24 Agosto

Dormo malissimo e mi sveglio con un mal di gola tremendo e il naso un po’ bloccato. Nonostante ciò sveglia presto e partenza all’alba, è l’ultimo giorno sull’isola e vogliamo sfruttarlo al massimo. Destinazione Ikema-jima!

Uscendo incrociamo Hiro, che quando sente dove stiamo andando ci consiglia una spiaggia. Il programma cambia: niente più giretti a caso, si va a cercare quella che per noi sarà probabilmente l’ultima spiaggia!

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Ci arriviamo verso le 8.

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Non c’è nessuno. Che meraviglia!!! L’unico piccolo problema è che non c’è un filo d’ombra – e fa già caldo. Dopo un’attenta esplorazione io riesco a individuare un angolo di roccia in cui riesco ad incastonarmi, e a quel punto Brammeke è libero di andare dai suoi amici pesci. Lui nuota nuota e io aspetto aspetto e da dire c’è poco altro, magari lascio parlare le foto, ma la bellezza, la meraviglia, e che vorrei andarci a vivere ve l’ho già detto?

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Bram fa parecchi bagni, io leggo e mi sposto col sole.

Verso le 11 la situazione è questa. Bram ha fatto almeno tre bagni. Dal sole non c’è più scampo. La spiaggia si è gradualmente riempita. Per le 13 dobbiamo restituire la macchina. L’arrivo di un’allegra compagnia di italiani caciaroni segna il momento della nostra partenza! Nessun rimpianto, è l’ora!

Sulla via del ritorno ci fermiamo in una piazzola con alcuni venditori che avevamo scorto all’andata. Compriamo solo del mango fresco, ma le facce prime sorprese e poi felici che si aprono ogni volta che dico tandigaatandi rimarranno uno dei ricordi più belli della vacanza. Non è successo solo lì. In generale, ringraziare nella lingua locale ha provocato ogni volta che l’ho fatto una reazione inizialmente stupita, poi incredula, infine felice. È diversa la gente qua, si vede anche dalle facce.

Rientrati molliamo la macchina e ci ritroviamo a piedi. Che si fa? Sono le 13, usciamo a cercare un posto dove pranzare. Non abbiamo programmi per il pomeriggio, ma Miyakojima mi ha viziato e ormai mi aspetto cose belle dietro a ogni angolo!

Si parte bene.
La panettiera vende magliette, ne trovo una che mi piace e la compro.
Il negozio accanto, che avevamo sempre beccato chiuso, è finalmente aperto. Non troviamo i bicchieri che vorremmo (Okinawa è famosa per la produzione del vetro), ma trovo un libretto pieno di cartoline che mi piacciono. Decido di comprarlo, lo porto alla cassa e viene fuori che non è in vendita. Davanti alla mia espressione delusa la signora mi dice che posso scegliere una cartolina e portarmela a casa, gratis! Tandigaatandi!!

Per il resto del pomeriggio, con mio stupore, non succede niente di eclatante.

La maggior parte dei ristoranti sono chiusi, e io finisco per pranzare con una crêpe cattivella.

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Bram si compra del sashimi al supermercato, e poi non sa dove mangiarlo e finisce col sistemarsi su un piolo nel parcheggio del supermercato e pranzare lì!

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E poi girelliamo, compriamo souvenirs, andiamo a farci fare un massaggio che per me non costituisce la svolta ma per Bram sì (lo definirà “uno dei migliori massaggi della mia vita”), cerchiamo un posto per cena visto che Pocha Tatsuya è chiuso e da Nanraku non vogliamo tornare una terza volta.

Finiamo in un posto senza infamia e senza lode. I locali lo adorano, io l’ho trovato un po’ troppo rumoroso. Ha il menù in inglese però, quindi per una volta possiamo scegliere cosa mangiare!

Io ho bisogno di comfort food e vado su una ciotola di riso con maiale. Bram prende una sorta di spezzatino. Ci dividiamo una crema di wasabi, un tempura di cipollotti e delle patate viola fritte buonissime, si scioglievano in bocca.

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Insomma il pomeriggio non è stato male eh. Però boh, la vacanza mi aveva abituato tanto bene che continuavo ad aspettarmi qualcosa di stupefacente che invece non è successo!

La mattinata è stata bella però, e fortunata come sempre.

Se Bram non avesse casualmente chiesto non avremmo avuto la macchina mezza giornata in più.
Se fossimo andati su Ikema-jima il giorno prima non avremmo saputo della spiaggia.
Se non avessimo dovuto restituire la macchina per le 13 non saremmo andati in spiaggia così presto e non ce la saremmo goduta deserta! E io non avrei potuto accaparrarmi l’unico angolino all’ombra.

Insomma da lamentarsi non c’è proprio. Semmai, di nuovo, tandigaatandi!!!

INFO

La spiaggia della mattina era Funakusu, su Ikema-jima. Bella!
Il posto in cui abbiamo cenato si chiamava Sangoya. Abbiamo speso 4400 yen. Non all’altezza dei precedenti ma neanche male!

Giappone. Miyakojima. Happy-Go-Lucky!

settembre 5, 2018

Giovedì 23 Agosto

Mettiamo la sveglia presto perché è il secondo e ultimo giorno in cui abbiamo la macchina e Bram ha in mente tre spiagge che vuole visitare, una sull’isola in cui siamo adesso e due su altre isole. Questa è la mia faccia appena sveglia quando scopro che la girella che mi sono comprata per colazione è al cocco!

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Prima di uscire Bram chiede a Hiro per che ora dobbiamo riconsegnare la macchina e Hiro dice alle 18. OK. Tempi un po’ stretti ma ci si può fare. Certo se si potesse riconsegnare domattina sarebbe meglio…
Bram ci prova: chiede a Hiro se non la possiamo riconsegnare domattina, magari presto. Hiro chiama… e viene fuori che la possiamo tenere anche la mattina dopo! Dobbiamo riconsegnarla per le 13!

Meglio, molto meglio così. Non dobbiamo più fare tutto di corsa! Possiamo tranquillamente fare due spiagge oggi e la terza domani mattina. Si parte!

La prima tappa è il supermercato, che per via della festa di Obon è ancora più incasinato del giorno precedente.

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Ma non è solo incasinato; è anche pronto a servire le armate di defunti che per l’occasione scendono in formazione a terra e vanno a visitare i proprio cari. In altre parole, si trovano solo confezioni giganti formato famiglia!

Non vi ho parlato molto del cibo in Giappone, cioè, del cibo che si trova nei supermercati! Due cose. Uno, i dolci sono talmente decorati e carini che tutte le volte li scambio per saponette profumate. E due, il reparto del pesce è una roba orgasmica.

Mentre io studio gli onigiri con sospetto (sono avvolti nell’alga) Bram sbava davanti alle enormi confezioni di sushi e sashimi. Le vuole fortissimamente vuole, ma da solo non ce la può fare. Mi guarda con occhi da cane bastonato finché sospiro e accetto di comprare una mastodontica confezione di sushi da dividerci per pranzo.

Ci mettiamo in macchina. Il cielo è grigio e le previsioni meteo per la giornata sono alquanto catastrofiche.

A casa di Hiro abbiamo conosciuto Sergio, un signore italiano sulla cinquantina che vive da tanti anni in Giappone. A domanda Dove vivi? ha risposto Io non ho casa, e ci ha mostrato la bicicletta caricata con l’attrezzatura da campeggio. Vive da nomade. Al momento è diretto a Irabu-jima dove campeggerà per 3 settimane, ed è passato a salutare Hiro che è suo amico.
Sul momento mi è sembrata un po’ una posa, sapete, Oh io sono così cool, vivo senza una casa… Invece chiacchierandoci un po’ ho scoperto che è proprio così.
Sergio è arrivato in Giappone tanti anni fa. All’inizio ha insegnato inglese a Tokyo, e nel frattempo studiava giapponese. Una volta imparato il giapponese ha iniziato a occuparsi di traduzioni. Traduceva principalmente manga. All’inizio lavorava con l’Italia, ma troppe volte gli è successo di non essere pagato, e allora adesso lavora solo fra giapponese e inglese. Col tempo si è costruito una rete lavorativa e adesso le uniche cose di cui ha bisogno per lavorare sono un computer e Internet. Questo gli permette di essere nomade. Ha girato tutto il Giappone, ma la parte che preferisce è Okinawa ed è qui che sta la maggior parte del tempo.
Invidia tremenda invidia!
Parlandoci, tolta la prima impressione, Sergio mi è sembrato una persona bella. Semplice, genuina, che per vivere ha bisogno di poco, che sa godere della natura. Vorrei essere anch’io così!
Prima di uscire, visti il cielo e le previsioni, abbiamo chiesto a Sergio cosa si faccia a Miyakojima quando piove. La risposta è stata Niente. Ah bene!

Quando arriviamo in spiaggia il tempo è ancora accettabile e come sempre Bram si lancia immediatamente in acqua mentre io mi piazzo sotto l’ombrellone. Oh quanto ho adorato quei momenti! Momenti tutti miei, con il mare davanti, con la mia musica, i miei libri, il mio tempo per scrivere sul blog!

Mentre Bram è in acqua si mette a pioviscolare. Ma non piove forte, e io sono sotto l’ombrellone. Non me ne faccio. Bram neanche, e quando esce pranziamo insieme sotto l’acqua. Tira vento, e purtroppo uno dei pezzi che vedete nella foto finirà nella sabbia!

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Finito di mangiare decidiamo di andarcene, il vento è troppo forte.

Piove. Che si fa? Si va all’altra spiaggia? Sotto la pioggia?

Oh, avevo dimenticato una cosa! La scrivo, e voi ricordatevela perché sarà importante.
Bram vuole andare in tre posti fra oggi e domani.
Uno è la spiaggia su Miyako-joma (quella su cui siamo appena stati).
Il secondo è un’altra spiaggia, famosa per i tramonti, su un’altra isola, Kurima-jima.
E il terzo è un’isola che non abbiamo ancora visto, Ikema-jima. Qua non ha un programma preciso, vuole solo fare un giro.

La mattina, in macchina, mi aveva chiesto, Quali facciamo oggi e quale domani mattina?
Io avevo risposto, non mi ricordo perché, Andiamo adesso alla spiaggia più vicina e nel pomeriggio a Kurima-jima per il tramonto. Ikema-jima la facciamo domattina.
Poi ci avevo ripensato. Non mi ricordo quale era stato il ragionamento, forse che avendo la macchina solo la mattina il giorno dopo avrebbe avuto più senso tenere la spiaggia più vicina per il giorno dopo, e sfruttare la giornata per raggiungere le isole più lontane.
Ma non l’avevo detto. Perché Bram aveva già impostato come destinazione la prima spiaggia, e era nervoso in quel momento perché ci aveva messo un po’ a trovare la strada, e sapevo che un cambiamento di programma l’avrebbe irritato. Di carattere io tendo ad evitare il conflitto, e quindi mi ero rassegnata a restare sul programma iniziale.

Col senno di poi, indovinate un po’… Meglio così!

Ho un piccolo dubbio. Avrete notato che spontaneamente scrivo “la spiaggia su Miyako-jima…”. È corretto in italiano, o in italiano si dice “la spiaggia a Miyako-jima…”, ed è una traduzione che faccio letteralmente dall’inglese (in inglese direi “the beach on Miyako-jima”)?

Torniamo a noi. Piove, tira vento e non sappiamo bene che fare. Non lontano da dove ci troviamo c’è un faro. Decidiamo di andare lì.

Si rivela un’idea geniale. Il faro è bellissimo, possiamo salire fino in cima e godere della vista strepitosa. Il mare è super mosso, le onde si infrangono feroci e quando si levano diventano di un colore incredibile, fra il turchese e l’acquamarina. Sono meravigliose e restiamo ore nel vento a guardarle.

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Poi ci rimettiamo in macchina. Non sono ancora le 14, tira vento ma di piovere ha smesso. Decidiamo di andare a dare un’occhiata alla spiaggia prevista per il pomeriggio.

Io sono distrutta. Stare nel vento forte mi stanca! In macchina mi addormento e quando dopo una mezz’ora raggiungiamo la spiaggia non vorrei scendere.

Ma ovviamente scendo, e raggiungiamo la spiaggia a piedi.
È bellissima.
Ed è deserta!
Ci siamo solo noi.

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Non appena ci mettiamo piede Bram dice C’è qualcosa in acqua!, e io penso Seeeh il solito visionario, saranno alghe, e visto che nel frattemo è nientepopodimeno che uscito un po’ di sole mi vado a sistemare sotto a un albero, previdentemente col cappello che sia mai che mi caschi qualche bestia in testa!

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Bram, non convinto, si mette in postazione d’avvistamento e scruta il mare.

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Sotto le frasche si sta benissimo. Io leggo, ascolto musica, scrivo sul blog, mangio uva, mi guardo intorno: questa è una delle spiagge più belle in cui siamo stati, forse la più bella della vacanza. Certo il fatto che sia deserta aiuta!

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Uva di Matsumoto – in foto non si vede ma i chicchi erano giganti!

Finché a un certo punto Bram non urla qualcosa, e con enorme sforzo (vedi voce qulo peso – si stava tanto bene sotto alle frasche!) io mi alzo e vado a veder che vole.

Tartarughe.

Il mare pullula di tartarughe marine.

Ce ne sono tantissime.

Ecco cosa aveva visto!

Sono abbastanza vicine a riva, per mangiare le alghe portate dal mare mosso?, ipotizziamo. Riusciamo a vederle dopo le onde, è allora che la testina emerge.

Ma ogni tanto succede che una venga acchiappata da un’onda. Allora quando l’onda si alza alta, un attimo prima di infrangersi, si vede chiaramente la tartaruga incastonata dentro che fa, suo malgrado, surf!

Magia.

O, di nuovo, che fortuna! Pensare che qua non volevamo neanche venire, per via del tempo!

Io al destino non credo. Certo però che fa strano pensare che se avessi preso le ferie dopo la conferenza come avrei voluto, anziché prima, a Miyakojima non sarei probabilmente mai arrivata. Perché, non so se avete letto, il Giappone è stato colpito in questi giorni da un tifone terribile, e l’aeroporto di Osaka da cui abbiamo volato ha subito un forte impatto e al momento è chiuso.

Finiamo col restare sulla spiaggia tutto il pomeriggio. Bram vorebbe tantissimo entrare in acqua e nuotare con le poppies, come abbiamo iniziato a chiamarle perché quando sbucano per un attimo dall’acqua sembra che facciano POP!, ma il mare è davvero molto mosso e considerato che se gli succede qualcosa io non sono certo in grado di andare a salvarlo non è il caso.

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Passiamo il pomeriggio quindi a chiacchierare, fare avvistamento poppies (questa è l’attività che prende la maggior parte del tempo) e io le mie solite cose e Bram che non si è portato un libro dorme.

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Nella foto con Bram addormentato c’è qualcuno! O non avevo detto che eravamo soli? Yes, ma verso l’ora del tramonto un po’ di gente ha iniziato ad arrivare.

Noi avevamo valutato di andarcene prima, perché insomma, 5 ore su una spiaggia senza poter nuotare sono un po’ tante. Ma alla fine abbiamo deciso di restare, e abbiamo fatto proprio bene. Perché il tramonto è qualcosa di spettacolare. La gente si fa le foto e sembra non accorgersi delle poppies, che col calar del sole sono più difficili da scovare. Sono il nostro piccolo segreto!

Adesso ho un compito molto difficile. Vorrei mettere un po’ di foto del tramonto a Nagamahama, questo è il nome della spiaggia, ma ne abbiamo fatte talmente tante che non so quali scegliere. Difficile fare la selezione! Ecco un medley!

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L’unica cosa che manca, per quanto mi riguarda, è una birra. Io dico Ci saremmo dovuti portare qualcosa per l’aperitivo e con mio grande orrore Bram risponde Well we can always grill one of the poppies. Che simpaticone!

Potrei restare ore a scrivere della spiaggia, era bellissima. Ma a un certo punto il sole è sparito e non è che questo post possa andare avanti all’infinito e insomma anche per noi è arrivato il momento di dire ciao alle poppies e andare a casa! Bye bye poppies, so long!

Se mi ricordo bene abbiamo fatto i porcelli e siamo andati direttamente a cena senza passare da casa per farci la doccia. Oh mi è tornata in mente una cosa. La sera prima eravamo rientrati verso le 18 con l’idea di farci una doccia al volo e uscire di nuovo in tempo per beccare il tramonto. Ma le docce avevano preso più tempo del previsto e quando eravamo usciti era già buio e io ci ero rimasta malissimo. Beh! Direi che il tramonto di stasera ha rimesso le cose a posto!

Dove saranno andati a cena i nostri porcelli? Si fa presto a indovinare, Pocha Tatusya era chiuso e allora siamo tornati da Nanraku. Di nuovo quando ci ha visto entrare il cuoco è impallidito e addirittura ha mandato un suo amico che è originario dell’isola ma lavora a Tokyo e parla inglese a fare da traduttore. Ma insomma! Mica ce n’è bisogno! Dopotutto sappiamo dire omakase! E abbiamo sul cellulare le foto fatte la prima sera, e quindi possiamo far vedere cosa ci è piaciuto e rivorremmo tanto, e inoltre sappiamo dire sashimi. Che altro? Ah yes, quando siamo entrati il locale era pieno ma due tizi si stavano alzando, abbiamo avuto il loro tavolo e siamo stati gli ultimi clienti accettati, tutti quelli che si sono presentati dopo di noi sono stati ributtati fuori.
Che fortuna!

Come già scritto il locale era pieno, e quindi il servizio più lento. Come aspetta-un-po’ ci sono arrivati degli edamame.

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Fra parentesi, quella cosa bianca che vedete sullo sfondo, nella ciotola, è un piccolo asciugamano. In Giappone non appena ti siedi ti viene portato un piccolo asciugamano bagnato, a volte a freddo a volte caldo, che serve a pulirti le mani. I posti più scrausi ti danno una salvietta umificata, ma la maggior parte proprio un asciugamanino.
Sembra una cavolata, ma l’ho adorato.
È una coccola. È un piccolo, inaspettato momento di relax. Non riesco a trovare le parole per descriverlo, ma mi è piaciuto tantissimo. Stiamo meditando di comprare un set di asciugamanini da tenere qui, per gli ospiti!

Ci siamo divisi l’insalata di bonito e tofu, quella che avevamo già preso l’altra volta, e poi Bram ha preso il sashimi e per me di nuovo Miyako beef. Nelle foto sotto abbiamo il sashimi, una foto che mostra bene l’alga-uva e anche quanto sono aggraziata quando mangio, e poi una foto che mostra che abbiamo finito tutto tutto tutto e anche quanto sono aggraziata quando bevo dei grossi bicchieri di birra.

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Per dessert di nuovo gelato alla canna da zucchero, e anche questo era buonissimo, devo dire, forse persino più buono di quello di Pocha Tatsuya. E dolcissimo mango!

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Happy-Go-Lucky è un’espressione inglese che in Italia è stata tradotta, in maniera un poco sgraziata, “La felicità porta fortuna”.
Fa riferimento all’idea che un atteggiamento positivo faccia sì che arrivino delle cose belle.
Io non so se questo sia stato il tipo di atteggiamento che abbiamo avuto a Miyakojima.
So che tutto è andato talmente bene che a un certo ho smesso di preoccuparmi quando succedeva qualche intoppo, perché ero certa che avrebbe portato qualcosa di bello.
E questo è stato.
Sicuro come l’oro, proprio così!

INFO

La mattina spiaggia di Yoshino-kaigan, su Miyako-jima.
Le poppies mangiano alghe davanti alla spiaggia chiamata Nagamahama, su Kutima-jima.
Cena di nuovo da Nanraku, 6000 yen.
Felicità: a palla!